Dacia Maraini

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Messaggioda birillino8 il sab giu 16, 2007 7:24 pm

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L'Uomo tatuato
Guida 1990[/align]


leggi racconto.......Appoggiando le braccia robuste — mai viste delle braccia così robuste, da sollevatore di pesi, da facchino, da boxeur, da spaccapietre -appoggiando le braccia sulla tavola Giordano dice: «Solo qualche cartolina».
Con una voce molto dolce. Perché lui è dolce. Un uomo che ha scelto di sposarsi giovane e rimanere fedele alla moglie, di fare cinque figli e di vivere con loro fra i boschi e le piogge di una cittadina del nord della Francia.
Strano modo di imbattersi l'uno nell'altro, in una città sconosciuta, in un teatro che poi non era un teatro ma una sala da karaté, fra luci finte e luci vere, in una oscurità calda di fiati.
Dunque Buenos Aires, dunque estate dell'84. Giordano portava una sciarpa rossa trionfante mentre girava per la Palermo argentina con le scarpe da tennis e i blue jeans, inalberando un sorriso da angelo del vecchio testamento.
Lei, Sara era andata allo spettacolo perché ne aveva sentito parlare con entusiasmo. Voleva vedere come si muoveva sul palcoscenico quel funambolo dell'intelligenza teatrale, in un mondo ridotto all'essenziale che lui gonfiava dall'interno con crudezza. In quel buio di teli neri Giordano saltava come un cosacco. Poi si accucciava e dal suo membro usciva un rivolo di sangue violetto. La gente sgranava gli occhi. Il suo teatro di ferocia e nudità li scandalizzava. Ma lo stesso accorrevano. Era un modo di fargli divorare se stessi e i propri nascosti sogni di abiezione. Il teatro di Giordano escludeva le parole. Era un teatro dai fiati sospesi, lucido e segreto, che apre le porte all'aldilà.
Forse ho già vissuto in quelle stanze remote, pensava Sara, forse ho già sentito questo odore di fiori marci e ferro denudato.
E nel momento che meno se lo aspettava una testa è rotolata ai suoi piedi. Il pubblico ha gridato. Ma lo sguardo è rimasto irretito dalle iridi azzurre, le ciglia palpitanti della testa mozza.
Dopo lo spettacolo Sara ha raggiunto il grande attore dietro le tende che cadevano creando labirinti dal soffitto basso. In un odore di sudore rappreso e di cipria di riso l'aveva visto nello specchio macchiato che le sorrideva. Sembrava che la aspettasse.
Aveva rimesso gli occhiali. Le guance ancora sporche di biacca, l'orlo degli occhi ancora carichi di nero. Le braccia uscivano indiscrete dall'accappatoio, assolutamente incoerenti col resto del corpo: spalle magre, collo esile, polsi sottili, mani lunghe e leggere. Ha una grazia da cavaliere errante, si dice Sara; qualcosa di aspro che fa pensare a una vita di viandante, deserti e ferrovie e letti di crine. Sul palcoscenico però perde quest'aria da pellegrino assetato per diventare leggero come un passero tutto piume e scaglie.
Impossibile per lei sapere come era arrivata in quel teatro e perché. Può indovinare che la incuriosiva quello spettacolo senza parole, tutto muscoli e spiritualità. Voleva assistere alla trasformazione miracolosa che aveva appena indovinato in un vecchio documentario teatrale. E così aveva preso un biglietto. Si era seduta, guidata gentilmente da uno della compagnia, su una seggiola dura in prima fila. Sapendo di partecipare a un mistero più che a uno spettacolo. Le luci appena accennate: due mozziconi di candele appoggiate per terra, pochi oggetti e bellissimi: due ali bianche, frangiate, una culla di legno di olivo, un sasso, un paio di ciabattine cinesi, un canestro venezuelano, dei coltelli ricurvi.
La storia non c'era, né era previsto che ci fosse. Era una vicenda che comprendeva tutte le vicende, qualcosa che riguardava la nascita, lo stupro, la fuga e l'emigrazione... C'era un vecchio che accendeva un falò, una bambina vestita di bianco che cantava delle nenie orientali, una donna che ballava come un fuoco fatuo, un angelo sterminatore, un giudice nudo.
Nello specchio Sara vedeva la faccia capovolta di Giordano. La fatica gli tirava le palpebre in una smorfia rattrappita. Le due braccia trionfanti le facevano venire in mente il vecchio Popey con la pipa fra i denti, qualcosa del vecchio divoratore di spinaci che la divertiva da bambina. Ma dirglielo sarebbe stato un sacrilegio. Era tutto così sobrio e casto e assoluto intorno a lui. Quelle tende nere, quel pavimento tirato a lucido, quel leggero odore di incenso, quelle ali spugnose e terribili che sfioravano il pavimento, quel sangue che sgorgava dal ventre, quella testa mozza e quella bellissima bambina cieca. La gente tratteneva il fiato mentre l'incenso saliva nei loro occhi e il ritmo dei piedi di lui si faceva più intenso, più rapido. Il miracolo si era compiuto ancora una volta nella lentezza lancinante dei gesti degli attori, alla luce cruda di quelle due bianche candele, in una tensione da grotta del dragone.
Sara è andata dietro le tende per dirgli che l'aveva rapita con i suoi sortilegi visivi e che tutto era stato come si aspettava: perfetto.
Lui si stropicciava gli occhi neri con una crema e sorrideva paterno. «Questa è Alix» aveva detto e per un momento Sara aveva pensato che fosse la moglie. Ma non lo era perché la moglie non recita e rimane in quella città francese piena di torri a badare ai figli piccoli. Alix è la «mia attrice». E basta. Essendo l'unica donna di una compagnia di quattro persone di cui lui è regista, autore e attore.
«Vieni a cena con noi». Non era un invito ma una ingiunzione. E Sara aveva aspettato con pazienza che lui si togliesse ogni traccia di nero e di bianco dalla faccia, che si facesse la doccia e si rivestisse dei suoi blue jeans e della sua camicia rosa.
Lo guardava mangiare, con una furia che contraddiceva la sostanza aerea, spugnosa del suo gioco sul palcoscenico. Mangiava come uno che ha attraversato un continente, a digiuno. Facendo a pezzi le costate di bue, i rotoli di intestini di agnello fermati in forma di rosa, le zampette di porco abbrustolite sulla brace, i testicoli di toro gocciolanti sulla fiamma; come si usa in un paese dai grandi pascoli e dalle molte mandrie.
Era silenzioso. Interrompeva il suo divorare per sorriderle con una dolcezza che creava buchi nel cuore. Solo dopo, nello spiazzo sotto la tettoia dove i ragazzi ballavano al suono di una orchestrina fragorosa le aveva detto che si erano già conosciuti. Ma dove? «In Sicilia, a casa tua». Quando lei aveva tredici anni e lui dodici. Ma lei non ricordava niente. Lui invece ricordava che le aveva stretto una mano con tale forza che lei aveva cacciato un urlo. Per Sara erano cose mai esistite. Aveva pensato che lui stesse inventando se non fosse stato per alcuni particolari che solo chi c'era stato poteva conoscere. Presa dai sorrisi cannibaleschi di Giordano, Sara aveva trascurato Alix. E dopo le era dispiaciuto. Giorni dopo, ripensando alla sua magnifica faccia di leonessa malata aveva capito che molto dell'equilibrio dello spettacolo dipendeva proprio da lei e dal suo modo di muoversi così perfettamente consapevole e nello stesso tempo così dimenticato di sé. La sua aspra affettuosità nell' avvicinarsi alla culla, il suo "annacarla" come si dice in Sicilia, col piede nudo; il suo diventare bambina e poi donna senza che nessuno mettesse in dubbio la verità scintillante di quella trasformazione repentina. I suoi movimenti delicati e lunatici davano respiro a quel rovello di uccello notturno che apparteneva a lui sulla scena. Nella memoria di Sara era rimasto vivo il gioco dei capelli di Alix che si facevano ora tenda, ora coperta, ora scudo, ora pioggia di seduzione, ora scure di carnefice e si portavano dietro gli occhi abbagliati della sala.
Ma Giordano aveva già afferrato la mano di Sara sotto la tavola. E Sara improvvisamente si era ricordata di allora, in Sicilia e di come fosse stata lei ad afferrare la mano di lui e a stringerla chiudendo gli occhi.
Cosa avrebbe detto al suo amato che la aspettava all'Hotel Colon? Lui non amava il teatro, aveva preferito dormire. E Sara con quel biglietto in tasca si era lasciata trascinare da Giordano al ristorante. Lo aveva guardato mangiare come un lupo affamato, aveva ascoltato la voce cantilenante di Alix che raccontava della loro avventurosa tournée fra gli indios del Venezuela, e l'arrivo a Buenos Aires, della grandiosa accoglienza di un pubblico sempre curioso delle novità che arrivano da oltre oceano.
Sara si chiedeva se Giordano le piacesse. Ma quella mano già stringeva le sue dita, rendendola complice senza volerlo. O forse sì, volendolo, con i polsi e le punte delle dita prima che il desiderio si facesse strada nel cervello appannato. «Andiamo a ballare»? anche gli altri andavano. Ma Giordano l'aveva trattenuta. «Lasciamoli andare avanti». E avevano preso un taxi da soli.
A Sara piaceva che fosse lui a decidere per lei: non si sarebbe mai decisa, senza quello strattone, ad abbandonare dentro un letto d'albergo di una città straniera l'uomo che amava. Era vile da parte sua, ridicolmente vile ma le sembrava che fossero i suoi piedi a decidere di camminare e non lei. Ed ecco che nel taxi già si baciavano e Sara senti va l'odore di cipria di riso e di lozione alle rose che gli saliva dal collo. Si appoggiava alle braccia da sollevatore di pesi quasi che potessero sollevarla e portarla fino al paese dei lunghi fagioli dove gli orchi mangiano allegramente i teatranti incoscienti e le nuvole fioriscono di begonie. La balera dal pavimento di cemento. L'orchestra sollevata in alto come un presepe sull'altare. Piccoli uomini scuri vestiti di bianco bagnati da una luce verde smeraldo. Non era musica da locale notturno ma canti d'assalto. Il presepe si scatenava lassù fra cornamuse, balalaiche, fisarmoniche elettriche, tamburi grandi e piccoli mentre sul pavimento di cemento le coppie si gettavano in avanti e indietro con uno scotimento del ventre e un battere di piedi eccitati.
Giordano non ballava. Beveva un liquido verde iridato che Sara si chiedeva cosa fosse. Il corpo del danzatore era rimasto sul pavimento della sala da karaté, fra le tende nere, assieme alle due ali dell'uccello voluttuoso…

[…]

Dacia Maraini - Da "L'uomo tatuato"

Il Giornaled’Italia, 7 aprile 1990

Il teatro d'amore a Buenos Aires
di (c.b.) Quasi contemporaneamente sono stati pubblicati due lavori di Dacia Maraini La lunga vita di Marianna Ucrìa, da Rizzoli, ed un racconto breve, L'uomo tatuato, con le edizioni Guida.

[…]

La storia è semplice. Siamo a Buenos Aires, una specie di Palermo americana, come suggerisce la scrittrice, e qui la protagonista (che abita a Roma) incontra un attore di un teatro fatto di pura gestualità, di forza, di vitalità incontenibile: il contrario del teatro di parole, di concetti, di tessitura intellettuale che la stessa protagonista ha caro (e che scrive). Così la protagonista, inevitabilmente, finisce col sembrarci l'ombra dell'autrice, una sua proiezione non esibita, ma non nascosta. Lo spettacolo cui ora assiste è a carico di suggestioni, di miti, di arcaica liturgia: «Un vecchio che accendeva un falò, una bambina vestita di bianco che cantava delle nenie orientali, una donna che ballava come un fuoco fauto, un angelo sterminatore, un giudice nudo». Così Sara finisce con l'accettare uno schema prevedibilissimo: dopo lo spettacolo incontra l'attore, con la sua «grazia da cavaliere errante», con la sua «aria da pellegrino assetato», con la sua sete di vivere e la sua voracità. Si ripropone in pochi incontro (l'ultimo di essi a Roma) la separazione e la distanza che c'è tra i due diversi modi di far teatro, l'impossibile rapporto di due vite attratte l'una dall'altra ma nettamente diverse, incomunicanti. Su un braccio dell'attore argentino è tatuata una piccola barca a vela, che sembra gonfiarsi di vento col movimento o la torsione del corpo.
Sembra una parabola sul teatro, o sui due diversi modi di intenderlo. Il teatro della parola, che da sola riempie di immagini la scena della scrittura, la metafora della vita che un foglio basta a contenere, e il teatro dei corpi che da soli misurano lo spazio della scena e lo rifondano, lo ricostruiscono come un mondo che sorga dalle proprie radici in una nuova alba primordiale. Sara ha bisogno di far risuonare le sue parole sulle assi di un palcoscenico; Giordano crede che il suo corpo sia una treccia di parole e che l'opacità di un gesto sia più splendente di tutte le trasparenze dei versi recitati. Una parabola sul teatro, dunque, l'amore tra Sara e Giordano, la cattura e la seduzione che si opera tra loro, tra le loro asimmetriche esistenze. Una parabola che diventa una sorta di itinerario erotico, sofferto e ripetuto, goduto e rifiutato: «Forse non stava facendo l'amore con lui ma col suo teatro, si diceva Sara. Forse era lì per guardare dentro la bocca di lui per trovarci il segreto di quelle parole o la scrittura veloce di corpi resi divini dalla meraviglia degli spettatori. I due si attraggono e si allontanano con i loro segreti, con le loro scene sognate: «Sono i loro corpi teatrali che si separano: lei con le sue parole filanti, schioccanti, sbadate, e lui con le sue luci nere».

(c.b.)
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Messaggioda birillino8 il sab giu 16, 2007 7:29 pm

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La ragazza con la treccia
Viviani 1994
Edizione spec
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Raccolta 13 di racconti

leggi racconto......Il calciatore di Bilbao
In aereo da Barcellona a Bilbao mi sono trovata seduta accanto ad un uomo pallido dalle labbra scure. L'aereo ballava tanto che non riuscivo a leggere. Il cielo era pulito, chiarissimo. Non si vedeva una nuvola. Ma proprio questa limpidezza doveva essere opera di fortissimi venti che scuotevano l'aereo, lo lanciavano per aria e poi lo spingevano in basso come fosse un fuscello.
Poco prima la hostess ci aveva servito una tazza di tè. Ma non si riusciva a portare alle labbra il liquido senza rovesciarselo sulle dita.
Per vincere il disagio il mio vicino ed io ci siamo messi a parlare. Ma soprattutto è stato lui a raccontarmi di sé, del suo viaggio, anzi del suo ritorno poiché era la prima volta dopo vent'anni che rivedeva Bilbao.
Così come due pellegrini su una nave in tempesta si confidano a bassa voce per ingannare l'attesa di un evento risolutorio, che sia la morte o la fine della furia naturale, così noi due, con gli occhi fissi sul tè che si agitava nelle tazze, ci tenevamo compagnia. Vent'anni fa l'uomo dalle labbra scure era arrivato in Spagna dal Brasile, "comprato" dalla squadra del Bilbao. Avevano molto mercanteggiato i suoi proprietari brasiliani per venderlo al prezzo più alto. Poi quando sembrava che l'affare andasse a monte, gli avevano detto improvvisamente che era stato concluso e si preparasse a partire. E lui, che non ci contava più, aveva dovuto fare in fretta le valigie e correre a Bilbao, la sua nuova città.
Era la prima volta che veniva in Spagna e tutto gli sembrava estraneo e nuovo, leggermente minaccioso. 1 vecchi tram dal muso di ferro grigliato, i ponti anneriti sul Neviòn, i poliziotti ad ogni angolo di strada, con quel loro elmetto verde e nero, le torri gotiche della cattedrale, la Gran Via che presuntuosa e solenne attraversa tutta la città per finire alla Plaza del Sagrade Corazon con quella gigantesca statua del Sacro Cuore che sembra lì pronta per condannarti.
Aveva vissuto sei mesi nell'infelicità, non riuscendo a fare amicizia con i compagni di squadra che fra di loro parlavano in basco, mangiando da solo nel ristorante dell'Hotel Torròntegui, camminando in lungo e in largo per la città, e stancandosi negli allenamenti fino alla spossatezza.
Verso Natale quando già pensava di piantare tutto in asso e tornarsene alle sue verande di Aracajù, una sera era stato trascinato dall'allenatore che era l'unico a occuparsi un poco di lui, in teatro.
Figuriamoci, lui non era mai stato in teatro in vita sua. Il cinema gli piaceva sì, ma solo quello d'azione, con molte sparatorie e corse a cavallo.
L'opera gli dava ai nervi con quelle voci troppo acute. Il cabaret l'aveva visto una volta e non l'aveva convinto. In quanto al teatro per lui era un mondo assolutamente sconosciuto.
Ma una volta in platea, al buio, sprofondato in una poltroncina di vecchio velluto dai braccioli lisi, era avvenuto quello che meno si aspettava al mondo: era stato affascinato, incantato dalle parole del testo. Mai la lingua spagnola gli era sembrata così musicale, così vicina ai movimenti dell'acqua, quasi uno sprizzare di ruscelli, rivoli e cascate che gli deliziavano l'orecchio.
Si trattava di Calderón de la Barca che lui ricordava di avere qualche volta sentito nominare a scuola. Ma che non l'aveva mai minimamente interessato.
"La vita è sogno" mi dice il vicino dalle labbra scure lanciando un'occhiata di sbieco al finestrino. Stavamo slittando a muso in giù come su una carriola delle montagne russe. Gli dico che qualche volta vado a teatro anch'io.
La parte di Rosaura era interpretata da una attrice che subito aveva colpito la sua fantasia. Il perché non lo ricordava. Non era bella, per lo meno nel senso a cui era abituato lui nel suo mondo: aveva occhi scurissimi e lontani l'uno dall'altro, il che dava al suo sguardo una curiosa espressione di disorientamento. Era piccola e nera di capelli e di pelle, quasi una india, con un corpo minuto e ben fatto.
Di questa donna aveva subito amato la voce quieta, profonda e il suo muoversi per la scena come fosse nella sua casa, con la perfetta naturalezza del più grande artificio.
Aveva seguito parola per parola tutta la tragedia. Aveva sofferto con Sigismondo, aveva trepidato con Rosaura, era stato re e pellegrino, prigioniero e capo di eserciti.
Ne era uscito sconvolto. E qualche sera dopo, senza dire niente all'allenatore, era tornato in teatro da solo a rivedere "La vida es sueño".
Si era seduto al buio, dubbioso, convinto che non avrebbe più provato le emozioni della prima sera. E invece, dopo appena due minuti era stato ripreso dall'incanto. Come se non conoscesse già la storia aveva di nuovo sofferto per Sigismondo, aveva di nuovo trepidato per Rosaura e se ne era tornato all'albergo Torròntegui carico di voci amiche.
La sera dopo, stanco morto per gli allenamenti, si era seduto di nuovo nella poltroncina dai braccioli lisi del teatro Arriaga, a bersi le parole degli attori.
E così ogni sera, fino a che era durato lo spettacolo a Bilbao, per quanto presto si dovesse alzare la mattina dopo, per quanto stanco fosse dopo i salti, le corse, le esercitazioni.
Ormai conosceva tutte le parti a memoria. Ma questo anziché saziarlo sembrava dargli più fame. Tutto il giorno ripensava a quell'atrio buio del primo atto, la prigione di Sigismondo e di come in sonno venisse trasportato nelle lussuose sale della reggia, per poi tornare alla sua tana.
La notte sognava Rosaura in abiti maschili che saliva su per le rocce lamentando il tradimento di Astolfo. Voleva fare qualcosa per lei ma non riusciva ad avvicinarla.
In teatro qualcuno nel frattempo si era accorto della sua assiduità. E questo qualcuno era proprio Rosaura, ovvero Concha Alvarez, la giovane prima attrice della compagnia.
A furia di vederlo in prima fila, si era abituata a quegli occhi accesi che la seguivano per la scena, a quella testa attenta che beveva le sue parole. Ormai lo aspettava. E la sera, prima che cominciasse lo spettacolo, andava a spiare da una fessura del sipario per vedere se lui era già arrivato.
Il giorno dell'ultima replica l'uomo dalle labbra scure si sentì perso. Come avrebbe fatto senza Rosaura? Avrebbe voluto parlarle, ma come fare? Non gli era mai successo niente di simile e non sapeva come si usasse in un mondo tanto diverso dal suo. E se poi mi disprezzasse? Cos'è un calciatore rispetto ad un'attrice che semina parole così fertili e profonde nel buio della platea? Così pensava tormentandosi nel dubbio.
Ma fu lei stessa a fare la prima mossa. Alla fine dello spettacolo, durante i ringraziamenti, lo guardò dritto negli occhi e gli sorrise con una tale dolcezza che lui ne fu stordito. Poi, con un dito, gli fece cenno di aspettarla lì dov'era.
Così lui fece, torcendosi le mani. E quando tutti se ne furono andati, e le luci furono spente, e già si immaginava che l'avrebbero preso per il collo e buttato fuori come un ladro, senti il fruscio di un vestito accanto a sé.
Per giorni e giorni l'uomo dalle labbra scure e Concha camminarono per la città. Lei parlava, parlava. Si era messa d'impegno a fargli amare Bilbao che lui detestava. Per questo lo portava lungo il fiume in certe strette stradine dove si vendeva uva passa profumata involtata in foglie di vite. E poi in piccoli ristoranti del Campo Volantin dove si mangiavano il baccalà con le olive e il latte dentro delle ciotole di terracotta. E l'aveva portato a Begona a vedere la festa dei tori e al parco di "Las Tres Naciones", nonché al mercato dell'artigianato de la Tenderia.
Erano tutti e due timidi e impacciati e non avevano osato baciarsi finché non avevano preso confidenza. La notte la passavano camminando e parlando.
Non ci era voluto molto all'uomo dalle labbra scure per innamorarsi di Bilbao. E alla fine non sapeva se gli piaceva la città per via di Concha o se gli piaceva Concha per via della città.
Concha finiva le prove verso le otto. E lui, dopo una rapida doccia che lo liberava del sudore degli allenamenti, correva a prenderla, coi capelli ancora bagnati, una calda sciarpa di alpaca intorno al collo.
Alla fine dell'anno sportivo il calciatore era stato però venduto, contro la sua volontà, alla nazionale brasiliana. Ed era dovuto tornare alle verande ormai dimenticate di Aracajù.
Lì aveva cercato disperatamente di farsi raggiungere da Concha per sposarla. Voleva fare dei figli con lei. Ma Concha era legata con un contratto alla sua compagnia e non poteva muoversi. Così lui si limitava a parlarle per telefono. Delle lunghe conversazioni da una parte all'altra dell'oceano che lo spossavano e lo alleggerivano di buona parte dei suoi guadagni.
Per sentirsi vicino a lei, andava spesso a teatro, da solo. Nessuno della sua squadra amava la prosa. Anzi lo consideravano un po' matto per i suoi gusti e gli ridevano dietro. Ma lui non se ne curava. Sperava sempre di assistere ad un'altra rappresentazione di "La vida es sueiío". Ma a Rio De Janeiro dove giocava anziché Calderón si dava soprattutto Valle Inclan.
Quando aveva qualche giorno di libertà, prendeva l'aereo e si precipitava a Bilbao. Concha lo aspettava paziente e innamorata. Passavano la giornata a camminare per la città come facevano ai tempi che lui abitava ancora a Bilbao. Poi si coricavano insieme e dormivano abbracciati dopo avere fatto l'amore per tutta la notte.
Un giorno, mentre l'uomo dalle labbra scure si recava da Aracajù a Rio per una partita importante, fu rincorso da un fattorino che gli consegnò un telegramma. Veniva da Bilbao. "Mi sposo, ti amo, Concha".
L'uomo rimase col foglio in mano, vuoto di ogni pensiero. Poi, spinto dai compagni, fece quello che doveva fare. Ma giocò malissimo e si prese i fischi dei tifosi.
Appena ebbe due giorni di libertà partì per Bilbao. Ma lì non trovò la sua Concha. "E in viaggio di nozze" gli disse l'amica con cui divideva la casa. "E dov'è andata?" aveva insistito lui testardo. "Non lo so, forse a Rio".
Come a Rio? Il calciatore aveva fatto un salto, colpito da un dubbio terribile: e se lei fosse andata a cercarlo mentre lui stava qui? Prese di corsa un altro aereo e tornò a Rio. Si chiuse in albergo aspettando una telefonata di lei. Nell'attesa non riusciva più né a mangiare né a bere. Andava su e giù per la stanza nudo, dando calci ai mobili. Ogni volta che squillava il telefono si precipitava e quando sentiva che non era lei buttava giù senza neanche rispondere.
Da allora non ha mai saputo più niente di Concha. Sono passati gli anni. E lui si è rassegnato alla perdita. Quasi non ci ha pensato più. Si è sposato con una bella brasiliana da cui ha avuto due bambini. Ha smesso di fare il calciatore. Ora dirige una palestra al centro di Aracajù. Fa soldi. Si considera in pace col mondo e con se stesso.
Ma qualche mese fa sua moglie è morta e lui ha deciso di venire di nuovo a Bilbao per risolvere dopo molti anni il mistero di Concha.
Intanto il nostro aereo, dopo tanti sussulti e piroette e scivolate, finalmente era arrivato in porto. Siamo scesi malconci, pallidi e nauseati.
Ho salutato l'uomo dalle labbra scure. Me ne sono andata in albergo. Ho venduto le stoffe italiane per cui ero andata a Bilbao. E dopo tre giorni sono tornata in aeroporto per prendere un DC9 per Barcellona e da lì proseguire per Roma.
In aereo, questa volta nella calma di una giornata umida e afosa, senza vento, ho riincontrato l'uomo dalle labbra scure. 1 capelli tagliati corti, il collo taurino, gli occhi azzurri malinconici. Mi ha sorriso. Gli ho sorriso.
"Ha scoperto il mistero di Concha?" gli ho chiesto sedendomi vicina a lui.
"Nessuno sa niente di lei, né al teatro, né a casa sua. Sembra sparita nel nulla", mi ha detto con voce spenta.
È arrivata la hostess con il tè. Ha posato le tazzine sui tavolinetti ribaltabili e se n'è andata. Ho guardato l'uomo dalle labbra scure che strappava l'angolo della bustina dello zucchero, rovesciava la polvere nella tazza. Sembravamo tutti e due sorpresi e affascinati dalla assoluta immobilità del liquido nel recipiente di plastica.
"Se questo è stato un sogno non dirò / cosa ho sognato... certo è l'ora di destarsi..." l'ho sentito ripetere accanto a me le parole di Sigismondo mentre l'aereo volava morbido come su un tappeto d'aria, senza una scossa.

Dacia Maraini - Da "La ragazza con la treccia"

La ragazza Con la treccia
di Lucia Battaglia

I tredici racconti che compongono il libro sono stati pubblicati nel 1994 e ancora una volta ci rivelano una scrittrice abile nel cogliere episodi di vita quotidiana e capace di trasferirli sulla carta con uno stile sobrio, vivace, venato a volte di melanconia, ma spesso di umorismo; in questo modo ella riesce a dare una nuova luce ai valori che in fondo sono alla base della nostra vita. Certo in questi brevi ritratti e la figura femminile quella che esce vincente, mentre nell'altro sesso prevalgono infantilismo, poco senso di responsabilità ed egoismo: pur di cambiare giocattolo certi individui non si fanno scrupolo di rovinare la vita delle persone. Questo si evidenzia nel primo racconto, "La ragazza con la treccia", che parla appunto di una quindicenne che «è arrivata da un paese in mezzo alle montagne. E le strade di Roma sono per lei così lunghe che rischia di perdersi, i caffè sono così luminosi che a volte li scambia per gioiellerie le case sono così alte che le danno la vertigine anche solo a guardarle». Le esperienze che fa nella grande città non sono sempre positive; non è certo stimolante l'incontro con il cupo Vaccarella, meticoloso e pignolo anche nel rapporto amoroso, sempre silenzioso; una sera le confessa di essere sposato, aggiungendo che «amava questa moglie come se stesso». C'è poi il professor Caetani col quale ha un fugace tansporto; scoprirà ben presto che anche lui è felicemente sposato. Figure maschili che valgono poco: egoiste, fredde e prive di umanità a fronte di una quindicenne che da sola, coraggiosamente, decide di assumersi tutte le sue responsabilità. Un clandestino a bordo e la storia di un amore, di un rapporto tra due persone che suscita nell'autrice una domanda: «È possibile che Ia persona che si ama e da cui si e amati nasconda dei segreti che lo rendono un perfetto estraneo, nonostante Ia vicinanza e l'intimità di anni?». L'ultimo racconto, "Il bottone giallo", è triste e inquietante nello stesso tempo. E' Ia storia di un cacciatore di lontre che uccide una lontra ed il suo compagno, privando i cuccioli dei loro genitori. II cacciatore «nota con stupore che la grossa lontra non ha lasciato coi denti la compagna... sembrano incollate». Per un momento questo uomo prova un senso di pietà per le due creature che hanno cercato di aiutarsi con tanta tenacia, «ma una voce che lui identifica col buon senso gli dice che Ia vita e così, crudele, che la morte e una esperienza comune, e gli uomini forti devono saperla dare, e saperla ricevere senza tanti sentimentalismi».

Lucia Battaglia
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Messaggioda birillino8 il sab giu 16, 2007 7:33 pm

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Mulino, Orlov e il gatto che si crede una pantera
Stampa Alternativa 1995[/align]
Tre racconti su tre animali, un cane, un cavallo e un gatto


leggi racconto.....Orlov
Orlov ha venticinque anni. È un vecchio cavallo dai denti gialli, coperto di cicatrici. Ma conserva una linea elegante e svelta. I fianchi che una volta erano morbidi e lisci, color latte, oggi sono segnati dalle costole sporgenti. Gli occhi, forse l'ultima cosa che invecchia in un animale, sono vivi, dolci e secchi. Fra me e lui è nato un grande affetto. Una intesa, non saprei come spiegarla. Qualcosa che ci avvicina e ci fa amici.
Orlov è stato un cavallo bellissimo. Il re dei cavalli. Un Lipiziano dal muso affusolato venuto da terre fredde e nebbiose. Potrebbe essere nato in una campagna ungherese, oppure fra le valli della Iugoslavia, non lo so. Non so niente della sua vita prima che approdasse al Circo Orfei. Immagino che sia passato da una mano all'altra come è destino dei cavalli, conoscendo prima un padrone e poi un altro, in compagnia di cavalli e cavalle a cui si sarà affezionato ma a cui sarà stato strappato senza riguardi. È la sorte degli animali domestici, legati ai capricci e agli interessi dei loro possessori. E il cavallo, questo animale quieto e potente che potrebbe con una zampata uccidere un uomo, si fa docilmente trasportare, guidare, comandare, mettere al basto, tirare di qua e di là senza un lamento.
Cosi è arrivato al Circo Orfei, nelle mani di Anita Orfei che per fortuna è una donna generosa che ama gli animali e li tratta con molto riguardo.
Naturalmente doveva fare i suoi numeri: entrare di corsa nell'arena, alzarsi sulle zampe posteriori allo schiocco di un frustino, giocare con le zampe davanti come un boxeur, farsi montare al volo da una figuretta leggera in scarpine di pezza che avrebbe saltellato sulla sua groppa mentre correva in tondo sulla sabbia. E li ha eseguiti questi numeri per tanti anni, con delicata ubbidienza, spostandosi da una città all'altra della nostra lunga Italia, viaggiando, sotto l'acqua e il sole dentro un camion buio dal pavimento coperto di fieno.
Ogni tanto veniva affittato ad una ditta per la pubblicità. Come è successo con la Vidal che ne ha fatto il protagonista di un film in cui lo si vedeva correre al rallentatore sui prati scintillanti con la criniera bianca sciolta al vento.
Finché è diventato vecchio, tanto da non potere più alzarsi sulle zampe posteriori. Ha subito una operazione ai tendini ed ha cominciato ad uscire in pista sempre di meno. Da ultimo si era ridotto a starsene chiuso nella stalla--tenda a mangiare tristemente la sua razione di avena, fu un asino zoppo e un cammello asmatico.
A questo punto devo parlare di Kriss, una ragazza australiana che è stata a lungo con gli Orfei, facendo la trapezista prima e la domatrice di cavalli dopo. Una ragazza piccola, fotte come un torello, la testa aguzza, gli occhi vivaci, un sorriso infantile.
Ho conosciuto Kriss in casa di una inglese che tiene un maneggio a Formello. Mi ha subito ispirato simpatia per la sua schietta ingenuità. In lei nessuna malizia, nessun pensiero recondito, nessuna strategia. Niente, neanche per difendersi. Infatti la vita le passa sopra con crudeltà, senza trovare resistenza. C'è qualcosa di curioso in questo contrasto fra la forza eccezionale del suo piccolo corpo di domatrice e l'assoluta candida delicatezza del suo animo.
Kriss sa fare di tutto: piantare i pali per una stecconata, ferrare un cavallo, rompere il ghiaccio sui tetti, aggiustare una sella rotta, domare il più difficile dei cavalli, suonare la chitarra, curare un cane malato, camminare sul filo, fare il doppio salto mortale. E fa ogni cosa con molta allegria, senza lamentarsi mai, qualsiasi orario le tocchi fare. Solo a momenti è presa da una ira furibonda che la rende pericolosa come un vento di tempesta.
Sebbene fosse ben trattata e guadagnasse nella fattoria in campagna Kriss non ha saputo resistere alla chiamata del Circo. Un giorno che andava a fare una visita al Circo, Anita le ha chiesto di tornare sotto la tenda. E lei ha deciso su due piedi di piantare il lavoro fisso in campagna, la casa, gli amici, per ricominciare a girare l'Italia con la roulotte, fra i leoni in gabbia, gli elefanti, i cani, le scimmie, i cavalli.
Ora non fa più la trapezista, ma ha un numero tutto suo con un cavallo nero chiamato Chiurlo. Un cavallo ralmente intrattabile che nessuno riusciva ad avvicinare. Solo lei, con la pazienza e la tenacia di una innamorata è riuscita a domarlo e per questo l'ha avuto in regalo. Credo che sia la prima proprietà della sua vita di zingara povera. Lo tratta come un gioiello pulendolo, strigliandolo, lucidandogli gli zoccoli e la coda. La sera Kriss si veste in ghingheri, con un gonnellino corto, le calze a rete, una giaccherta coi lusrtini ed esce in pista seguita dal suo nerissimo e possente Chiurlo che lei ha saputo rendere docile e leggero come un ballerino spagnolo.
È stata Kriss a parlarmi per la prima volta di Orlov, l'ex cavallo meraviglia ormai posto a riposo e sempre meno sopportato in un Circo che ha bisogno di animali giovani robusti che producano sempre nuovi numeri di attrazione.
Sono andata una sera a trovarla quando il Circo Orfei aveva piantato le tende in via Cristoforo Colombo. Era una sera di pioggia e tirava un vento umido srtacciato. Ho chiesto ad un indiano che stava dando da mangiare alle tigri dove fosse Kriss e lui mi ha indicato una tenda scura. Mi sono avvicinata, ho alzato il lembo di tela cerata guarnito di cuoio e mi sono trovata davanti ad una scena da mille e una notte: illuminati da una grossa lampada a petrolio quattro giganteschi elefanti hanno sollevato contemporaneamente la testa per guardarmi masticando fieno. Una zampa incatenata ad un grosso chiodo sporgente dal terreno, le teste grigie quasi a lambire il soffitto della tenda a strisce bianche e rosse, gli occhi piccoli e miti. Muovevano la testa insieme, come seguendo un ritmo interno, lontano e dolente.
Ma Kriss non c'era. Ho chiesto ad un altro indiano. Che mi ha indicato una tenda più lontana. Ed eccomi, con l'ombrello in mano che salto le pozzanghere davanti alla seconda tenda, più lunga e più vasta dell'altra. Entro. E in mezzo ad una trentina di cavalli dai bei dorsi lucidi ecco Kriss con un secchio di avena in mano.
Mi ha portata subito a vedere Orlov che stava in piedi in un angolo, triste e magro, coperto di cicatrici, i denti rovinati, gli occhi appannati. Mi ha guardato con l'aria annoiata e spenta di chi si sente di troppo e sa che non l'aspetta niente di buono.
«Anita dice che dovrebbe farlo abbartere, ormai non fa niente ed è una bocca in più da sfamare. Ma non vuole ucciderlo, gli è affezionata, è un regalo che ha fatto il marito per il suo compleanno dieci anni fa, vorrebbe che avesse una vecchiaia felice... tu hai una casa in campagna, perché non lo prendi? te lo regala, paghi solo il trasporto... ».
L'ho guardata un poco sospettosa. E se diventa un peso, un cavallo malato vecchio, che me ne faccio? ho pensato. Ma poi qualcosa nello sguardo di lui mi ha attirato. Forse capiva che si stava decidendo del suo destino. Allargava le pupille liquide brune smettendo di mangiare come per ascoltare il verdetto.
È bastato questo per farmi prendere dalla voglia di portarlo via. «Va bene» -ho detto -«ringrazia Anita per la fiducia che mi dà. Cercherò di tenerlo bene».
Il giorno dopo Orlov è stato preso da un furgone e portato in campagna da me. Da principio sembrava sbalestrato, in crisi, non sapeva che fare, girava in tondo con l'aria persa. Il non sentirsi più legato, imbrigliato, costretto in uno spazio minimo, sballottato da un camion all'altro l'ha talmente sorpreso che non riusciva a crederci. Era libero di girare, di mangiare, di dormire quando voleva. Questa eccessiva libertà lo rendeva perplesso quasi si aspettasse qualche punizione. In pochi mesi Orlov è rifiorito. Ha messo su carne, ha fatto gli occhi scintillanti, gli sono scomparsi i bozzi che aveva sulla testa per via del continuo sfregare delle corde al palo.
Ora la domenica ce ne andiamo a spasso lui ed io, nel bosco, senza fare sforzi come si conviene ad un cavallo anziano. Ogni tanto mi fermo, scendo e lo faccio brucare l'erba. Lui gironzola, alza la testa per guardarmi come a dire «posso ancora?» e col calare del sole ce ne torniamo a casa.
Ha conservato un portamento da cavallo di Circo; il collo eretto, la testa leggermente piegata sul petto; il trotto corro e saltellante, un'aria altera e gigiona.
Kriss mi scrive dalla Sardegna dove sta con gli Orfei per sapere come sta. «Bene» -rispondo -«siamo diventati amici». Abituato com'è alla convivenza stretta con gli uomini, mi sembra che capisca più degli altri cavalli. Ha l'orecchio fine, pronto a distinguere le voci, quando qualcuno gli è antipatico lo lascia avvicinare e poi gli dà un colpo di testa oppure gli si impenna davanti pronto a qualche zoccolata. È ghiotto di zucchero, e quando esco mi porto sempre dietro una manciata di zollette. Ingordo, furbo, gentile, gli sorprendo a volte lo sguardo ostile di chi si aspetta il peggio dal mondo. Quasi incredulo che lo tenga li senza chiedergli lavori massacranti. Lo rassicuro con una carezza, con uno zuccherino. E lui solleva le grosse labbra bianche a chiazze rosa, mostra i dentacci gialli e mi ringrazia a modo suo dandomi dei colpetti col muso sul braccio.

Dacia Maraini - Da "Mulino, Orlov e il gatto che si crede una pantera"
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Messaggioda birillino8 il dom giu 17, 2007 4:49 pm

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Buio
Milano, Rizzoli 1999[/align]

Sei racconti sulla violenza sui bambini.

Ha vinto il premio Strega 1999


leggi racconto.....Il bambino Grammofono e l’uomo piccione
Il padre l'ha chiamato Grammofono. È piccolo per la sua età. Ha le orecchie a sventola e una faccia tutta punte con due occhi accesi e mobili.
Grammofono, detto Grani, compie fra pochi giorni
sette anni. Quando cammina, saltella. Quando ride, si piega in due perché ridere gli fa venire mai di pancia.
Soffre di una rinite cronica e ogni tanto il naso prende a colargli
irrefrenabilmente. Allora lui si pulisce col dorso della mano che poi si stropiccia contro i pantaloncini corti.
La madre gli dice che lascia tracce lucenti come le lumache. «Invece che Grammofono dovevamo chiamarti Lumachino. E ride, facendogli il solletico. La madre ha solo ventitre anni e con questo figlio ci gioca come con un compagno un po' goffo e buffo. Lo afferra per le orecchie, gli soffia in bocca, lo solleva da terra come fosse un cagnolino, o si diverte a farlo cadere lungo disteso con uno sgambetto inaspettato.
Il padre non è quasi mai a casa. Nessuno sa che lavoro faccia. Esce di mattina e torna la sera, quando torna. Porta i capelli lunghi sulle spalle, qualche volta stretti da un laccetto colorato. «È bello come Cristo» dicono di lui i negozianti quando lo vedono entrare per comprare il latte e i biscotti al suo bambino.
A Gram piace giocare con il. lungo orecchino in forma di minuscola campana che pende all'orecchio del padre: «posso tirare, pà?».
«No che mi fai male, Gram.»
«Posso fare din don?»
«Lo faccio io, guarda.» E scuote la testa in modo che l'orecchino ciondoli e suoni proprio come una campanella gioiosa.
Anche la madre si assenta spesso e non torna che a sera inoltrata. Il bambino rimane solo a giocare con i trenini. Ne ha una decina che corrono come frecce sui binari che il Padre gli ha amorevolmente sistemato lungo i corridoi di casa.
Ogni tanto Gram esce sul balcone e rimane incantato a guardare i piccioni che svolazzano in su e in giù cercando cibo. A volte urla «attento» verso un piccione particolarmente ardito che si posa in mezzo alla strada per raccogliere una briciola di pane nell'intervallo fra una macchina e l'altra. Il bambino si porta una mano al cuore come per calmarlo: se la bestiola venisse schiacciata dalle ruote di una auto gli salterebbe tanto nel petto da uscirgli di bocca. Ma i piccioni si salvano sempre: riescono a scappare in volo proprio un attimo prima che l'auto li investa. Allora Gram sorride contento e caccia indietro le lagrime che già gli spuntavano sotto le palpebre.
Una mattina, mentre segue il volo dei piccioni, vede arrivare sul terrazzino una pietruzza. Da dove può venire? Guarda verso il cielo ma non sembra che piovano pietre. Spia in basso, verso la strada, ma, salvo le macchine,non vede niente di anormale. Forse verrà dai giardinetti, al di là della strada. Infatti, spingendo lo sguardo sotto i platani, scorge un uomo seduto sopra una panchina che lo sta osservando. Raccoglie pietruzze da terra e ci gioca, facendole saltare sopra le ginocchia. Da lontano il grigio della giacca luccica come fosse di piume iridescenti. Le scarpe gialle, poi, assomigliano a delle zampe di uccello. Che sia un piccione gigante?
Da quel giorno Gram si precipita, la mattina, a guardare fuori dalla finestra per vedere se il piccione gigante sia ancora lì. E sempre lo trova allo stesso posto, seduto sulla panchina a giocare con le pietruzze mentre guarda in su verso di lui.
Una mattina verso le undici, ché quella è l'ora in cui lo vede arrivare, Gram si rende conto che il piccione gigante gli fa dei segni con le dita che ruotano come fossero cento anziché dieci.
La sera ne parla con la mamma: «c'è un piccione che mi guarda dal giardinetto e fa delle ruote con le dita».
«Le dita, un piccione?»
«È un piccione grande, un po' uomo, un po' uccello. »
«E come è possibile?»
«Ha le scarpe gialle. I piccioni possono avere le scarpe gialle?»
«La tua non è una testa di bambino, è una trottola. Fermala un poco, Gram, mi fai venire il mal di mare.»
Il giorno dopo, l'uomo è ancora lì e gli fa un sorriso che sembra l'aprirsi e il chiudersi di un becco. Non si muove dalla panchina e pare preso da una stanchezza mortale. Si porta spesso la mano alla fronte come per cacciare un pensiero fastidioso. I capelli - o sono le piume della testa - gli scivolano sulla fronte e lui li caccia indietro aprendo le dita a rastrello. Quando l'uomo vede che il bambino lo osserva, riprende i suoi giochi con le dita che si aprono a ventaglio, e si richiudono ruotando, soffiando piume.

Ma ora il segno si fa più chiaro. «Scendi giù» gli dice l'uomo piccione e Gram lo guarda ammaliato. Poi, improvvisamente decide di disobbedire alla mamma: si infila le scarpe da ginnastica rosse, scende a precipizio le scale, attraversa la strada dopo avere diligentemente guardato a destra e a sinistra e si avvia verso i giardinetti. Quando arriva alla panchina vede l'uomo piccione che apre il becco per dargli A benvenuto. Ha gli occhi tondi e neri e lo scruta con una attenzione che non ha mai visto nello sguardo degli adulti.
«Ciao, ti aspettavo.»
«Sei un piccione, tu?»
«Sì e tu?»
«No, io sono Gram.»
«Che nome è Gram?»
«È mio nome.»
«Allora, Gram, ti piacciono i piccioni?»
«Sai anche volare?»
«Qualche volta.»
«Chissà come ride la mamma quando le racconto di un uomo piccione che sa anche volare»
«No, se vuoi vedermi volare non devi dire niente alla tua mamma.»
«Ma perché?»
«Perché le mamme non capiscono niente di queste cose»
«Allora lo dico al papà.»
«Assolutamente no. Hai mai visto un papà che vola?»
Il bambino ci pensa sopra. Non trova risposta. Intanto sente un'ala dell'uomo che si posa sulla sua spalla, leggera e protettiva.
«Vuoi diventare piccione anche tu?»
«Io no. Ho paura di volare.»
«Prova a fare così con le braccia.»
E bambino solleva le braccia e le agita come vede fare all'uomo.
«Potresti provare a volare un po'. Se poi non ti piace, smetti.»
«Ma se ho paura?»
«Non avrai paura accanto a me che volo da anni.»
«E dove si vola?»
«Lassù. La vedi quella collina? lì dove ci sono quei pini fitti fitti, li vedi? lì si vola. Andiamo.»
«Ma io ... »
«Vieni, ti dico.»
L'uomo piccione prende per mano il bambino Grammofono e lo conduce verso una automobile parcheggiata all'angolo della via.
«Ma ci andiamo in macchina?»
«Sì, per raggiungere quei pini ci vuole la macchina. Se andassimo a piedi sai quanto ci metteremmo? un anno.»
«E non possiamo volare da qui?»
«Non si può volare in salita. Solo in discesa.»
«Allora andiamo.»
L'uomo apre lo sportello, lascia che il bambino salga e richiude abbassando con un gesto deciso la sicura. Poi entra al posto di guida e mette in moto. Il bambino lo guarda e vede che i capelli sono proprio delle piume grigie, da piccione maturo.
«Ce l'hai la mamma, tu?» gli chiede.
«Certo. Una mamma picciona. Pesa cento chili.»
«Anche il papà?»
«Il papà è morto. Qualcuno se l'è mangiato.»
«Si mangiano, i piccioni?»
«Certo, arrosto.»
«E chi li uccide?»
«Io.»
«Non è vero... Qui, dove siamo?»
«Stiamo salendo in piccionaia.»
«Ci saranno molti piccioni?»
«Moltissimi.»
«Ecco gli alberi. Sono proprio alti. Ma i piccioni dove sono?»
«Adesso arrivano. Ma ora levati la maglietta e i pantaloncini.»
«E perché?»
«Perché se ti spuntano le piume, sotto i vestiti non si vedono.»
«Non mi va.»
«Levateli, ti ho detto.»
Il bambino si agita sul sedile. Possibile che l'uomo abbia cambiato voce? Non è più il gorgoglio gentile del piccione che esce dalla sua bocca, ma il suono rauco e cattivo del corvo affamato.
«Dove sono i piccioni?»
«Ora arrivano.»
«Mi fai vedere come voli?»
«Ora basta con questa storia, levati la maglietta, se no te la levo io»
«No.»
Arriva un ceffone. Il bambino si porta le mani al viso arrossato. Le lagrime gli scivolano giù per le gote.
«Voglio tornare a casa» dice Piagnucoloso. L'uomo gli sbatte il dorso della mano sulla bocca. E bambino tace allibito.
L'uomo ora ha fermato la macchina fra due cabine dei lavori stradali, sprangate. Non c'è nessuno in giro fra quei pini. Le mani pennute si allungano verso il bambino; gli allargano il collo della maglietta, gli slacciano la cintura dei pantaloncini. Il bambino prende a scalciare disperato. L'uomo gli torce un braccio fino a fargli perdere il respiro. Poi arriva un altro schiaffo e un altro ancora. Il piccolo Grammofono ha gli occhi velati. Non ce la fa neanche a piangere. Ma continua a tirare calci.
L'uomo ora gli è addosso. Lo tiene stretto. Gli urla
nell'orecchio: «se continui a tirare calci ti ammazzo».
E bambino gli dà una ginocchiata nel ventre. L'uomo urla di dolore. Prende il bambino per il collo e stringe rabbiosamente le dita sulla giugulare.
Intanto un piccione si è posato con leggerezza sul cofano della Bravo celeste. Ha le piume di un bellissimo grigio fosforescente e A becco giallo, screziato.
Il piccione volge lo sguardo distratto dentro la macchina mentre si riposa dal volo e vede un uomo che singhiozza e sussulta mentre, stretto a sé,tiene un bambino dal capo reclinato e molle.
La mattina dopo lo spazzino trova il cadavere di un bambino mezzo nudo, con le scarpe da ginnastica rosse ai piedi nella pineta sopra la città.

Intanto papà e mamma Pazzariello hanno sporto denuncia per la sparizione del figlio di sette anni, Grammofono Pazzariello. Chi ha visto il bambino uscire dal
portone? chiede disperato il padre, scuotendo la testa e facendo ballare il lungo orecchino in forma di campanella.
Sul tavolo della commissaria Adele Sòfia arrivano insieme le due carte: quella che denuncia la sparizione del bambino e quella del ritrovamento del cadavere da parte dello spazzino comunale.
Vengono Interrogati gli abitanti del palazzo in cui viveva il. piccolo Grammofono Pazzariello. Intanto si prepara l'autopsia. La quale rivelerà, a tre giorni di distanza, che il bambino è stato violentato e ucciso fra le undici e le tredici del tre maggio.
Nel frattempo gli uomini del commissariato di zona stanno spulciando i registri per vedere se ci sono state denunce per molestie sessuali nel quartiere. Ma risulta che i due casi più recenti di "aggressioni" hanno come autori due bambini di dodici e tredici anni che sono ancora chiusi in riformatorio.
Al terzo giorno la giovane madre, che non smette di piangere, si ricorda che A figlio le ha parlato di un uomo piccione che lo guardava dai giardinetti.
«Cosa voleva dire, suo figlio, con "uomo piccione"?» chiede la commissaria alla donna.
«Non lo so. Mi ha chiesto se i piccioni possono portare scarpe gialle.»
«Non pianga più, signora, la prego, cerchi di ricordare, è importante: quante volte suo figlio le ha parlato di quest'uomo?»
«Una volta sola. Ma io non l'ho preso sul serio. Pensavo ai piccioni... come ho fatto? come ho fatto? l'ho ucciso io, signora commissario, l'ho ucciso io ... »
«Non dica sciocchezze. L'ha ucciso una persona precisa, con nome e cognome, che ritroveremo. Perché suo figlio chiamava quell'uomo piccione?»
«Non lo so ... »
«Gli piacevano i piccioni a suo figlio?»
«Molto. Stava ore sul balcone a guardarli volare.»
Ma la commissaria Adele Sòfia viene interrotta d'urgenza dall'ispettore Marra che ha trovato una testimone. «Vengo subito. Chi è?»
«E la fornaia, dice di aver visto un uomo che si allontanava con un bambino.»
La donna ha un negozio di fianco ai giardinetti. Da dietro i vetri ha seguito con lo sguardo un uomo, tutto vestito di grigio, con le scarpe gialle, seduto sulla panchina che giocava con la ghiaia. Verso le undici e mezzo l'uomo è entrato in negozio, dove ha comprato del pane poi è tornato alla panchina e ha iniziato a sbriciolarlo dandolo da beccare ai piccioni.
«Verso mezzogiorno, forse mezzogiorno e un quarto, l'ho visto allontanarsi mano nella mano con un bambino. Non so se fosse il piccolo Gram, non ci ho badato. Pensavo che fosse suo figlio. Magari aveva aspettato che uscisse da scuola. Lei sa che, a duecento metri dai giardini, c'è la scuola elementare Anna Kuliscioff.»
«Cerchi di ricordare i particolari. Più o meno che età aveva?»
«Sui quaranta. Poco più o poco meno.»
«Capelli?»
«Grigi.»
«Ricci o lisci?»
«Lisci, anzi gli cascavano continuamente sugli occhi e lui faceva un gesto con la mano per tirarli su. Lo faceva spesso, questo gesto, l'ho notato.»
«Occhi?»
«Non ricordo il colore. Mi pare grigi, ma forse castani.»
«Naso?»
«Aquilino, a becco, direi.»
«Bocca?»
«Labbra sottili, senza colore. Un bel sorriso.» a anche sorriso comprando il pane?»
«Sì, ha sorriso e ricordo di avere pensato: che bel sorriso contagioso! Infatti mi è venuto pure a me di sorridere»
«L'aveva già visto altre volte quest'uomo?»
«No, mai. Da due o tre giorni veniva la mattina verso le undici, si sedeva sulla panchina e ci rimaneva fino al'una, all'una e mezzo e poi se ne andava.»
«Quindi lei lo teneva d'occhio?»
«Senza volere, forse. Ogni tanto mi capitava di guardare se fosse ancora lì.»
«E che faceva su quella panchina?»
«Niente. Guardava in alto.»
«In alto dove?»
«In alto, verso la casa del povero bambino.»
«Ma questo lei l'ha ricostruito a posteriori. Allora dove le sembrava che guardasse?»
«Non me lo sono chiesto. Ho visto che guardava in alto, verso destra.»
La commissaria prende il disegno dalle mani del grafico chiamato a fare l'identikit, e lo porge alla fornaia: «lo riconosce?».
«No, è più chiaro. E senza quelle rughe.»
«Allora, è più giovane?»
«No. Di faccia è giovane, ma ha qualcosa di vecchio... non so... forse il modo di stare seduto, un po' curvo in avanti come se avesse paura di venire picchiato.»
«Di che colore aveva le scarpe?»
«Gialle, l'ho notato, del tipo inglese, di un bel cuoio lustro e pesante»
«Ha pensato che fosse un poveraccio senza arte né parte o le è sembrato un benestante che prende aria ai giardinetti?»
«No, non ho pensato che era un poveraccio. D'altronde aveva una bella macchina nuova nuova parcheggiata in fondo alla strada.»
«Ha visto anche questo? meno male che ci sono persone come lei che osservano tutto. E di che tipo era la macchina? l'avrà certamente notato.»
«Era una Bravo celeste.»
«E per caso ha visto anche la targa?»
«No, non ci ho fatto caso. Io guardavo lui, non la sua macchina. Ho visto che usciva da una Bravo celeste, l'ho notato perché mio marito se la voleva comprare uguale, ma poi ci siamo tenuti la vecchia Panda. Ho pensato: questo non è del quartiere. Infatti non l'avevo mai visto prima.»
«Bene, non rimane che scrutinare tutte le Bravo celesti di recente immatricolazione. Lei può andare, signora. Probabilmente la richiameremo per un confronto. Rimane in città in questi giorni, spero»
«E dove vuole che vada, ho tanto da fare col forno, io.»
«Lei conosceva il bambino ucciso, Grammofono Pazzariello?»
«Come no! chi non h conosceva quelli lì.»
«Perché dice "quelli W' storcendo la bocca?»
«Erano strani: il padre con quei capelli lunghi, l'orecchino a forma di campanella, sempre vestito di jeans e giubbotto, con due draghi tatuati sul braccio. La madre, una piccoletta che sembrava la sorella del bimbo, vestita come una tredicenne, i calzettoni arrotolati, le scarpe da tennis bianche, i pantaloni aderenti, la treccia sulla schiena. Erano belli tutti e due ma sciagurati. Quel bambino piccolo piccolo lo lasciavano sempre lì sul balcone da solo. Non usciva mai. Ogni tanto la madre se lo abbracciava, se lo baciava, lo portava via con sé. Ma normalmente se lo dimenticava per intere giornate dentro quell'appartamento al primo piano. Sa quante volte ho pensato di chiamare la polizia, ma poi mi dicevo: non ti impicciare, Margherita, al solito tuo, lasciali perdere, non sono fatti tuoi. Adesso però mi pento di non averlo fatto. A quest'ora il bambino sarebbe vivo.»
Due giorni dopo Adele Sòfia tiene fra le mani l'elenco di una ventina di persone proprietarie di Bravo celesti.
Vengono controllati i nomi, le età, le abitudini, gli alibi. Alla fine di un grosso lavoro di selezione rimangono solo quattro sospettabili: un infermiere di trentotto anni che dichiara di essere rimasto quella mattina del tre maggio in ospedale fino alle due, contraddetto da un altro infermiere che dice di averlo visto uscire verso mezzogiorno; un fabbro di quarant'anni che vive solo, dopo avere perso la moglie e il figlio in un incidente d'auto, dichiara di non essere uscito di casa quella mattina ma non ha nessuno che possa testimoniarlo; un insegnante che in quelle ore risulta essere stato a scuola, ma un bidello assicura che spesso si assentava senza che nessuno ci trovasse niente da ridire; e infine un commerciante all'ingrosso che ha comprato la macchina appena da un mese e possiede pure un paio di scarpe gialle.
I quattro vengono invitati in commissariato e mentre parlano con l'ispettore Marra, da dietro uno specchio trasparente Adele Sòfia indica alla fornaia - che per l'occasione si è messa il cappello della domenica - ad uno ad uno i proprietari delle auto sospette. Ma la fornaia, che pure ha dimostrato di avere un occhio acuto e una memoria di buona lega, nega di avere mai visto quegli uomini ai giardinetti di fronte al suo negozio.
«Ne è sicura?» chiede Adele Sòfia alla donna che, sudata, continua a scrutare quei volti scuotendo ostinata la testa incappellata.
«Così, siamo punto e da capo. Mi ridia la lista dei proprietari di Bravo celesti, Marra! »
«Ecco, ma abbiamo già controllato.»
«Un momento. Qui però vedo due cancellature. Che vuol dire?»
«Si tratta di due persone che stanno lavorando con noi. Una, la dottoressa Pargoli e l'altro, l'assistente sociale Paolo Crinale»
«Hanno comprato di recente una Bravo celeste?»
«Si, ma ... »
«Quanti anni hanno?»
«Lei, cinquantasei. Lui, quarantuno.»
«Lasci pure stare la Pargoli. Vada subito a prendere l’altro, il Crinale.»
Paolo Crinale arriva al commissariato con l'aria offesa. Porta pantaloni larghi, celesti e una bella giacca bianca. Ha i capelli grigi pettinati all'indietro, appiccicati alla cute con l'acqua.
«Li porta sempre così i capelli, lei?»
«Sì perché?»
«Dove stava il tre maggio fra le undici e le tredici?»
«Ero in ospedale, coi miei bambini down. Ma perché
me lo chiede?»
«Lei conosce la vicenda del bambino trovato strangolato. Mi scusi ma non possiamo avere riguardi. Dobbiamo interrogare tutti coloro che hanno comprato recentemente una Bravo celeste.»
«Giusto, lei fa il suo dovere, commissaria. Ma mi peri farle notare che io sono parte in causa in questa Ho partecipato, assieme coi suoi uomini, alla indagine sull'assassino.»
«In che veste?»
«In veste di assistente sociale. Io conosco questi ambienti e chi li frequenta. Conosco anche parecchi pedofili. Ho dato un elenco dei sospetti all'ispettore Marra. Ora non potete mettermi nel mazzo con gli altri.»
«Lei ha comprato di recente una Bravo celeste?»
«Signora commissario, ci sono altre trecento persone in questa città che possiedono una Bravo celeste come la mia.»
«Le abbiamo già controllate tutte, salvo la sua. Quando l'ha comprata?»
«Quattro mesi fa... Vorrei farle notare che io sono un assistente sociale. Lavoro per l'ospedale, per voi. Godo della fiducia dell'amministrazione comunale. Se mi mettete in cattiva luce, anche solo per un sospetto, io rischio di perdere il posto, signora commissaria, ne tenga conto»
«Ne terrò conto»
«Non faccia i soliti errori per cui siete famosi.»
«Cosa intende dire?»
«Mettete la gente in galera per un nonnulla, date retta alle parole di pregiudicati senza scrupoli, negli interrogatori torturate la gente ... »
«Saranno i giudici a decidere.»
«Peggio mi sento. Io temo i giudici, signora. Da un po' di tempo c'è aria di caccia alle streghe. Questo è un regime che inquisisce chi non si adegua... Non vorrei, per avere comprato una Bravo celeste, finire sbattuto in carcere ... »
«Mi dica dove si trovava fra le undici e le tredici del tre maggio scorso»
«In ospedale, gliel'ho detto. Io lavoro coi bambini down.»
«E non si è preso qualche giorno di licenza in maggio?»
«Tre giorni, sì, ma in aprile, non in maggio.»
«Be', controlleremo il suo alibi.»
«Allora posso andare?»
«No, un momento. C'è qui una testimone che ha visto l'uomo in questione allontanarsi col bambino. Solo un piccolo confronto con lei e poi la lascio andare.»
«No, scusi, ma io devo proprio tornare all'ospedale. Se poi un bambino down si fa male perché ero assente, vengo arrestato, si rende conto?»
«Si tratta di un minuto. Vada a chiamare la fornaia» dice all'ispettore Marra e si caccia in bocca un pesciolino di liquirizia. «Ne vuole uno?»
Ma l'uomo non le dà retta. Si dirige rapido verso la porta deciso ad andare via. Sulla soglia si scontra con la fornaia che alza subito il dito gridando: «è lui, commissaria, lo riconosco».
«Questa è una pazza scatenata; la tenga al suo posto, commissaria, io devo tornare in ospedale. Arrivederci!»
Ma due mani robuste lo trattengono. Nell'urto un ciuffo di capelli grigi si stacca dal cranio e gli scivola sugli occhi. L'uomo automaticamente lo ricaccia indietro aprendo le dita a rastrello.
«Ha visto, commissaria, lo stesso gesto che le avevo descritto. È proprio lui.»
«Che nessuno mi metta le mani addosso» dice con voce dignitosa l'uomo che improvvisamente, con i capelli per aria e la schiena curva, il naso a becco, si trasforma in un enorme piccione dall'aria inferocita.
«Che nessuno mi tocchi» insiste. «Mi dichiaro prigioniero politico.»

Dacia Maraini - Da "Buio"

leggi critica....Il Messaggero 11 febbraio 1999

Libri choc/Dacia Maraini parla di «Buio », dodici racconti nati dalla cronaca
di Luigi Vaccari

«La violenza sull'infanzia è un tema che mista molto a cuore », dice Dacia Maraini. «Io », aggiunge, «scrivo sempre inseguendo delle immagini. E l'immagine di una bambina che, camminando per strada, risveglia le fantasie sessuali di un uomo è qualcosa che mi strazia ».
Lo strazio è una reazione di questi ultimi anni o si riallaccia alla sua fanciullezza, alla sua adolescenza?
«Probabilmente è un sentimento vecchio ».
Ha subìto delle attenzioni morbose, in quegli anni?
«Non ho vissuto le esperienze terribili che racconto nel libro. I bambini delle mie storie sono dei poveri disgraziati cresciuti in ambienti moralmente degradati e in famiglie infelici. Ma quel genere di violenza l’ho sofferto anch'io sulla mia pelle, perché qualsiasi bambina sa che esiste e la vive come paura ».
II libro è Buio, da ieri in libreria: 12 racconti che nascono dalla cronaca, alla quale si e ispirata, ma della quale non si e appropriata, sottolinea la scrittrice fiorentina. «Intanto sono diversi i nomi. Poi le narrazioni non rispettano sempre la realtà dei fatti. "Il pastore Ahmed e le tre ragazze nel bosco", per esempio, si conclude in modo diverso, perché troppo spesso gli arabi vengono incolpati di crimini che non hanno commesso ».
Ha scritto questi racconti in quattro mesi: «Di solito impiego tre anni per scrivere un libro. Queste storie sono venute fuori una dietro l'altra, pressanti, dalla penna ». E narrano i tragici destini di Alicetta, nove anni; di Grammofono detto Gram, neanche sette; di Viollca, albanese, 12 non ancora, compiuti, di Agatina, otto... Ma anche di donne adulte: Macaca; suor Attanasia, sorella della Carità in Cristo.. Tutti vittime di aggressioni sessuali, picchiati, stuprati, i più uccisi; e i sopravvissuti sono morti nel cuore e nella mente e i corpi sono diventati di pietra.
II racconto Ha undici anni, si chiama Tano si chiude con questo dialogo: «Bisognerebbe sempre credere ai bambini prima che agli adulti ». «E se mentono? ». «Vale la pena di correre il rischio ».
Anche se può portare sul banco degli imputati un innocente?
«II rischio esiste. Ma penso che si debba correrlo. Ho nella mia libreria tanti saggi di studiosi americani e anglosassoni che hanno affrontato questa piaga terribile, frequentissima soprattutto in famiglia. Quella di Tano e una storia esemplare: denuncia il padre di abusare sessualmente dei figli e della figlia, e nessuno gli crede. La polizia svolge le indagini, parla con la madre, ma la madre è d'accordo col padre. E fino a che non si arriva all'assassinio, nessuno presta ascolto alle parole di Tano. La gente non vuole credere ai bambini, perché le loro accuse mettono in discussione l'istituto familiare ».
Convegni, dibattiti, libri e tavole rotonde non hanno prodotto nulla. La violenza sull'infanzia è sempre di più cronaca quotidiana...
«Servono per conoscere. E per affrontare un problema bisogna conoscerlo. Sappiamo ancora troppo poco. Sigmund Freud, quando si e trovato davanti alla ripetizione continua di un feno- ' meno così spaventoso, ha preferito pensare che fosse una fantasia ». Molti crimini, annota Dacia Maraini, accadono per la cecità, la sordità e il silenzio di tanti che vedono, ascoltano e tacciono. "Siamo vili", dice la commissaria Adele Sofia: "ognuno per se e male per tutti".
Ma i testimoni che collaborano, quelli che "hanno fatto la spia alla polizia", sono spesso abbandonati al loro destino e a ogni possibile ritorsione o vendetta. Quanto incide questo atteggiamento sulla cecità, la sordità e il silenzio?
«Un poco, sicuramente. Ma e anche vero che all'interno della famiglia sopravvive una cultura antichissima, secondo la quale i figli sono di proprietà assoluta, anche fisica, dei genitori: soprattutto del padre che, una volta, anche per la Legge, poteva uccidere la figlia che disonorava il nucleo familiare; e aveva un diritto di vita e di morte anche sulla moglie. La Legge non esiste più. Ma quella cultura e rimasta ».
Sente di dover rimproverare qualcosa ai mezzi d'informazione? Giornali e Televisioni hanno delle responsabilità?
«Se parlano di questi abusi con morbosità, e qualche volta accade, sì, ne hanno. Avrà notato che mi sono mantenuta molto casta, in questi racconti. Potevo benissimo darci dentro. L'ho evitato, perché mi ripugna ».
"Un numero suI braccio" narra di Mara Grado che, dopo 55 anni, a Buenos Aires riconosce, dalla voce, Hans Kurtmann, l'aguzzino di Auschwitz, "il più brutale fra le SS del campo", e "il ricordo si fa drago nella sua anima, si fa lupo e la insegue impietoso". La protagonista di questa storia pensa che non ci siano parole possibili tra carnefici e vittime, neanche dopo 50 anni di vita. Lei esclude il perdono?
«Lo nego quando il carnefice non fa un serio esame di coscienza, in senso cattolico se vuole. È indispensabile una macerazione sincera. "Se almeno avessi usato una volta la parola 'dispiacere"', dice Mara Grado all'aguzzino Pensavo a Erich Priebke, non ha mai detto: "Mi dispiace" ».
Manca forse un racconto sul lavoro minorile. Non è, questo tipo di sfruttamento, un'altra forma di violenza?
«Negli ultimi due anni sono stata colpita dalle immagini che i giornali mi rovesciavano addosso tutti i giorni: quelle più tragiche riguardavano la sessualità ».
Buio ripropone, dopo che era già apparsa nel romanzo Voci. la commissaria Sofia, che ha accanto l'ispettore Marra.
È la nascita, magari anche in una prospettiva cinematografica o televisiva, di una nuova coppia di investigatori?
«No, per niente », risponde Dacia Maraini. E spiega: «Mentre scrivevo queste storie efferate, sentivo un bisogno assoluto di giustizia. Occorreva che si concludessero tutte con la scoperta del colpevole. Per me era importantissimo. Ho sempre avuto, fin da bambina, questa urgenza. All'inizio i due investigatori non c'erano. Poi ho visto che mi mancava la soluzione. Mi era assolutamente necessaria: i racconti finiscono tutti con la scoperta del colpevole, E questo mi appaga: mi dà un senzo di giustizia »

Luigi Vaccari

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Gazzetta del Sud, 2 marzo 1999

Le storie spezzate di bambini violati
di Giuseppe Amoroso

Seduto su una panchina di un giardinetto, un uomo dalla giacca grigia, luccicante, come fatta di piume iridescenti, e dalle scarpe gialle, simili a zampe d'uccello, lancia sassolini verso il balcone dal quale il bambino Gram, solo in casa per l'intero giorno, guarda con amore il volo dei piccioni. Che sia un piccione gigante, quell'uomo sempre fermo, ogni mattina, al suo posto, a giocare con le pietruzze e a sorridere con un sorriso che sembra «l'aprirsi e il chiudersi del becco »? Ha inizio il primo dei dodici racconti di «Buio », di Dacia Maraini: un viaggio nel tunnel di una delle troppe violenze del nostro oggi, quella compiuta sull'infanzia e sull'adolescenza.
Da Voci, il romanzo del '94, esce il commissario Adele Sòfia e prende le redini delle indagini, in questo nuovo libro segnato da una prosa scarnificata, priva di ogni indulgenza verso il complementare, il posticcio, ed esaltata dalla sua stessa pietrificata forma, dalla misura secca, determinante con cui affronta le situazioni più scabrose e sdrucciolevoli. E sono numero soltanto i poveri esseri destinati allo sfruttamento, alla sopraffazione, come Viollca, bambina albanese sottratta all'affetto dei suoi con la promessa di un sogno che si trasforma in incubo. Verso questo punto del non ritorno Viollca va, ingenuamente, cullando fra le braccia il suo orsacchiotto di peluche. Un «nano buffo » e forse «un cane trasformato in uomo » sono i primi personaggi di quell' «infinito paesaggio roccioso » nel quale la giovane sprofonda.
Ruotano le figure, ma identico è il tormento della solitudine, il glaciale abbandono di chi ha subìto la furia di un «corpo che preme e aggredisce »: e suor Attanasia, dopo lo stupro, si raccoglie intorno al suo pesante e dolce segreto, il bimbo che deve nascere, nel convento di Taoudéni, ai confini con l'Algeria; ma l'attende la morte, mentre per tutta la notte un gallo canta per lei il suo «amato e squillante canto di dolore ».
Come saettati dall'inesorabilità dello stesso male che imperversa infinito, funestando l'esistenza, altri personaggi irrompono con le loro storie disfatte, filamenti di sventure che si perdono in una sfera di delirio e di tenebre: la «macaca » vessata dal marito; Alicetta, con la sua faccia di ranocchia, bambina schizofrenica che si risveglia dall'abituale silenzio solo quando il nonno va a trovarla nella clinica in cui è ricoverata e dove viene trovata cadavere, nel suo letto, in circostanze misteriose; Carmela, che uccide, per legittima difesa, il coniuge, professore universitario in apparenza gentile, integerrimo, dedito all'insegnamento con generosità e passione, ma, nella sostanza, «piccolo impostore davanti a Dio »; Tano, il bambino che accusa reiteratamente il padre di abusi sessuali, a dispetto delle testimonianze di tutti i membri della famiglia, coalizzati nel mentire.
Agile. desideroso di indirizzarsi alla Comunicazione immediata, il taglio dei racconti si muove dal breve intreccio. atteso da un finale drammatico, al dialogato imperante, nelle cui battute si infila la serrata ricerca della verità; dalla memoria che un fortuito incontro fa inabissare negli orrori di un tempo oscuro, scoprendo che «mon ci sono parole possibili fra carnefici e vittime », a un viaggio che deve dare serenità e che invece conduce a una morte come «sigillo d'amore ». Passaggi squallidi, il volto «imbronciato » del sole, una rete di minimi fatti, sempre più significanti, bastano a costruire lo scenario per avvenimenti resi ancor più tragici da certi effetti contati, essenziali, quasi scolpiti nel marmo, che l'autrice riesce a ricavare senza mai concedere alcunché alla teatralizzazione, bensì dosando con equilibrio vicende o commento, cauta suspense e indignazione.
Qualche volta Dacia Maraini usa pure espedienti cari al romanzo popolare, si pone al di fuori della rovente materia del testo, amministra con noncurante eleganza il proprio compito di regia, fa uscire manifestamente di scena (si legga «Chi ha ucciso Paco Gentile? ») un personaggio ininfluente, definisce con adeguata rapidità e giusto controllo dei dettagli la figura di Adele Sòfia, fa coagulare al momento decisivo l'estro di qualche sentenza e distribuisce sincerità e recita.
Come nei più ermetici gialli, anche qui un particolare può schiudere l'ingresso alla luce: ma il bersaglio primario rimane la scoperta della presenza del male, di quel «buio » che spinge, ad esempio, qualcuno a uccidere tre ragazze indifese, in gita per i boschi, o una nonna a condurre la propria nipotina verso la grande casa piena d'ombre, in cui un vecchio notaio si muove con grazia melliflua.
La violenza supera ogni pietà, si maschera e colpisce; non ha soste, cedimenti, è inesorabile così come la pagina di «Buio » che la pedina e l'imprigiona in una trascrizione nuda, ma non documentaria né friabile, neutralizzando pure lo schematismo del suo ripetersi fatale mercé il calibrato spostamento di gesti e situazioni e atmosfere. E soprattutto grazie a quell'andare delle storie all'inesorabile fine secondo traiettorie di continuo sovvertite, ora sfumate e indecifrabili, ora confitte come lame nel ruvido cuore di vite dannate.
E se alcuni indimenticabili protagonisti conquistano uno spazio fermo nella scacchiera del libro, anche le apparizioni di transito, fuggevoli lampeggiamenti dello scenario, hanno una loro consistenza marmorea, tardano a sparire, indugiano per un tempo più lungo del loro fiato di vento: una vecchia che, guardando fisso, mostra rughe talmente concentrate intorno agli occhi da farla apparire come «una bertuccia sbalordita mentre spia da un ramo di qualche foresta tropicale », la pasticciera detta Agonia, per l'eccessiva magrezza e per le occhiaie che le scendono fino in bocca; e Hans Kurtmann, ufficiale nazista, che, invecchiato, ha cambiato nome, paese, lingua, mestiere e «mon ha imparato proprio niente, nemmeno a dirsi la verità ».

Giuseppe Amoroso

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Bresciaoggi, 10 aprile 1999

Dodici storie di cronaca vera: piccoli e grandi inferni
ordinari indagati con sguardo lucido e attento

Dacia, la verità oltre il «buio »
di Piera Maculotti

Bisogna scoprire la verità. È questo l'impegno — professionale ma anche morale di Adele Sòfia, commissaria di polizia. Dare un nome ai tanti anonimi volti che la violenza assume quando arriva sul suo tavolo: delitti, sevizie, stupri... Denunce di casi ingarbugliati, un triste buio su cui bisogna far luce. È proprio così —Buio —si intitola l'ultimo libro di Dacia Maraini, dodici racconti ispirati alla cronaca, dodici storie vere, reinventate dalla penna della scrittrice, indagate dallo sguardo lucido e attento della commissaria. Pensosa e decisa, battagliera e discreta,Adele Sòfia — figura già presente nel romanzo Voci — con il suo caparbio indagare tra rabbia, pietà e serietà professionale, è il fIlo che lega questi pezzi di vita distanti e ugualmente intensi. Il bambino piccolo piccolo, sempre solo a rincorrere il volo di qualche piccione; un giorno un "piccione gigante" dai capelli grigi gli sorride, lo chiama, lo invita... È una "trottola" la testa del piccolo bambino solo; gira spensierata e felice dell'invito di quello strano "piccione maturo": «l'ala dell'uomo che si posa sulla sua spalla è leggera e protettiva » e salire sulla collina per provare a volare, in quei caldi giorni di maggio, dev'essere proprio un bel gioco. Il cadavere di un bimbo mezzo nudo, violentato nella pineta sopra la città, è il primo caso che impegna Adele Sòfia.
Ma la pedofilia non è solo violenza estrema e cieca; e non è solo esterna alla famiglia. «L'ottanta per cento degli abusi sessuali avvengono tra le pareti domestiche »: lo spiega la commissaria mentre interroga la moglie di quell'uomo cordiale e gentile —seducente dicono le donne, buon padre di famiglia, assicura l'assistente sociale —denunciato da uno dei cinque figli per violenza carnale. «Maiali, ossessionati dal sesso » si difende il padre, col totale appoggio della madre,finché un delitto brutale... E brutale è anche la storia delle due Agate: ha otto anni Agatina; è ancora bella la nonna Agata ("malafemmina" la chiama qualcuno), affettuosa e decisa, accompagna la nipotina a guadagnrsi il pane dal canuto notaio, tra le ombre della grande casa. Una storia di squallore e paura; una delle tante che da tempo si ripetono. Sono più nuove — anche se oggi si ripetono e si moltiplicano quelle che hanno come protagoniste straniere giovanissime: Viollca ha dodici anni quando è prelevata dalla sua casa in Albania; ignara, coraggiosa signorina — con il suo orso di peluche stretto in braccio — "va a conquistare l'Italia"; là i signori pagano bene; basta stare buone, sorridere e tacere.
Tace anche Alicetta, chiusa in se stessa, sorda alle parole degli altri; dopo la morte dei due genitori, dopo il distacco dall'amatissimo nonno, nella clinica che l'accoglie, la sua schizofrenia patologica abnorme. Sarà oggetto di una straziante avventura. Nessuno se ne accorge. Tutti sordi e ciechi. Disattenzione, indifferenza; «ognuno per sé e male per tutti » commenta la poliziotta. Anche "Macaca" tace e sopporta, a lungo, in silenzio, i capricci del marito; non riesce a dire basta alle botte e ai baci di un uomo che -per "amore" e per noia — la offre agli amici. Ed è violenza anche contro Paolo, giovane, bello, omosessuale (meglio morto che snaturato...) o contro la ragazza dai tratti dolci e delicati uccisa con una pietra sul greto del Tevere. L'assassino che confessa ha lo sguardo innocente, sembra proprio un uomo ragionevole. E, invece, quell'uomo selvaggio, clandestino -il pastore Ahmedè davvero lui l'assassino? Da chi sono state violentate e strangolate le giovani amiche, allegre e colorate in gita nel bosco? Sangue, orrore; ma la sopraffazione non è solo figlia ,della miseria e dell' ignoranza; abita anche case signorili, magari tappezzate da libri, come quella del rispettabilissimo docente universitario; lavora con generosità e senza risparmio, è affabile con tutti, innamorato della moglie, devoto di una cieca devozione; ma poi, a sorpresa, misteriosi muri di notte... E anche di altri cupi muri, di incancellabili notti parla il libro: non ci sono parole possibili tra carnefici e vittime, anche dopo cinquanta anni di vita; il ricordo del lager è impresso nel cuore e nel corpo; è panico e disprezzo misto a una pietà orribile di fronte alla voce gentile, compìta dell'ex SS, stupido e arrogante criminale; con la stessa ossequiosa gentilezza, nel novembre del '44 compiva il suo dovere di soldato (chi conosce la biografia di Dacia Maraini sa che la sua infanzia ha conosciuto, in Giappone,il campo di concentramento...).
La terribile banalità del male che può albergare in chiunque, la centralità del corpo colpito, la complessità della mente... tutto questo e altro ancora sta dentro il "buio" dei dodici racconti. '"Piccoli e grandi inferni ordinari, narrati da una scrittura straordinariamente rapida e luminosa, e per questo ancor più efficace nel "far luce" sulle buie verità della vita.

Piera Maculotti

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Tuttolibri (La Stampa), 4 marzo 1999

Dacia Maraini, la nostra inviata nelle tenebre
«Buio », dodici storie di ordinaria nefandezza

di Lorenzo Mondo

Il racconto poliziesco, quando non sia puro artificio enigmistico 0 movimentata avventura, è un osservatorio privilegiato sulla società, sulle sue zone violente e parossistiche, inconfessate e oscure. Si apparenta alla cronaca, si sforza di dare ai suoi reperti ordine e coerenza, l'ossatura di una trama. Al racconto poliziesco e alla cronaca nera (non sfuggirà al lettore qualche riscontro preciso) si ispira Dacia Maraini nei dodici racconti intitolati Buio: dove la sua letteratura di testimonianza pili diretta si rivolge ai bambini e adolescenti torturati dagli adulti. Buio è innanzitutto quello più evidente, fattuale, che cala sugli occhi delle vittime, che sottrae la benedetta luce del sole e la gioia di vivere, ma è anche quello che alligna nell' animo degli assassini.
I racconti dispiegano un ventaglio di situazioni che la nefandezza dei tempi, insieme alla forza nuova della denuncia, rendono tristemente ordinari. Abbiamo dunque i raggiri e gli abusi dei pedofili, che arrivano a prevalersi di una bambina dalla mente disturbata (la storia gentile e amarissima di Alicetta), il traffico delle prostitute albanesi, le prevaricazioni nei rapporti coniugali, il rigetto sprezzante dell' omosessuale... Compare anche la guerra che offre un pili ampio scenario, un effetto moltiplicatore alle private crudeltà. E' il caso di suor Attanasia, violentata in Africa durante una incursione di armigeri nel convento, 0 del bambino ebreo che, nel ricordo di una sopravvissuta, continua ad avviarsi verso la camera a gas. Aggiunge turbamento il fatto che la violenza sia praticata 0 inasprita nell'ambito delle comunità che dovrebbero costituire una barriera di tenerezza, di incontaminati affetti: la famiglia e perfino l'istituzione ecclesiastica, che priva suor Attanasia del bambino nutrito con gioia nel grembo violato.
Questa sequela di orrori viene raccontata e indagata con un linguaggio asciutto che vorrebbe essere inesorabilmente referenziale. In realtà la partecipazione affiora, di sfuggita, in tratti indelebili. Come quello del piccolo Gram che, solito a pulirsi il moccio sui calzoncini, lascia tracce lucenti di lumache; come l'insistente richiamo ad animali e oggetti ben oltre la loro risolutiva funzionalità nella vicenda: l'orsetto di peluche, l'ochetta di legno, i piccioni dal celeste piumaggio. In suor Attanasia la confidenza con il pollaio si colora a momenti di «legenda aurea »: quando le uova le scappano di mano e rotolano senza rompersi sul terreno. E' un velo appena di favola che viene a riscattare l'irredimibilità della materia.
Su tutto vigila un commissario donna, Adele Sofia, pili che investigatrice e giustiziera, testimone dei fatti (non mancano nelle sue inchieste le sconfitte). Ci è gia accaduto di trovarla tra i personaggi di un romanzo intitolato Voci. Dacia Maraini ne ha avvertito le potenzialità, ha l'aria di essersene, cautamente, innamorata. Rude e sbrigativa nel tratto, solida e matronale nell'incesso, la veniva paragonata a Gertrude Stein, quella del famoso ritratto picassiano. La suggestione ritorna nei racconti dove viene riferita, nella sua letteralità, alla figura di una giovane cronista di «nera ». E' lei che prende a norma la Stein, ripetendosi come un refrain: «Oggi e oggi e oggi, il giornale e il giornale e il giornale ». Si tratta di un evidente sdoppiamento di Adele Sofia che manifesta un analogo culto dell'esattezza spinta fino a limiti dell'impassibilità, elevata come una difesa e uno scongiuro. In cui e pure avvertibile qualche lieve crepa. Adele, una donna colta, non può fare a meno di interrogar si sul suo strano mestiere che la porta a occuparsi del dolore umano. Le capita di tradire una «pietà rabbiosa ». Venera la sacralità del corpo. Riflette sulla vita e sulla morte che «non è niente, è solo finire di nascere ». E' qualcosa ma troppo poco. Adele sembra un personaggio in fieri (come lasciano intendere le diverse coloriture regionali nel passaggio dal romanzo ai racconti) non interamente scavato, inconcluso. Chiudiamo il libro con il desiderio di saperne di pili suI suo corpo a corpo con il male, sulle sue interrogazioni e risposte. Aspettiamo che Dacia Maraini si risolva a superare il riserbo di Adele, un personaggio che, visibilmente, le appartiene. A infrangere, forse, il suo stesso riserbo.

Lorenzo Mondo

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L' Unità 22/2/1999

Una luce nel buio: bambini tra percosse e riscosse
di Romana Petri

«Avere sempre a che fare col dolore umano, ma che mestiere è? » si chiede il commissario Adele Sòfia che di questi dodici, nuovi bellissimi racconti di Dacia Maraini (intitolati significativamente Buio) è la voce equilibrata e costante. Ma, a guardar bene il cuore di queste storie amare, si scopre che c'è anche chi per vivere in mezzo al dolore è nato, magari grazie a un suo invadente senso della. giustizia; e allora, forse, per equilibrare i cattivi sapori della vita è costretto ad addolcirsi quasi fino a intossicarsi di liquirizie profumate.
Adele Sòfia è una donna forte e coraggiosa, ma è soprattutto un'anima bella che vive il male con l'ottimismo immortale dell'hidalgo sempre pronto a combatterlo pur sapendo che il male è un mostro al quale più teste si tagliano e più ne ricrescono. E in questo libro le teste ricrescono ben dodici volte di seguito, e ognuna di loro si fagocita un essere non solo innocente, ma indifeso e, il più delle volte, niente più che un bambino.
La mostruosità degli adulti può molto sull'eccitabile fantasia dell'infanzia. Un pedofilo può trasformarsi in enorme piccione agli occhi di un bambino di sette anni che dei piccioni è innamorato e per ora ne segue i percorsi nell' aria, i pericoli di morte quando per raccogliere una briciola si confondono tra le ruote delle macchine. Come non seguire un uomo piccione che ci alletta con la promessa di insegnarci a volare?
E lo stesso vale per una bambina albanese gettata nel mondo della prostituzione della periferia romana; all'inizio si lascerà quasi sedurre dall'acqua calda che esce copiosa dal bagno e dal frigorifero pieno di cibi, ma poi, conosciuto a sue spese il perché di quell'abbondanza, «nel buio della stanza aspetta che il suo corpo di sasso torni a farsi di carne ». Certo, qualche volta diventare di pietra può essere una salvezza, ma dalla pietra si rischia di non tornare indietro perché «i sassi non si sciolgono. Rimangono sassi in eterno ».
Ma il male può anche essere il plagio dell'adulto sull'adulto più debole, e la Maraini ce lo mostra con la maestria dell' autentica scrittrice nei racconti Macaca, Muri di notte e Oggi è oggi è oggi. L'abnegazione di sé è pericolosa, annienta chi la propone e può invasare chi la accoglie fino a renderla una specie di dio onnipotente che tutto può sulle sue creature: sottometterle, umiliarle, anche ucciderle in un impeto d'amore. E non mancano in questi racconti di vita e morte prove di grande coraggio come quella di Tano, il bambino di undici anni che ostinatamente continuerà a denunciare il padre per violenza carnale nonostante le minacce di morte. Figura eroica destinata a restare a lungo nella memoria del lettore come il segno vittorioso di un profondo desiderio di rinascita anche nel nulla cui si è ridotti.
Esiste anche molta dolcezza in questi racconti, momenti di intima fusione tra chi soffre e chi consola, una pietas però mai didascalizzata, piuttosto sempre implicita, trasmessa anche solo con un gesto o con uno sguardo che, abilità di chi scrive, noi lettori riusciamo a vedere. Qualche volta per sopportare tutto il male della vita verrebbe davvero voglia di dire che «morire non è niente. È solo finire di nascere », ma poi è quel vedere finire di nascere troppa gente ancora così piena di vita, vedere quell' espressione di «sereno disinteresse dei morti » che arrovella i visceri di chi continua ad accanirsi contro chi vuole spegnere il bene di vivere».
Niente di meglio per esprimere tutto ciò della bella scrittura di Dacia Maraini: una scrittura nobile e asciutta, sempre essenziale, che vuole essere la testimonianza dello strano accordo di buono e cattivo che rimescola il mondo.

Romana Petri
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Per bambini


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Storie di cani per una bambina
Milano, Bompiani 1996[/align]

Racconti per bambini

ha vinto il premio Andersen 1996

Illustrazioni di AntonGionata Ferrari



leggi racconto.....di Antonio Faeti

Venuti dalla luna
L'estate scorsa, a Pesaro, una sera, poco dopo il tramonto, ho visto un cane che aveva deciso di suicidarsi. Era proprio in mezzo a un viale dove, per fortuna, transitavano poche automobili, credo a causa di una deviazione e dell'assenza di molti abitanti di quella zona, per le ferie. La malinconia e il dolore, espressi in un primo tempo, furono presto cancellati: gli occhi del piccolo cane, certo molto giovane, si velarono come di mistero, diventarono quasi trasparenti, e lui stava lì come se fosse di porcellana, ad aspettare una sorte, il compiersi di un destino che ormai aveva scelto. Era stato certamente abbandonato, lo si poteva capire da molti indizi, per esempio dal fatto che non sembrava in alcun modo un cane randagio, aveva il pelo lucido e molto pulito, possedeva un grazioso e costoso collarino. E la sua determinazione, la sua ostinazione, alludevano senza dubbio a una frattura tremenda, a una ferita che si era prodotta nella sua esistenza, in modo improvviso: un episodio assolutamente ingiusto e per cui non c'erano spiegazioni. Ma alcune ragazze riuscirono poi a trasportarlo lontano dal luogo in cui aveva pensato di farla finita, e una di loro volle poi tenerlo con sé. Mi capitò poi di leggere, in un episodio di Dylan Dog, una storia molto simile a quella che avevo mentalmente composto guardando il cane di Pesaro, però con un finale tragico, così feci anche un articolo in cui mescolavo le due vicende, sempre pensando che i cani hanno un grande senso della tragedia, che forse nasce in loro anche perché considerano con la stessa forza anche l'amicizia.
È molto bella e piena di significato, la storia in cui Dacia Maraini immagina che i cani provengano dalla luna: in tanti fumetti, in tanti cartoons i cani appaiono anche come una sagoma nera che si staglia contro la luna, e questa è anche una collocazione di sogno, che rende un poco conto dei grandi misteri che si riferiscono ai cani. Presentando un altro volume di questa collana, il numero ventisette, Trick storia di un cane di Fulvio Tomizza, ho già alluso a molte storie di cani raccontate in libri che leggo e rileggo. Scopro ora, però, che avevo dimenticato la leggenda del Santo Levriero e la «novellina» del cagnolino troppo intelligente. La prima è una leggenda, diffusa soprattutto in Francia, in cui si racconta di un uomo ricco, in epoca medioevale, che tornava a casa dopo una lunga assenza e si vide venire incontro il suo levriero festante e gioioso, ma con la bocca bagnata di sangue. Insospettito, corse fino alla culla del suo bambino, e io vide coperto di sangue. Impazzito per il dolore, prese la spada e uccise il cane con un colpo solo. Ma subito udì le grida di gioia del bambino che lo chiamava. Rientrò e finalmente capì. Un serpente era entrato, era salito fin sopra la culla, stava per mordere il bambino, ma il cane, che faceva buona guardia, lo aveva ammazzato. Non aveva potuto certo pulire, il cane e il bambino erano in quel momento soli in casa, il padrone aveva sgozzato il buon levriero che gli aveva salvato il bambino e, con rabbia, lo aveva anche scagliato in fondo al pozzo del giardino. Fu proprio il che nacque l'abitudine .di portare i bambini, accanto al pozzo, i bambini deboli, malati, mal formati, in punto di morte. Come pregando un «santo», le madri chiedevano al levriero, morto davvero come un martire, per salvare un bambino, di rendere la salute o la vita anche ai loro bambini. La leggenda del levriero «santo», guaritore dei bambini in pericolo di vita, durò tanto, nei secoli, che ancora poco più di sessanta anni fa c'erano donne che portavano accanto a quel pozzo i loro figli sofferenti.
La novellina del cane e del vecchio professore l'ha scritta uno scrittore italiano, Alfredo Panzini, oggi spesso dimenticato, ma un tempo molto famoso. Racconta di un cagnolino che, andando a prendere il giornale per il suo amico che vive solo e pensionato, trova il modo di acquistare una focaccia, e di mangiarsela, ogni giorno, perché è astuto e goloso.
Il mio amore per i cani e per le storie di cani è nato con la lettura della «novellina» di Panzini, però è tutto intriso anche della leggenda del Santo Levriero. Li penso così, i cani Come se fossero incerti di fronte a due tipi di esistenza, a due scelte molto diverse. In una vita sono burloni, giocherelloni, furbi, scanzonati, pagliacci Nell'altra sono tragici e sapienti, ricordano il Mito, le Fiabe, le Leggende. Ma, per via dei cani che ho avuto nella mia vita, e di uno, soprattutto, vissuto in casa mia per dodici anni, dopo che mio fratello Benny lo aveva salvato dall'annegamento nel corso dell'alluvione del Polesine, sono quasi costretto a leggere con sincero interesse le storie di cani contenute in questo volume, dimenticando quelle di altro tipo.
Qui si esplora la sofferenza che tanto spesso accompagna la vita dei cani Vivono accanto a noi, ma loro e noi abbiamo tempi di vita diversi, loro vivono di meno. Così, a chi ama davvero i cani
accade di vederne soffrire e morire un certo numero. E Dacia Maraini ci descrive con cura e con finezza queste malattie e queste morti È un momento, nella vita dei cani, di cui si è scritto poco, di cui, spesso, si vuole anche tacere. Dacia invece ci parla di tante lunghe giornate, di attese, di conclusioni impreviste, di lunghe amicizie dolorosamente interrotte. Queste attente vite quotidiane ci fanno conoscere cani diversi da quelli che appartengono al cinema, ai fumetti, a certi libri per i ragazzi Raccontata tenendo anche presente la sua conclusione, la vita di un cane prende un tono diverso. In tante forme di spettacolo il cane è una specie di giocoso guerriero che va avanti tra imprese, burle, salvataggi, conquiste, eroismi Oppure è anche uno sciocchino che combina guai perché non sa regolarsi e limitarsi E appare anche come un amico dell'uomo un po' troppo generico, capace di folli affetti tutti uguali Sono spesso cani come quelli che saltellano nelle pubblicità degli alimenti per cani.
Ma i racconti di Dacia mostrano cani anche guardati attraverso il dolore, e li sorprendono nella loro stranezza, li colgono negli aspetti più diversi, quelli di cui nessuno dice nulla. La tradizionale divisione che le fiabe, le novelle, le leggende, le poesie, hanno stabilito tra il gatto e il cane, il primo furbo, sleale, imprevedibile, viziato, curioso, infedele, lunatico, il secondo ligio al dovere, stretto al suo padrone da un affetto privo di dubbi e di incertezze, perfino monotono in un attaccamento che non subisce mai modificazioni o fasi alterne, qui si attenua o scompare. Anzi, sono proprio i cani a essere ricondotti verso la luna, e resi protagonisti di sogni poetici e misteriosi dove ci accorgiamo di sapere troppo poco di loro.
Sono coinvolti nella nostra vita, fanno parte delle nostre vicende, ma non hanno perduto originalità, individualismo, apertura verso le stranezze, senso del rischio, dell'avventura, della sorpresa. Questi altri cani guardati, rammentati, osservati, raccontati da Dacia, sono cani più cani, sono più completi Dopo aver letto questi racconti guarderete i vostri amici con occhi diversi, e forse perderete quella superbia che noi un poco abbiamo, nei confronti dei cani Ci sentiamo padroni, siamo propensi a comandare in modo sbrigativo, ci attendiamo semplice, pronta obbedienza. Impariamo quindi a guardar li anche quando sono tragici e strani, sconosciuti e sorprendenti, inquieti e bizzarri, come se fossero appena giunti dalla luna.


Antonio Faeti


leggi racconto.....Il visitatore notturno
Mia nipote Sabina che ha sette anni mi chiede sempre che le racconti qualche "storia".Anche quando è in viaggio con mia sorella, sua madre, mi telefona e mi chiede se le racconto una storia. Mi pare di vederla, ritta accanto al telefono, con il vestitino rosso lacca, le scarpine color ciliegia, lo zainetto verde bottiglia, che alza un piede e lo appoggia contro il ginocchio, proprio come una gru.
L'altra sera mi ha telefonato da Venezia dove è andata a trovare suo padre. «Mi racconti una storia, zia?»
«Ho fretta adesso, te la racconto domani.»
Ma lei non è il tipo che si arrende. «Un amico di papà racconta delle storie che durano meno di un minuto.»
«E tu vorresti che te ne raccontassi una breve ora, subito?»
«Sì, così stasera andando a letto me la riracconto.»
«Guarda che tuo padre si scoccia se tu tieni occupato tanto a lungo il telefono. E poi costa.»
«Allora metto giù. Così tu mi richiami e lui non può protestare.»
Ho messo giù il ricevitore. Ho pensato: le telefonerò domani. Ma poi l'ho vista, appoggiata al muro che aspettava la mia telefonata, e ho ricomposto il numero di mio cognato. Non ha fatto in tempo a fare uno squillo che lei aveva già risposto.
«Allora?»
«C'erano una volta due sorelle.»
«Vivevano in un lago ed erano pesci?»
«Sì.»
«Me l'hai già raccontata, zia.»
«C'era una volta un bambino che viveva dentro un albero.»
«La so.»
«Non mi viene in mente niente altro, Sabina.»
«Raccontami di te.»
«Che vuoi sapere?»
«Tu viaggi tanto. Ci sarà una storia che ti è capitata, una cosa buffa.»
«Non mi viene in mente niente.»
«Dai, una piccola storia, anche di due parole e poi ti lascio tranquilla.»
«Allora, vediamo... un mese fa ero a Sydney. Sai dove sta?»
«Sì, è la capitale dell'Australia, vuoi che non lo sappia? Sono fortissima nelle capitali. Vuoi che ti dica di fila tutte le capitali del mondo?»
«Sì, dimmele.» Pensavo di guadagnare tempo.
«Se mi racconti la storia lo ti dico le capitali. Raccontami di Sydney.»
«Va bene, allora, ero a Sydney in un albergo tutto foderato di moquette con dei fiori in ogni angolo. Un po' tranquillo e silenzioso. Ero stanca del lungo volo dall'Italia e mi sono messa a dormire su quel letto estraneo come se fossi a casa. Avevo poche ore di sonno prima di presentarmi in teatro per assistere alle ultime prove prima del debutto della mia commedia.»
«E allora?»
«Allora sprofondo nel sonno in un attimo. Ma nel mezzo della notte vengo svegliata da un discreto ma deciso bussare alla porta. Mi alzo. Vado macchinalmente ad aprire. Giro la chiave, spalanco la porta. Fuori non c'è nessuno. Penso: nel sonno avrò sentito male, può darsi che bussassero alla porta accanto.»
«Torno a letto. Mi riaddormento subito ma di lì a poco vengo di nuovo svegliata da quell'insistente bussare. Ma questa volta non vado ad aprire. Rimango distesa ad ascoltare. Sembra proprio che bussino alla mia porta. Mi alzo, accosto l'orecchio, capisco che non stanno bussando alla porta ma alla finestra che sta sull'altra parete, non lontano dalla porta.»
«Ascolto, forse è un ramo che sbatte, penso, contro la finestra. Intanto è cessato ogni rumore. Torno a letto. Ma non riesco più a prendere sonno. Capisco che aspetto di sentire quel toc toc di prima. Infatti, dopo un poco, eccolo di nuovo. É un bussare con metodo, insistente, assillante, come qualcuno che dice: apri, sì o no? Non posso restare così a lungo ad aspettare qui fuori.»
«Così mi decido e vado alla finestra. Apro prima i vetri e sento ormai vicinissimo quel bussare inquietante, prolungato. Aprire o no? Poteva essere un ladro. Ma da quando in qua i ladri bussano? E poi chi poteva arrampicarsi fin lassù? Da quanto avevo intravisto, sbirciando prima di chiudere gli scuri, la finestra dava sul vuoto di un palazzo di una decina di piani. Ma forse c'era un balcone che non avevo visto o un terrazzino vicino. Il bussare intanto continuava sempre più ossessivo. Mi decido infine, col cuore zoppicante, pronta a chiudere nel caso che mi fossi trovata di fronte una faccia minacciosa. Così ho scostato le persiane con un movimento lento dei polsi e ho visto ... »
«Un fantasma.»
«No.»
«Un uomo nero.»
«No.»
«E allora?»
«Un enorme uccello. Non so di che razza. Era buio fuori. E lui stava appoggiato con le zampe su un filo d'acciaio che passava proprio davanti al davanzale della finestra. Il vento gli scompigliava un ciuffetto di penne ritte sulla fronte, di un tenero colore rosato. Aveva l'aria sfrontata e soddisfatta. Finalmente gli avevo aperto. Mi guardava dritto negli occhi con un'aria di sfida solenne e decisa. Non ho avuto paura. Non aveva l'aria di volermi assalire. Era lì ritto sulle zampe e sembrava solo che volesse farsi vedere. Ho richiuso lentamente i vetri. Faceva freddo fuori e non volevo che entrasse in camera. Lui mi ha guardato con condiscendenza. Poi l'ho visto allungare il collo con grazia e battere due colpetti sul vetro: toc toc, come se volesse dirmi qualcosa: Ma cosa? Era lì, fuori dal vetro e mi fissava protervo. Non aggressivo come gli uccelli del film di Hitchcock. Era un uccello monumentale, conscio della sua mole, con qualcosa di nobile e di stanco, come se si riposasse dopo un lungo volo. Un volo che lo aveva portato lì dal centro di qualche isola perduta in mezzo all'oceano, o da un paese sospeso per aria, fra rocce scolpite dal vento, volante e leggero nella sua cristallina compattezza, come certe isole dei quadri di Magritte.»
«Ho provato a mettere un dito sulle labbra, come a dirgli di fare silenzio, che dovevo dormire. Ma lui mi ha guardato con commiserazione. Come se mi vedesse non dall'altra parte di un vetro, ma al di là di un tempo lontano, dal fondo di un passato antichissimo e perduto.»
«Che fare? I suoi occhi erano così decisi, così ribaldi e ironici che non ho avuto il coraggio di richiudere le persiane e tornarmene a letto. Non ho neanche avuto il coraggio di fare dei gesti bruschi per cacciarlo via. Mi piaceva guardarlo. Le lunghe piume grigie dalle striature bianche erano così eleganti e morbide, il ciuffo sulla fronte si muoveva con tanta allegria, le zampe stringevano il filo di ferro con tale intelligente determinazione che non ho potuto fare a meno di rimanere lì a contemplarlo. E lui si beava del mio sguardo ammirato. Ma senza vanità inutili, come se pensasse che era la sola cosa giusta da fare.»
«Credi che fosse un uomo trasformato in uccello»
«Forse sì, Sabina, non lo so. Appena lo mi distraevo un momento, lui cominciava a bussare col becco, toc toc. Aveva qualcosa di un musicista. I suoi toc seguivano un ritmo felice, quasi una misura matematica dai ritmi scanditi, razionali.»
«E poi?»
«E poi niente. Siamo andati avanti così, fino al mattino: lui al di là del vetro che mi fissava indomito e altero, intollerante di ogni mia distrazione e lo che lo guardavo sempre più affascinata e morta di sonno. Appena chiudevo gli occhi sentivo il suo toc toc autoritario che li riportava alla veglia.»
«E poi?»
«Solo quando il sole gli ha acceso il ciuffo sulla fronte, i suoi occhi si sono chiusi, ma con uno strano scatto metallico, con un movimento curioso delle palpebre che andavano dal basso verso l'alto e non dall'alto verso il basso come succede a noi. Sembravano due piccole saracinesche di pelle infiammata.»
«Poi il sole si è posato sulla coda grigia che è diventata splendente, come d'argento. Lui ha scosso un poco la testa, ha allargato le zampe allentando la presa sul filo d'acciaio. Mi ha guardato ancora una volta con aria di sfida e poi si è voltato dall'altra parte. Ho approfittato di quel gesto per chiudere un attimo gli occhi stanchi. Ma subito ho sentito un toc allarmato. Si era di nuovo voltato verso di me e batteva col lungo becco color avorio contro i vetri. Insistente e perverso come una folle creatura della notte.»
«Ho spalancato gli occhi indolenziti, ho trattenuto uno sbadiglio. In quel momento lui ha lanciato un breve grido rauco ed è partito allargando le lunghe bellissime ali frangiate. Ho seguito con apprensione il volo ampio, morbido che disegnava dei cerchi nel cielo pulito e celestino. Poi, con un guizzo, è sparito fra le case, lanciando in avanti quel temibile e affascinante ciuffo rosato.»
«Grazie zia, lo sai che è strana questa storia dell'uccello... adesso vado e me la riracconto... vuoi che ti dica le capitali?»
«No, Sabina, grazie, ma ho fatto tardi, devo andare. Buonanotte.»
«Notte» mi ha risposto lei e l'ho sentita appoggiare con lentezza sognante il ricevitore. Era già entrata nella storia. Sapevo che il mio strano essere notturno avrebbe camminato nei suoi sogni.

Dacia Maraini - Da "Storie di cani per una bambina"
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La pecora Dolly
Milano, Fabbri editori 2001[/align]


La pecora Dolly e altre storie per bambini

Contiene le favole:
Il cavolo viaggiatore; Scarpe di vernice; Dalla cucina di un re; La cornacchia del Canadà La pecora Dolly; La pelliccia di volpe; Una famiglia in una scarpa; L'uccellino al circo; Spil, figlia di nani; Cani di Roma.

Illustazioni di Nicoletta Ceccoli

Leggere favola....La pelliccia di volpe
Una bella signora bionda scendeva per la strada con addosso un cappotto foderato di pelliccia.
All’altezza del semaforo incontrò una volpe dalla zampa ferita che camminava zoppicando con l’aria affaticata.
“Povera volpe “ disse la donna osservando la zampa ferita, “posso fare qualcosa per te”?
“Sono giorni e giorni che cammino, ho fame” disse la volpe agitando la coda,
“Vieni a casa mia, ti curerò la zampa”.
“Che persona gentile”! disse la volpe che era abituata ad essere cacciata da tutte le parti.
“ Vieni con me, come ti chiami”? chiese la signora bionda.
“Mia madre mi chiamava Tu-tu.”
“ Vieni Tu-tu che ti metto del disinfettante sulla ferita”.
La volpe seguì la signora bionda in fondo alla strada dove c’era un cancello di ferro . La donna spinse il cancello accompagnata dall’animale e poi aprì la porta di casa e fece entrare la volpe.
“Che fai in giro per la città”? chiese la signora bionda.
“Sto cercando la mia mamma che è scomparsa da un mese.”
“E il papà dove ce l’hai”?
“Il papà non ce l’ho mai avuto. La mia mamma è rimasta incinta di un volpino rosso che poi è sparito e non si è fatto più vivo”
“Non ha scritto nemmeno una cartolina”?
“Nemmeno una cartolina”.
“Ma che strano: anche mio padre se n’è andato quando io ero bambina senza dire dove e non ha mai scritto nemmeno una cartolina”.
“Me lo dai qualcosa da mangiare”?
“Vuoi una caramella, un cioccolattino”? disse la donna mettendosi a cercare per tutta la casa.
“No, vorrei un pollo”.
“Non ho polli, mi dispiace. Ma ora vieni qui che ti disinfetto la zampina”.
E con molto garbo e molta delicatezza la donna pulì con l’acqua ossigenata la zampa della volpe. Gliela fasciò e ci mise pure un cerottino per fermare la garza.
“Ma dimmi, come te la sei fatta questa ferita”?
“Mi daresti un uovo”?
“Non ho uova”.
“Forse nel frigorifero hai un vecchio uovo di gallina”.
“No. Io mangio sempre fuori,. IN casa ci sto poco, vivo sola dopo che mio marito è morto . Vuoi una ciliegia candita”?
La volpe si grattò la testa. C’era uno strano odore in quella casa, di animale morto. Ma per quanto si guardasse intorno, la volpe non vedeva tracce di animali.
“Penso che sarai stanca e magari hai anche la febbre. Se vuoi ti puoi mettere sul letto della mia bambina che ora sta con la nonna in Francia. Vieni”! disse la donna bionda e la portò in una cameretta tutta rosa con tante bambole sedute sugli scaffali.
La volpe Tu- tu si sdraiò sul letto e subito si addormentò tanto era stanca: aveva camminato notte e giorno per una settimana in cerca della madre scomparsa.
La donna la guardò dormire con un sorriso di tenerezza: se non fosse stato per quei peli rossicci, sarebbe potuto essere sua figlia, le assomigliava. Prima di uscire coprì la ospite con il suo cappotto foderato di pelliccia e poi chiuse la porta piano per non svegliarla.
Nel mezzo della notte la volpe sentì una voce che diceva “svegliati, Tu -tu, sono qui”. La volpe si alzò, si guardò intorno ma non vide niente altro che la vezzosa camera della bambina sui cui scaffali di legno chiaro stavano sedute immobili le bambole di pezza e di porcellana.
“Sono qui sul letto, guardami”! disse una voce conosciuta e finalmente la vide, sua madre. Era stata cucita dentro il cappotto per tenere caldo.
“Ma tu sei morta. Ti hanno scuoiata” ! disse la volpe figlia alla volpe madre e scoppiò in singhiozzi.
“Non dire alla signora bionda che mi hai trovata. Fatti spiegare dove ha comprato la pelliccia e vai nel negozio a chiedere che ne è stato degli altri pezzi del mio corpo. Senza le zampe e gli occhi non posso tornare da te.”
La giovane volpe fece come le aveva ordinato la madre. Finse di dormire fino all’alba, poi si alzò, appoggiò delicatamente il cappotto foderato di pelliccia su una poltrona e bevve una tazza di latte che le aveva preparato la signora.
“Dove hai comprato questo bel cappotto” ? chiese poi facendo finta di ammirare il soprabito foderato.
“Ti piace? È un cappotto molto caldo. L’ho comprato dalla signora Jole nel negozio in piazza Duomo”, rispose candidamente.
“Allora io vado, ne voglio comprare una uguale per la mia mamma”.
“Ti auguro di ritrovarla. E se hai bisogno di qualcosa torna pure da me”.
La volpe ringraziò e uscì più affamata di prima. Ma non voleva perdere tempo a cercare da mangiare. Si precipitò in piazza Duomo, trovò il negozio della signora Jole e le chiese dove fossero i pezzi della volpe con cui aveva cucito l’interno del cappotto.
La signora Jole , quando vide la giovane volpe, pensò: qui ci verrebbe un altro bel cappotto con l’interno di pelliccia e cominciò a fare domande strane, tipo: “da dove vieni bella volpe? Che ci fai in città? Perché te ne vai sola sola? ”… eccetera. Ma la volpe capì l’antifona e rispose che era venuta in città insieme con un branco di lupi che la aspettavano all’imbocco della metropolitana. La signora Jole non insistette.
Tenne duro invece la volpetta nell’interrogare la signora Jole per sapere dove aveva comprato la pelliccia. E la signora Jole le rispose che veniva da una conceria chiamata Paradiso, il cui proprietario aveva nome San Pedro. E’ lì che gli animali venivano scuoiati per fare pellicce.
La nostra volpe salutò e andò alla conceria Paradiso. Appena entrata pensò di svenire: l’ odore di sangue era così forte che non si riusciva a respirare.
Chiese del padrone, San Pedro che appena seppe della volpe arrivò subito e si mise a scherzare con lei: “Sei venuta coi tuoi piedi a farti scuoiare? Sei coraggiosa. Cosa vuoi in cambio? Denaro?”
“Non voglio denaro. Voglio soltanto le zampe e gli occhi di mia madre per seppellirla nel nostro cimitero”
“Ho centinaia di zampe e di occhi” disse San Pedro, “come faresti a riconoscere quelli di tua madre”?
“Dall’odore” rispose la volpetta
“E allora provaci. Se ci riesci ti darò in regalo una cintura ”.
E San Pedro condusse la giovane Tu- tu nel mattatoio dove le volpi venivano uccise con un colpo di martello in testa. Dopo, una macchina le scuoiava , le privava degli occhi e delle zampe così che fossero pronte per farne delle pellicce. Il muso qualche volta lo tenevano per farne dei ‘renard’ . Ma gli occhi in quei musetti appuntiti e levigati erano finti, di vetro. Gli occhi veri, senza vita, infatti diventano opachi. E invece quelli erano lucidi e brillanti come bottoni.
Tu- tu vide un gruppo di volpi dalla pelliccia argentata chiusi in gabbia che giravano in tondo.
“Che fanno quelle volpi”? chiese ingenuamente.
“Aspettano di essere scuoiate” rispose San Pedro, “ma non sono affatto scontente, se la passano bene, prova a chiederglielo”.
La volpe si avvicinò alla gabbia e chiese: “Siete infelici”?
“No” risposero ridendo.
“E come mai”?
“Qui mangiamo tanto e cose prelibate, beviamo a sazietà, dormiamo sul morbido e non dobbiamo fare niente.” Rispose una bellissima volpe argentata dalla coda che sembrava una via lattea.
“Non dobbiamo andare in giro tutto il giorno a cercare cibo, non dobbiamo rincorrere topi e serpenti, non dobbiamo girare di notte per afferrare una stupida gallina. Qui abbiamo perfino il tempo di giocare a carte” aggiunse un volpetto fulvo dal ciuffo biondo offrendo una sigaretta all’ospite.
“Incoscienti” disse la volpe, “non sapete che sarete scuoiate”? “Campa cavallo!” rispose un vecchio volpone dai baffi grigi, “prima che arrivino a noi passano i mesi. E intanto mangiamo e scherziamo e poi non è detto che non venga il terremoto e ci liberi a tutti “
“Hai visto”? disse San Pedro, “qui stanno bene, nessuno ha mai tentato di scappare. Vuoi entrare anche tu nella gabbia? C’è una grossa scodella di carne di bue pronta per te. Hai una bella pelliccia, anche se un poco sporca.”
“Quasi quasi” disse piano la volpe, che aveva una fame terribile e al pensiero di un piatto pieno gli veniva l’acquolina in bocca. Ma poi si riprese. “Devo cercare mia madre” enunciò continuando a camminare.
“Anche se la trovi , è bell’e morta. Che te ne fai”?
“Voglio seppellirla nel nostro cimitero” disse la volpe ricordando l’ammonizione materna ..
“Bene, ecco il deposito delle zampe e degli occhi “ disse San Pedro aprendo una porta blindata.
La volpe entrò e si trovò davanti una montagna di zampe e di occhi di volpe. Vacillò per l’orrore. Pensò di morire lì sull’istante, ma la voglia di ritrovare sua madre fu più forte e la aiutò a resistere.
“Cosa ve ne fate di tutte queste zampe”? chiese trattenendo il respiro.
“Le vendo ad una azienda che le macina, ne fa farina e la rivende agli allevatori come mangime per gli animali”
“Se mi lasciate sola cercherò di trovare i pezzi di mia madre. Con voi davanti non riesco ad annusare bene: l’odore dell’uomo è più forte di quello animale”.
“Veramente siete voi che puzzate di selvatico” disse ridendo l’uomo che non era cattivo ma faceva solo il suo mestiere.
Appena si fu chiusa la porta, la volpe Tu-tu si sedette per terra piangendo. Come avrebbe fatto a trovare sua madre fra tutte quelle zampe tagliate e tutti quegli occhi strappati?
Ma proprio mentre si soffiava il naso sconsolata sentì una voce che diceva “sono qui, bambina mia, sono qui” . Alzò la testa e vide quattro zampine che danzavano sul pavimento. Due occhi piccoli e azzurri si posarono come due piccole uova sul suo grembo.
La volpetta prese le zampe e gli occhi e fece per andarsene. Ma mentre si avvicinava alla porta sentì dietro di sé un mormorio sommesso. Cosa c’è? si chiese e voltò la testa. Allora vide tante zampette che ballavano sul pavimento e tanti occhi che volando come uccellini in giro per la stanza, le si avvicinavano, le si posavano sulle orecchie, sulla spalla. “Anche noi, anche noi” dicevano quelle zampette e quegli occhi. La volpe spalancò la porta e loro uscirono schiamazzando felici.
“Dannata volpaccia”! gridò San Pedro quando si accorse che tutte le zampine e tutti gli occhi delle volpi uccise correvano sulla strada ballando e ridendo. “Ora ti prendo e ti metto in gabbia che tu voglia o no”!
Ma la volpe fu più rapida dell’uomo che era grasso e si muoveva male. Fece una corsa giù per la strada, cambiò velocemente direzione in modo che lui la perdesse di vista e continuò a correre finchè non ce la fece più.
Quando fu al sicuro, tirò fuori le zampette della madre e le chiese: “Cosa devo fare adesso mamma”?
“Torna dalla signora bionda, fatti dare con una scusa il cappotto foderato e portatelo via. Poi scuci la pelliccia, rimetti le zampette e gli occhi al loro posto e io tornerò a correre.
La volpe Tu- tu fece quello che la madre le ordinava. Tornò dalla signora bionda e le chiese il cappotto in prestito. Ma la signora bionda non glielo volle dare. “Cosa te ne faresti di un cappotto così lungo”? disse ridendo “e poi è un regalo di mio marito, non posso darlo a qualcun altro. Se vuoi ti do un impermeabile rosso di quando mia figlia aveva sei anni che ti dovrebbe stare a meraviglia.”
La volpe si grattò la testa perplessa. “Ce l’hai una banana”? chiese alla donna che fece cenno di no con la testa. “Ne ho vista una in giardino, vado e torno” disse Tu- tu che uscì di corsa, pestò con un piede un pezzo di bottiglie e si procurò una ferita che buttava sangue. Zoppicando vistosamente tornò indietro e disse “La banana non l’ho trovata ma mi sono ferita dinuovo”.
La signora bionda fu felice di pulirle la ferita e metterci la pomata e fasciarla con una lunga garza.
“Ora vado”, annunciò Tutu.
“A quest’ora della notte? E con la zampa ferita? Non te lo permetto. Stenditi sul letto di mia figlia. Le bambole ti terranno compagnia per la notte”.
Era quello che voleva Tu- tu che entrò con disinvoltura nella camera rosa della bambina , diede uno sguardo alle bambole allineate e si stese sul letto dai mazzetti di ciclamini lilla.
“Ho freddo, mi metteresti addosso il tuo cappotto”? chiese con voce gentile.
“E se poi me lo rubi, non mi fido” disse la signora bionda, “voi volpi siete furbe e leste, non vorrei trovarmi senza il mio cappotto prediletto”
La volpe Tu-tu non sapeva più come fare. Percepiva le zampette della madre che scalpitavano sotto la camicia, sentiva gli occhi che si muovevano inquieti nella tasca. E ora? si chiedeva disperata.
“Beh, buonanotte” disse la signora bionda e si ritirò nella sua stanza, portandosi via il cappotto foderato.
“Buonanotte” bofonchiò la volpe e rimase stesa al buio con gli occhi spalancati.
Quando l’orologio battè le tre sentì una voce che diceva: “E’ il momento buono, bambina. Vai nella stanza della signora bionda, porta via il cappotto foderato e tornatene di corsa nella tua tana.”
La volpe Tu-tu ubbidì. Uscì silenziosamente dalla camera , percorse in punta di piedi il corridoio. Appoggiò l’orecchio sulla porta della signora bionda per capire se dormisse. La sentì russare dolcemente. Allora, con estrema circospezione girò la maniglia. Ma, disdetta, scoprì che la porta era chiusa a chiave dall’interno. “L’aveva detto che non si fidava, e ora che faccio”?
Tornò in punta di piedi nella camera della bambina. Si sedette sul letto a meditare. Ma non riusciva a trovare una soluzione. “Mamma, mi senti? Ho fatto come tu dicevi ma la signora bionda ha chiuso a chiave la porta e io non posso portare via il cappotto. Che faccio”.
Nel buio sentì qualcuno che si schiariva la gola. “Mamma sei tu”? chiese ansiosa Tu-tu.
“No, sono io” rispose una vocetta misteriosa.
“Io chi”?
“Io Federica, detta Fede”.
“ Sei una volpe anche tu”?
“ Guardami scemo, ti sembro una volpe?”
Tu-tu accese la luce ma non vide nessuno nella stanza. Chi poteva essere? Sentì ancora una risatina che veniva dagli scaffali. Sollevò gli occhi e vide che tutte le bambole sedute sulla mensola ridacchiavano.
“Che avete da ridere? “
“ Se vedessi la faccia che hai”! rispose una bambola tanto grassa che aveva quattro braccialetti di carne attorno ai polsi. Mentre rideva muoveva le gambette cicciotte che finivano in un paio di scarpette di vernice nera col fiocco dorato sopra.
“C’è poco da ridere”, disse la volpe e cercò disperata le zampette della madre sotto la camicia per cercare conforto. Ma le trovò fredde e inerti, proprio come quelle zampette portafortuna che si vendono nelle bancarelle.
“Se vuoi ti posso aiutare” disse la bambola cicciotta.
“E come”?
“Facciamo così, che tu chiami la signora bionda dicendole che hai male alla ferita. Lei verrà a curarti perché è una donna caritatevole e ama molto fare la infermiera, anche se è sospettosa. Mentre ti cura io vado di là e prendo il cappotto.
“Ma se hai le gambe di pezza” obiettò la volpe Tu-tu, “come fai a camminare? E poi il cappotto pesa dieci volte più di te, come potresti portarlo fin qua”?
La bambola cicciotta si mise a ridere indisponendo ancora di più la piccola volpe rosata che pensò: questa mi sta prendendo in giro.
Ma la bambola insistette: “aspetta che mi consulto con le mie amiche e poi ti dirò come fare. Vedrai che ci riusciremo.”
La volpe vide la bambola cicciotta che si protendeva verso le altre bambole e tutte presero a sussurrare e ridacchiare. Finalmente, dopo un bel po’ di consultazioni la cicciotta disse:
“Vai a chiamare la signora e lascia le porte aperte. Noi ti recapiteremo il cappotto ”.
La volpe si fidò. D’altronde che altro poteva fare? Uscì mogia dalla camera da letto, infilò il corridoio, si fermo davanti alla camera da letto della signora bionda e prese a tossire miserevolmente.
“Che c’è”? disse la signora sentendo quella tosse.
“Non mi sento bene, Ho paura di avere la febbre. La ferita ha ripreso a buttare sangue. Mi volete aiutare”?
La signora bionda aprì la porta. Era in camicia da notte e sembrava un angelo tutto bianco, con un paio di pantofole di piuma rosa. “Siete bella come un colibrì” disse la volpe sinceramente sorpresa di quella visione e la donna ne fu lusingata.
“Andiamo in bagno, vorrei che mi lavaste la ferita e me la fasciaste dinuovo. Mi fa male”
“Povera volpe! Sei proprio sfortunata. Vieni che ti medico io.”
E così andarono in bagno tutte e due, Tu-tu davanti con la coda strasciconi per terra, e la signora bionda dietro con la lunga camicia bianca ricamata e le pantofole pennute che lasciavano ogni tanto una piumetta sul pavimento.
La volpe mise la zampa sul bordo della vasca e la signora bionda gliela lavò,gliela disinfettò e gliela bendò. “Ora starai meglio” disse gentile e la accompagnò fino alla camera da letto. Le diede un bacio sulla testa e uscì chiudendosi dietro la porta.
La volpe si guardò intorno. Le bambole erano sparite dagli scaffali. Ma dove si saranno ficcate? “Ehi? dove siete?” disse a voce bassa per non farsi sentire dalla signora.
Lì per lì non ci fu risposta. Poi improvvisamente vide un trenino che si snodava vicino alla finestra. Sopra, sui vagoni, c’erano tutte le bambola e nel vagone merci c’era, arrotolata un enorme rigonfio che indovinò subito essere il capotto della signora con dentro la sua mamma scuoiata e cucita.
“Eccoci qui” disse la bambola cicciotta e rise agitando le bracciotte con gli anelli di carne. “Noi non sappiamo camminare ma il trenino sa viaggiare.”
Risero tutte le bambola e con un salto tornarono a sedersi in fila lungo lo scaffale sopra il letto.
“Ora facci vedere come fai tornare in vita la tua mamma”, disse il trenino che ancora ansava per la fatica di avere portato quel grande peso.
La volpe Tu-tu tirò fuori dalla camicia le quattro zampette che si misero subito a ballare. Tirò fuori dalla tasca le due ovette degli occhi che si misero a svolazzare per la stanza. “Ora scucimi” disse la madre con voce dolce.
“Ma come faccio che non ho le forbici”? disse la volpe Tu-tu e si mangiava le unghie per la disperazione.
“Ce le ho io le forbicine” disse una voce dall’alto.
La volpe guardò in su e vide una bambola vestita da massaia che tirava fuori dalla tasca, forbici aghi e fili. “Ecco qua, prendi” disse porgendogli pure un ditale che in qualche momento era in effetti inutile. Ma la volpe Tutu prese ogni cosa per non essere scortese con quella bambola dal grembiule sporco di grasso che diceva di sapere cucinare e cucire e anche stirare.
In pochi minuti la pelliccia fu scucita dal cappotto. Le furono attaccate le zampette e piano piano prese la forma di un corpo molto simile a quello di Tu-tu che saltava per la gioia di rivedere finalmente la mamma.
Quando la mamma volpe fu tutta intera, con il muso al suo posto e gli occhi dentro le orbite, le bambole in coro fecero “oh che portento”! e batterono le mani per la meraviglia. Anche il trenino fu sorpreso e disse che un prodigio simile non l’aveva mai visto. “E’ l’amore che fa miracoli” disse il trenino che essendo un viaggiatore ne sapeva più degli altri.
“E adesso correte”! disse la bambola cicciotta ridendo a più non posso, “se no fate tardi. E salutateci le altre volpi”.
“Addio e grazie” dissero insieme madre e figlia volpe lasciandosi calare giù dalla finestra e sparendo nella notte, tenendosi zampa nella zampa.

Dacia Maraini
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Messaggioda birillino8 il dom giu 17, 2007 5:07 pm

Saggi

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La bionda, la bruna e l'asino
Milano, Rizzoli 1987[/align]
Raccolta di articoli degli anni ’70 e ’80 in cui Dacia Maraini parla dei temi del mondo femminile attraverso fatti di cronaca, libri letti, fatti della vita quotidiana.


Prefazione di Dacia Maraini

Riflessioni sui corpi logici e illogici delle mie compaesane di sesso
di Dacia Maraini

Sono in campagna. In una casa senza telefono. A cinque chilometri dal paese più vicino. In un punto che si chiama Cava del Bruciore. In effetti qualcosa che brucia c'è: un odore di erbe secche, un crepiti o dell'aria troppo tesa quasi sul punto di incrinarsi e sbriciolarsi.

Ho con me lo scartafaccio degli scritti da selezionare: un insieme di testi sulla violenza, sulla famiglia, sulla prostituzione, sulla maternità, sull'amore usciti su giornali e riviste «Paese Sera», «Il Messaggero», «La Stampa», «L'Espresso», «Panorama» e altri) fra gli anni settanta e ottanta.Rileggendoli mi accorgo che alcuni temi tornano con la cocciutaggine mulesca di un pensiero che conosce i suoi pascoli, ama le stesse erbe e gli stessi odori.
Molti articoli mi trovo a scartarli perché troppo legati alla notizia del giorno, alla polemica del momento. E non mi interessa tanto un libro documento quanto un discorso che metta le radici nel passato ma possa riconoscersi, fatto foglia e ramo, nella realtà di oggi. Molti interventi sull'aborto cadono così nel calderone delle cose mangiate e digerite. Riguardavano quasi tutti il «prima della legge». Ora la legge c'è, anche se funziona male come tutte le buone leggi di questo nostro Paese.Ho scartato anche le polemiche coi grandi personaggi perché a rileggerli mi sono sembrate lontane: ci si accapigliava per qualche frase infelice che oggi probabilmente non scapperebbe più fuori (Sciascia aveva scritto che in Sicilia c'è il matriarcato e io lo rimbeccavo; Bocca aveva detto su un giornale che le femministe sono tutte lesbiche che vogliono sedurre le operaie e io lo prendevo in giro; Parise aveva parlato dei sessi come di razze diverse e io lo attaccavo; Carmelo Bene aveva messo in un suo spettacolo teatrale delle donne nude che non dicevano una parola e io gli davo del «ruffiano» ecc.).
Sono rimasti i grandi temi che sono validi ancora oggi: la prostituzione come metafora della condizione femminile; le molte facce di un commercio che mescola le regole del mercato alle regole della morale. Una questione che passa attraverso le spine della convivenza civile ma si porta dietro cento domande sull'uso del corpo, sul senso del piacere, sul concetto di libertà ecc.
La violenza. Non solo come catastrofe maligna che capita fra capo e collo ma come abitudine, pratica quotidiana che provoca calli, ferite che rimarginano malamente e che a volte vengono riaperte con le proprie mani quali segni tangibili del consenso al proprio strazio. Quel tanto di pena fisica che si mescola alle prime gioie della crescita disordinata dei sensi in un mondo di crudeltà travestite da desiderio.
E ancora: il rapporto fra padre e figlia, fra madre e figlio, con quel tanto di cannibalesco che si porta dietro in un accavallarsi di attese, dolori, paure, deliri, nevrastenie, dipendenze e mitizzazioni. La famiglia può uccidere? I suoi guai dipendono solo dal forzoso e difficile passaggio dal mondo contadino a quello tecnologico o c'è un vizio di fondo, qualcosa che non torna nel conto dei sentimenti familiari?
E poi il lavoro casalingo e l'adulterio come ritrovamento di sé, e la vecchiaia come perdita del corpo e l'onanismo e la castità.
Alcune riflessioni prendono spunto da libri letti. Non sono recensioni ma occasioni per scandagli, immersioni nell'acqua torbida del nostro vivere comune. Altre vengono fuori da ritratti di donne che in qualche modo scappano da se stesse, si impegolano in rapporti rischiosi, accendono zolfanelli credendo che siano fuochi d'artificio, prendono a testate il mondo e ne escono scornate o vincenti avendo coltivato il fiore sulfureo della memoria.
Ma ora sono qui a mollo dentro un paesaggio verde smorto che all'orizzonte trema come fosse un miraggio. Mi rendo conto che sono chiusa dentro un silenzio sconosciuto, con le mie idee e le mie carte, quasi in allarme per un ritmo quieto che sento incalzarmi.
A pensarci bene non è neanche un silenzio. Ci sono molti suoni che si accumulano nella conchiglia dell'orecchio, ma hanno qualcosa di diverso dai soliti suoni. Questi sono legati gli uni agli altri come i puntidi uno stesso cucito.
In città i suoni sono isolati, senza connessione fra di loro e colpiscono prima gli occhi che le orecchie. Se è possibile sentire dei suoni con gli occhi, ecco che in città ogni rumore ha il nitore di una immagine quotidiana, lustra e priva di mistero.
Mentre in campagna i rumori si fondono l'uno nell'altro e formano una corrente, un'onda che entra ed esce dalla finestra con un movimento pigro e ossessivo.
È un silenzio a cui sono così poco abituata che mi appare doloroso, inquietante. Le mie dita vanno alla piccola radio a pila, color menta che tengo sul tavolo. Cerco un bandolo, una cima che mi ridia in mano il filo delle cose.
Sento una voce baldanzosa, solerte e ottimista, di un ottimismo melenso e volgare. Richiudo subito. Ma qualcuno da lontano mi incalza: «Cos'è la volgarità signora Maraini?». Assomiglia alla voce di tanti interlocutori che mi trovo davanti nei dibattiti, negli incontri pubblici in giro per l'Italia. È quella voce che ha preso la forma di una accusa in ben cinque processi per oscenità da cui per fortuna alla fine sono stata assolta, ma dopo quanti attacchi e noie!
«Come fa a parlare di volgarità lei che usa in continuazione parolacce, argomenti nudi e crudi?»È il solito grillo che salta su quando si parla di pornografia e di sesso. Come spiegare che non ci sono parole nobili e parole ignobili, parole pure e parole impure, parole belle e parole brutte?
Volgarità è semplificazione, vogliamo metterla così?, quando si taglia la realtà con l'accetta, quando si divide la persona in parti utili e non utili, quando si riduce la complessità di un pensiero a una minestra da cacciare in gola agli ingordi. Quando si falsifica, si agghinda, si consola, si abbellisce, si bamboleggia. Quando si prendono le distanze con sussiego, quando si decide a priori cosa è giusto e cosa no. Quando si edulcora, si ingentilisce per togliere peso, per rassicurare, quando si calcifica lo sguardo, quando... mi accorgo che sto dando un senso morale alla volgarità. Non ne faccio più una questione di gusto.
Ma chi l'ha detto che il gusto non sia una faccenda che mette in moto le domande sul fare e non fare? gli scrittori, a ben leggerli, hanno sempre cominciato il ballo per essere stati morsi dalla tarantola.
La tanto discussa letteratura di evasione, osservandola bene, non è affatto evasiva. I rosa più rosa grondano di moralità, insegnamenti, messaggi, divieti, codici, esortazioni. Il loro successo viene da lì. I romanzi d'amore alla Harmony vogliono insegnare, non distrarre.
I romanzi commerciali vogliono prima di tutto forgiare il pensiero informe, vogliono intervenire nel ventre del mondo con le loro idee, le loro suggestioni morali. La furbizia consiste nel combinare le loro certezze ideologiche con il gusto per l'avventura, l'esotismo, il folklore psicologico. I loro personaggi cadranno preda di grandi sentimenti, faranno continuamente succedere delle cose succose, si agiteranno molto per dimostrare che ci sono. E alla fine i loro tracciati riveleranno un disegno ben definito, riconoscibile, dalla morale sicura.
L'autore non commerciale non si preoccupa di fare continuamente «agire» i suoi personaggi ma li segue stupito quasi chiedendosi che cosa stanno combinando. A volte non combinano proprio niente, semplicemente girano intorno.
La volgarità della cosiddetta letteratura di evasione sta proprio nella sua proposta di una distrazione che non c'è. Sta nel promettere ciò che non darà mai: consolazione, bellezza, amore, gioia di vivere, piacere.
Volgarità quindi, caro signore, per me non è altro che una delle tante forme di intervento volontaristico sulla immaginazione altrui. Che questo intervento sia ammantato da pretese di ricreazione, di consolazione, di vacanza della mente affaticata, fa lo stesso. Rimane un atto di autorità rate, che vola come una zanzara a pungere la pelle dell'aria: «Ma esiste una differenza fra scrivere donna e scrivere uomo? e se sì in che cosa consiste?».
Ho visto che Nadia Fusini nel suo ultimo bel libro («Nomi») sulle grandi scrittrici ha eluso la domanda. L 'ha spinta leggermente da parte con un moto leggero del polso. Da fine letterata, come di una domanda inopportuna e vagamente fuori tempo.
Mi piace il suo modo ellittico di procedere, tutto incastri e sapienza verbale. Solo mi dispiace che abbia guardato al di là delle Alpi secondo un vecchio insegnamento di Arbasino, dimenticando ingiustamente le grandi madri al di qua delle montagne, quelle donne straordinarie che, come Anna Maria Ortese, EIsa Morante, Lalla Romano, Anna Banti, Fausta Cialente e Natalia Ginzburg ci hanno insegnato a scrivere da donne.
Siamo così attenti a quello che scrivono i cugini e le cugine di Paesi lontani che non ci accorgiamo di costruire tutto un apprendistato letterario su delle lingue in traduzione. Fra poco saremo invitati a scrivere direttamente in inglese o in francese. Tanto poco vale per i critici il lavoro che si fa su questo neonato faticosamente allattato, questo bambino rachitico che è l'italiano.Nadia Fusini non risponde alla questione sulla scrittura al femminile eppure sceglie un gruppo di autrici, non di autori, quasi a suggerire che la differenza c'è ma è data per scontata.
Di solito per scrittura al femminile si intende o si intendeva qualcosa di sentimentale, di delicato, di fumoso e di crepuscolare. Una trama fatta di «sensibleries» fragranti e leziose, un vorticare di lucciole e di spore che il vento della critica avrebbe pensato a spazzare via dal mondo della letteratura.
In fatto di volgarità poi gli eufemismi sono spesso peggiori delle cose dette col loro nome. Come dice bene Nora Galli de' Paratesi nel suo libro Le brutte parole gli eufemismi appartengono soprattutto a quei gruppi sociali che meno vogliono esporsi, che più tengono al decoro e a un'apparente stabilità dei rapporti di convivenza. Quasi sempre l'idea di volgarità riguarda l'uso dialcune parole cosiddette oscene. Ma il margine di questa oscenità cambia di momento in momento, di zona in zona. È difficile tenergli dietro. Libri che erano considerati proibitissimi fino a ieri, vengono di colpo letti come innocui.Ma l'accusa di oscenità non riguarda solo le parole «brutte». Spesso si appiglia al modo crudo e impietoso che molti autori hanno di considerare le cose.
Per cattive abitudini prese dalla letteratura «in ghingheri», e per un'innata paura di ciò che si nasconde dietro la porta, i lettori più semplici e incolti chiedono una sistematica edulcorazione della realtà. La vogliono ingraziosita, purgata, ingentilita, resa innocua.
La crudezza insospettisce anche se può attirare. Verso gli scrittori considerati pornografici c'è sempre stato un atteggiamento ambivalente: di attrazione, curiosità morbosa e repulsione, condanna. Pensiamo a Henry Miller, a Bataille, e andando indietro a Lawrence e più indietro ancora al Belli, a Boccaccio.
Nel caso di una donna però pochissimi sono disposti ad accettare l'oscenità. Né l'uso delle parole proibite né una visione troppo cruda del mondo. Dove vanno a finire il sorridente garbo, l'innata dolcezza seduttiva, il pudore femminile?
E qui, altra voce, altra domanda sul pelo delle se È chiaro che di fronte a una visione così limitativa della scrittura al femminile molte romanziere abbiano negato di essere scrittrici. Si sono definite «scrittori» e basta, ribadendo l'asessualità rituale della letteratura.
«Ma la scrittura è davvero asessuata?» altra voce assillante, altri occhi lucenti che mi guardano da una sala gremita cercando addosso a me il senso dell'essere donna e scrivere, essere donna e utilizzare strumenti per tradizione maschili.
La scrittura con le sue radici che pigramente si allungano nel terreno profondo dell'immaginazione collettiva si nutre di antiche abitudini di pensiero, di aspirazioni segrete, di paure dilatate, di desideri inconsapevoli.
Ma quasi sempre questi desideri, queste aspirazioni, queste abitudini nel loro farsi trama comune hanno caratterizzato gli interessi dell'uomo senza la donna e spesso perfino contro la donna. Basta dare uno sguardo ai simboli più comuni delle favole, dei miti, alle cosmogonie antiche e moderne.
Il fatto è che per accedere alla scrittura si devono imparare a manovrare tre tipi di strumenti: l) quelli più meccanici come la macchina da scrivere, il computer, le stampatrici a cui la mano maschile viene guidata fin dalla prima infanzia, amorevolmente, da insegnanti, padri, tutori. 2) Gli strumenti determinati dagli eventi particolari di un Paese, di un popolo, come la lingua con il suo corredo di frasi idiomatiche, forme dialettali, gerghi, modi di dire eccetera. 3) Infine gli strumenti più delicati e profondi che si pretendono uguali per tutti come la filosofia, la psicoanalisi, la religione, la politica, l'antropologia, la letteratura. Insomma tutta la storia del pensiero della sua epoca a cui lo scrittore in qualche modo fa riferimento.
Si suole ripetere che la letteratura è pura immaginazione e l'immaginazione non può avere sesso. Essa è per definizione libera, insofferente di costrizioni, lacci, corsetti, cinture che la stringano e la limitino. Chi impara a manipolarla la farà sua, uomo o donna che sia.
Questo è quello che tradizionalmente viene detto alle ragazze ingenue che chinano la testa sui libri di studio e si macchiano le dita di inchiostro. L'immaginazione è tua, la scrittura si impara come un qualsiasi altro mestiere, spetta solo a te, alla tua volontà, al tuo talento.
Nessuno le dice che l'immaginazione non è affatto quel gabbiano dalle grandi ali bianche che solca innocente un cielo vuoto. Nessuno le rammenta che essa nasce carica di archetipi, di stratificazioni emotive, di luoghi ricorrenti dello spirito, di ritrovi verbali, di mitologie che la escludono come soggetto fantasticante.
Ma l'illusione di stare sulla stessa barca è fortissima. Basta sfogliare i tanti libri usciti di recente sull'immaginazione erotica delle donne per intendere la profondità della lacerazione. Proprio come un prigioniero il quale, dopo una vita di segregazione, non sa più distinguere la libertà dalla costrizione, essa finisce per innamorarsi torbidamente della sua prigionia e delle sue tribolazioni.
L'immaginazione, più ancora che l'ideologia, è totalizzante. La parte affidata all'estro personale è piccola. Per il resto essa fa parte di un qui e ora di profonda immediatezza storica. L'immaginazione di un Paese, di un popolo, di un ambiente, di un'epoca, di una situazione pretende l'adesione piena alle sue più ardite costruzioni, ai suoi progetti per l'avvenire, ai suoi slanci, alle sue limitazioni. Tutte imprese che contengono un carattere androcentrico.
Noi diamo ascolto, senza neanche rendercene conto, soprattutto a quella voce che ci parla, anche nel segreto della coscienza, con tono basso e forte, carico di antica autorità.
L'altra voce, quella leggera, acuta, saltellante, la voce che sa di cucina, di camera da letto, non convince neanche le donne stesse, per la sua totale mancanza di prestigio e di autorità.
La scrittura è lingua e la lingua non si limita a muoversi in bocca producendo come per miracolo suoni più o meno belli, più o meno arditi. Ci sono lingue che hanno giaciuto come morticini nelle tombe delle loro bocche e se si vuole credere che i morti pensano, si può immaginare un pensiero fatto di stracciati fantasmi, di desideri sepolti e incancreniti.
Alla fin fine risulta che si scrive col corpo e il corpo ha un sesso e il sesso ha una storia di separazioni, allontanamenti, segregazioni, soprusi, violenze, afasie, paure, mortificazioni di cui conserva una memoria atavica.
Allora che fare? rinnegare le fantasie da segregate oppure «bagnare il panuzzo» come si dice in Sicilia in quella minestra ormai diventata nostra per lunga pratica e amore, di cui conosciamo a fondo il profumo e il sapore?
Credo che a questo punto è impossibile distinguere ciò che è nostro da ciò che abbiamo ingollato con la benedizione paterna. Non è forse neanche importante. Chi pesca dentro di sé trova di tutto e non è il caso di scandalizzarsi.
Per questo molte donne hanno afferrato la tromba. Per farsi sentire nonostante la consegna del silenzio. Con una baldanza a volte strepitosa che rendeva sospettose le altre.
La maggioranza delle scrittrici per superare questi fossati si sono fatte acrobate finissime, equilibriste del pensiero e dei sensi. Hanno camminato con grazia sul filo della divisione, non curandosi del pericolo di precipitare nella schizofrenia; spesso disamorate di sé, qualche volta fino al punto di desiderare la propria rovina.
Il suicidio di tante scrittrici non fa forse la spia a una lacerazione profonda, come di un cuore più volte incrinato dalle pene che alla fine cede tutto d'un colpo?
C'era nel malessere di queste donne artigiane, di queste dragonesse della mente, la consapevolezza di usare strumenti non propri su cui gravavano dei tabù rigorosi, antichissimi.Sembra facile violarli questi tabù. La ragione lo richiede e tutti in teoria sono d'accordo che si faccia. Ma quella parte di noi che si prolunga nel passato, quei fantasmi leggeri che continuano ad abitare gli angoli bui dei nostri cervelli, si rivoltano, chiedono giustizia contro chi infrange le preistoriche regole di un dio barbuto e intollerante a cui abbiamo promesso obbedienza.
Nella loro passione per l'invenzione letteraria non si sono accorte le nostre madri romanziere e poetesse che scrivere significa tenere in mano non una penna ma uno scettro, non una matita ma una spada.
Lo scettro e la spada li tengono in pugno i re e i guerrieri. Quando mai le donne sono state re e guerrieri? Sì, c'è stata Giovanna d'Arco. Ma non per niente si diceva guidata dalla voce di Dio. Lei stessa si considerava una esecutrice.
La confusione delle confusioni la crea però quella faccenda curiosa che le lettrici sono sempre state più dei lettori, che gli scrittori sapevano di aprire le loro piume di pavone per un mondo di occhi languidi che decifravano con amore fino all'ultimo segno nero della pagina, chine sotto una lampada a petrolio, dentro una stanza silenziosa. Curioso, no? lettrici sempre, scrittrici mai o quasi mai. Passive anche nel luogo dello scambio intellettuale. Si gettavano loro i bocconi speziati, le eterne storie dell'amore tradito, delle gelosie, delle passioni straziate, i bisticci della vita quotidiana, tenendo per sé i segreti ultimi e il significato finale.
È l'architetto che decide come sarà fatta la casa in cui poi abiteranno, prigioniere a vita, le madri e le figlie che si strozzeranno a vicenda con amore.
Così nel mondo della letteratura chi scrive è il padre che amorevolmente porge da bere alla figlia amata i succhi della verità, della bellezza, del desiderio.
Da quella testa di Giove impaziente e irsuta, abitata da solenni capricci divini e genialità creative, sono uscite le Saffo, le Austen, le Sand, le Brontë. Un piccolo corteo di donne che hanno avuto l'ardire, con la compiacenza del padre, di dire in proprio, di prendere in mano la penna, lo scettro, la lancia per buttarsi nella battaglia della sopravvivenza artistica.
Ma cosa può dire di sé, delle esperienze che ha in comune con le sorelle, le cugine, le amiche, questa donna dall'elmo che le copre la faccia, il braccio armato di scudo, la spada chiusa nel pugno?
In effetti molte intellettuali hanno sentito così. L'orgoglio della propria diversità le ha spinte verso una società letteraria arrogante, condividendo spesso i suoi atteggiamenti misogini.Solo nel momento in cui si sono chinate sull'orto di casa, queste guerriere hanno istintivamente abbandonato l'elmo, la corazza, la spada.
Si sono trovate, per amore di verità, a fare i conti con le proprie fantasie infantili, gli stupori e le amarezze di una adolescenza femminile, l'amore per il padre, gli scontri con la madre, l'invidia delle libertà maschili, la comune abitudine a guardare il mondo dalla finestra anziché scendere in strada ad affrontare il nemico o semplicemente a bighellonare.
Che poi la scrittura, con il suo vagabondare nelle minuzie quotidiane, il suo accanirsi sulle insensatezze sempre nuove dell'amore, il suo sentimento della lingua come nutrimento, i suoi eroi di tutti i giorni, è profondamente femminile e materna. Soprattutto il romanzo, legato com'è al senso del divenire. Non per niente Roland Barthes dice: «Scrivere vuol dire giocare col corpo della madre».
Per corpo della madre s'intende la carne e il latte di ogni lingua parlata. Ma, e qui avviene il fatto sorprendente: il linguaggio nato femmina, crescendo diventa, per un repentino rovesciamento delle parti, maschio. Mette su muscoli e peli e pretende la priorità assoluta dei suoi interessi spirituali.
Così il corpo della madre che dà nutrimento e carezze si trasforma nel corpo del padre che richiede ubbidienza in cambio di sicurezza, chiede fedeltà in cambio di grandezza.A questo punto è inutile fingersi diversi, mettersi i baffi, dire che ormai tutto è cambiato, sbarazzarsi delle differenze con un'alzata di spalle. lo non ci casco, io non ci casco, diceva lei mentre era già dentro alla trappola fino ai capelli. Ma i suoi occhi guardavano fieramente lontano.I travestimenti fra l'altro servono solo per ingannare se stessi. Il mondo non si lascia imbrogliare. Tanto meno i critici. Nel mondo delle lettere nessuno mai prenderà una donna che scrive per uno «scrittore».
Lo si capisce andando a cercare del materiale critico nelle biblioteche. Articoli sì, quanti se ne vuole, ma veri e propri saggi impegnativi, veri studi approfonditi, pochissimi.
Il fatto è che scrivere un saggio è come innamorarsi, anzi come prendere moglie. È difficile che un critico di prestigio voglia maritarsi con il mondo immaginario di una donna. Lo riterrebbe un matrimonio sbagliato, una mesalliance, qualcosa di cui vergognarsi.
La discriminazione infatti non avviene né al momento della scrittura (nessuno impedisce a una donna di scrivere salvo lei stessa), né al momento del rapporto col mercato (sappiamo che le lettrici sono la maggioranza e gli editori non fanno censure, vogliono solo vendere).
Il momento cruciale della selezione, il grande setaccio che si mette in moto per separare il grano dal loglio avviene dopo e sancisce il passaggio da una generazione all'altra.
Saranno le antologie per le scuole, le raccolte degli scritti critici più autorevoli; saranno gli ordinamenti che mano mano vanno facendo i Grandi Sistematori che ogni generazione si sceglie a tutela dei suoi beni letterari. Saranno i professori universitari, i bibliotecari, gli storici della letteratura, i critici specializzati nelle «oggettive vedute d'insieme» delle lettere nazionali, saranno coloro che stabiliscono le graduatorie, le rassegne, gli elenchi, le tendenze, le scuole.
In questo modo ogni generazione perderà le sue intellettuali, le sue poetesse, le sue romanziere. Libere in un mercato libero sono sopportate finché sono in vita ma è difficile che siano ammesse, una volta morte, fra i grandi da onorare, da studIare, da prendere a modello.
Anche quando sono presenti nelle antologie, non sono mai al centro del quadro. Il loro è sempre «un caso», «una eccezione», «un fenomeno» che, si suggerisce, ha dell'eccezionale. Ricordo che Pasolini credendo di farmi un complimento diceva: «tu non sei una donna, sei un uomo, hai la testa e il carattere di un uomo». lo cercavo di fargli capire che era offensivo, ma lui non se ne convinceva.
In genere insomma le scrittrici, anche le più geniali, muoiono quando muore il loro corpo. Le pochissime che si salveranno, saranno tenute lì come delle belle bandiere proprio per dimostrare che non esiste una discriminazione letteraria. Ma per una che sopravvive quante scompaiono ingiustamente.
Alle volte bastano solo venti, trent'anni. Non si erano già perse le tracce di Anals Nin tanto per dirne una, tirata fuori per i capelli dall'oblio dalle case editrici delle donne?
Così è successo da noi con Sibilla Aleramo, con Cristina Belgioioso, con Veronica Franco. E perfino Grazia Deledda che ha avuto il premio Nobel in vita, sta scivolando gentilmente fuori dal quadro. Chi si occupa più di lei?
Una scrittrice può essere molto venduta, molto amata dalle sue lettrici, può anche ricevere qualche elogio dalla critica. Quello che le viene negato è quel prestigio che accompagna ogni grande scrittore e che provoca imitatori, scuole, tendenze e soprattutto un corpo critico con cui ogni studente dovrà poi fare i conti.

Dalla finestra mi raggiunge un mugolio prolungato. Deve essere Mulino, il cane che da quindici anni vive con me. Da giorni giace fuori dalla porta di casa sopra un cuscino verde bottiglia. Le mosche gli si posano insistenti sul muso, ma lui non le caccia nemmeno. Tiene gli occhi aperti, ma non vede. Ogni tanto si alza, cammina in tondo inseguendo una luce, un odore. È doloroso vederlo fermo immobile davanti a una parete con gli occhi sgranati, bui, come se si stesse chiedendo se quelli sono i confini ultimi del mondo.
Non posso farlo entrare perché è diventato incontinente. Fa i suoi bisogni ovunque si trovi. A Roma negli ultimi mesi mi ha fatto ammattire: passavo le giornate a pulire dove lui sporcava.Avevo finito per relegarlo nell'ingresso, coprendo il pavimento con un telo di plastica ma comunque bisognava pulire. E lui si è molto offeso che l'ho escluso dalla camera da letto, da quella cuccia sotto il comodino su cui ha dormito per anni. Ho anche provato a mettergli i pannolini per i neonati, ma lui coi denti se li strappava.
Gli amici mi dicono: «Perché non lo fai abbattere?». Non so perché, di una mucca, di un cane, di un orso – che pena quella orsa dello zoo che muore di infezione perché il veterinario è in ferie! – si dice abbattere.
Suona alla maniera della "soluzione finale" nazista: un eufemismo che cerca di ingentilire le cose. Si dice abbattere per non dire uccidere. Un'abitudine che sta dilagando. Non si dice "operatore ecologico"per dire spazzino? non si dice "collaboratrice domestica" per dire cameriera? non si dice "non vedente" per dire cieco?
Modi pretenziosi per camuffare la realtà, mascherarla e farla apparire più gradevole. Ma non per questo i ciechi smetteranno di essere ciechi, gli spazzini smetteranno di spazzare le strade, le cameriere smetteranno di pulire le case.
In quanto a Mulino non lo farò abbattere. Morirà quando deve morire, da solo. Perché togliergli l'esperienza dell'agonia? Il corpo ha un modo suo, lento, profondo, di avvicinarsi alla morte. Troncare a metà questo processo mi sembra un peccato di impazienza tecnologica di fronte alle lentezze capricciose della malattia.
Solo nel caso di sofferenze terribili che spingono il malato stesso a chiedere di essere «aiutato a morire» posso capirlo. Ma in quel caso ci sarà qualcuno capace di parlare, di esprimere la sua volontà, cosa che un cane non può fare.
Mentre Mulino si avvia faticosamente verso la morte, un gattino minuscolo, nero come un'ala di corvo, si avvia faticosamente verso la vita. L 'ho chiamato Carbonello per il suo colore notturno. Appena nato era stato buttato nel sacco dell'immondizia. Da lì una mano amica l'ha tirato fuori e nutrito.
Ma è rimasto un gatto minuto, dal collo di gallina, le orecchie a sventola, gli occhi gialli avidi di vita. Sa già di dovere contare solo sulle sue forze. I giochi che fa sono animati da una specie di festosa disperazione. Avendo perduto il corpo della madre, cerca calore di qua e di là cacciando la testa sotto la zampa del cane o strusciandosi contro una caviglia umana. Ma non si lascia mai andare. È vigile, comicamente vigile, con quelle orecchie protese in fuori, il collino misero, gli occhi che frugano diabolici negli angoli più nascosti.
Le giornate in campagna sono scandite da tempi circolari: si sente molto di più l'alternarsi della notte e del giorno, del freddo e del caldo. Ogni evento si ripete con dolcissima monotonia, accompagnato dal canto ininterrotto, maniacale delle cicale di giorno e dei grilli di notte.La ripetizione è interrotta da brevi fulminanti eventi di morte: il pastore ha ucciso un cane perché abbaiava alle sue pecore, il vaccaro ha macellato tre vacche per venderne la carne, una volpe ha divorato sei galline nella casa dei vicini, il ragno dietro la finestra ha acchiappato stanotte un calabrone e ora lo avvolge nelle sue bave immobilizzandolo come una mummia.
Anch'io mi sento parte di questo mangiamento generale. Non inghiotto la carne di quelle belle mucche dalle corna ampie m forma di lira che incontro nelle mie passeggiate per i boschi?
Stamattina ho avuto la sorpresa di trovare un mio racconto stampato sul «Corriere della Sera», pagina romana. Mi ha fatto uno strano effetto. Anni fa, molti, forse quindici, ricordo che avevo spedito un racconto al «Corriere» e il direttore di allora aveva risposto: «Sul mio giornale non voglio né froci né donne», Non lo disse direttamente a me ma me lo fece riferire, senza vergogna. Il racconto uscito oggi si chiama Il cavallo di A m, paro. E si ispira alla storia vera di un vecchio cavallo da circo che doveva essere «abbattuto» e che mi è stato regalato.
Il testo è accompagnato da un commento critico di Antonio De Benedetti. È lui che ha fatto questa scelta di novelle per la pagina romana mescolando con intelligenza giornalistica scrittori conosciuti con intellettuali e politici che non avevano mai scritto di fantasia.
De Benedetti sostiene che sono una scrittrice «naturalistica» .
«In Dacia c'è un consapevole deliberato rifiuto di quanto risulta astratto, complicato e inesplicabile. La sua prosa piana sfugge come fossero peccati le preziosità e gli arcaismi. Rifiuto assoluto e totale poi è il suo no ad ogni lirismo.»
«Ma perché tutto questo?» si chiede De Benedetti. «Dietro quanto Dacia scrive c'è evidente un progetto: quello di esprimersi letteralmente esprimendo la realtà. Ma quale realtà?»
E qui ripete una mia frase detta a proposito di «Isolina», il mio ultimo libro: «Per me scrivere significa mettermi prima di tutto nei panni delle donne».
Da questo De Benedetti deduce che «l'affermazione vale come indicazione di metodo e di poetica: mettersi nei panni degli altri, donne e anche uomini storicamente esistenti significa accettare un'idea tutto sommato naturalistica del raccontare... significa raccontare per raccontare, appunto, attraverso delle esperienze vissute, cioè delle denunce, tutto quanto nel mondo non va o potrebbe andare meglio».
Purtroppo sappiamo che nel mondo letterario italiano di oggi che si perde d'amore dietro alla poetica dell'artificio, dell'ambiguità, del sogno, dell'irrealtà, del delirio, la qualifica di naturalismo mette immediatamente fuori gioco.
Essere naturalistici significa, secondo questa poetica, stare dall'altra parte del fiume, dalla parte piatta delle cose dette contro l'irsutaggine delle cose alluse, dalla parte insulsa della chiarezza contro l'ombra suggestiva delle incertezze. Insomma un sospetto di realismo socialista, qualcosa di sconveniente e deteriore, assolutamente fuori moda.
Ma il naturalismo non presuppone una ricostruzione fedele della natura, che mantenga la fragranza delle cose senza l'intervento del sentimento e della ragione?
Lo scrittore che interviene, come De Benedetti sostiene che io faccia, lo scrittore che «vuole cambiare il mondo» come può contemporaneamente astenersi dal giudicarlo?
Paradossalmente è stata soprattutto l'avanguardia a riproporre nuove forme di naturalismo. Con la differenza che il naturalismo ottocentesco copiava fedelmente, a specchio, una realtà totalmente oggettiva in cui si riconosceva come parte di una macchina universale le cui chiavi stavano nella conoscenza scientifica.
Mentre il naturalismo oggi rifà il verso, con altrettanto spirito di astensione critica, a una realtà diventata incomprensibile. Un mondo insensato che produce in chi lo osserva quegli effetti di malessere, di perdita, di delirio, che sono considerati essenziali per l'artista moderno.
Ma sempre di naturalismo si tratta. Applicato alla realtà percepibile dei sensi. Lo scrittore rinuncia ad intervenire sulla materia narrativa, rinuncia a dare una angolazione soggettiva delle cose. Si limita a restituire il disordine così com'è. Il suo lavoro consisterà nel mimare attraverso l'irregolarità verbale e sintattica l'irregolarità del reale.
Comunque devo ringraziare De Benedetti per avere abbozzato, sia pure nei tempi e negli spazi di un lavoro giornalistico, un giudizio critico sulla mia prosa. Di scritti sui miei libri c'è pochissimo e quel poco dimostra fretta, nessuna voglia di approfondire, svogliatezza e distrazione.Alle volte vengono da me delle ragazze che intendono fare delle tesi e rimangono sconcertate dalla scarsezza di materiale critico che riescono a trovare.
Purtroppo nella mia stessa condizione si trovano anche scrittrici più prestigiose di me, dalle più lontane alle più vicine nel tempo.
Per quanto si frughi nelle biblioteche, per quanto si cacci il naso nei libri, non si trova che roba smilza e di pochissimo interesse sui libri delle donne.
Sono passati alcuni mesi. Il libro oggi è in bozze. Mi trovo a rileggerlo, a ripensarlo. Ma sarà giusto questo titolo? Non risulterà troppo scherzoso? Sarà giusta la scelta che ho fatto dei pezzi? Sarà giusto mettere insieme testi del lontano '74 con scritti dell'85, '86?
Proprio l'altro giorno una ragazza a Palermo mi ha detto: «Hai letto l'intervista che ha dato Rossana Rossanda a "L'Espresso"? No, non l'avevo letta. «Leggila, è bellissima... una donna che si mette in discussione, a sessant'anni, e con che coraggio!»
Ho comprato il giornale. Ho letto l'intervista. E ne sono rimasta colpita anch'io. La forza con cui Rossana si autocritica è quasi insopportabile tanto è violenta e dolorosa.
«Che certezze può avere una rivoluzionaria senza rivoluzione, una comunista senza comunismo?» dice Rossana e mi pare di udire la sua voce calma e piena, di una eleganza aristocratica che nessuna pratica proletaria ha potuto cancellare.
Abbiamo condotto insieme una serie di trasmissioni per RAI Tre qualche anno fa. Era la prima volta che Rossana si presentava a un pubblico quasi del tutto femminile, fra femministe giovani e meno giovani.
Eravamo vicine di settimana lei e io: un giorno toccava a lei e un giorno a me. Ci incontravamo negli studi della RAI a montare le interviste che andavamo facendo in giro fra le donne.
Credo che sia stata quella trasmissione ad avvicinare Rossana Rossanda al femminismo. Ed è stato un incontro felice perché lei è entrata nel mondo della riflessione pubblica femminile col piede giusto, quello della ragione e dell'indignazione.
Oggi Rossana Rossanda fa l'autocritica sulla sua militanza politica. Sul femminismo non dice molto. Ha l'aria di mantenere un rapporto di lealtà e di affetto. Ma si potrebbe dire, parafrasando la sua dichiarazione: «Che certezze può avere una femminista senza femminismo?»
Qualcosa di simile mi viene in mente guardando le macerie che ci circondano: gruppi sventrati, luoghi abbandonati, amicizie perse, solidarietà frantumate, discorsi lasciati a mezzo.
E, come simbolo di questa disgregazione, il teatro della Maddalena a me caro, coi suoi pavimenti che si crepano e si gonfiano d'acqua, i suoi archivi vuoti, l'umidità che si mangia le pareti. I manifesti degli spettacoli? persi. Le fotografie delle scenografie? sparite. Le registrazioni? scomparse. Le lettere? non si sa. Un vuoto, una voragine, un buco nero in cui precipita il nostro passato con tutto quello che ci è costato in fatiche, esperimenti, dolori, scontri, invenzioni e veglie notturne.
Ma cos'è? la difficoltà a storicizzare tipica delle donne costrette da sempre a stare ai margini della storia? o si tratta di un rifiuto di collegare il passato col presente? di dare una ragione alle cose? di credere in quello che abbiamo fatto insieme?
Talmente brave nel recidere, dimenticare, distruggere, pestare da risultare più attive ed efficaci di quella vecchia amica con la falce e le vesti tutte nere.
La memoria delle donne non conserva, non tesaurizza. È prodiga di sé fino alla dispersione. Essa macina, raccoglie e poi sperde al vento.
Per memorizzare bisogna pur amare il proprio passato e quindi in qualche modo se stessi. Ma le donne preferiscono morire piuttosto che dimostrare della tenerezza e dell'indulgenza per se stesse. Conoscono il narcisismo, quello più chiuso, che porta all'annegamento per amore; ma non conoscono la stima del proprio pensiero con le sue ragioni e le sue necessità. La memoria femminile è ferita, mutilata. Preferisce non voltarsi indietro; teme come Lot di trasformarsi in una statua di sale.
Anche Rossana Rossanda sembra ferita nella sua memoria. E volge contro di sé la spada di una guerra che l'ha abbagliata e poi delusa. Con una bellissima faccia di veggente solitaria e fiera, si chiama «vecchia rompiscatole», si paragona a una chioccia che rincorre pateticamente i suoi pulcini; «Ho lanciato troppi gemiti, troppi ululati» dice, «ho praticato un maternage che nessuno mi chiedeva». E si rimprovera di essere stata «disumana», «rinsecchita»... «ho portato a spasso la mia coerenza come se fossi l'unica a possederla».
Ci vuole coraggio a infierire contro se stesse con tanta crudezza. Ma è proprio di questo tipo di coraggio che abbondano le donne. Sempre pronte a tagliarsi a pezzi con le proprie mani. Rossana Rossanda con questa presa di posizione dimostra di appartenere, per storia, più al mondo delle donne che a quello della politica tradizionale.
Mi viene in mente il racconto di quel cuore di madre che pur stando nelle mani insanguinate del figlio assassino, quando lui cade fuggendo dal suo cadavere dilaniato, subito gli chiede: «Ti sei fatto male?».
Quanto di questo talento per l'autoflagellazione che ci deriva da una storia di flagelli subiti, è da conservare come un bene tutto femminile e quanto è da rifiutare come pericolosa tendenza all'annullamento di sé? Quanto fa parte di un insegnamento interessato e quanto si è trasformato in una virtù che vogliamo riconoscerci come nostra? Dobbiamo essere orgogliose di questa capacità a soffrire, a sacrificarci, ad autopunirci?
È più importante per le donne conoscere la sconfitta, anche se eroica, anche se gloriosa, delle sue martiri o conoscere il pensiero e il corpo vincente di qualche madre o qualche figlia che, nonostante la vocazione al sacrificio, non si è sacrificata?
Difficile rispondere. L'entusiasmo per la sincerità e la forza di una donna che ammiro mi fanno tentennare. In un mondo di gente che con arroganza difende i suoi errori, la voce nitida e crudele di Rossana Rossanda insegna a tutti qualcosa.
Ma allora perché intignarsi? perché non mollare, (parlo del teatro delle donne, dei gruppi, degli studi sul passato comune e dei momenti di incontro fra sole donne). Solo per puntiglio? o per la consapevolezza che lasciando andare le cose per il verso della corrente, lasciamo andare qualcosa di noi, del nostro comune passato?
Uno degli ultimi luoghi delle donne rimasti in piedi a dimostrare che? l'amore per se stesse? la fratellanza (sorellanza suona monacale)? la fiducia nei nuovi talenti? la solidarietà verso le altre?Ma si può resistere al logorarsi delle cose, degli ambienti, dei ricordi, delle esperienze? non è un peccato di presunzione? mentre tutto si disgrega, si trasforma, muore, tu vuoi sfidare il tempo con un gruppo di donne che si ostinano in questo piovere acqua inquinata e polvere, a ritrovarsi, a pararsi, a fare progetti?
È lecito andare contro corrente, contro la moda, contro le nuove esplosive realtà che ti entrano in gola come un vento impietoso e lacerante?
Forse non è lecito, forse non è normale. Eppure in questo lago di disaffezione, in questo affrettarsi di donne verso l'uscio di casa, in questo abbagliante uso di calze nere e reggicalze di pizzo, in questa riscoperta del matrimonio e dei fasti amorosi mi sembra necessario lasciare, come Pollicino, dei piccoli sassi bianchi che segnino la strada verso il ritrovamento di sé.
Se mi guardo intorno vedo donne giovani che si infischiano di tutto e partono per l'avventura sopra un guscio di noce; vedo ragazze che mettono su baffi e barba e inforcano la moto come fossero dei nuovi centauri dai seni tagliati. Ecco, in questa ventata di nuove sicurezze mi pare che la mia ostinazione abbia qualcosa di demente. Con quelle scarpe da montanara, su quella strada di spine, verso quella porta che si aprirà sulla felicità femminile. Ma esiste davvero? e che sapore ha? che senso, che stabilità, che forza? Non è molto più gustoso il sapore dolce amaro e ben conosciuto della soggezione e dell'autodenigrazione? Ci siamo talmente abituate a esso che lo consideriamo un carattere innato, tutto nostro.
Le giovanissime soprattutto, oggi portano scarpette leggere e non amano sentire sul collo il fiato di un'altra donna che le incalza, le interroga, le inquieta. Non amano sguardi timidi e domande di solidarietà.
Hanno trovato la felicità del vestirsi come danzatrici orientali, con quel tanto di distacco in più che le fa ardite e sicure. Esse hanno l'illusione della parità che in effetti possono praticare nelle scuole e nelle prime esperienze d'amore.
I guai cominciano dopo, con l'ingresso nel mondo del lavoro e col matrimonio. Anche quando il marito è dei più moderni, disposto a collaborare, rispettoso della loro indipendenza.
La discriminazione viene da lontano, ha radici profonde. Viene da una organizzazione più ampia in cui i sessi sono stati divisi in epoche remote, l'uno contro l'altro, l'uno a danno dell'altro. E non c'è barba al mondo che riesca a salvare le donne da un lavoro vissuto come destino: quello della casa, dei bambini, dei malati, degli invalidi eccetera. Dodici milioni di casalinghe ancora oggi in Italia, difficile dimenticarlo. Dodici milioni di donne che fanno un lavoro pesante, senza orari, senza stipendio, senza assicurazioni malattie, e soprattutto senza stima da parte di chi questo lavoro lo pretende e lo utilizza.
Ecco, così mi trovo qui, col mio carico di riflessioni maturate in quindici e più anni di pratica con le donne e mantengo quel minimo di amore per il passato che mi salva dal pestare queste riflessioni sotto i piedi chiamandole inutili o antiquate, ma anzi le difendo come il meglio che ho.
In tempi di Chernobyl e di AIDS voglio voler credere che abbia ancora un senso riflettere pubblicamente sui corpi logici e illogici delle mie compaesane di sesso.

Dacia Maraini

leggi brano....I miti della prostituzione
A una donna si dice «puttana» quando si comporta male, anche non necessariamente nel campo sessuale. La si chiama «prostituta» non solo quando si fa pagare ma quando ha più di un amante, quando tradisce, quando si dimostra arrogante, o semplicemente quando è libera, o quando fa l'impertinente, o quando prende delle iniziative o semplicemente quando dà fastidio. Insomma la parola «prostituta» è per il mondo femminile sinonimo di «donna cattiva». E migliaia di volte durante la vita ogni donna si trova a confrontarsi con questo termine, sia che le venga indirizzato per strada da dei giovanotti intraprendenti, sia che glielo dica in faccia il marito quando sospetta di essere tradito, sia che lo senta bisbigliare da un gruppo di colleghe un giorno che va in ufficio con una scollatura ardita, sia che le venga mormorato appassionatamente da un amante durante l'abbraccio amoroso ecc…
Ogni donna sa che se non si comporta secondo le regole di un mondo che la vuole fedele, remissiva, discreta, pudica, timorosa, ricettiva, servizievole, disponibile, pronta al sacrificio, si sentirà dare della «puttana», della «bagascia», della «zoccola», della «mignotta» e via di seguito secondo la fantasia del suo mondo gergale.
Questo significa che la persona della prostituta, anzi diciamo il suo mestiere, è diventato un simbolo, un mito negativo con cui si deve continuamente fare i conti.
Alcune, spesso le più giovani, proprio per trasgredire questo mito, scelgono di identificarsi con l'immagine condannata. Come se dicessero: «Se prostituta significa male e voi mi volete imporre il bene, io mi vestirò di questo male per farvi dispetto». E anche per mostrare che questo male è ridicolo, relativo, inesistente.
Da qui l'assunzione volontaria e «politica» dell'immagine negativa del mito da parte di donne più o meno consapevolmente ribelli e da parte di uomini che col travestimento mettono in discussione i principii del lecito e dell'illecito sessuale.
Ora, tenendo conto di questo potere eversivo del ribaltamento dell'immagine della donna in vendita, ho cercato nella letteratura che spesso registra quando non inventa, nuovi e antichi miti, se ci fosse una spiegazione anche poetica del fenomeno.
Con questo spirito ho riavvicinato alcuni. libri famosi che hanno come protagoniste delle prostitute: la Nanna dei Ragionamenti dell'Aretino, la Roxana di Defoe, la Nanà di Zola, la Ester di Splendori e miserie delle cortigiane di Balzac, la Lulù di Wedekind.
La prima curiosa impressione che ne ho ricavata è che l'idea della prostituzione, quella più vicina a noi, viene dal cinquecento e dal settecento. Cioè da epoche preromantiche. Per Aretino e per Defoe la prostituzione è un mestiere come un altro, senza implicazioni moralistiche. Le loro protagoniste agiscono secondo profondi interessi sociali, sviluppano certe qualità anziché altre e la genesi di questi sviluppi è osservata con distacco razionale non privo di simpatia e spesso anche ammirazione. Molte volte queste donne sono viste addirittura come vincenti nell'ambiente in cui vivono, portatrici di nuove vedute sull'amore, capaci di guardare con ironia a se stesse e al mondo, bravissime nel mettere dentro il sacco vecchi noiosi e innamorati con un senso molto preciso delle ingiustizie di classe, senza mai piagnucolare, né fare le vittime. Qualche volta l'autore si sente in dovere di condannare il loro operato, esprimendo una ideologia formale evidentemente poco sentita. Sembra che obbedisca a un dovere sociale in maniera molto distaccata, più come un ossequio alla morale comune che per vero sentire.
Senza sentimentalismi né moralismi la Nanna insegna alla Pippa sua figlia come vendersi ricavandone il più possibile, mantenendo una certa dignità del mestiere, senza dimenticare una buona dose di umorismo.
«Oggi dì è tanta la copia delle puttane» dice Nanna alla figlia «che chi non fa miracoli col saperci vivere, non accozza mai la cena con la merenda e non basta l'esser buona robba, aver begli occhi, le trecce bionde, arte o sorte, ne cava macchia, l'altre cose son bubbole.»
Così, con lo stesso cinismo allegro ma profondamente realistico e intelligente, Lady Roxana, abbandonata dal marito con cinque figli, decide a sangue freddo di cavare i soldi da un vecchio ammiratore. La sua scalata sociale è seguita dall'autore con partecipazione divertita. Il ragionamento di Roxana per cui è il denaro a fare l'uomo e non viceversa, viene proposto da Defoe come giusto e normale. Su questa filosofia si basa la scalata della donna che finirà in gloria, con la conquista di un marito ricco e nobile, il recupero dei figli lasciati indietro nel suo faticoso «salire», il recupero del prestigio e perfino dell'innocenza a cui i ricchi, insinua l'autore, hanno facile accesso solo per privilegio di nascita.
Con Nanà invece, un secolo dopo, ci avviamo verso la strada del moralismo che prende le vesti della fredda osservazione sociologica.
«Come quei mostri antichi il cui temuto dominio era coperto d'ossa essa posava il piede sopra i crani,... la sua opera di rovina e di morte era compiuta, la mosca uscita dall'immondizia dei sobborghi portando fermenti di putredine sociale aveva avvelenato quegli uomini appena posandosi su di essi... e mentre in un trionfo di luce il suo sesso risplendeva sulle vittime stese a terra, simile ad un sol levante che illumina un campo di strage, ella conservava la sua incoscienza di bestia superba, ignorante di quello che faceva, sempre bonaria.. .» scrive Zola della sua eroina. Di segno opposto, ma non più umana, appare Ester di Balzac. Non donna ma angelo Ester è un concentrato di qualità astratte e irreali, tutta sacrificio, amore e autoannichilimento. Così come a volte sono le prostitute che compaiono nei libri di Dostojevskij, povere vittime infelici e dolcissime, perdenti in partenza, idealizzate in modo da apparire inverosimili.
Ester è talmente sublime nel suo sacrificio da sembrare il ritratto stereotipato di una santa piuttosto che una persona in carne e ossa. Essa ama il suo "gigolò", nonostante i tradimenti, la viltà, le brutalità, gli egoismi più evidenti di lui. Essa lo ama a tal punto da farsi portare via tutti i soldi. Non solo, ma accetta che lui si sposi con un'altra sacrificandosi eroicamente di fronte alla carriera del compagno. E per finire darà la sua vita, sempre sorridendovi eroica e sublime, con la speranza di salvarlo.
È chiaro che la santa equivale alla demonia. Sono due modi di mitizzare e impietrire una persona. Non le si lascia la libertà di essere umana, contraddittoria, debole e forte, intelligente e stupida, avida e generosa, come tutti, ma la si imprigiona in un calco che potrà avere solo un diritto e un rovescio: o bestia o angelo, o disprezzata o esaltata senza pietà.
L'espressionismo novecentesco porterà alle ultime conseguenze il mito della prostituta satanica generatrice di male e di rovina. Insistendo però, come fa Wedekind, sulla «innocenza» del personaggio.
Lulù è simile a Nanà, salvo che Lulù non fa il male perché è lei stessa incarnazione di male nonostante la sua apparente innocenza e amabilità.
Qualsiasi cosa tocchi Lulù si guasta, dovunque arriva Lulù porta rovina e corruzione e morte. Lo spazio intorno a lei si ricopre di cadaveri.
Ma Lulù è seducente perché inconsapevole. Non è nemmeno astuta come Nanà, nemmeno interessata. Lulù è la forza distruttiva della natura. È sesso puro, femminilità pura vista come pericolo e dannazione per l'uomo.
Naturalmente Lulù finirà uccisa brutalmente da Jack lo squartatore visto da Wedekind come il vendicatore simbolico del mondo maschile offeso.
Il personaggio di Lulù, che ha avuto tanto successo in teatro, ed è stato rappresentato nel cinema (da Pabst) e nel melodramma (da Alban Berg) nonché nella pittura dell'ultimo secolo in tutta la sua potenza di mito negativo, ha certamente contribuito alla demonizzazione della prostituzione. Il denaro non è più il motore della vendita di sé, le ragioni sociali contano poco. La nuova cortigiana si prostituisce per intima corruzione, per sete insaziabile di sesso. È proprio su questa demonizzazione che si è costruita la tanto «utile» separazione fra donne «oneste»e donne di «malaffare».

Dacia Maraini - Da "La bionda, la bruna e l’asino"

leggi critica....La Sicilia, 30 aprile 1987

Il mosaico di Dacia
di Franz Carli

Come un frutto racchiuso in un mallo che non lascia trasparire il contenuto, di primo acchito, questo libro di Dacia Maraini è di difficile focalizzazione. Anche perché il titolo non aiuta a inquadrarlo in un genere ma induce a sfasare il fascio dell'attenzione, con quel somaro allusivo e il richiamo alla ben nota storiella sulla contraddittorietà dei giudizi della gente comune. A sfogliarlo, poi, con prevenzione è facile lasciarsi irretire dalle sue numerose identità ed essere tentati di classificarlo come raccolta di documenti, antologia di opinioni e considerazioni, riproposizione di vecchi temi del pianeta donna, alla luce di una più duttile mentalità e moderna legislazione.
Messo a nudo il frutto, ci si rende conto trattarsi di un mosaico le cui tessere sono altrettanti saggi, ognuno con una sua drammatica realtà e identità con un suo choccante problema che vorrebbe essere strettamente relativo alla donna ma che investe come un ciclone una larga fascia di soggetti e di istituzioni, che pone una serie di interrogativi di non facile risposta, che presenta numerose angolature dalle quali osservare il vorticoso evolversi di una società che scioglie un nodo per cercarne altri,che salta un ostacolo per ritrovarsi in una situazione ancor più accentuato disaggio, che avanza a rotta di collo cadendo e rialzandosi, travolgendo ogni cosa nella sua furia di rinnovamento.
Dacia Maraini ha, quindi, riletto quanto scritto su giornali e riviste nell'ultimo decennio di battaglia per l'affrancamento della donna da determinate giogaie e si è accorta che poco o nulla è mutato in fatto di sperequazioni, di sfruttamento, di tabù. Ed ha voluto riproporre la vecchia tematica con articoli di anni fa che possono essere stati scritti ieri, data l'attualità dei drammi sbattuti in faccia. Testimonianze che appaiono ancor più brutali se consideriamo il tempo trascorso, il diverso modo di giudicare, le tappe evolutive toccate dalla donna in quest’ultimo scorcio di secolo.
Gli spunti, di facilissima lettura (perché è il contenuto che importa. non la forma) sono spesso dettati da situazioni esterne dell’essere donna, da casi esasperati ed esasperanti, espressione tipica di un degrado sociologico che predilige la donna come soggetto passivo ma non scarta il povero dl spirito, il remissivo, l'emarginato dal gruppo. Per cui è facile ricondursi alla contrapposizione naturalistica della sopravivenza secondo cui, a soccombere, indifferentemente dal suo stato di maschio o femmina, è colui che si trova in stato di sudditanza: il generoso nei confronti dell'egoista, il povero nei confronti del ricco, l'incapace nei confronti dell'imbroglione, lo sprovveduto nei confronti del più intraprendente. Quanti divorzi hanno lasciato sul lastrico una povera donna con tutti i suoi figli e quanti un pover'uomo alle prese con pannolini e pappine?
Ecco dove sta l’importanza, il grande intereresse del libro; in questo poter comparare le istanze di movimenti e la giusta acquisizione di diritti e prerogative, le lotte per la supremazia di un principio di equità per il crollo di inveterati tabù con l 'esperienza a posteriori acquisita sulla pelle dei soliti derelitti.
Non sempre, infatti, l risultati hanno dato ragione alle attese.
Dacia Maraini è troppo nota per tracciare anche un quadro della sua personalità di scrittrice senza aprire porte spalancate. Quest’ennesimo suo lavoro ben si allinea con i suoi tanti libri sulla difficile posizione della donna.


Franz Carli
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La Nuova Sardegna, 9 maggio 1987

Nel mondo di Dacia
Sofferte riflessioni sulle macerie del femminismo

di Franco Cocco

Dacia Maraini continua a Sorprendere non solo il grande pubblico dei lettori ma anche la critica letteraria. Dopo il "tutto esaurito" de Il bambino Alberto, di appena un anno fa, ecco La bionda, la bruna e l'asino, fresco di stampa. Già il titolo, stupendo, così liricamente modellato sull'antica favola delle "due che vanno a Samo con l'asino", vuole sensibilizzare le coscienze più placide sul (quasi) fatale destino riservato all'operato delle donne che, qualsiasi decisione prendano, saranno sempre il "bersaglio preferito dalle critiche". Sembra questa l'eterna sorte delle donne: incomprese e colpevolizzate e ora indecise se considerare il capitolo del femminismo ormai chiuso. Ed è per questi motivi che la Maraini, con dolore, ma con una, caparbietà appena temperata da una luce di infantile lirismo, si aggira nei meandri della scrittura fra «gruppi sventrati, luoghi abbandonati, amicizie perse, solidarietà frantumate": attonita, guardando "le macerie" che la circondano. Le macerie, appunto della stimolante avventura femminista, daI momento che la Maraini sembra adombrare l'ipotesi della fine di un'era ormai iscritta nella memoria e appartenente a una storia che ha fatto corto circuito. Così parafrasando Rossana Rossanda, la Maraini si chiede: "Che certezze può avere una femminista senza femminismo?". Eppure, fra tanta disgregazione. (perduto il teatro della Maddalena, così caro; con una memoria di donna che "non conserva e non tesaurizza" perché "prodiga di sé fino alla disperazione""), la scrittrice sceglie di andare contro corrente imboccando la via della ragione, battendo l'unica strada percorribile: andare alla ricerca della discriminazione storica, che "viene da lontano, ha radici profonde" deriva dall'organizzazione più ampia in cui i sessi sono stati divisi in epoche remote". La bionda, la bruna e l'asino pur essendo una raccolta di scritti (selezionati) sulla famiglia, la violenza sessuale, sulla maternità sulla prostituzione, sull'amore, castità, il matrimonio, la vecchiaia, è un libro nato con l'intendimento di seguire/inseguire un discorso, dalle radici fino alla realtà odierna.
L’organico saggio introduttivo è tutto impegnato nell'esplicazione del teorema donna: Riflessioni su corpi logici e illogici delle mie compagne di sesso. Qui la scrittrice mette a nudo la volgarità della letteratura di evasione e affronta il problema della scrittura al femminile, intesa come trama di sensibleries, di sentimentalismo delicato e crepuscolare. Concetto di scrittura delimitato, ovvio quanto convenzionale che, in fondo, ripropone l'antico dilemma: la scrittura è maschile o femminile. La Maraini, interrogandosi ci interroga: "la scrittura è davvero asessuata?".
Questo frutto segreto quanto misterioso, sale da radici che si muovono nel terreno profondo dell'immaginazione collettiva, attraversano territori occulti: d'inconscio, abitudini, pensieri, desideri, paure,deliri. Dacia Maraini ricorda a momenti Roland Barthes: "Scrivere vuol dire giocare col corpo della madre". Eppure, questa carne/latte d'ogni lingua scritta/parlata, questa scrittura che è un modo dell'Eros che, in fondo, non vanifica la suggestione di Thanatos, pur essendo "nato femmina, crescendo diventa, per un repentino rovesciamento delle parti, maschio".
Sempre varia, e illuminante, la scrittura dell'ultima Maraini farà sicuramente discutere per l'indubbia problematicit? dei temi agitati da una prosa che si propone di raccontare più idee che personaggi. Idee controcorrente, che sferzano il volto di una moralità di protocollo ancora imperante. Lungo percorsi che portano a rivisitare le dolorose stazioni di un'Italia più acculturata che colta, più ammodernata che moderna, la scrittrice va alla ricerca di una "verità rovesciata" partendo dai miti più arcaici (come quello di Edipo di Freud, che sulla traccia delle analisi tentate da Tilde Gallino, contesta poiché vede nella ricostruzione del complesso di Laio la mancata messa a fuoco del "ruolo della donna-madre", in una tragedia che appare come appannaggio solo di maschi).
Fra resoconti di libri, saggi critici sui fatti di cronaca e avvenimenti politici e mutazioni antropologiche e di costume, Dacia Maraini ci fa ripercorrere un "Italia contrassegnata da mappe di un immaginario femminile altri- menti destinato a rimanere, chiss? per quanto tempo ancora inesplorato.

Franco Cocco


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Il Messaggero, 6 maggio 1987

Troppo poco ciò che cambia
di Pina Gorgoni

«Che certezze può avere una femminista senza femminismo?... Si può resistere at logorarsi delle cose, degli ambienti, dei ricordi, delle esperienze? ... Non è un peccato di presunzione o forse addirittura un puntiglio?… Perché intignarsi, perché non mollare?…». Molti interrogativi si affollano sotto la penna di Dacia Maraini, nel presentare al pubblico il suo ultimo libro, una raccolta di articoli già apparsi su quotidiani e riviste negli ultimi quindici anni. Ma si tratta in gran parte di domande retoriche. Il messaggio forte, quello che passa, è che «lasciando andare le rose per il verso della corrente, lasciamo andare qualcosa di noi, del nostro comune passato» mentre «è necessario lasciare, come Pollicino, dei piccoli sassi bianchi che segnino la strada verso il ritrovamento di sé».
Le analisi della condizione femminile, quando toccano nodi centrali, hanno spesso il triste privilegio di non perdere di attualità: la prostituzione come metafora della condizione femminile, la violenza come pratica quotidiana del vivere delle donne, i rapporti sempre un po' cannibalici all'interno della famiglia, il lavoro domestico come riproduzione di forza lavoro, la vecchiaia come cancellazione del corpo sessuato. E ancora il sesso, il parto, il masochismo, la castità, l'onanismo. Rileggere scritti già noti, che attraversano un periodo non breve, è anche in qualche modo fare un bilancio: di sé stessi e degli eventi su cui si è fissato lo sguardo. E se lo sguardo penetrante, pervicace, ostinato a capire e a denunciare è quello di una donna, non è difficile scoprire quelle che storici e sociologi chiamano invarianze. Che è poi come dire, per quel che riguarda l'universo femminile, che è troppo poco quello che cambia, in una realtà che pure muta a ritmi da mozzafiato. Ma La bionda. la bruna e l’asino -è questo il titolo ironico e provocatorio del volume - non è solo un bilancio. È soprattutto un'ulteriore occasione di riflessione o meglio di Riflessioni sui corpi logici e illogici delle mie compagne di sesso, come dice il titolo del saggio, scritto per l'occasione, che apre la raccolta. Qui la Maraini affronta temi carichi di implicazioni, forse troppi per essere sviluppati nello spazio di un'introduzione: la volgarità (lei che ha subito cinque processi per oscenità), la mistificazione della letteratura di evasione, il perbenismo del linguaggio, la tendenza ad autodenigrarsi delle donne e la loro difficoltà a storicizzare a conservare la memoria del passato, l'illusione delle ragazze giovani di aver raggiunto la parità tra i sessi. Tanti nodi problematici della nostra società che la Maraini legge con una lucidità intellettuale che ha sempre una impronta morale.
La volgarità ad esempio, non è crudezza di linguaggio (e se la usa una donna, ohibò, dove va a finire la gentilezza, supposta essenza del sesso?). Volgarità è semplificazione, tagliar la realtà con l'accetta, dividere la persona in parti utili e non utili, agghindare, falsificare, abbellire, bamboleggiare, ridurre la complessità di un pensiero.
Ma una questione sembra stare più a cuore all'autrice di tanti racconti e romanzi: la scrittura e l'immaginazione femminile. Non è vero quello che da tante parti si sostiene, che l'immaginazione non sopporta costrizioni, è libera e non può avere sesso. Non è vero che essa è «un gabbiano dalle grandi ali bianche che solca innocente un cielo vuoto». Nell'immaginazione, e quindi nella scrittura, la parte affidata all'estro personale è poca cosa, perché essa nasce carica di archetipi, di stratificazioni emotive, di luoghi ricorrenti dello spirito, di ritrovi verbali, di mitologie. E tutto questo ha un carattere androcentrico, che esclude la donna come «soggetto fantasticante». «L'immaginazione, più ancora che l'ideologia, è totalizzante. Essa fa parte di un qui ed ora di profonda immediatezza storica».

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Cercando Emma
Milano, Rizzoli 1993[/align]
Saggio su "Madame Bovary" di Flaubert 1993


leggi brano.....[…]

Ciò che, nel comportamento di Louise, indispone Flaubert è quell'ingenuità da neofita, quel fanatismo da provinciale dello spirito che mostra nel suo collezionare uomini famosi.
Eppure Louise, nel suo entusiasmo, aveva una buona percezione delle qualità degli uomini che ammirava. È stata una delle prime a parlare di «straordinario talento» a proposito degli scritti di Flaubert quando ancora non erano stati pubblicati. «E un grande artista» scrive il 15 gennaio 1852 in una delle pagine del suo frammentario e occasionale diario che lei chiamava mémentos. E questo, nonostante che Maxime Du Camp andasse da lei a parlare male del suo migliore amico.
Flaubert le ha fatto leggere dei frammenti delle Tentazioni di sant'Antonio. Lei li ha trovati «bellissimi». Ma Maxime Du Camp, che lo stesso Flaubert le ha messo sulla strada perché ne condividesse l'amicizia, le scrive che «l'opera di Gustave non vale niente» e che sarebbe desolato se lui insistesse per farsi pubblicare sulla «Revue de Paris» (che Maxime dirigeva assieme con Gautier) perché non saprebbe cosa rispondergli.
«Eppure io lo amo» scrive Louise nel diario, «sono davvero sicura della superiorità di Maxime su Gustave? Per quanto riguarda l'intelletto mi sembra che Gustave sia superiore. Ma cosa sta succedendo? non ci capisco niente. Che influenza ha Maxime su Gustave? prima che Maxime andasse da lui a Croisset, Gustave mi scriveva delle lettere molto dolci. Sono in preda ai dubbi, che angoscia!» (18 novembre 1851)
E infine, dopo tante scortesie, tante «distrazioni» (Flaubert non si accorge della povertà in cui versa Louise, che non ha di che pagarsi le scarpe e non ha mai chiesto un soldo al suo amante), riflette a voce alta sul suo diario: «Gustave l'ho capito ormai, mi ama esclusivamente per lui, con profondo egoismo, per soddisfare i sensi e per leggermi le sue opere. Ma del mio piacere, della mia soddisfazione, gli importa ben poco». (24 dicembre 1851)
In effetti Flaubert era molto attratto dal corpo di Louise che aveva amato all'inizio con generosità, per poi tirarsi indietro, e dopo due anni di silenzio era tornato a cercarla e a farci l'amore, anche se con disdegno e insofferenza.
Ma qualcosa di molto forte, che l'aveva spinto verso di lei, per quanto poi abbia cercato di negarlo, c'era stato.
«Com'era dolce la pelle del tuo corpo nudo (...) Tu sei veramente la sola donna che ho amato e ho avuto. Prima di te andavo a calmare su alcune i desideri suscitati da altre. Tu mi hai fatto contraddire il mio sistema,
il mio cuore, forse addirittura la mia stessa natura che, incompleta, cerca sempre l'incompleto.» (6 o 7 agosto 1846)
«Ti penso sempre», le scrive 1'8-9 agosto del '46, l'anno del massimo slancio d'amore «sogno sempre la tua faccia, le tue spalle, il tuo collo bianco, il tuo sorriso, la tua voce appassionata, violenta e dolce insieme come un grido d'amore (...) Sei venuta tu e con la punta del dito hai smosso tutto. La vecchia feccia ha ribollito, il lago del mio cuore ha trasalito (...) Devo proprio amarti per dirti questo. Dimenticami se puoi, strappati l'anima con le due mani, camminaci sopra per cancellare l'impronta che vi ho lasciato. Su, non ti arrabbiare. No, ti bacio, ti faccio l'amore, sono pazzo. Se tu fossi qui ti morderei. Ne ho voglia. lo che sono schernito dalle donne per la mia freddezza, io che mi sono fatta la reputazione di non poterlo adoperare tanto poco lo adopero. (...) lo sarò il tuo desiderio, tu sarai il mio (...)
Oh com'era bella la tua testa tutta pallida e fremente sotto i miei baci. Com'ero freddo io! Ero occupato solo a guardarti. Ero sorpreso, incantato.
«(...) Vado a rivedere le tue pantofole. Ah, loro non mi lasceranno mai. Credo che le amo quanto amo te (...) Profumano di verbena e di un odore di te che mi gonfia l'anima.»
Ma nello stesso tempo è preso dalla paura dell'intensità del sentimento cresciutogli in petto. «Vorrei non averti mai conosciuta», scrive il 6 o 7 agosto' 46, «(...) e tuttavia il pensiero di te mi attira senza sosta (...) Ogni sentimento che mi arriva nell'anima va in aceto come il vino che si mette nei vasi troppo usati (...) Sei tu che sei una bambina, sei tu fresca e nuova, e mi umilii con la grandezza del tuo amore.»
E cerca di spiegare la sua ritrosia, cerca di razionalizzare la sua paura: «Non ho mai visto un bambino senza pensare che sarebbe diventato vecchio, né una culla senza pensare ad una tomba, la contemplazione di una donna nuda mi fa pensare al suo scheletro (...) Se tu non mi amassi ne morirei, ma mi ami e sono qui apre. garti di smettere (...) Mi dici di scriverti tutti i giorni (...) Ebbene l'idea che tu vuoi una lettera ogni mattina mi impedirà di scriverla (...) Lasciati amare a modo mio, alla maniera del mio essere e con quella che tu chiami la mia originalità. Non mi obbligare a niente. Farò tutto. Comprendimi, non mi accusare.» (6-7 agosto 1846)
Senonché Louise, che non conosce mezze misure, non si accontenterà affatto di «lasciarsi amare». Ma lo amerà ferocemente, tirannicamente, tormentandolo con continue richieste di affetto, di fedeltà, che fIni. ranno per stancare il già poco paziente Gustave.
Di questa Louise amata e temuta da Flaubert Emma ha molte cose: la cieca impetuosità, l'ansia di vivere, una certa disinvoltura nell'amplesso: «Si spogliava brutalmente strappando il laccio sottile del corsetto che fischiava attorno ai suoi fianchi come una serre che sci. vola. Andava sulla punta dei piedi nudi a vedere se la porta era chiusa a chiave, poi, con un solo gesto, faceva cadere tutti insieme i vestiti e, pallida, seria, senza parlare, si abbatteva sul petto di lui con un lungo fremito».
A tutto questo si aggiungano i gusti letterari, molto simili nella loro ingenua mancanza di senso critico. Anche se Louise, che certamente era più addentro alle questioni letterarie, come si conviene ad una scrittrice, faceva letture più nobili di quelle di Emma.
Ma oltre al carattere, ci sono nel libro alcune coincidenze e somiglianze di fatti biografici che offesero a morte Louise quando il libro fu pubblicato. Soprattutto dopo che, nella seconda stagione del loro amore, lui le aveva tanto parlato del romanzo che stava scrivendo come se non avesse niente a che fare con lei, mentre evidentemente stava covando il «tradimento», la spiava.
Prima di tutto il portasigarette d'argento e agata con la scritta «Amor nel cor» che Louise aveva regalato a Gustave nei primi tempi del loro amore e che lui aveva accolto con grandi espressioni di gioia e rassicurazioni d'amore. Nel romanzo il portasigarette trasformato in medaglione, con la stessa scritta incisa sopra, viene regalato da Emma a Rodolphe ed è presentato dall'autore come il regalo di pessimo gusto di una innamorata senza cervello.
Una risposta contenuta, conoscendo il carattere di Louise, è questa poesia che pubblicò in «Le monde illustré», nel gennaio del 1859: «La tabacchiera d argento, finemente cesellata, / aveva incisi in oro fiori e frutti /sulla pietra dura era stampata la frase" Amor nel cor",/ un verso toscano colmo di segreta emozione. / .Era per lui, per lui, che lei, amò come un Dio / per lui in sensibile ad ogni umano dolore, brutale con le donne. /Ahimè, ella era povera e aveva poco da dare / ma Ogni regalo è sacro se possiede un anima. / Bene! in un romanzo dallo stile d un commesso viaggiatore / nauseante come un tossico vento / egli sbeffeggiò il regalo con una frase piatta, / ma si tenne il bel sigillo di agata».

[…]

E qui arriviamo al famoso episodio della carrozza che tanto ha scandalizzato i benpensanti di allora e che è rimasta come un capolavoro dell'eros in letteratura.
Eppure anche questa famosa scena drammatica è vista con sarcasmo, senza nessun abbandono lirico. Già nel percorso a caso seguito dalla carrozza, perché Léon salendo ha semplicemente detto «andate dove volete», si può sentire la risata sardonica dell'autore. «La carrozza discese la rue Grand-Pont, attraversò piazza Des Arts, il quai Napoléon e il Pont Neuf, e si arrestò davanti alla statua di Pierre Corneille.»
Come non vedere in questo ipotetico tragitto uno sberleffo ai grandi miti del tempo: l'Arte, la Novità, Napoleone? Per fermarsi davanti alla statua del più riverito padre delle lettere francesi, Pierre Corneille?
«Continuate!» fa una voce dall'interno della carrozza non appena il vetturino accenna a fermare i cavalli. E il fiacre riprende il suo correre insensato. Ma, nell'obbedire, il vetturino prende troppe curve e allora si sente la stessa voce dall'interno che grida: «No, dritto!».
Non ci viene descritto cosa facciano i due all'interno della carrozza ma lo possiamo immaginare. E capiamo che le curve infastidiscono il lungo abbracciarsi dei due, e che ogni arresto è un tormento. Come quando si è in treno e si cerca di dormire. Sono le fermate che ci svegliano, mentre lo scotimento monotono del vagone ci induce al sonno.
La carrozza deve sempre procedere di corsa perché i due possano congiungersi in qualche modo all'interno e noi ne seguiamo l'andamento sulla faccia del cocchiere che si fa sempre più perplessa e scocciata. Solo quando il cavallo trotta tranquillo su una linea diritta sembra che vada bene a quei due là dentro. A ogni fermata, a ogni curva si sente una mezza voce soffocata che ordina: «Marchez donc».
Così procedono per due buone ore finché il cocchiere si ferma, stanco, demoralizzato, e quasi piangendo «per la sete, per la fatica e la tristezza».
Il commento di Flaubert: «E andando al porto, in mezzo ai carri e ai barili e lungo le strade agli angoli vicino ai paracarri i borghesi spalancavano gli occhi davanti a questa cosa così straordinaria in provincia: una vettura a tendine chiuse che appariva e riappariva continuamente, più chiusa di una bara e sballottata come una navicella».
Se fra i due c'è stato piacere, ritrovamento, gioia, possesso, carezze, amore, baci, certo noi ne abbiamo visto solo la parte più sgradevole e burlesca: quella «bara» ambulante su cui i buoni borghesi di Rouen spalancano gli occhi stupiti.
Anche con Louise la prima passeggiata amorosa è avvenuta in carrozza. Dopo l'incontro dallo scultore Pradier, che era intento a farle il ritratto: «Sai [come] ti rivedo sempre: nello studio, in piedi che posi, con il sole che ti illumina di lato e io che ti guardavo e anche tu mi guardavi» (13 agosto 1846), Flaubert la invita a fare un giro al Bois de Boulogne in carrozza e lei accetta.
Solo che in quell'occasione c'era anche Henriette, la figlia bambina di Louise. E certamente non possono avere amoreggiato troppo apertamente. Anche se Henriette molto opportunamente «dormiva». Flaubert ricorda: «Come dormiva Henriette sui cuscini! E il dolce movimento delle molle e le nostre mani e i nostri sguardi intrecciati. Vedevo i tuoi occhi brillare nella notte. Avevo il cuore tiepido e molle». (26 agosto 1846)
C'è anche una seconda passeggiata in carrozza che si svolge in maniera molto simile a quella descritta nel libro e che viene ridicolizzata da Flaubert qualche anno dopo durante una famosa cena in casa dei fratelli Goncourt: «Gustave ci racconta una trombata con la Colet iniziata durante un riaccompagnamento in carrozza, proseguita recitando con lei la parte dell'uomo disgustato della vita, di tenebroso, di nostalgico del suicidio, ruolo che si divertiva a fingere e che lo esilarava al punto da fargli cacciare il naso di tanto in tanto al finestrino per ridere di nascosto». (6 dicembre 1862)

[…]

Dacia Maraini - Da "Cercando Emma"

leggi critica.....La Stampa, 12 marzo 1993

Emma, una donna in ostaggio
«In lei cerco le passioni fra personaggi e autori»

di Dacia Maraini

Emma Bovary è una di quelle persone "di casa" nella nostra città interiore, ci sembra di conoscerla da tanto, la sua storia ci è familiare.
Per anni abbiamo sentito dire che Emma è la creatura più amata da Flaubert, tanto da identificarsi pubblicamente con lei: «Ma dame Bovary c'est moi». Abbiamo sentito dire che l'adulterio di Emma viene annunciato, spiato, seguito dal suo autore con profonda comprensione, quasi che il romanzo fosse una giustificazione della libertà d'amore femminile all'interno delle strettoie del matrimonio borghese, in un ambiente saturo di banalità e di luoghi comuni.
Eppure nel mio ricordo, quando ho letto il romanzo per la prima volta, con l'avidità con cui si leggono i libri a sedici anni, conservo un sentimento di sconcerto e di malessere. Ma non per la scabrosità del tema e neanche per l'orribile punizione finale, che pure mi ha lasciata senza fiato, ma per il modo dileggiante e rabbioso con cui mi veniva fatta conoscere questa donna.
Allora non capivo che si tratta di una questione di prospettiva. Da lettrice inesperta mi ero immersa nelle acque tetre, bellissime del romanzo e non distinguevo, non capivo da dove mi venivano i colpi. Ma erano colpi duri per chi, come me, desiderava capire e simpatizzare con il personaggio.
Emma veniva presentata come una figura tragica, la vittima di un matrimonio soffocante, tenuta in ostaggio da un marito vile e inetto. Oggi ripercorrendo il libro, Emma mi appare sì in ostaggio, ma non del marito, bensì del suo autore. Con un accanimento e una tenacia che sfiorano il grottesco, attraverso una determinazione amara e sbeffeggiante.
«La cosa di cui ci lamentiamo — scrive Henry James — è che Emma Bovary, nonostante la natura della sua coscienza e sebbene rifletta tanto quella del suo creatore, sia veramente qualcuno di troppo limitato». E si chiede, accorato: «Ma perché Flaubert scelse, come speciali veicoli della vita che si proponeva di dipingere, degli esemplari umani così inferiori?».
È la domanda che mi sono fatta io allora e che continuo a farmi oggi ed è la ragione per cui ho sentito il bisogno di scrivere queste pagine, cercando di saperne di più. Non solo del rapporto Flaubert-Emma, ma di quello in generale degli autori con i loro personaggi.
Il romanzo comincia in modo splendente con la scena, che tutti ricordiamo, del nuovo studente che arriva alla scuola di campagna. Si chiama Charles Bovary ma non sa neanche pronunciare chiaramente il suo cognome che viene storpiato in «Charbovary». È goffo, pesante, impacciato e si muove con lentezza. Al solo suo apparire la scolaresca scoppia a ridere. Tanto che il professore gli fa scrivere venti volte, sul foglio del quaderno, «ridiculus sum».
Eppure in questo stesso inizio c'è qualcosa che ci inquieta, ci lascia dubbiosi. L'anomalia consiste nella presentazione di una voce narrante, un io in carne ed ossa che poi si perderà misteriosamente senza che si sappia perché.
È strano che un autore così accurato come Flaubert non se ne sia accorto. A meno che questa svista non rappresenti un segno clandestino per aprire una qualche porta segreta del romanzo. Il primo capitolo si apre con «Stavamo studiando quando entrò il rettore», frase che implica la scelta di un preciso punto di vista: un testimone, un ricordo, qualcuno che ci racconta di un suo compagno di scuola poi finito medico a Yonville eccetera.
Ma questo io narrante lo perdiamo già alla fine del primo capitolo. Si tratta di una perdita volontaria, di un capriccio, di una dimenticanza, di un lapsus?
Vista la pignoleria quasi maniacale dello scrittore, direi che si tratta piuttosto di una spia messa li a indicarci uno stato di incertezza prospettica che accompagnerà tutto il libro. Che il lettore si confonda pure, il romanzo è tutto impastato di questa incertezza dei punti di vista che ne costituiscono la sottile originalità.
Solo così si può spiegare quel «Madame Bovary sono io». La scrittura flaubertiana in questo libro ha la consistenza di uno specchio finto, che se da una parte ci rimanda l'immagine di una giovane e bella donna dai capelli neri divisi in due bande, dall'altra ci fa intuire che dietro lo specchio c'è un altro corpo ben più robusto e virile, che prova piacere a denigrarsi attraverso i tratti delicati di una donna inquieta e velleitaria.
«Egli non può che sognare di essere l'altro -scrive JeanPaul Sartre nell'Idiot defamile -e recitare per la propria soddisfazione il ruolo dell'uomo d'azione».

Dacia Maraini


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La Repubblica 1 ottobre 1993

Emma Bovary sesso e rabbia
di Natalia Aspesi

Dopo 136 anni, la tormentano ancora: la scrutano, la giudicano, la condannano, tentano anche, senza riuscirci, di assolverla: è bella e adultera, è insincera e sognatrice, è sciatta e spendacciona, è romantica e villana, è fradicia di noia e ansiosa di passione, è capricciosa e stordita da pessime letture. È Emma Bovary, figlia di un padre, Gustave Flaubert, che ha sofferto cinque anni per costruirla con il massimo disprezzo, con la più forte ripulsa. L' enigmatica provinciale, moglie insopportabile, madre pessima, amante bidonata di bei giovanotti senza valore, suicida nel più orribile dei modi, ha da sempre il potere senza fine di non farsi dimenticare, di suscitare nuove curiosità, di essere viva. Hanno scritto di lei Henry James e Sartre, Nabokov e Vargas Llosa, Mary McCarthy e, pur scegliendo come protagonista del suo libretto Monsieur e non Madame Bovary, anche Laura Grimaldi.
E adesso è Dacia Maraini a farsi sedurre da questa giovane donna che ama agghindarsi da uomo, ma soprattutto dello scrittore che alla sua innamorata Louise Colet scriveva: sempre tentato (ma mi sembra che ho fallito) di fare di te un ermafrodita sublime. Io ti voglio uomo fino all'altezza deI ventre (ascendere). E invece mi pesi e mi turbi e ti guasti con l'elemento femminile». Il nuovo libro Cercando Emma è una rilettura del romanzo intrecciata con puntigliosa passione all'epistolario di Flaubert, seimila pagine pubblicate dalla Pléiade e mai tradotto integralmente in italiano. «Madame Bovary è un pozzo senzafondo, in cui non si finirà mai di scavare», dice Dacia Maraini. «È un romanzo ambiguo e contraddittorio, da cui se ci si cade dentro, è difficile districarsi: e infatti se ne è scritto tanto, se ne continua a scrivere. Attraverso una mia oscura strada interna, sono arrivata alla voglia di riflettere a voce alta, non tanto sul personaggio, quanto sul rapporto tra lo scrittore e il personaggio, sul mondo della scrittura».
C'è nel suo modo di accostarsi ad Emma uno sguardo femminista?
«No. Certo, dopo tante interpretazioni soprattutto maschili, introduco il punto di vista delle donne, o ancora meglio, quello di una lettrice, donna, consapevole. Forse non dico niente di nuovo, certo dico qualcosa di mio».
Emma, che si dà all'adulterio e poi sceglie la morte è stata vista talvolta come portabandiera di una libertà femminile, anche per lei è così?
«Certo Emma è un personaggio irriducibile, piena di inquietudine, di disprezzo, di odio, di ansia, di libertà : persino il sesso lo vive non come lussuria ma come espressione della sua rabbia. Vargas Llosa, che ho appena letto, dopo aver scritto il mio libro, si identifica in Emma come simbolo di libertà per tutti, non solo femminile. Ma non era questa l' idea di Flaubert, che non ha alcuna simpatia per la sua creatura, che nelle lettere agli amici non smette mai di lamentarsi per quanto la detesti, gli costi fatica, non susciti in lui un solo momento di affetto, neppure negli attimi della sua morte angosciosa.
Anche quando pare che abbia verso la sua sciagurata Emma un po' di indulgenza, subito la ributta nell'abisso della sua pochezza. Sa sempre come incenerire quel po’ di simpatia che il lettore, che io, possiamo provare per lei: basta un suo gesto, una sua parola, per avvilirti, per tirarti giù. In realtà Flaubert detesta Emma, detesta i suoi miserevoli e vili amanti: prova tenerezza solo per quel marito goffo, pigro, vile, babbeo, incapace e senza sospetti, ma che sa provare un amore cieco e irriducibile, un sentimento materno verso quella moglie così devastante, così rovinosa».
È l'idea dell'adulterio che costringe Flaubert a fare un ritratto così disprezzabile della sua Emma?
«Assolutamente no, lui non ha alcun giudizio né morale né sociale sull'adulterio: anzi, quando lo racconta sfiora gli unici momenti di partecipazione, di comprensione per lei. Lui condanna invece i sogni di cattivo gusto, le pessime letture, le fantasie volgari da cui nascono gli amori di Emma».
Parlando di queste letture, Flaubert è molto ostile e il suo bersaglio è Lamartine, che considera uno scrittore per signorine. E nel romanzo denigra per l'ennesima volta Emma attraverso i suoi romanzetti: «Si lasciò scivolare nei meandri lamartiniani, ascoltò tutte le arpe sui laghi, tutti i canti dei cigni morenti, tutte le foglie che cadono, le vergini che salgono al cielo e la voce dell'Eterno che discorreva nelle valli». C'è oggi per le donne, un corrispettivo di mieloso cattivo gusto che alimenta sogni sbagliati?
«Il tema deI bovarismo oggi è molto attuale. Non solo le donne, ma anche gli uomini sognano ad occhi aperti, hanno fantasie inutili, irrealizzabili, banali, deleterie, fornite in abbondanza da una sottocultura molto più diffusa che ai tempi di Flaubert. Non sono tanto le letture, e neppure certo cinema a influenzare la stupidità, ma la televisione, con le telenovelas e i quiz e soprattutto la pubblicità televisiva, che parla di una felicità fatta di prodotti: ci credono in tanti, le donne che sognano la famigliola unita a causa dei biscotti, gli uomini che si sognano al top della carriera per una automobile» .
John Carey, recensendo la biografia di Flaubert di Herbert Lottman,ha scritto che se il maniacale perfezionismo per la parola in un quindicenne avrebbe potuto essere riconosciuta «come un normale passaggio adolescenziale, simile all'acne o ai piedi puzzolenti», in lui «durò tutta la vita facendone un santone della cultura moderna». È d'accordo?
«Dico che Madame Bovary mi piace soprattutto per come è scritto, perché lo considero un romanzo bellissimo e sensuale, perché Emma è un ostaggio nelle mani dei suo autore, che la incalza con un accanimento e una tenacia che sfiorano il grottesco, con una determinazione amara e sbeffeggiante».
Flaubert ha sempre detto di non volersi intrufolare nei suoi scritti, di volerne stare sempre al di fuori, impersonalmente: eppure tutti, a cominciare da lui stesso, l'hanno identificato con Madame Bovary. Secondo lei perché?
«L' intreccio degli specchi è più ricco e sottile: Emma è Flaubert, ma è anche Luise Colet, la donna malamata dallo scrittore, Emma entra nelle lettere di lui a lei, tutto il romanzo porta le tracce della storia di Gustave e Louise, una passione prima impetuosa e dolente, poi spinosa e impaurita sino all’intolleranza e all'odio finale.
In Emma, lui mette tutto ciò che di sé non amava, ma alcuni sogni di Emma sono anche i suoi e così l'amore per la chincaglieria, il luccichio,le leziosità orientali: gusti che lui non si perdona, mentre per Emma sono meravigliosi: nel libro lui è molto crudele soprattutto con sé stesso». Madame Bovary è anche il frutto di una forte misoginia?
«Flaubert non si è mai sposato, ha sempre avuto terrore delle donne e le ha tenute a distanza. I suoi rapporti col padre erano stati pessimi, quelli con la madre di un attaccamento patologico: per non turbarla, si faceva indirizzare le lettere di donne presso un amico, che poi gliele rimandava. Nell'adolescenza si era innamorato di una signora e per anni l'aveva adorata, senza avvicinarla. Secondo la cultura dell'epoca divideva l'amicizia e la familiarità e gli interessi culturali con gli uomini. L' amore fisico contava poco, era una necessità e una curiosità: in Egitto, per "istruzione", ha avuto avventure con i ragazzotti dei bagni. Attraverso Emma, esprime anche il suo distacco, e in parte disprezzo, per Louise Colet che troppo lo ama e si ostina a scrivere bruttissime cose».
In che cosa Emma è Louise?
«In molti particolari,la passione per i romanzi di Lamartine, il dono all'amante di un medaglione di cattivo gusto, la pigrizia dei sensi,la tendenza al feticismo, l'amore per la menzogna. Sapendo di offenderla, Flaubert non le farà mai leggere una riga dei libro mentre lo scrive. Spietato con Emma, lo è anche con Louise, che non aiuterà mai, malgrado la sua povertà».
E dopo l'uscita dei romanzo, Louise si vendicherà?
«Come può, definendolo "romanzo da commesso viaggiatore" e inserendo l'ex amato in fondo al romanzo Lui. "Voglio gettare su quegli anni un velo nero come quello che copre, a Venezia, nelle famiglie patrizie, i ritratti dei condannati a morte"».

Natalia Aspesi




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Gazzetta del Sud, 2 novembre 1993

Cercando Emma si incontra Dacia
di Lucio Barbera

Se è possibile che la grafia è spia di chi scrive a tal punto che la grafologIa rivendica a sé la capacità di dedurre i caratteri psicologici e morali dello scrivente, è certo, come osservava Moravia, che la scrittura, qualunque essa sia, finisce con l'avere una certa cifra autobiografica, cioè a dire a parlare dello scrivente pur quando di altri scrive Ma sotto altro aspetto c'è da tener conto che, se una delle caratteristiche della letteratura è «l'onnipotenza dello scrittore», di colui cioè che costruendo e partorendo "personaggi" può deciderne non solo i destini, ma anche il modo di essere e di pensare, è anche vero che il "personaggio" una volta nato e costruito, per sua intima forza e coerenza, vive una «vita appartata» che, se non sfugge proprio di mano allo scrittore, in un certo senso lo condiziona.
Ecco, in questo crocevia, terribile ed affascinante del far letteratura, dove si incontrano il modo di essere dello scrittore (e la sua onnipotenza) e il modo di essere del "personaggio" (la sua libertà), con i loro contrari (l'autobiografismo e il condizionamento), si cala con maestria Dacia Maraini, a grande scrittrice italiana che, dopo averci regalato il dolcissimo Bagheria e interrompendo il nuovo romanzo che sta scrivendo, ha affrontato un tema quanto mai difficile: quello, appunto, del rapporto tra lo scrittore e il personaggio. Tema reso qui ancor più difficile dato che si tratta di Gustave Flaubert e di Emma Rouault, divenuta la Signora Bovary . Siamo cioè alle prese con un romanzo che la stessa Maraini giustamente definisce «misterioso, ambiguo, quasi impenetrabile» Dopo una lettura giovanile di cui conserva un «sentimento di sconcerto e di malessere», Dacia Maraini riprende in mano questo testo, ma lo fa avendo riletto gli atti del processo, gli altri romanzi e il corpus dell'epistolario di Flaubert con gli amici e la sua amante, la poetessa Louise Colet.
Qui non si tratta di vedere quale sia la possibile interpretazione di questo romanzo e di questa donna, tra le tante che sono state proposte: la giustificazione della libertà d'amore femminile, il ritratto impietoso di una adultera di provincia, la insopportabile monotonia del matrimonio con l'amore da fare ad orario fisso,la critica di un carattere velleitario, l'anatomia del linguaggio, il ritratto nervoso e naturalistico di una cittadina opprimente, l'amara risibilità del nulla; si tratta piuttosto di mettere in luce proprio quel complesso rapporto tra lo scrittore e il personaggio. E l'indagine (la Maraini lo definisce «un saggio scritto per fascinazione letteraria») si trasforma a poco a poco in una «muova avventura della comprensione», in un affascinante viaggio che anche graficamente vien indicato dalla scrittura. Quasi tutto il libro, riportando fedelmente brani del romanzo di Flaubert o di lettere, è scritto fra virgolette, a testimonianza di una ricerca puntigliosa, accanita che la Maraini compie sui testi oggetto della sua riflessione Ma poi, come punti di unione, di snodo e di domande, ecco le discrete parti non virgolettate: sono quelle che appartengono alla scrittrice, i suoi dubbi, le sue risposte, i suoi pensieri, le sue piccole conquiste sempre animate da un fertilissimo dubbio, da una serenità operosa, da una «vigilia» attenta mai disgiunta però da una sotterranea passionalità.
Ed è proprio qui, fuori da ogni citazione, che si scopre e si annida, all'interno del saggio su Flaubert, un nuovo romanzo, questa volta di Dacia Maraini: un suadente frutto letterario che per germinazione nasce dalla letteratura ed il cui "protagonista", ma sarebbe dir meglio, la cui "protagonista"è una convincente «lezione di lettura», prima ancora che di scrittura.
Dacia Maraini segue passo passo la vicenda di Emma, una donna simbolo della perenne frustrazione, che Flaubert finisce con il far diventare assolutamente antipatica così piena di nulla, ma anche a far amare, per un suo destino coatto e proprio per la sua stessa debolezza: sensuale, incostante, priva di sensibilità e incapace di sentimento, stupidamente infantile e salottiera da circolo, disposta a recitare la vita più che a viverla, capace di ogni menzogna e di ogni sogno, divorata all'interno da una irrefrenabile noia. Eppure simbolo di una condizione che non le appartiene.
Tutto nasce come è noto da un fatto di cronaca del tempo: una donna, Delphine Couturier Delamare, si uccide travolta dai debiti e il marito, Eugène, ufficiale sanitario, viene a sapere da alcune lettere nascoste che ha avuto degli amanti. Se questo è il nocciolo e l'osso di «Madame Bovary», poi non ci vuol molto a capire che il frutto e la carne è rappresentato dalla figura della poetessa Louise Colet, l'amante di Flaubert. Emma ha lo stesso cattivo gusto di cui Flaubert accusava Louise, ama gli stessi stupidi libri, fa gli stessi regali. Ed è probabile che Flaubert, per non perdere il modello, porti avanti il rapporto a distanza con Louise fino alla terribile agonia di Emma, fin quando non finirà il libro.
Ma «Madame Bovary c'est moi» diceva Flaubert, ed ecco che Emma diventa non soltanto «creatura creata» ma anche l'alter ego di Gustave; ecco che accanto all'onnipotenza dello scrittore (che poteva anche non far morire Emma, ma il dottor Charles Bovary, questo ambiguo individuo, ignavo, «un provinciale sprovveduto, fesso», ma anche un «cuore semplice», capace di amare senza chiedere niente in cambio) emerge l'autobiografismo della scrittura. Così dalla rilettura di Dacia Maraini, attraverso Emma, emerge anche la complessa psicologia di Flaubert il suo rapporto con la madre alla quale, già trentenne, nasconde le amanti; la sua misoginia che convive con l'attrazione per l'universo femminile; i suoi incerti gusti sessuali pur non essendo omosessuale; il linguaggio gioiosamente volgare era così lontano dalla maniacale perfezione linguistica (i fratelli Goncourt lo deridevano: «C'è un rimorso che avvelena la vita di Flaubert, avere messo in Madame Bovary due genitivi vicini»). Emma è, dunque, Louise, ma è anche Gustave che di Emma condivide il cancro mortale della noia.
Al contrario della Chiesa cattolica che condanna il peccato ma poi assolve il peccatore, Flaubert, nota Dacia Maraini, condanna l'adultera (ecco il ritratto antipatico di Emma) ma giustifica l'adulterio: da qui si ricava non solo l'atteggiamento dello scrittore verso il suo personaggio (non lo ama di certo), ma anche la condanna inappellabile di Flaubert a quell'ambiente chiuso in cui l'adulterio accade: quella zona asfittica della provincia che è un fatto mentale, pieno di perbenismo, di cattivo gusto, di orizzonti limitati, e privo di fantasia, di immaginazione, di cultura. L'esatto contrario del mondo della Maraini che ama le «passeggiate mentali», la riflessione, così lontana da ogni miseria o da ogni lussuosa chincaglieria intellettuale, come ha ampiamente dimostrato con le sue opere e con questo saggio-romanzo il cui risultato più bello e attraente è che «cercando Emma», si trova Dacia.
Ancora una volta la scrittura impone le sue regole. Flaubert nel creare Emma ha in testa Louise e soprattutto se stesso. La Maraini scrivendo di Emma-Louise-Gustave non può fare a meno di immettere nella pagina una certa quantità di se stessa. Anzi, per dir meglio, una certa qualità. Così il «saggio-romanzo-avventura» si presenta come una composizione a incastro, a cipolla e, attraverso le varie foglie, emerge non soltanto il conflittuale rapporto di Flaubert con la sua Emma (e dunque con se stesso, ma anche la grande capacità di comprensione della scrittrice, quel suo senso morbido e lucido di accostare le cose e le persone, quella sua capacità di fare della riflessione e della scrittura una dolcissima ed affilata arma che scava la realtà e fino a ferirla, subito pronta, tuttavia, a medicare quella stessa ferita.

Lucio Barbera


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Il Giornale di Vicenza, 21 novembre 1993

Madame Bovary : quando per vivere si deve sognare
di Gabriella Filippini

Dacia Maraini ha scritto un sagg'io moderno e profondamente nuovo, «Cercando Emma» sul capolavoro di Gustave Flaubert: «Madame Bovary». Un personaggio celebre: quanti risvolti ha avuto sul suo autore? Come è nato?
Anche se Flaubert dichiarava «Madame Bovary c'est moi», in realtà lo era per lo studio della lingua, del periodo, dell'ambientazione, delle varie figure che appaiono nella vita di questa tragica donna. Un'adultera, ma soprattutto una vittima di un mondo soffocante, punita con una straziante agonia. «Mi sono resa conto di quanto sia malvoluta Emma Bovary, di quante miserie la carichi il suo autore, tanto da non poterle trovare neanche una qualità, una sola». Da questa constatazione Dacia Maraini compara la stesura del romanzo, la nascita di quelle pagine immortali, con la vita privata di Flaubert, come appare dal lungo epistolario avuto con Louise Colet.
In una lettera all'amica del 24 aprile 1852 Flaubert scrive: "il cinismo, che è l'ironia del vizio, manca loro (alle donne, ndr) del tutto o se per caso ce l'hanno, è una affettazione». «Ognuno tende a razionalizzare Le proprie esperienze, Flaubert ha avuto pochissime esperienze con donne, ne aveva una frequentazione molto scarsa. L 'unica relazione duratura è stata con Luise Colet, su questa ha poi modellato le sue idee delle donne, perciò limitative. L'errore è stato di credere che le proprie esperienze, belle o brutte che siano, possano divenire universali. Ogni esperienza è diversa dall'altra e prima di universalizzare bisogna guardarsi attorno».
Ambedue Louise ed Emma sono velleitarie, sognano qualche cosa di irraggiungibile, l'una il successo nel campo letterario, l'altra un amore che la faccia uscire da un'esistenza gretta e soffocante. Sono accomunate anche dal fatto che non sanno capire il prossimo, e diventano vittime dei loro sogni, e di chi approfitta di questa loro debolezza. «L'unico personaggio verso cui Flaubert ha una certa tenerezza è Charles, il marito, che ama, sa amare in modo un po' cieco, un po' materno, però è un vero amore. Sentimento che non è provato né da Rodolphe, né da Lèon». Emma è una teatrante, modella la propria vita sui pessimi libri che legge, e sui sogni che ne derivano. «Emma vive e recita i propri sogni. Non è neppure madre, perché non è realistica, vivendo in un mondo di sogni, vive la maternità in senso mitologico.
La vera maternità è fatta di cose concrete, soprattutto saper dare, cosa di cui Emma è totalmente incapace, perché il suo mondo è al di là della concretezza quotidiana». Uno dei difetti che Flaubert imputa a Louise Colet è il «non capire l'animo di chi ci sta vicino significa prevaricare la realtà dei sentimenti, significa mistificare, trasformare le (Jose a nostro piacere». Caratteristica che troviamo anche in Emma. «Louise era molto generosa, ma non capiva niente, come Emma. Generosa a modo suo, non è attaccata al denaro, lo usa male, ne ha un rapporto sbagliato, non realistico come nelle varie situazioni della sua vita che vanno dall'amore materno, al denaro, alle cose che la circondano, alle persone, agli amori».
Nel saggio vi è una lunga analisi sulla morte per arsenico di Madame Bovary. Come se dovesse espiare nell'atrocità dei dolori i propri sogni. Forse un omaggio al gusto dell'epoca che voleva l'adultera colpevole, per tanto punita? «È abbastanza vero. Flaubert aveva bisogno di colpire ]'adulterio in maniera esemplare, ma in più c'è un accanimento che va ben al di là della punizione. Riflette in maniera simbolica e perfetta il suo rapporto con il personaggio che era di rifiuto e quasi di odio».Grande spazio viene dato al tema dell'androginia legato alla sensualità. «Un tema caro a Flaubert e molto moderno, perché rappresentava un fattore di erotismo. Secondo Flaubert l'androginia di Emma era solo teatro, non un atto di scelta coraggiosa, perché non sapeva andare fino in fondo alle proprie scelte».
Le cattive letture che hanno alimentato Emma, fin dai tempi del collegio, ne hanno plasmato il carattere. «Questo purtroppo è il tema fondamentale del libro. Per Flaubert, Emma è condannata soprattutto per le sue cattive letture, non tanto per l'adulterio. Accusa che volge appunto anche a Louise».
Descrizioni attente sono riservate ai vestiti, all'abbigliamento, il vivere come una teatrante portava Emma a somatizzare il proprio aspetto esteriore. Sciatta, disordinata se vedeva i suoi sogni irrealizzabili, curata all'estremo se credeva di concretizzarli. «Questa attenzione prima di essere stata mia, è di Flaubert», conclude Dacia Maraini, una delle più colte e raffinate scrittrici di oggi.

Gabriella Filippini


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Il Mattino,28 ottobre 1993

Madame Bovary in cerca di pietà
di Felice Piemontese

« Mi occorrono dei grandi sforzi per immaginarmi i miei personaggi e per farli parlare, perché mi ripugnano profondamente" Così scriveva Gustave Flaubert all' amante/amica Louise Colei il 26 agosto del 1853, mentre scriveva Madame Bovary E una dichiarazione del genere potrà sorprendere chi, avendo una conoscenza superficiale dello scrittore francese, può essere indotto a prendere alla lettera la famosa dichiarazione: «Madame Bovary c'est moi» Le cose sono, ovviamente, molto più complesse, poiché il rapporto tra un autore e la propria opera è sempre più intricato e contraddittorio di come appare a prima vista Tanto più se si tratta di un grande scrittore e dei suo capolavoro.
E tutta tesa a indagare la complessità di questo rapporto l'ultima fatica di Dacia Maraini intitolata Cercando Emma, appena apparsa da Rizzoli. E va sottolineato positivamente il fatto che la scrittrice, che negli ultimi anni ha avuto un enorme successo abbia trovato il tempo di occuparsi che, evidentemente, le stanno a cuore, senza preoccuparsi troppo del loro possibile destino commerciale.
Ciò che colpisce la Maraini, e la spinge a portare avanti la sua analisi dell'opera flaubertiana, incurante della sterminata bibliografia che la concerne, è la scarsa simpatia, se non la vera e propria ripugnanza, che Flaubert ha per il suo più famoso personaggio. Che viene presentato in modo «dileggiante e rabbioso.., e senza che tale atteggiamento venga mai meno lungo tutto l'arco della narrazione. Al punto che Emma appare alla Maraini «un ostaggio», ma non del marito, bensì dell'autore che «la incalza con un accanimento e una tenacia che sfiorano il grottesco, attraverso una determinazione amara e sbeffeggiante» .
Non c'è in tutto il romanzo, secondo la Maraini, un solo momento in cui Flaubert mostri per la sua eroina una qualsiasi comprensione umana. Ogni volta che può, la mette in ridicolo, mostra la sua pochezza umana e intellettuale, la mediocrità delle sue ambizioni e delle sue letture Non ha nessuna indulgenza per le sue debolezze, non perde una sola occasione per sottolineare le sue mancanze, come madre ad esempio, visto che affida la sua bambina a una nutrice che abita in una stamberga sporca e squallida, e che ne respinge anche con brutalità le infantili effusioni. Ogni volta che la situazione narrativa si evolve in maniera tale che può nascere un moto di simpatia e di compassione per la Bovary, Flaubert si affretta a introdurre un particolare, una notazione che, ancora una volta, dimostrino tutta la miseria morale e umana di questa donna alla quale, infine, non si potrà trovare «neanche una qualità, una sola...
E perfino nei momenti finali del romanzo, quando Emma sopraffatta dal fallimento, dal disgusto e dalla disperazione pone fine alla sua vita, mostra un «compiacimento quasi da giustiziere». non esitando a fornire particolari raccapriccianti sull'agonia della donna, facendo della sua morte uno spettacolo non privo di momenti in cui «il gusto dell'orrido» gli prende la mano. Anzi, il dileggio continua anche dopo che Emma ha esalato l'ultimo respiro con le scene terribili del «vomito nero.. e con quella del taglio della ciocca di capelli da parte di Homais.
Tutto questo non è, ovviamente, una scoperta della Maraini. Tutto suo, però, è il puntiglio con cui rilegge e commenta il capolavoro flaubertiano, rintracciandovi ogni elemento utile a rovesciare l'opinione, per molto tempo largamente diffusa, che la Bovary «è la creatura più amata da Flaubert" Ma l'Epistolario flaubertiano, e le monumentali indagini critiche che a Flaubert sono state dedicate (quella sartriana, ad esempio) forniscono anche, alla scrittrice, gli elementi per istituire continui raffronti tra Emma e Louise Colet, che al personaggio dei romanzo ha fornito spunti considerevoli. E qui la cosa si fa anche più interessante, perché la Colet è per conto suo un personaggio non privo di fascino – e certo in anticipo sui tempi, almeno per quel che riguarda una vita privata quanto mai «libera», se non scandalosa, per l'epoca -e per l'importanza che la relazione con lei ha avuto nella vita dell'autore di Madame Bovary È certo che Flaubert, se per la trama del suo libro ha tratto spunto da un clamoroso fatto di cronaca, per le caratteristiche psicologiche e Comportamenti della Bovary ha attinto a piene mani dalla (mediocre e velleitaria) poetessa e scrittrice, al punto che, dice la Maraini, in qualche modo il romanzo è anche «un monumento grottesco» a Louise. Che non a caso fu tenuta all'oscuro di come procedeva la narrazione, contrariamente a quelle che erano le abitudini di Flaubert, che amava leggere ai suoi amici ciò che scriveva, man mano che andava avanti.
Insomma, un libro intelligente e direi appassionante, quello dello Maraini, cui avrebbe giovato solo un maggior controllo stilistico, per evitare qualche sciatteria e il tono un po' approssimativo di certi passaggi («un certo esotismo dal fascino sbrillucicante», «Flaubert non era il tipo che dicesse le cose come stavano per quanto riguarda gli affetti» e così via).

Felice Piemonrese


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L'Espresso 1 ottobre 1993

Povera donna, ostaggio di Flaubert
di Marisa Rusconi

«Eppure nel mio ricordo — quando ho letto il romanzo la prima volta avevo sedici anni — conservo un sentimento di sconcerto e di malessere. Non per la scabrosità del tema o la orribile punizione finale, che pure mi ha lasciato senza fiato, ma per il modo dileggiante e rabbioso con cui mi veniva fatta conoscere questa donna». Dacia Maraini descrive così il primo inquietante incontro con Emma Bovary, ora al centro del suo ultimo libro Cercando Emma.
Ancora una figura femminile, dunque, nel cuore della sua scrittura — dopo Enrica, Vannina, Armida, Teresa, Isolina, Marianna e la stessa Dacia che racconta di sé in Bagheria -ma questa volta l'eroina appartiene all'immaginario di uno scrittore del passato, uno dei massimi, Gustave Flaubert, che fece di lei un grande archetipo del romanzo moderno. Una svolta a metà, tuttavia: Cercando Emma appartiene al filone assai attuale della letteratura di confine, poiché l'analisi critica si accompagna a un marcato registro narrativo.
La sua indagine è mossa prima di tutto dal bisogno di una verifica: quale è la vera Emma? La donna forte, "portatrice di bandiera" per la liberazione da un soffocante matrimonio borghese, che le apparve a quella prima lettura — come è apparsa a milioni di lettrici? Oppure un carattere velleitario, una provinciale piccola piccola, nutrita di ciarpame culturale, priva di sentimenti autentici, abile solo nella doppiezza e nella rappresentazione teatrale — però di pessimo gusto — di sé stessa? Oggi, ripercorrendo il libro, scrive: «Emma mi appare sì un ostaggio, ma non del marito, bensì del suo autore che la incalza con un accanimento e una tenacia che sfiorano il grottesco». La risposta, dunque, sta nella misoginia di Flaubert, tanto furiosa da fargli dimenticare che le debolezze della sua primadonna sono anche lo specchio della condizione femminile nell'Ottocento; un'assenza di storicizzazione che non sfuggirà a Henry James nel saggio D'Annunzio e Flaubert.
Ma se ogni esegesi flaubertiana ormai non può che prendere a fondamento il celebre "Madame Bovary c'est moi", è inevitabile chiedersi come si concilia il disprezzo per le donne del nostro con questa dichiarata identificazione, che sfiora dunque l'autolesionismo. Il dilemma non lascia indifferente la Maraini. Tuttavia a lei preme sottolineare anche un altro scambio di ruoli, quello tra Emma e Louise Colet, la scrittrice mediocre ma tenace che fu amante del "grande misogino". Intuizione femminile, quella di Dacia? Certo, però guidata da preziosi materiali di lavoro, come l'enorme epistolario di Flaubert (quasi seimila pagine, tre volumi della Pléiade e solo una minima parte tradotto in italiano).
Così, spostandosi di continuo all'interno di questo triangolo (Gustave-Emma-Louise) di amore-odio, la Maraini ci racconta un altro viaggio: non solo alla ricerca di un'ambigua eroina ma anche del rapporto tra autore e personaggio, misteriosa alchimia di attrazione e repulsione che si ripete in ogni romanzo (anche nei suoi, naturalmente).

Marisa Rusconi


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L'Espresso, 10 ottobre 1993

Per la protagonista del grande romanzo Flaubert si
sarebbe ispirato alla sua amante: Louise Colet.
È la tesi appassionante del nuovo libro dell'autrice di "Bagheria"

Emma? E come Don Chisciotte
colloquio con Dacia Maraini di Chiara Valentini

Più che a un saggio letterario il libro che Dacia Maraini ha scritto su "Madame Bovary" può assomigliare a un'indagine poliziesca, che fin dall'inizio prende una strada abbastanza sorprendente. Emma, dice la Marainni, «è di casa nella nostra città interiore, ci sembra di conoscerla bene tanto la sua storia ci è familiare nei conflitti e nelle ambiguità»— Ed è appunto su questa ambiguità che Dacia Maraini, come molti altri scrittori prima di lei, da Sartre a Malry McCarthy a Vargas Llosa, ha puntigliosamente indagato nelle quasi 200 pagine di Cercando Emma, edito da Rizzoli.
Emma Bovary, nel nostro immaginario, è tante cose diverse. L'eroina negativa per eccellenza, secondo l'interpretazione più tradizionale, ma anche una specie di protofemminista che si ribella a una condizione imposta secondo la lettura femminista. Per lei cosa ha rappresentato?
«Per me Emma Bovary è una figura letteraria molto potente, una specie di Don Chisciotte al femminile. Come lui si nutre di sogni, immagina una realtà che non c'è. Ma mentre Cervantes ha guardato con simpatia al suo personaggio, Flaubert ha fatto esattamente il contrario. Sentiamo questa forza, questa vitalità della sua eroina ma poi, ad ogni pagina, ci viene resa odiosa da infiniti dettagli sulla sua mediocrità, sulla sua cultura di terz'ordine, sulla sua ipocrisia».
E questo che cosa potrebbe significare?
«Entrando nel mondo di Flaubert, leggendo l'enorme corrispondenza di quest'uomo così avaro con i libri ma così prodigo con le lettere che scriveva di getto tutti i giorni, non ho potuto non riconoscere il modello reale, la donna in carne ed ossa che sta dietro ad Emma. Si tratta di Louise Colet, una scrittrice generosa e un po' sventata che è stata l'amante di Flaubert, praticamente l'unica donna con cui c'è stata una vera passione fisica. Anche se poi gli sforzi di Flaubert per tenerla lontana, per umiliarla, sono quasi pari a quelli che ha fatto per rendere meschina Emma».
Eppure per tanti anni ci eravamo sentiti ripetere che Emma era Il personaggio più amato dal suo autore, tanto da spingerlo a dire la celebre frase «Madame Bovary c'est moi»...
«Per capire che non è proprio così basterebbe leggere le famose pagine dove è descritta la morte di Emma che si è avvelenata con l'arsenico. Sono pagine crudelissime, con un accanirsi sadico sui particolari raccapriccianti. Quella morte è una specie di assassinio da parte dell'autore. Ma forse è anche il compimento di un delitto ben più privato, che ha stagnato a lungo nella sua immaginazione».
Torniamo all'inizio, visto che siamo nella logica del giallo. Quali sono gli indizi concreti che Emma sia Louise?
«Ho cercato di controllare parola per parola, gesto per gesto e i risultati sono stati sorprendenti. Tanto per fare qualche esempio, anche Louise Colet, come Emma, è madre di una bambina che trascura. Come lei mostra una grande disinvoltura nel cambiare amanti, è possessiva, ambiziosa, collerica. Come Emma, ha un marito inetto e debole, che probabilmente sa dei suoi amori ma li sopporta. Come se non bastasse, spesso Emma pronuncia frasi dette realmente da Louise, vive gli stessi episodi, le stesse emozioni».
A cosa si riferisce?
«Quasi ogni riga può essere ricostruita in questa direzione. Per esempio, c'è una scena in cui Emma respinge le profferte di un notaio. Tutto questo ricorda molto da vicino una storia che Louise racconta a Flaubert su Alfred de Musset, che cerca di sedurla brutalmente e riceve un rifiuto indignato. C'è la storia dei regali, spesso costosi ed esotici, che Louise aveva la mania di fare di continuo al suo amante. Ed Emma finisce in mano agli usurai per la stessa ragione. Entrambe leggono autori che Flaubert giudica di pessimo gusto (e fra questi ci mette anche Lamartine e Victor Hugo). Le coincidenze continuano sul piano del rapporto sentimentale. Louise, come Emma, ama con avidità e trasporto eccessivo. E Flaubert è spaventato dalla sua amante come dal suo personaggio».
Lei prospetta anche l'idea che Flaubert, dopo una rottura piuttosto lunga, avesse ripreso i rapporti con Louise Colet per avere sott'occhio il modello della sua eroina, per copiarne le frasi e i gesti...
«Non c'è bisogno di ricordare quanto questo autore fosse accurato, quasi maniacale, nella ricerca dei particolari. Penso però anche a qualcosa di più complesso. Dalle lettere sembra quasi di capire che Flaubert desiderasse provare le reazioni di insofferenza, di fastidio che dopo una breve passione iniziale gli procurava la sua amante, per poterle poi riversare nel libro».
Se le sue Ipotesi sono vere, la Colet dovrebbe aver capito che razza di gioco era stato condotto sulla sua pelle, alla pubblicazione del libro.
«Non ho dubbi che sia andata così. Lei era rimasta amareggiatissima da quel romanzo, di cui Flaubert, al contrario di quel che aveva sempre fatto, non le aveva mai letto in anticipo nemmeno una riga. E poi come avrebbe potuto non capire? È tale il processo di identificazione che Flaubert, pur avendo descritto Emma con gli occhi e i capelli neri, per ben due volte le attribuisce uno sguardo azzurro: che era appunto quello di Louise Colet».
Alla fine della sua ricerca lei azzarda un'ipotesi: che la morte violenta di Emma-Louise serva a Flaubert per chiudere un'esperienza troppo intensa con una donna, che lo distraeva dalle sue amicizie maschili.
«Non parlo esplicitamente di un'omosessualità dello scrittore, anche se in una delle sue lettere, censurata fino a poco tempo fa da una nipote bigotta, c'è il racconto di un rapporto sessuale ai bagni turchi con un ragazzo, durante un viaggio in Egitto. Però tutta la quotidianità di Flaubert riguardava gli uomini. Lui viveva con una madre a cui lo legava un forte rapporto di dipendenza e la sua esistenza quotidiana si svolgeva in un ristretto gruppo di amici. Le donne invece erano personaggi lontani, idealizzati. Oppure erano le prostitute che incontrava nei bordelli».
Louise Colet aveva avuto la grave colpa di rompere questo schema... «Sì, è probabilmente così. Per qualche mese Flaubert ne era stato molto attratto. Ma quando lei si era messa a chiedergli di vivere insieme era caduto nel terrore, aveva cominciato a nutrire sentimenti di odio». Insomma, in "Madame Bovary" ci sarebbe anche il tema attualissimo della difficoltà dei rapporti fra i sessi?
«Non c'è dubbio. Mentre non mi convincono pienamente quelle interpretazioni in chiave femminista, che vorrebbero fare di Emma un'eroina positiva, una ribelle in nome della liberazione. Certo, nel suo comportamento è visibile qualcosa di inquieto, di folle. Ma l'accanimento dell'autore nel renderla mediocre è troppo forte perché ci si possa identificare in lei, sentirla come un modello».
In realtà sembra Louise Colet, piuttosto che Emma Bovary, il vero oggetto del suo saggio.
«È una figura che mi è piaciuta moltissimo, è stata una vera scoperta. Louise nella vita reale era veramente una donna libera, coraggiosa. Una volta un critico letterario aveva scritto un articolo odioso su un suo libro e lei era andata a casa sua con un coltello, salvo farsi subito disarmare e diventare la favola di Parigi. Non era urna buona scrittrice ma aveva un grande amore per la letteratura. Fra l'altro era stata la prima a capire le qualità letterarie di Flaubert quando era ancora uno sconosciuto».
Ha ancora un senso oggi parlare di bovarismo?
«Moltissimo. Emma Bovary sostituisce la realtà con i suoi cattivi sogni, che oggi potremmo chiamare sogni televisivi, sogni da rotocalco popolare. Ed è proprio la realtà in cui siamo immersi».

Chiara Valentini
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Un clandestino a bordo
Milano, Rizzoli 1996[/align]

Saggio sulla maternitá


leggi brano....Un clandestino a bordo
Caro Enzo, *
non ti nascondo che in questo momento Joseph Conrad e le sue navi hanno preso possesso della mia immaginazione e trovo poco spazio per pensare ad uno scritto sull'aborto, come mi hai chiesto.
Sono mesi che rimando questo progetto di un saggio introduttivo alla mia traduzione del breve romanzo (o racconto lungo) di Conrad che si chiama The secret sharer e che uscirà da Rizzoli in primavera.
Ieri notte, dopo avere spento la luce perché ho deciso che «dovevo pur dormire», ho pensato a lungo alla scelta che abbiamo fatto di abbinare la parola «paternità» alla parola «aborto». Erano le tre e avevo gli occhi spalancati nel buio. II sonno, come succede delle volte, era andato a rintanarsi da qualche parte, lontano, chissà dove, come fa il mio gatto che di notte esce a caccia e non riesco a farlo rientrare. Salvo poi sentirlo miagolare dietro la porta verso le quattro di mattina.
Non ti nascondo che la parola «paternità» mi e sembrata più allettante di «aborto». Ho già scritto tanto sull'aborto, in forma di articoli, di cronache, di osservazioni storiche, di costume. Cosa potrei dire ancora?
Ho cercato di portare alla mente qualche immagine. Subito mi sono vista in convalescenza, nel giardino di mia suocera sul lago di Garda, dopo aver perso un figlio al settimo mese. Ero pallida,gonfia e svuotata. Avevo avuto la tentazione di andarmene col bambino non nato che si aggrappava cocciutamente a me senza volermi lasciare, anche se era già morto, come giudiziosamente asserivano i dottori.
Quindi l'aborto può essere attivo e passivo. Si può volere la liberazione del proprio ventre da un intruso e si può volere che l'intruso rimanga, disperatamente rimanga con noi.
E a quel punto, improvvisamente ho scoperto che stavo pensando al bambino non nato come al clandestino della nave di Conrad che viene accolto daI capitano nel suo battello.
N on ci viene detto come si chiami questo battello, né come si chiami il suo capitano. Ci viene detto che si tratta di un bel battello dalle vele bianche, lo scafo profondo e bruno.
In una notte quieta e pacifica un giovane capitano in pigiama si trova sul ponte della sua nave. II mare e in bonaccia, il cielo e nero, seminato di stelle; e il capitano, preso da un improvviso desiderio di restare solo, impartisce un ordine che e contrario a tutte le tradizioni marinare: manda i suoi uomini a dormire dicendo che starà lui al timone.
E come se aspettasse qualcosa, un evento straordinario. Ma cosa? II capitano non lo sa, e si affida con i sensi distesi alla tenerezza misteriosa della notte.
Non e così che si sente una donna quando il suo corpo e quieto, pronto ad accogliere lo straordinario ospite che le cambierà la vita? Nella notte della mia insonnia mi sono salite a galla nella memoria alcune immagini di Annunciazione. Una giovane donna daI capo coperto, il manto azzurro che fa le pieghe attorno alle ginocchia, un libro di preghiere, una mano alzata. Accanto a lei un angelo elegante, dalle ali blu e rosse, l'occhio di Dio in un angolo, delle colombe sugli archi della veranda. Si tratta di un quadro di Carpaccio che mi e sempre piaciuto per quel tanto di casto e leggero, di profano e delicato che esprime. Poca religiosità si direbbe, ma un sentimento dolce e misterioso della maternità; il sentimento dell' attesa felice.
Intanto, sulla nave di Conrad il grande silenzio dell'attesa viene rotto da un leggero fruscio di acque smosse. 11 capitano si sporge sul parapetto e scopre qualcosa che si muove nell'acqua: qualcosa di guizzante e luminoso: un pesce? Guardando meglio scoprirà che si tratta di un corpo umano: un corpo nudo ed esposto, che emana strani bagliori verdastri quasi fosse un essere marino venuto su dalle profondità delle acque.
Una sensazione molto simile la provano le donne quando vengono a sapere che un corpo diverso dal loro si sta formando nel liquido nutriente del loro ventre. Si affacciano sul bordo della nave cercando di capire com'è fatto l'intruso, sono curiose e si chiedono chi sia quell'ospite che viene a interrompere l'armonia dell'attesa, quella perfetta comunione con le cose intorno.
L'uomo nudo nell'acqua marina alza la testa e chiede al capitano se sa l' ora. Per la sorpresa di quell'incontro inaspettato il sigaro che stava fra le labbra del capitano cade in mezzo alle onde con un piccolo tonfo e uno sfrigolio di brace che si spegne. «Il capitano dov'è?», gli chiede il naufrago, «Il capitano sono io», risponde lui. E si guardano stupiti l'uno dell'altro. Poco dopo il naufrago si deciderà a salire sui pioli della scala di corda che porta al ponte. Così il capitano si troverà davanti un giovane uomo nudo che nella luce della luna gli apparirà improvvisamente molto simile a se stesso. «Era come se nella notte mi fossi trovato di fronte alla mia stessa immagine riflessa nella profondità di uno specchio scuro e immenso», scrive l' autore che parIa in prima persona e fa tutt'uno col capitano.
Ecco, l'angelo ha dato l'annuncio alla giovane madre: il clandestino a bordo del suo corpo è stato rivelato. Di qualsiasi corpo si tratti, persino deforme, porterà su di sé i segni del volere divino, poiché ogni ospite è inviato da Dio anche se sceglie, nella sua misteriosa volontà, di abitare per nove mesi un luogo buio e silenzioso, immerso nell' acqua come un pesce.
Il clandestino è salito sul battello. Il capitano, per coprirlo, gli consegna un suo pigiama a righe grigie, identico a quello che indossa lui quella sera.
C'è in questo gesto già un adeguare l'altro a sé, accentuandone le somiglianze, rendendolo indistinguibile. Il clandestino è un altro, ma porta le impronte del carattere di chi lo ha salvato, e quindi è una parte di lui, una parte delicata, sconosciuta. Che verrà protetta con tenacia e tenerezza selvaggia come si proteggono e si curano le parti più fragili del proprio corpo.
Il capitano nasconde il naufrago nella sua cabina. Nessuno deve sapere che è sulla nave. Il segreto sigillerà il loro rapporto di complicità affettuosa.
La mattina li troviamo chini sullo stesso minuscolo tavolo, a consultare le carte, oppure stesi sullo stesso lettuccio, con le teste così simili, accostate, a bisbigliare fittamente. Sono l'uno la proiezione dell'altro, l'uno il doppio dell'altro.
Ma l'idea della duplicità non e meccanica. Non si tratta solo di un caso, ma di una scelta. L' altro, infatti, ha una sua storia che non e solo diversa, ma addirittura opposta a quella del capitano. Il naufrago racconterà di avere ucciso, sebbene contro voglia, sebbene nella furia di una tempesta, un suo compagno marinaio. Perciò e un assassino.
A questo punto potremmo dire che le strade del confronto si diramano veramente: cosa c'entra l'assassinio con il nuovo inquilino nel ventre di una donna?
E invece le affinità possono continuare, se stiamo al gioco delle metafore. Una donna gravida, che sa di esserlo, che ha accolto con qualche trepidazione il clandestino a bordo della sua nave-ventre-corpo, soffre di dubbi e incertezze: come si svilupperà questo corpo estraneo che porto in petto? che destino avrà? come condizionerà la mia vita? A volte la futura madre può anche avere delle tentazioni di rivolta, di rifiuto: chi e questo intruso che vuole accampare diritti sul mio ventre? chi è questo prepotente che pretende di vivere a spese delle mie energie, del mio sangue, del mio ossigeno?
Può anche accadere che desideri di ucciderlo questo figlio, perché non sopporta la sua arroganza, le sue pretese, il suo cieco egoismo. La maternità in natura non e solo fatta di abnegazione e generosità; anche la ferocia può albergare nel cuore di una prossima madre, contro ciò che le sta sconvolgendo la vita.
Mi e venuta in mente, sempre in quel tepore del dormiveglia, la favola del figlio che uccide la madre, le strappa il cuore dal petto per rabbia e se lo mette in tasca. Poi fugge, dopo avere gettato via il coltello. Ma mentre corre, il suo piede incontra una radice e lui cade. il cuore materno gli esce dalla tasca, rotola per terra e si sente una voce femminile che dice: «Ti sei fatto male, figlio mio?».
La generosità più sublime può accompagnarsi al più rivoltante egoismo e non e detto che la prima sia più importante del secondo nell'economia della riproduzione.
Intanto, sulla nave di Conrad il capitano si inventa l'impossibile per mantenere segreto il suo clandestino. Con lui chiacchiera di notte, a voce bassissima per non farsi sentire dai suoi marinai.
Con lui stabilisce un rapporto intenso di conoscenza, di comprensione, di indulgenza, di tenerezza. Proprio come fa una madre con il proprio figlio. Il quale potrebbe anche diventare un assassino. E un poco lo e già perché ogni figlio uccide la propria madre, anche se non col coltello, nel proprio cuore, quando avrà bisogno di crescere e farsi spazio. E più la madre e amorosa, sollecita e sacrificale, più il figlio avrà la tentazione di ucciderla, con grandissimo amore.
Ma il segreto, perché? potremmo chiederci. Il segreto spesso segna l'intensità del sentimento. Per questo il rapporto più profondo e intenso che una madre instaura col proprio bambino non ancora nato rimane un segreto dei suoi sensi, anche quando la pancia si fa evidente. Il segreto resta segreto, anche dopo la nascita del figlio. Si tratta del segreto di un legame fatto di una conoscenza carnale profonda, non dicibile, che precede la ragione.
Anche nel bellissimo racconto di Conrad la familiarità fra i due sembra precedere l'incontro, sembra venire da chissà quali lontananze corporee. Il racconto si conclude con la liberazione, rischiosa, del naufrago. Il capitano porterà la nave vicino alla riva col pericolo di sfracellarla contro le rocce per evitare che il suo doppio possa affogare prima di toccare terra. E solo all'ultimo momento, prima che la nave venga stritolata dalle rocce nere di una notte nerissima, darà l' ordine tanto atteso di virare e la nave se ne andrà al largo, salva.
Sembra proprio la descrizione del parto: bisogna liberare il bambino senza distruggere la madre, l'operazione e rischiosa e non sempre riesce. Ogni donna lo sa e lo teme. Ma farà di tutto perché il figlio raggiunga terra, a costo di andare a sbattere con il suo corpo contro gli scogli dell'emorragia o della setticemia.
Ma se il capitano della nave non lo avesse voluto quel clandestino a bordo? Se, quando si e affacciato al parapetto del battello ed ha scorto il corpo lustro e nudo, lo avesse rifiutato?
Ecco che la parola aborto e diventata pesante sulla mia lingua in quel dormiveglia silenzioso. Cosa può succedere che impedisca al capitano di pescare daI mare il suo doppio? sarà la paura di riconoscersi in quel corpo nudo e bisognoso di cure? o l'orrore di vedersi replicato in un altro, come dentro «uno specchio scuro e immenso»?
Spesso le donne accampano ragioni molto più pratiche e sensate. Ricordo che facendo un documentario, ai tempi eroici delle battaglie per la legge sull'aborto, ho incontrato donne dei quartieri poveri che praticavano l'aborto in modo disperato e casalingo, introducendosi un tubicino di gomma nell'utero e poi, una volta provocata l'emorragia, andando all'ospedale a farsi fare il raschiamento. Un aborto dolorosissimo a cui ricorrevano periodicamente, appena saputo che il figlio «aveva attaccato». Molte di loro decidevano così perché avevano già tre o quattro figli e sapevano di non poterne mantenere un altro.
Alle mie domande sul perché non avessero preso precauzioni, mi rispondevano, quasi tutte, che il marito non voleva che adoperassero la pillola, che il prete glielo proibiva. Era considerato «da puttane». La libertà di decidere del proprio corpo faceva paura ai mariti, ai fidanzati, ai padri.
Eppure ho conosciuto altre donne, né povere, né accusate di puttaneria, che evitavano accuratamente di prendere precauzioni. Si calcola che in Italia le donne che usano regolarmente gli anticoncezionali si ano solo il dodici per cento. E le altre?
Certo, bisogna tenere conto delle millenarie proibizioni della Chiesa che e sempre stata drasticamente contraria ad ogni forma di contraccezione. Ma possibile che l'insegnamento della Chiesa, tenuto in così poco conto per quanto riguarda la sessualità in generale, possa essere tanto determinante nella scelta della contraccezione?
A volte mi sono chiesta se rimanere incinta non sia per una donna un modo per provare a se stessa di essere dotata di un potere forte, il solo di cui siano state storicamente dotate le donne: si tratta di un potere che ha perso la sua vera essenza, ma che rimane nell'ombra come il mito di una forza recondita e vitale.
La maternità, nella cultura dei padri, e stata trasformata in un evento di estrema passività per le donne. Nel dormiveglia mi viene in mente un altro quadro: una maternità di Cosmé Tura: una donna grassoccia e il suo bambino bitorzoluto. Ma che grazia e che eleganza in quegli sguardi pieni di sensualità familiare! Lì, come in quasi tutte le maternità che conosciamo, vengono decantati il silenzio, l' accettazione, la ricettività, l' obbedienza, la rassegnazione materna. Le madri sono quasi sempre sole e non si esclude che alcuni di quei figli siano figli di uno stupro consumato fra le pareti domestiche o nel letto matrimoniale.
Di quante immagini di maternità e dotata la nostra memoria figurativa, quante madri bambine dal volto severo e gentile, quanti bambini cicciuti, pensierosi, pesanti e dolci. Siamo tanto saturi di immagini che non riusciamo più a separare la maternità dalla estrema giovinezza e dalla estrema passività femminile. Una madre cinquantenne ci fa orrore. Ma non, come si suol dire, perché prevediamo che il bambino rimarrà presto orfano e ci preoccupiamo per lui. Questa e pura ipocrisia. E l'immagine della madre con le rughe che ci ripugna, ma esteticamente, non moralmente. La prova sta nel fatto che di tanti bambini figli di uomini settantenni nessuno si preoccupa, anzi vengono visti con ammirazione e tenerezza, tale e l' abitudine storica all' accettazione della differenza.
Quindi la maternità tradizionalmente accettata e quella legata al corpo giovanissimo di una madre ignara e sorpresa, silenziosa e arresa al volere altrui. Questa e l'idea di madre che ci viene riproposta, anche distrattamente, anche sciattamente, da tutti i quadri, le fotografie, le statue che ci troviamo intorno da quando impariamo a guardarci intorno.
E curioso, caro Enzo, come vedi, che non riesca a parlare dell'aborto ma continui a girare intorno alle immagini della maternità. Sarà perché per me l'aborto e stato soprattutto un esproprio, qualcosa di non voluto e non aspettato che ha spezzato in me una attesa felice, che non si e mai conclusa con un incontro, l'incontro con l'altro da me. li clandestino a bordo della mia nave e scomparso prematuramente nel buio della notte senza lasciare una traccia, un nome, un ricordo.
Oppure sarà perché in realtà non si può parlare di aborto senza parlare di maternità. Sono legati l'uno all'altra come due gemelli siamesi: l'uno la faccia al sole, l'altra la faccia all'ombra dello stesso astro rotolante nell'universo femminile.
Mi sono chiesta tante volte se in un mondo costruito a misura di donna l'aborto esisterebbe affatto. Probabilmente no, perché l'aborto, sconosciuto fra gli animali, e un prodotto storico, la conseguenza dell'appropriazione da parte dei padri, della capacità di riprodursi, codificata attraverso la costruzione di miti, di norme etiche, di abitudini mentali.
L 'infanticidio esiste in natura, questo SI. I gatti, i cani, e molti altri mammiferi, uccidono i loro piccoli quando sanno di non poterli nutrire. Ma gli animali non conoscono i metodi anticoncezionali; gli esseri umani, SI. Anche se spesso, troppo spesso, non li usano. Perché?
Qui entriamo nella dolorosa questione dei rapporti che le donne hanno sempre intrattenuto con chi si e inventato controllore e guida del loro corpo, delle loro teste. Ho visto, nel mio dormiveglia, una sfilata in puro stile felliniano, di uomini di Chiesa daI passo elegante con mitrie d'oro sul capo, anelli luccicanti alle dita, intenti a impartire lezioni di comportamento alle ragazze nelle chiese, nelle scuole. Ho visto uomini di scienza vestiti di nero, gli occhi lucenti di certezze, intenti a spiegare cosa sia una donna rispetto alla scienza e alla natura; ho visto medici daI naso lungo, le mani bianche e ossute pronte a frugare dentro corpi vivi di donna come fossero cadaveri da dissezionare; ho visto gentiluomini in cappotti foderati di pelliccia intenti a insegnare la morale nelle case ombrose di ricchi commercianti; ho visto professori dalle teste chine sui libri in cui si scriveva la storia delle donne; ho visto amorosi padri di famiglia intenti a stabilire cosa fosse bene e cosa male per le loro figlie bambine.
Verrebbe da chiedersi: ma come si regolano quelle popolazioni che non conoscono le istituzioni religiose, filosofiche e morali che costituiscono l'ossatura della nostra civiltà? cosa succede in quei Paesi africani per esempio in cui gli dei sono tanti e sparsi per i boschi? cosa fanno le donne, abortiscono oppure no?
In quelle poche popolazioni africane animiste che ho avuto modo di conoscere, e che non erano molto diverse da tante altre popolazioni sparse per il continente, le donne non abortivano, ma facevano figli, tutti quelli che venivano. I figli portavano onore, portavano grazia, portavano ricchezza, portavano potenza anche alla donna. Quindi era impossibile anche solo pensare di abortire. Fra l'altro, l'aborto per loro e naturale ed endemico: una donna e abituata, durante la sua vita fertile, a perdere un figlio su due, sia prima della nascita che dopo.
La donna senza figli e vista con orrore e con biasimo, tenuta separata dalla comunità e usata come serva per le più fortunate. La capacità di concepire e partorire e così importante che una vergine non e considerata un valore per il matrimonio perché non ha ancora dato prova di sé daI punto di vista della riproduzione; mentre una madre di più figli, una volta rimasta vedova, o separata daI marito, e molto ricercata perché dà garanzie sicure di maternità ripetute.
Tutto questo, si capisce, capita presso popolazioni povere che spesso perdono la metà delle loro creature, per cui hanno bisogno di fare tanti figli per salvarne qualcuno. Il loro futuro, messo a dura prova tutti i giorni, dipende daI numero dei figli; e nessuna penserebbe di rinunciarvi.
Il desiderio di aborto comincia 11 dove comincia il benessere, dove la mortalità infantile e ridotta al minimo, dove le donne sono chiamate a decidere drammaticamente fra la dimostrazione distorta del proprio fantasmatico potere riproduttivo e l'adeguamento alle regole del mercato del lavoro.
D'altronde, l'aborto fatto nelle prime settimane e certamente un progresso rispetto all'infanticidio, comune in molti Paesi poveri, di fronte alle nascite non desiderate, sia che si tratti di bambine anziché di maschi, o di storpi o di impediti.
E nondimeno curioso che proprio nei Paesi avanzati, in cui le donne avrebbero i mezzi per limitare a priori le nasci te, Paesi in cui il progresso scientifico ha messo a disposizione delle donne tanti sistemi di controllo delle nascite, proprio lì l'aborto e più praticato. Dobbiamo pensare che il tabù religioso agisca come interdizione profonda nonostante l'apparente processo di emancipazione femminile?
Perché non prevenire quello che poi diventa un dolore, un rischio, una causa di depressione e sensi di colpa?
Ma qui ci troviamo di fronte al nodo della contraddizione storica e culturale, nella stretta del quale spesso le donne vengono stritolate. Da una parte il peso di un insegnamento capillare e profondo che e diventato quasi una seconda natura femminile, dall' altra un sentimento vago e incerto del potere che una volta era legato alloro corpo riproduttivo.
In qualche piega sotterranea, in qualche zona più oscura e difficile da raggiungere con la luce della ragione, un ricordo dell'antico potere solitario e trionfante forse si acquatta silenzioso.
L' aborto sembra essere il luogo maledetto dell'impotenza storica femminile. Lì dove si rappresenta la perdita ripetuta del controllo sulla riproduzione della specie. L' aborto e dolore e impotenza fatta azione. E l'autoconsacrazione di una sconfitta. Una sconfitta storica bruciante e terribile che si esprime in un gesto brutale contro se stesse e il figlio che si e concepito.
L' aborto e un segnale di malessere e di guerra con se stesse per le donne che lo praticano. Un segnale di guasto nel delicato rapporto che lega una madre ad un figlio. L' aborto e la divinizzazione del nulla dopo avere praticato l'imitazione fasulla di un potere perduto nel difficile cammino femminile in un mondo maschile che nega alle donne autonomia e rispetto.
Nell'inimicizia di sé che accompagna la sorte delle donne, l'aborto sembra il bisticcio ineluttabile di una contraddizione senza scampo. Le donne, più sono bistrattate, disprezzate, tenute ai margini e più sentono il bisogno di provare, in modo tortuoso, disperatamente masochistico e rischioso, quel potere che la storia dei padri ha cancellato dalla loro vita.
Una cosa che mi ha colpita leggendo le cronache del fascismo, rifacendo le bucce alla storia italiana del ventennio, e stata la risposta delle donne alla politica demografica mussoliniana. Nessuno ne ha parlato, nessuno lo sa: ma alla politica demografica voluta personalmente da Mussolini, e che si e espressa con l'emanazione ripetuta di leggi straordinarie, tabù, condanne pubbliche, reprimende e premi, le donne hanno risposto: picche! Nonostante la grande spesa, il magnifico sforzo per diffondere capillarmente una politica demografica che avesse effetto su tutta la nazione, il risultato e stato nullo. Le donne, pur amando il duce, pur vagheggiandolo come possibile meraviglioso amante, hanno detto no alla riproduzione forzata e cieca. Le statistiche ci dicono che durante il fascismo la curva di natalità non ha fatto che scendere, contraddicendo tutte le ottimistiche previsioni del duce. II che sta a significare che le donne praticano una loro forma sotterranea di resistenza che non e facile da vincere.
L 'aborto, sotto il fascismo, e stata un'arma segreta, naturalmente a doppio taglio, con cui le donne si sono difese dall'intervento dello Stato sul loro ventre. Ma l'aborto, come quello filmato da me nei quartieri disperati della cintura romana, l'aborto che le donne si praticavano da sole, con dolori atroci e rischi gravi può essere considerato una strategia vincente seppure di resistenza? E come se vedessimo un soldato che va alla guerra tenendo in mano una spada affilata anche sull'elsa che perfora la mano di chi la impugna. Con questa arma disperata e autolesiva le donne hanno, in modo distorto, infelice e pericoloso, resistito al volere altrui.
La prevenzione, d'altronde, e una conquista difficile che presuppone consapevolezza e maturità. Chi non ha questa consapevolezza si lascia tentare dalIa straziante «prova» della gravidanza. Per goderne in segreto come di una forza selvaggia che sprigiona daI proprio corpo e di cui ci si sente padroni: per poi intervenire subito dopo drasticamente a cancellare il frutto di questa prova.
È una contraddizione brutale che rivela, se ce ne fosse ancora bisogno, la difficile storia del corpo femminile stretto fra tabù e restrizioni, richieste continue di abnegazioni, sacrifici e nello stesso tempo spinto all'emancipazione.
Nel dormiveglia del mio letto estivo, fra stracci di sogni che stentano a prendere forma, ho visto improvvisamente l'immagine della mia cagnolina bianca e nera che partoriva, senza dolore, con un cieco e dolce abbandono, i sei cuccioli che appena nati venivano da lei puliti con la lingua, amorosamente e pazientemente, per ore.
Avevo preparato in terrazza, dentro lo stanzino delle scope sgombrato per l'occasione, una cuccia molto comoda fatta di teli larghi e cuscini lavabili. Ma alla giovane mamma non piaceva quella cuccia: era troppo lontana dalla mia camera da letto dove era solita dormire, sotto il tavolo che mi fa da comodino e da libreria.
Ci sono sempre una trentina di libri in bilico sul ripiano di legno, e lei ama dormire sotto questo tavolo coperto di carta, fra le quattro colonnine che chiudono lo spazio come una veranda fresca e appartata.
A vendo io portato i sei cuccioli uggiolanti sul giaciglio in terrazza, ho visto la madre andare con passo delicato e sicuro verso di loro, prenderli ad uno ad uno con la bocca e portarseli sotto il mio comodino. Ho provato a rimetterli al loro posto cercando di spiegarle che sul terrazzo sarebbe stata meglio, più fresca e comoda. Ma lei, dopo avere scodinzolato dolcemente come per dirmi che aveva capito, che apprezzava i miei sforzi per prepararle una bella cuccia per lei e i suoi figli, li ha ripresi in bocca, uno per uno, e ha fatto in senso inverso per sei volte il tragitto che separa la terrazza dalla mia camera da letto.
A questo punto mi sono rassegnata e per quasi due mesi ho dovuto dormire con i cuccioli urlanti sotto il naso mentre la mamma, beata, cercava di distribuire il suo latte a tutti e sei i figli senza fare ingiustizie.
Mi chiedevo disperata come avrei fatto per sistemare quei cuccioli che correvano ormai per tutta la casa pisciando e cacando dappertutto. Ho trovato per fortuna delle persone gentili che si sono prese un cane a testa, ma e stata una fatica che non potrò compiere un' altra volta. CoSI ho deciso di farla sterilizzare. Quel proliferare di cagnolini che nessuno vuole e che io mi rifiuto di uccidere o di abbandonare, mi metteva nel panico.
L 'ho portata dal medico che le ha legato le tube. Ma riaccompagnandola a casa, febbricitante, con i cerotti sulla pancia, ho provato rimorso. Non era il mio un comportamento di impazienza crudele? Visto che la prevenzione con i cani non e possibile, l'ho fatta castrare. Adeguandomi così alla mentalità umana dell'intervento drastico, decisivo. La nostra capacità di razionalizzare l'irrazionale non e il sintoma di una stupida volontà di onnipotenza?
Ma cosa c'entra tutto questo, mi dirai, caro Enzo, cosa c'entra con quello di cui stavamo discutendo a proposito dell'aborto? Eppure, ti dico, c' entra, perché quello che io ho fatto con la mia cagnolina e stato fatto e si fa con migliaia di donne in India e in America Latina.
Tutti troviamo bello il parto annunciato, voluto; troviamo giusta l'idea della sacralità del figlio. Ma la proliferazione selvaggia e altrettanto pericolosa per la specie della sterilità, naturale o indotta che sia. Ciascuno tira la coperta dalla sua parte: in Italia si cerca di incoraggiare le donne a partorire più figli paventando una spopolazione del nostro Paese, in Cina si costringono le donne a prendere gli anticoncezionali per non sovrappopolare il Paese. Ma chi deve intervenire per stabilire la modalità della riproduzione?
Le Chiese, gli Stati, i poteri costituiti hanno sempre reclamato a sé la regolamentazione del corpo sessuato: come e quando accoppiarsi, come e quando figliare. li controllo della riproduzione e la più antica preoccupazione di ogni legislatore.
Io ho agito con arroganza sulla mia cagnolina, decidendo della sua libertà di riproduzione. Anche se, dal punto di vista umano e cittadino, ho la ragione dalla mia e qualsiasi persona sensata direbbe che ho fatto bene. Inoltre, e probabile che il rapporto complicato, di affetto e di protezione che si stabilisce col proprio cane, comparti anche la presa di responsabilità sul suo potere riproduttivo. Ma comunque certamente ho anteposto il mio interesse al suo.
Eppure, mi dico, mentre il sonno si fa strada nella mia mente affaticata mettendo a tacere quel chiacchiericcio mentale che Blanchot chiama «bocca d'ombra»: così come io considero naturale che il mio interesse prevarichi su quello del cane, non è stato considerato naturale per secoli che l'interesse della comunità dei padri prevaricasse gli interessi delle figlie?
Forse sono già scivolata con un occhio nel sonno vero e proprio. Anche se l'altro e rimasto aperto e ha voglia ancora di curiosare. Con questo occhio un poco appannato vedo un uomo dolcissimo dalle grandi ali sul dorso. Lo riconosco, è mio padre; ma da quando e diventato un angelo? Sento che nel sonno ridacchio. Ho riconosciuto la grande maschera del mio amato genitore. Che pure se ne infischia delle questioni della riproduzione. Il suo cruccio si e espresso anni fa quando ha capito che non riusciva a cavare dalla pancia di sua moglie un figlio maschio. Ma ora credo che si sia acquietato.
Con che delizioso sussiego un padre si prende a prototipo universale della dignità umana, modello e imitazione del corpo di Dio! Eppure la metamorfosi non e avvenuta con tanta facilità: il passaggio, dicevo, dalla cultura delle madri a quella dei padri. Ci sono voluti secoli, forse millenni di bisticci e tirannie, astuzie e inganni, c'è voluto Eschilo che, avendo attraversato la conoscenza dei misteri Eleusini, ci ha raccontato la più crudele delle storie di famiglia. Ci ha raccontato che Oreste, perseguitato dalle Furie per avere ucciso la madre, considerato imperdonabile sacrilegio nelle società antiche, ha chiesto il giudizio del tribunale degli dei. Un tribunale tutto di dei, fra cui l'unica donna era Atena, che essendo nata dalla testa di Zeus, non conosceva il ventre materno. L' argomento di difesa che Apollo userà di fronte al tribunale è dei più nuovi e mai sentiti: Oreste non è da condannare, dice il giovane dio, perché non ha colpito il sacro principio della vita, ma ha solo infranto un vaso che conteneva il seme maschile.
La madre quindi non è più all' origine della vita, ma è solo un contenitore di vita altrui. E il padre che concepisce, che dà il soffio dell'energia vitale. La madre non farà che custodire e nutrire il figlio per conto terzi, fino alla nascita. D' altronde la Bibbia non racconta qualcosa di simile? non stabilisce che è la donna che nasce daI corpo dell'uomo e non viceversa?
Le Furie, creature della notte, abituate a venerare e difendere il potere materno, piansero quella notte una sconfitta che si è protratta nei millenni come una maledizione sulla testa delle donne. Era stata annullata, per bocca di nuove e democratiche divinità, la sacralità della madre. Era stato stabilito che il corpo materno era fatto della stessa materia di cui sono fatti i piatti in cucina, e gli orci nella dispensa. Ma che non piangessero tanto le Furie, avrebbero portato disgrazia: per il «bene comune» ritrovassero il sorriso e, soprattutto, cambiassero nome. Così le Furie sono diventate le Eumenidi, benedicenti mestamente i nuovi diritti dei padri.
Come pensare che tutto questo non abbia pesato sulle legislazioni, sui codici, sui costumi, sulle filosofie, sulle morali che si sono susseguite nella storia? Non abbiamo imparato tutte, da bambine, che siamo prima di tutto figlie dei padri?
Il mio occhio ancora desto si sofferma su una tenera immagine letteraria: una donna già adulta, tutta vestita di bianco, seduta sulle ginocchia del padre anziano che le stringe le mani, gliele bacia dolcissimamente.
Ti ricordi, caro Enzo, della marchesa von O.? Avevo letto il breve romanzo di Kleist anni fa trovandolo bello, ma niente di più. L 'ho riletto con occhi più maturi e attenti; ho scoperto un apologo travolgente sul rapporto padre-figlia. Quello che salta fuori come essenziale dal racconto non e la connessione, pur commovente e coraggiosa, fra violenza e amore, non è neanche lo scontro fra passioni e doveri. Il carattere coraggioso della giovane marchesa che cerca il padre del bambino concepito nello stupro è sì in primo piano, ma ciò che veramente si rivela come fulcro del racconto e il rapporto, che oggi chiameremmo incestuoso, fra il padre tirannico e la figlia integerrima.
Il marchese non tollera che la figlia mantenga un segreto «materno». Il fatto e che la giovane donna non conosce l'origine del clandestino a bordo della sua nave. Non sa chi sia stato a violentarla e a lasciarla incinta. Ma il signor marchese non le crede, perché la fiducia nei riguardi della figlia e inficiata dalla gelosia, una gelosia paterna cieca e intollerante quanto disperata ed egoista.
A tal punto egoista che quando saprà della maternità della figlia, la caccerà brutalmente di casa con il bambino in braccio. Poi, dopo molte peripezie si scoprirà che l'uomo che ha violentato la marchesina e anche colui che l'ha salvata dalla furia dei soldati nemici. Come conciliare la gratitudine con la ripugnanza e il rancore? Il salvatore si guarderà bene daI confessare la sua doppia identità e cercherà di farsi amare nel suo aspetto migliore. In puro stile militaresco cercherà di pagare il suo debito, e così cancellare il «suo disonore» sposando la donna che ha salvata e violentata.
Infine, la verità verrà pure fuori, ma ormai il male e stato ripagato con l'unico rimedio possibile: il matrimonio. E il signor marchese è pronto a perdonare la figlia.
A questo punto Kleist ci mostra una scena a dir poco sbalorditiva: il padre si chiude in camera con la figlia, la fa accomodare sulle sue ginocchia, pretendendo che la madre resti fuori della porta, e prende a carezzarla lascivamente, alternando gli abbracci ai baci sulla bocca.
Naturalmente Kleist finge di non capire l'ambiguità della scena, rimanendo dietro la porta, con il lettore e la madre che spia dal buco della serratura. Non c'è da scandalizzarsi, ci dice pacifico, anche se noi stiamo assistendo alle tenerezze decisamente impudiche di un padre verso la figlia, siamo nella norma dell'intimità familiare, e tutti ne sono consapevoli e contenti. Ristabilita la gerarchia degli affetti, delle volontà, la figlia ritrova tutta la gelosa e tirannica protezione del padre. Fra le righe si legge che una donna, a quel tempo, non poteva sfuggire né alle sensualità né alle ire di un padre eccessivamente compreso della sua parte di protettore, guida o controllore.
Perciò la marchesa von O. accetta le effusioni del padre senza recriminare per essere stata mandata fuori, al freddo, con un bambino piccolo. Sa che per una donna saper perdonare fa parte della tecnica di sopravvivenza ed e saggio adeguarvisi.
A questo punto credo di essere passata con dolcezza nel sonno, perché il mio pensiero si e sfaldato, acquietato, ha preso l'andare di un'acqua tranquilla e dondolante.
In queste acque dolci e scure ho visto galleggiare un piccolo guizzante corpo bianco dai bagliori luminosi. Ho pensato che era il mio bambino perduto, morto prima di nascere. Il medico, alle mie insistenze, mi aveva detto poi che era un maschio e che aveva i piedi grandi. Chissà quante strade avrebbe percorso con quei due piedi lunghi, il mio figlio perduto anzitempo.
Ecco, caro Enzo, le mie un poco sfilacciate, un poco confuse riflessioni notturne sull'aborto. Non so che cosa ne potrà ricavare il lettore. Proviamo ad invitarlo a mettere il naso nella nostra rivista e vediamo che ne pensa.

* Il testo, indirizzato a Enzo Siciliano, e apparso su «Nuovi Argomenti», gennaio-marzo 1996, Giunti, Firenze.

Dacia Maraini - Da "Un clandestino a bordo"

leggi critica....La Repubblica, 19 aprile 1996

Donne nemiche di sé stesse
di Laura Lilli

Parole impastate di esperienza e dolore. Dolore ed esperienza illuminati dalla riflessione e filtrati da una scrittura elegante. Eleganza sottile e insieme di grande spessore, non ornamentale ma funzionale: ogni parola è indispensabile. Evoca e irradia stratificazioni di significati: se non ci fosse, il discorso sarebbe oscuro, o zoppo. In questo libro la parola è la cosa.
Mi riferisco a Un clandestino a bordo di Dacia Maraini, otto agili saggi la cui brevità è inversamente proporzionale alla importanza: per le donne e la loro causa, per gli uomini e la loro ottusità, per le parole di uomini e donne che qui ritrovano una potenza originaria, rara in queste. poca di soffocanti e vacue affabulazioni. Il sottotitolo, Le donne/ la maternità negata/il corpo sognato, argomento di tanta saggistica femminista, potrebbe sul le prime sembrare consumato ai frettolosi. Ma, se leggeranno, non si annoieranno. Anzi, finalmente intravvederanno alcuni lineamenti di un mondo separato e diverso.
Leggeranno, ad esempio, che essere donne significa vivere «in uno stato di permanente inimicizia per sé stesse» e in «una contraddizione senza scampo»; che «l'aborto è una spada affilata anche sull'elsa, che perfora la mano di chi la impugna»; che non se ne può parlare se non si parla anche di maternità perché sono «legati uno all'altra come gemelli siamesi: l'uno la faccia al sole, l'a!tra la faccia all'ombra dello stesso astro rotolante nell' universo femminile»; che la «voglia di aborto» nasce e cresce nella società industrializzata. Questa tragica pratica, è «sconosciuta in natura e non attuata dalle popolazioni primitive».
Avranno, i lettori, un barlume di quello che prova una donna «quando il suo corpo è quieto, pronto ad accogliere lo straordinario ospite che le cambierà la vita... il clandestino a bordo» (dal titolo di un racconto di Joseph Conrad che l'autrice sta traducendo). E ancora: il rapporto madre-figlio «è una storia che si svolge in qualche piega sotterranea, in qualche zona più oscura e difficile da raggiungere, contrassegnata prima di tutto dal segreto: anche quando la pancia si fa evidente, e dopo la nascita del bambino».
Inutile riassumere qui un discorso che, pur essendo provvidenzialmente breve, spazia dall' autobiografia al mito greco, allo squallore (antifemminista) dei consumistici giorni nostri. Più importante, invece, mi pare insistere sull'uso sapiente delle parole fatto in queste pagine del tutto prive di invettive, lamentazioni, manifesti propagandistici. Parole di una riflessione che, originata all'interno dell'orizzonte femminile, è leggibile e comprensibile per uomini e donne. E in questo senso segna una tappa vittoriosa nella laboriosa lotta delle donne contro le parole.
Remtene, verbas equentur ci dicevano (molto tempo fa) al ginnasio. E cioè: se conosci l'argomento, le parole seguiranno. Più tardi, abbandonati i rassicuranti banchi deI liceo, molte donne della generazione di Dacia Maraini (è mia) hanno scoperto con sgomento che i tanto amati studi classici erano stati, per noi, 1'immersione in un mondo che ci considerava aliene. O meglio, non ci considerava affatto. Semplicemente, non prendeva in considerazione la nostra esistenza come soggetti, anche se ci concedeva di apprendere la sua storia, le sue lingue, il suo metodo per dare ordine al pensiero.
Le nostre vite di Donne in guerra (titolo di un libro di Dacia Maraini) si scontrarono, più 0 meno frontalmente, con la implicita, indiscutibile, inesorabile, onnipotente, maschilità del «verbo». Contro la sua presunzione di universalità si sarebbe combattuto uno dei più lunghi capitoli della guerra di indipendenza delle donne per diventare soggetto. Solo in parte è storia nota. Non molte, ancora, hanno raccontato quanto sia stata dura. Le donne avevano dentro di sé, «tenevano» la «cosa» (rem), ma le parole non seguivano. Non ne esistevano di adatte, perché era una res diversa, che nasceva dallo stare al mondo con corpi diversi e non previsti dai vocabolari esistenti. Finché lentamente, confusamente sono sgorgate Le parole per dirlo (fortunato romanzo di Marie Cardinal che non a caso narra di una donna in preda a un'emorragia inarrestabile).
A lungo ci siamo lamentate – e continuiamo a farlo – che gli uomini non ascoltassero, non capissero, non si trasformassero come le nuove parole avrebbero voluto. Non era però tutta colpa loro: era anche, in larga parte, colpa di certe astrusità di questo nascente e non rodato nuovo linguaggio, a volte fumoso, querulo, pretenzioso, gergale, intimidatorio. Beninteso, con alcune eccezioni. L'ultima, in ordine di tempo, è questo piccolo libro.

Laura Lilli


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L’Unità 12 gennaio 1996

"Non chiamatemi pentita"
di Anna Morelli

No, non si aspettava tutta questa attenzione Dacia Maraini, quando ha scritto quella lettera aperta per «Nuovi Argomenti» e neppure interpretazioni che rischiano di diventare strumentali senza una lettura integrale del testo. Dal suo rifugio in montagna dove sta scrivendo un nuovo libro ci tiene a ribadire che lei sull'aborto non ha affatto cambiato idea, e che forse è la forma scelta, a metà strada tra il racconto sofferto e personale e il saggio, ad aver confuso le idee.
Perché proprio ora, signora Maraini, a distanza di 35 anni, ha deciso di rivelare di aver perduto un bambino a sette mesi di gravidanza?
«Anche questo non è vero, ne avevo già parlato in alcuni libri di poesia, ma poiché le poesie le leggono in pochi... Insomma ne avevo scritto, solo che non aveva questa forma saggistica che implica una riflessione sulla materia. Con la redazione di Nuovi Argomenti cercavamo un tema forte su cui discutere e abbiamo scelto «aborto e paternità», poi Enzo Siciliano ha insistito perché nonostante i miei numerosi interventi negli anni, anch'io ne scrivessi.
Non volevo, ho scritto fin troppo di aborto, poi ci ho riflettuto ed è nata questa lettera aperta nella quale ho affrontato le cose che mi stanno a cuore, non pensando affatto di suscitare tanta attenzione.»
Eppure c'è già chi crede a una sua "conversione", a un pentimento della protagonista di tante battaglie femministe.
«Questa è l'interpretazione che viene data. Maraini pentita? Non è così, assolutamente. Sono cose che ho sempre detto e pensato. Ma forse è meglio ripeterle: l'aborto è una tragedia, non è affatto una conquista delle donne, ma una sconfitta. Una sconfitta bruciante e terribile che si esprime in un gesto brutale contro se stesse e il figlio che si è concepito; la legge sull’interruzione della gravidanza è una necessità di un determinato momento storico che serve per sconfiggere l’aborto clandestino costituisce dunque un passo avanti ma certamente non è una soluzione. Che poi la "194" sull'interruzione volontaria della gravidanza sia utile e necessaria, lo dimostra la diminuzione degli aborti in Italia, ma è solo un passaggio obbligato che deve portare in futuro all'eliminazione dell'aborto.»
Il tema "aborto e paternità" che Nuovi Argomenti affronta nel prossimo numero credo che riapra il dibattito anche sul fronte dell'autodeterminazione delle donne...
«Significativamente parliamo di "aborto e paternità", perché vorremmo che si parlasse anche di questo "assente", che è come se non ci fosse. E invece si è in due a fare un figlio. Dire che di fronte al terribile dilemma della scelta sia giusto lasciare l'ultima parola alle donne è anch'esso un fatto contingente. Determinato dalla solitudine in cui il nostro sesso viene lasciato. Poiché una donna è sola nel prendere le sue decisioni più intime rispetto a un figlio, allora deve anche poter decidere se tenerlo o no. Ma non è l'ideale. Né la legge sull'aborto, né l'autodeterminazione sono fatti assoluti e ideali, come fossero il risultato di chissà quale conquista. Sono dei punti di passaggio necessari per raggiungere la riva di una maggiore maturità collettiva.»
Cosa dovrà accadere, allora, perché si approdi dall'altra parte del "fiume"?
«Ci deve essere un cambiamento culturale proprio nei riguardi della maternità. Io lo scrivo nella mia riflessione. Parlare di aborto significa parlare della maternità: questa la faccia al sole, quello la faccia all'ombra dello stesso astro rotolante nell'universo femminile. L'aborto getta un'ombra molto scura su come è vissuta la maternità nella nostra società occidentale e non solo nel nostro paese.»
In Italia poi, siamo particolarmente condizionati dalla Chiesa.
«Quando parliamo di Chiesa cattolica dobbiamo però intenderci: da una parte c'è il Papa che rappresenta l'ufficialità, dall'altra molti cattolici che non la pensano come lui. Quello che non mi convince della Chiesa ufficiale è l'insistenza sul rifiuto della prevenzione, perché penso che l'unico e solo modo per risolvere la questione dell'aborto sia la prevenzione.»
Sembra un nodo quasi irrisolvibile se l'atto sessuale viene ammesso soltanto in funzione procreativa
«E io non sono d'accordo. L'ho ribadito e non ho cambiato idea.
Credo che la Chiesa abbia ragione su molte cose che condivido: il rispetto per la vita umana, per la personalità e l'integrità. Ma se vogliamo ottenere questi fini, l'unico mezzo restano la prevenzione e l'educazione sessuale. Sono aspetti da cui non si può prescindere: l'unica alternativa possibile all'aborto è la prevenzione, la contraccezione.»
Ci sono stati di recente segnali di una diversa attenzione e rispetto nei suoi confronti e delle sue opere da parte di certi ambienti letterari cattolici.
«Sulla rivista «Letture» mi dicono sia uscito un pezzo in questo senso. Credo di avere dei punti in comune con i cattolici: basti pensare alle mie battaglie per il rispetto dell'integrità femminile, contro l'uso volgare e consumistico del corpo delle donne. Ci sono valori che condivido. Quanto all'aborto, ribadisco di non aver cambiato idea, ma solo forma d'espressione e forse una riflessione sotto forma di saggio si rivela più dirompente e divulgativo, rispetto a un tema così complesso e delicato.»
In questa lunga e bella riflessione lei affronta anche il tema della madre, accettata culturalmente soltanto come donna giovane, in quanto «l'immagine della madre con le rughe ci ripugna esteticamente».
«Mi riferisco al mito della maternità legata a una concezione quasi infantile della donna. Le Madonne della nostra tradizione pittorica sono madri-bambine, c'è un'iconografia che è diventata parte della nostra geografia interna e siamo culturalmente abituati a pensare che la maternità sia legata all'estrema giovinezza. Più la madre diventa matura più sembra innaturale. In realtà questa immagine va contro le nostre abitudini iconografiche.»
Però la natura impone alla donna un limite alla procreazione.
«Sì, è così, ma la vita e la fertilità si sono allungate. Negli anni futuri potrebbero protrarsi ancora. La vita umana subisce dei cambiamenti che portano con se problemi che vanno affrontati.»
Cosa pensa delle donne che diventano madri artificialmente, oltre la soglia naturale?
«Se una donna lo desidera non ci vedo niente di male. Nessuno si sogna di criminalizzare un uomo che a 80 anni diventa padre e magari poi muore subito dopo. La condanna nei confronti della madre matura che abbandonerebbe il suo bambino in tenera età è ipocrita. Nessuno alza la voce contro "l'irresponsabilità" dei padri.»
Forse perché la crescita dei figli è scaricata quasi interamente sulle spalle delle donne che in genere sono molto più giovani dei padri-nonni.
«Stiamo parlando di convenzioni e anche questa lo è. Niente impedisce che anche un padre cresca i propri figli. In questo caso o l'uomo deve essere anch'egli giovane oppure si ammette che padre e madre possano essere anche maturi in quanto la vita si è allungata e quindi allevare l’uno e l’altra indifferentemente un figlio.»
Tutto questo non rimanda a un'epoca lontana e quasi utopica?
«Credo che le cose stiano cambiando più velocemente di quanto si pensi, la storia e la realtà stanno andando innegabilmente in questa direzione.»
Dopo quel dramma vissuto all'età di 24 anni, lei non ha più avuto figli. Pensa di aver perso qualcosa come donna non madre?
«Ho rinunciato a diventare madre per delle difficoltà che non ho potuto affrontare. Certamente quell'esperienza traumatica mi ha lasciato ferite profonde. Credo però che una donna senza figli, a differenza che nel passato, possa essere felice. Penso anche che la nascita zero di cui tanto ci si lamenta, non sia frutto di scelte egoistiche o individualiste, ma al contrario di un'intelligenza storica femminile, di una dimostrazione di saggezza di fronte alla drammatica esplosione demografica nel mondo. È un grandissimo problema che spesso le donne incosciamente affrontano non facendo figli.»

Anna Morelli
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I giorni di Antigone
Milano, Rizzoli,2006[/align]

Quaderni di cinque anni
articoli usciti sul Corriere della Sera e su Il Messaggero

LQuesto libro parla di Safiya, la giovane donna nigeriana che rischiò la pena di morte per aver subito, e denunciato, una violenza sessuale. E di Amina, nel cui caso l’ingiustizia seguì il suo corso e che fu lapidata dai suoi stessi concittadini. Queste donne e le loro storie sono tasselli, ormai quasi dimenticati, di una cronaca che ne ha consumato le vicende senza comprenderle, irrispettosa e vorace. A una simile spietata “corsa alla notizia” Dacia Maraini contrappone il ritegno di Antigone, ispirandosi alla grande eroina tragica nello sguardo, attento ma empatico, con cui osserva e commenta dalla pagine del “Corriere della Sera” e del “Messaggero” gli eventi che segnano il nostro tempo. Da sempre impegnata sul fronte politico e sociale, denuncia soprusi internazionali come lo sfruttamento dei bambini a Manila, il traffico delle schiave nel mercato globale della prostituzione, le prevaricazioni della fabbrica d’armi Lockheed Martin ai danni dei pacifisti americani. Ma non trascura temi tutti italiani tra cui le iniquità della caccia, l’occasione perduta del referendum sulla procreazione assistita, la devastazione incessante del patrimonio naturale. E accanto alle notizie dall’Italia e dal mondo, hanno spazio le piccole storie e i commenti dei lettori, che la seguono fedelmente e dialogano con lei modulando un controcanto al coro della cronaca – a tratti indignato, a tratti speranzoso, sempre partecipe.
Come Antigone, che contro le convenzioni del suo tempo rivendicò il diritto alla pietà, Dacia maraini si impegna con questa raccolta nel compito supremamente umano di riflettere e fare memoria, senza ritrarsi davanti ai temi più difficili, né disdegnare quelli apparentemente più quotidiani. In particolare, si sofferma sulla condizione delle donne, sui loro diritti troppo spesso negati, sul loro ruolo centrale nella costruzione di una società veramente alternativa. Compone così un diario dei nostri anni, personale e insieme risolutamente civile, che contro la tentazione del cinismo non si stanca di rilanciare la partecipazione personale, il coraggio delle proprie idee, la fiducia in un cambiamento possibile.


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Messaggioda birillino8 il dom giu 17, 2007 5:52 pm

Interviste

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E tu chi eri?
Milano, Bompiani 1973
Milano, Rizzoli 199
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26 interviste sull'infanzia con persone del mondo letterario e artistico raccolte tra il 1968 e il 1972. Il libro è stato ripubliccato nel 1998 da Rizzoli

Interviste sull'infanzia con 26 persone del mondo letterario e artistico raccolte tra il 1968 e il 1972.


Prefazione di Dacia Maraini

di Dacia Maraini

Ho cominciato queste interviste sull'infanzia per caso.
Una redattrice di Vogue, minuta e gentile, mi ha chiesto tanti anni fa di intervistare Montale per la sua rivista.
Ricordo ancora la trepidazione con cui sono andata in casa Montale, giovane scrittrice armata di penna e quaderno: e ora cosa gli domanderò mi chiedevo salendo a due a due le scale, spaventata dall'idea di trovarmi a tu per tu con un grande poeta che ammiravo ed amavo.
Mi ero preparata un mucchio di domande sul suo lavoro, sulla sua poesia, ma poi quando mi sono trovata davanti a lui non sono quasi riuscita a spiccicare parola.
Con molta titubanza e una voce di formica gli ho chiesto qualcosa sulla sua famiglia. Mi sembrava una zona più sicura, meno scivolosa per me: come potevo parlare di letteratura senza mostrarmi presuntuosa o sciocca? Ero talmente piena di dubbi sul mio lavoro che mi vergognavo perfino a dire che scrivevo.
Montale non fu affatto gentile. Cominciò con un tono risentito e scorbutico che mi inglobava nel suo dileggio del mondo intero.
Ero sulle spine. Sedevo in punta di sedia pronta a scappare via.
Ma poi, mano mano che parlava dell'infanzia, la sua voce è diventata più mossa, più partecipe e questo mi ha dato coraggio. Segno che non stava rifiutando del tutto la mia curiosità.
L'intervista piacque, cosi com'era, secondo me sbilenca e monca, ma scorrevole e sincera. E l'infanzia divenne la cifra delle altre interviste che vennero dopo. A me non dispiaceva dovermi concentrare su una zona misteriosa e sfuggevole della memoria degli adulti. Rileggendo oggi queste interviste mi sorprendo del mio procedere veloce, a scatti, quasi avessi paura di insistere sui dettagli più inquietanti. Ma certamente allora ero molto più segnata dalla mia naturale timidezza e non osavo scavare li dove avrei dovuto, temendo di offendere la sensibilità dei miei amati intervistati. Ritrovo in queste conversazioni rapide e rotolanti il mio impeto giovanile e il mio accigliato senso del ritmo. Ritrovo il mio entusiasmo ingenuo per il marxismo come strumento di conoscenza e analisi sociale. Ritrovo l'idea un poco semplicistica della divisione del mondo in classi contrapposte. Ritrovo anche la mia grande voglia di sapere frenata dal pudore che mi tratteneva sull'orlo dei precipizi della memoria. Molti di questi artisti sono morti. Mi sembra, rileggendo le interviste, di risentire le loro voci: quella cerimoniosa e ingolata di Gadda, quella squillante e cantilenante di Maria Callas, quella morbida e didascalica di Rossellini, quella bassa e gentile di Natalia Ginzburg. Ora sono contenta di avere raccolto con pazienza le loro voci, e di averle conservate nel fondo dell'orecchio. I morti ci tengono compagnia nel nostro misterioso giocare col passato. Ed é un bene prezioso potere ricondurre alla mente le loro lontane conversazioni. Spero che i lettori provino lo stesso piacere ad ascoltare attraverso la enigmatica alchimia della scrittura, le voci lontane di tanti amici morti e vivi che raccontano delle loro madri, dei loro padri, delle loro paure e delle loro gioie infantili.

Dacia Maraini





leggi critica.....Il Mattino, 21 marzo 1998

Infanzia. L'onda dei ricordi
di Gino Dato

E tu chi eri? Qual è stata la tua infanzia? Dacia Maraini lo ha chiesto a 26 protagonisti del mondo della letteratura, dello spettacolo e dell'arte.
Raccolte in un libro già nel 1973, oggi riproposte da Rizzoli, queste interviste restituiscono uno stato della vita troppo spesso mitizzato, ovvero rimosso e fagocitato dalle ansie del futuro. E tu chi eri? Non chi sei ora, o vorresti essere, o sarai domani. Assai spesso facciamo i conti solo con le ambizioni del futuro, con i progetti del domani. Amiamo gettare un ponte solo verso "quello che rimane da vivere", diceva Goffredo Parise. E un altro artista, Mario Schifano, recentemente scomparso, rincara la dose: «Il passato non conta... Non me ne occupo... A che serve il Passato». Lo scandaglio della memoria, insomma, non riusciamo a farlo scendere con docilità nelle profondità di ieri, a sondare gli spazi, i luoghi, i ricordi che ci riportano alle radici dell' infanzia. In una sorta di corto circuito, così, tra i due estremi di un'infanzia come vita violata e di un'infanzia come ricordo rimosso, la condizione di chi non può raccontare, di chi non scrive la storia -proprio perché, come dice la parola, infante -rimane muta anche nell'età adulta, diventa perdefinizione il non-luogo.
Per vincere la dispersione della propria identità, questo rifiuto a ricercare voci, suoni, sentimenti, personaggi su cui abbiamo costruito quel che oggi siamo, forse possono servirci gli artisti, i letterati, uomini "non comuni". Non fosse altro, per il particolare rapporto che hanno con la memoria, con il ricordo. E può accadere così che, muovendo da un pretesto giornalistico, l'intervista intorno all'infanzia richiesta a un personaggio accigliato e scorbutico come Eugenio Montale, Dacia Maraini abbia poi ordito una tela di ben 26 interviste ad altrettanti protagonisti italiani del mondo della letteratura, dello spettacolo, dell'arte. Registrate tra il '68 e il '72, pubblicate da Bompiani nel ‘73, a un quarto di secolo, nella nuova edizione Rizzoli che mantiene l'antico titolo E tu chi eri? , non hanno perso né la forza evocativa né la significatività che all'infanzia davano i personaggi intervistati: i viventi, da Liliana Cavani a Claudio Abbado, da GaeAulenti a Mario Soldati, o quelli che ci hanno lasciato da anni come Pier Paolo Pasolini, o di recente, come Anna Maria Ortese.
Sollecitati da domande stringenti, che tra scorrono facilmente dai negozi del presente alle chimere del passato, l'onda dei ricordi rispolverare riattiva il lessico familiare: i ritmi e le abitudini di vita, i rapporti con e dei genitori, sempre idealizzati pur se spesso l'un contro l'altro armati, i parenti, gli anni della formazione, dell'iniziazione ai piaceri e ai doveri, i primi sogni e amori, le paure e le angosce degli interrogativi sulla vita e la propria vocazione. Tic e passioni, idiosincrasie e debolezze illumineranno una ricerca della identità, un itinerario attraverso quella «piccola geografia degli affetti», La chiama Dacia Maraini, «che si forma intorno ai due-tre-quattro anni e che ci portiamo poi avanti tutta la vita riflettendo quelle prime impressioni».
Signora Maraini, in queste interviste rivisita anche la propria vita?
«Direi molto indirettamente, perché non ho mai parlato di me stessa. Però hanno ribadito a me l'importanza che l'infanzia ha nella vita di ciascuno di noi».
Che rapporto pensa me gli Italiani abbiano con la propria Infanzia?
«Credo che da una parte tendono a mitizzarla, dall'altra a dimenticarla. La mitizzazione, sa, può essere anche una forma di rimozione. Per cui, in fondo, mi pare che le due operazioni si assomigliano». Insomma, una sorta di deformazione del ricordo infantile?
«Certo, e le faccio un esempio. In queste interviste noterà che tutte le madri sono bellissime. È una pura convenzione quella della bellezza delle madri, come se non potessero che essere belle».
E i padri?
«Beh, sono anch'essi tutti molto spirituali, molto idealizzati. In questo c'è una mitizzazione un po' convenzionale, cui non sfugge evidentemente neanche il grande ,artista».
Proviamo a capovolgere la situazione. Facciamo una piccola intervista sull'infanzia di Dacia Maraini. Qual’ è n ricordo più vivo che ha del suoi genitori?
«Ne ho scritto a lungo in unno dei miei libri, Bagheria. E comunque sono tanti i ricordi. Certamente però posso affermare che i miei genitori erano all' avanguardia rispetto alloro tempo, erano due persone aperte, laiche, di cultura, e questo ha influito molto sulla mia formazione».
Qualche sentimento in particolare la riporta con forza agli anni della sua Infanzia?
«Più che altro direi il sentimento di sorpresa, di fronte alla realtà che è inaspettata, e quindi diversa da quello che uno s'attende».
C'è un minimo comun denominatore in questa tela di risposte, qual cosa che le accomuna?
«La tenerezza che suscita il pensiero del passato lontano. della prima infanzia. Alcune persone che nella vita appaiono arcigne, che hanno una visione del mondo molto severa, che manifestano un atteggiamento pudico e severo — e per tutti faccio l'esempio di Rossana Rossanda, o Roberto Rossellini, o ancora Carlo Emilio Gadda e Eugenio Montale — quando poi parlano dell'infanzia si sciolgono».
Diventano morbidi?
«Sì, viene fori qualcosa di non difeso, molto bello da sentire».
«Una mattina ti svegli e ti accorgi che durante la notte sei stato trasformato in adulto. In preda al panico ti precipiti in camera del tuoi genitori,loro sono stati trasformati in bambini. Racconta il seguito». Lei come racconterebbe il seguito di questa traccia che al suoi alunni propina Monsieur Crastaing, il personaggio di Daniel Pennac, nel suo ultimo libro Signori bambini?
«Non lo so, ci dovrei pensare. E comunque è vero che i bambini tendono, maturando, a diventare genitori dei loro genitori. Soprattutto oggi i bambini sono particolarmente maturi, e i genitori sono particolarmente immaturi Spesso i figli si trasformano in padri dei padri. E una volta mandati per aria i ruoli, paterni o filiali che siano secondo la tradizione, è chiaro che dipende da una maggiore o minore quantità di saggezza il saper fare i genitori. Non è più una questione anagrafica. E solo il saper affrontare le difficoltà». C'è uno scarto tra il modo di intendere l'Infanzia registrato negli Anni Settanta e il modo in cui la intendiamo oggi?
«Non lo so. Quelli che hanno letto il libro, dicono: è strano, sembra scritto oggi. Evidentemente i rapporti con l' infanzia non sono cambiati molto».

Gino Dato

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AUT n° 2, 1973

Ventisei racconti a due voci
di Antonio Debenedetti


«Questo libro nasconde una seconda vita! »
Un simile avvertimento, magari stampato sopra una fascetta in carta colorata, dovrebbe, perentoriamente accompagnare il nuovo, riuscitissimo libro di Dacia Maraini. La legittima diffidenza verso quello che potrebbe apparire uno slogan pubblicitario, fabbricato intorno alla scrivania di una casa editrice, verrebbe presto a cadere. E, prima o poi, tutti i lettori finirebbero per capire, sciogliendo senza difficoltà l'enigma di quella seconda vita. Seconda vita, aggiungiamo subito, che il libro della Maraini si guadagna di prepotenza in un mondo poco accessibile. Quello, per definizione difficile in ogni caso sorvegliato a vista da inflessibili doganieri, della letteratura. Ma, senza precipitare, vediamo quali siano i documenti di transito della scrittrice. A un primo esame sommario, il volume della Maraini si presenta come una raccolta di pezzi giornalistici, destinati come tutti i pezzi giornalistici a un frettoloso e distratto consumo, Per l'esattezza, quelle ora riproposte in veste libraria, sono venti sei interviste raccolte -tra il 1968 e il 1972 - per un grande periodico in carta patinata. Duecentosessanta pagine, aggiungiamo per inveterata pedanteria di recensori, che ospitano le confidenze genuine o un po’ meno genuine, i ricordi schietti o alterati dai provvidenziali interventi dell'inconscio di romanzieri e artisti celebri o sul punto di diventarlo, di registi famosi o comunque assai noti. I quali, senza distinzione di merito, sono sollecitati a parlare o meglio, a rispondere della loro infanzia. Domande d'obbligo, o comunque ricorrenti, sono: la tua era una famiglia ricca o povera? Che cosa faceva tuo padre? Ricordi volentieri la tua infanzia? Questa la facciata giornalistica, che tuttavia si rivela insufficiente a descrivere e caratterizzare un libro ingannevolmente facile. Non resta dunque, una volta assolti gli elementari doveri del cronista, che affidarsi a una lettura più avventurosa e magari drammatica.

* * *

È spettato proprio a Gadda, contravvenendo alle regole della sua leggendaria riservatezza, di aprire con affabilità mescolata di sovrana ira intellettuale questo inventario di vite. Si incomincia dalle sue prime, commoventi esperienze di scolaro inamidato nei logori panni di una dignitosa ritrosia borghese o piccolo borghese...
Una ritrosia, a così dire, da signorino con la camicia magari candida ma visibilmente lisa, sfilacciata... «La povertà -commenta Gadda con il tono inconfondibile della sua voce -mi ha umiliato di fronte al ceto civile borghese al quale la mia famiglia apparteneva, almeno nominalmente».
Converrà soffermarsi un attimo su questa affermazione, tentando anche a titolo d'esempio di verificarne l'autentica valenza. Sono poche parole, che bastano tuttavia a traghettare il lettore dal più remoto passato dello scrittore ancora bambino a un più complesso approdo, che chiameremo approdo del destino. Ed eccoci, quasi senza volerlo, già alla periferia di quella seconda vita del libro, che premeva dimostrare. Nel dialogo con Gadda, come in tutti ,gli altri riportati nelle pagine della Maraini, il ritmo volutamente accelerato delle battute, il continuo rimbalzare del passato nel presente, i passaggi quasi osmotici dello ieri nell'oggi e viceversa, rivelano forse a loro malgrado la presenza d'un protagonista semiclandestino, che ricacciato nella penombra torna continuamente a riaffiorare. Questo protagonista è il tempo, ora inteso nella sua impalpabile essenza psicologica ora storicamente individuato. Ma mentre il primo, cioè il tempo psicologico viene giudiziosamente relegato dalla Maraini nelle stive a far da invisibile carico sul suo stile disinvolto senza essere mai spensierato, il secondo emerge invece ben riconoscibile a datare fatti, circostanze, situazioni più o meno direttamente legate al nostro passato politico, all'evoluzione del costume. Ancora. Questo tempo della realtà, contrapposto con implicita dialettica a quello dei sentimenti, o se si preferisce della memoria, individua nell'autrice una precisa coscienza civile e volontà di essere nella storia. Le conseguenze di una tale operazione sul tempo, a così chiamarla, sono tutte di segno positivo. Ma, si avrebbe ragione di chiedere, quali sono queste conseguenze?
Per capirlo, basta provare a leggere le ventisei interviste raccolte dalla Maraini come altrettanti capitoli di un romanzo. Immediatamente quarant'anni di vita italiana, quanti dividono cioè l'adolescenza di Montale da quella di Bernardo Bertolucci e di altri suoi coetanei o quasi coetanei, si condenseranno sullo sfondo necessariamente composito, di questa raccolta lasciando intravedere uno scenario o affresco ben definito. E, dietro tante sussurrate confidenze, a volte ironiche a volte struggenti, si riconoscerà una stessa, inquietante vicenda: quella della media famiglia borghese o piccolo borghese e cattolica, lacerata da egoismi e superstizioni e tabù. La media famiglia italiana questo mi sembra il tema di fondo del libro, che va storicamente alla deriva e subisce in passivo, doloroso, atroce silenzio le conseguenze della lenta ma irreversibile crisi dell'istituto matrimoniale, dello inevitabile disgregarsi dell'autorità patriarcale. Un processo di degradazione, che trova risentita e cosciente testimonianza. Dai fieri, intransigenti papà con i capelli all'Umberto e i grandi baffi folti (vedi l'intervista con Montale), dai dolci despoti casalinghi, abitudinari e fiduciosi nel risparmio, pronti a far valere la loro autorità con baritonali esplosioni di voce (particolarmente significative a questo riguardo le interviste con Moravia e Natalia Ginzburg) lentamente si perviene, lentamente ci si adatta a una specie di sciopero bianco dei diritti e dei poteri paterni, d'altronde sempre più inagibili. Nel diffondersi progressivo dei matrimoni difficili, delle unioni disastrate divengono persino improbabili le tachicardie che sollevavano nel petto dei nostri nonni quei pensieri collegati alla fierezza, alla dignità e al prestigio della tribù. Sono considerazioni così formulate ovvie o forse generiche, che in queste confessioni e racconti a due voci, acquistano però concretezza, peso e autorità di fatti vissuti. Basterebbe, volendo istruire un processo a questa figura di padre dimezzato, citare quali testi a carico Liliana Cavani e Ronconi. I quali, nelle interviste a loro dedicate, hanno rilasciato in proposito dichiarazioni abbastanza sconvolgenti.
Ma il discorso, con le sue inevitabili implicazioni politiche, ci porterebbe lontano.
Meglio dunque tornare alla sostanza del libro, che offre a prescindere dal resto, uno splendido esempio di come si possano tradurre degli appunti delle registrazioni per forza di cose disordinati in un impeccabile dialogato. A differenza delle interviste, che normalmente si leggono, queste della Maraini non presentano infatti sfocature; paiono essersi decantate di tutte quelle pause e sfasature e incertezze, che accompagnano di regola la ricerca del dialogo e della comunicazione. La tessitura ritmica risulta qui marcatissima. Domande e risposte, che si susseguono martellanti, non sono tuttavia i coaguli di una normale conversazione sfrondata dei suoi momenti stanchi o noiosi, ma sottintendono e insieme individuano un racconto ottenuto distillando dal loro contesto alcune situazioni salienti o esistenzialmente emblematiche. Quasi che la Maraini tentasse di cogliere, con esercitato orecchio psicologico, nella voce di questi suoi ospiti un eco o suono di destino. In altre parole, il libro rifiuta ogni bavardage, ogni chiacchiera e cascame di sottoconversazione. Si ha così l'impressione di procedere da una battuta all'altra a salti di canguro, cadendo ogni volta a pié pari nel momento saliente di una storia: anzi di un percorso obbligato, che gli interlocutori della Maraini hanno compiuto in veste di solitari protagonisti per raggiungere la loro maturità.
Una simile tecnica espositiva, dietro la quale si avvertono le astuzie di un sapientissimo montaggio e lunghe ore di tavolino, deriva probabilmente all'autrice dalle sue felici esperienze teatrali. Comunque sia, sotto la pelle giornalistica, volutamente umile, il libro adombra una sorvegliatissima regia, una perizia narrativa che con straordinario tempismo e intelligenza mobilita, sceglie e privilegia scene di dramma o intermezzi quasi da commedia brillante.

Antonio Debenedetti

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Il Messaggero, 28 marzo 1998

L'artista ? Si riconosce dal bambino che è in lui
di Walter Pedullà

E tu chi eri? è la ristampa di un volume di venticinque anni fa ma l'opera non è "datata". Si legge "come un giornale", dà notizie ignote o dimenticate su alcuni protagonisti della cultura del Novecento, e ha sul lettore l'impatto di qualcosa di "urtante" che sembra successo ieri o oggi stesso. La prima impressione è che gli Anni Novanta non sono poi tanto diversi dagli Anni Settanta come si dice. La differenza? È morto Marx ed è rinato Dio.
Il libro compone una galleria di ritratti sul cui sfondo emerge un'epoca storica. Dacia Maraini intervista con l'essenziale discrezione di chi si mette in un angolo per far vedere meglio il personaggio che è sotto osservazione. Quanto somigliano questi artisti agli uomini comuni! Differiscono solo per un dettaglio, e prima e poi lo rivelano, si rivelano. Insomma, attenti ai particolari! Eccelle la maieutica di chi domanda in questo libro che pare essersi fatto da sé.
Dacia Mariani a primo colpo d'occhio conferma quanto le aveva detto Alberto Moravia: «La cultura porta sempre a una semplificazione intellettuale. E quindi le persone colte sono più semplici di quelle incolte». Dacia Maraini è brava a ottenere risposte che semplificano problemi assai complessi. Quindi è la semplicità la regola a cui tutti debbono attenersi. Che rapporto hai avuto coi tuoi genitori, con il sesso e con Dio, quando hai smesso di credere in Marx, come andavi in fascismo o in Resistenza, il primo amore, il primo libro letto e il primo quadro dipinto. E il secondo, il terzo, eccetera, quasi tutta la vita insomma, sentimenti idee, percezioni. Dunque la vera domanda delle 26 interviste sull'infanzia è: «Ma tu chi sei?». E gli interrogati rispondono non solo per sé ma anche per gli assenti, magari per l'intera società o quasi.
Anzitutto una generazione di artisti che sono nati poveri e che nell'infanzia hanno patito la fame. Odiano quasi tutti la scuola, sono quasi tutti cattolici e tali sono rimasti, anche se nel frattempo sono diventati atei (ma non senza religiosità). Sono quasi tutti progressisti, sono antifascisti, e sono stati spesso marxisti che magari non hanno letto Marx.
Tocca essere originali ma come? Rossellini fa una proposta non modesta: «Per me una delle ragioni della crisi del cinema d'oggi è il rifiuto delle sperimentazioni. Un'industria che funzioni deve per forza mantenere un reparto di ricerche, altrimenti fallisce». Gli autori che la Maraini intervista non sono dei falliti perché hanno sperimentato materiali e inventato tecniche. E magari perché hanno avuto nell'infanzia un trauma, che ora guida verso il segreto dell'artista; e persino dell'arte.
Con quali traumi, con quali idee, con quali tecniche hanno allora vinto? Ecco qualche risposta sorprendente e rivelatrice. A Gadda, Pinocchio «rivelava la presenza della donna» («Potrei dire che Pinocchio è stata la mia prima lezione di sessuologia...»). Gae Aulenti taglia corto sul femminismo: «Credo che se una donna fa bene il suo lavoro nessuno le rinfaccerà di essere donna».
Sentite cosa capita a Parise. «Nel bel mezzo della funzione abbandonavo tutto e andavo a ficcare la testa nell'acquasantiera perché mi sentivo svenire. ...Era una forma di protesta verso la collettività». In quanto alla rivolta antiborghese e alla propria inclinazione per i linguaggi della ribellione, Arbasino avanza un'ipotesi realistica: «Forse la formazione anonima, grigia e banale della borghesia lombarda porta alla stravaganza». Sono "stravaganti" anche Pasolini, Antonioni, Bussotti e Schifano. E cosi sono diversi dagli artisti comuni.
Una cosa stravagante la dice anche Montale quando protesta perché «gli scrittori d'oggi parlano sempre d'amore». Non era cosi una volta. La nostalgia si spinge molto più indietro della propria infanzia. È ancora utile cercare nella prima età. Ricominciamo daccapo. Domanda: i decenni si somiglieranno tutti? Quasi tutti. Continuino a parlare d'amore ma con un'altra tecnica, con un diverso linguaggio. E così torneranno a vincere gli originali, gli sperimentali, gli stravaganti.

Walter Pedullà
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Storia di Piera
Milano, Bompiani 1980[/align]

Intervista sulla vita di Piera Degli Espositi.

coautrice: Piera Degli Espositi

Prefazione

di Antonio Faeti

Venuti dalla luna
L'estate scorsa, a Pesaro, una sera, poco dopo il tramonto, ho visto un cane che aveva deciso di suicidarsi. Era proprio in mezzo a un viale dove, per fortuna, transitavano poche automobili, credo a causa di una deviazione e dell'assenza di molti abitanti di quella zona, per le ferie. La malinconia e il dolore, espressi in un primo tempo, furono presto cancellati: gli occhi del piccolo cane, certo molto giovane, si velarono come di mistero, diventarono quasi trasparenti, e lui stava lì come se fosse di porcellana, ad aspettare una sorte, il compiersi di un destino che ormai aveva scelto. Era stato certamente abbandonato, lo si poteva capire da molti indizi, per esempio dal fatto che non sembrava in alcun modo un cane randagio, aveva il pelo lucido e molto pulito, possedeva un grazioso e costoso collarino. E la sua determinazione, la sua ostinazione, alludevano senza dubbio a una frattura tremenda, a una ferita che si era prodotta nella sua esistenza, in modo improvviso: un episodio assolutamente ingiusto e per cui non c'erano spiegazioni. Ma alcune ragazze riuscirono poi a trasportarlo lontano dal luogo in cui aveva pensato di farla finita, e una di loro volle poi tenerlo con sé. Mi capitò poi di leggere, in un episodio di Dylan Dog, una storia molto simile a quella che avevo mentalmente composto guardando il cane di Pesaro, però con un finale tragico, così feci anche un articolo in cui mescolavo le due vicende, sempre pensando che i cani hanno un grande senso della tragedia, che forse nasce in loro anche perché considerano con la stessa forza anche l'amicizia.
È molto bella e piena di significato, la storia in cui Dacia Maraini immagina che i cani provengano dalla luna: in tanti fumetti, in tanti cartoons i cani appaiono anche come una sagoma nera che si staglia contro la luna, e questa è anche una collocazione di sogno, che rende un poco conto dei grandi misteri che si riferiscono ai cani. Presentando un altro volume di questa collana, il numero ventisette, Trick storia di un cane di Fulvio Tomizza, ho già alluso a molte storie di cani raccontate in libri che leggo e rileggo. Scopro ora, però, che avevo dimenticato la leggenda del Santo Levriero e la «novellina» del cagnolino troppo intelligente. La prima è una leggenda, diffusa soprattutto in Francia, in cui si racconta di un uomo ricco, in epoca medioevale, che tornava a casa dopo una lunga assenza e si vide venire incontro il suo levriero festante e gioioso, ma con la bocca bagnata di sangue. Insospettito, corse fino alla culla del suo bambino, e io vide coperto di sangue. Impazzito per il dolore, prese la spada e uccise il cane con un colpo solo. Ma subito udì le grida di gioia del bambino che lo chiamava. Rientrò e finalmente capì. Un serpente era entrato, era salito fin sopra la culla, stava per mordere il bambino, ma il cane, che faceva buona guardia, lo aveva ammazzato. Non aveva potuto certo pulire, il cane e il bambino erano in quel momento soli in casa, il padrone aveva sgozzato il buon levriero che gli aveva salvato il bambino e, con rabbia, lo aveva anche scagliato in fondo al pozzo del giardino. Fu proprio il che nacque l'abitudine .di portare i bambini, accanto al pozzo, i bambini deboli, malati, mal formati, in punto di morte. Come pregando un «santo», le madri chiedevano al levriero, morto davvero come un martire, per salvare un bambino, di rendere la salute o la vita anche ai loro bambini. La leggenda del levriero «santo», guaritore dei bambini in pericolo di vita, durò tanto, nei secoli, che ancora poco più di sessanta anni fa c'erano donne che portavano accanto a quel pozzo i loro figli sofferenti.
La novellina del cane e del vecchio professore l'ha scritta uno scrittore italiano, Alfredo Panzini, oggi spesso dimenticato, ma un tempo molto famoso. Racconta di un cagnolino che, andando a prendere il giornale per il suo amico che vive solo e pensionato, trova il modo di acquistare una focaccia, e di mangiarsela, ogni giorno, perché è astuto e goloso.
Il mio amore per i cani e per le storie di cani è nato con la lettura della «novellina» di Panzini, però è tutto intriso anche della leggenda del Santo Levriero. Li penso così, i cani Come se fossero incerti di fronte a due tipi di esistenza, a due scelte molto diverse. In una vita sono burloni, giocherelloni, furbi, scanzonati, pagliacci Nell'altra sono tragici e sapienti, ricordano il Mito, le Fiabe, le Leggende. Ma, per via dei cani che ho avuto nella mia vita, e di uno, soprattutto, vissuto in casa mia per dodici anni, dopo che mio fratello Benny lo aveva salvato dall'annegamento nel corso dell'alluvione del Polesine, sono quasi costretto a leggere con sincero interesse le storie di cani contenute in questo volume, dimenticando quelle di altro tipo.
Qui si esplora la sofferenza che tanto spesso accompagna la vita dei cani Vivono accanto a noi, ma loro e noi abbiamo tempi di vita diversi, loro vivono di meno. Così, a chi ama davvero i cani
accade di vederne soffrire e morire un certo numero. E Dacia Maraini ci descrive con cura e con finezza queste malattie e queste morti È un momento, nella vita dei cani, di cui si è scritto poco, di cui, spesso, si vuole anche tacere. Dacia invece ci parla di tante lunghe giornate, di attese, di conclusioni impreviste, di lunghe amicizie dolorosamente interrotte. Queste attente vite quotidiane ci fanno conoscere cani diversi da quelli che appartengono al cinema, ai fumetti, a certi libri per i ragazzi Raccontata tenendo anche presente la sua conclusione, la vita di un cane prende un tono diverso. In tante forme di spettacolo il cane è una specie di giocoso guerriero che va avanti tra imprese, burle, salvataggi, conquiste, eroismi Oppure è anche uno sciocchino che combina guai perché non sa regolarsi e limitarsi E appare anche come un amico dell'uomo un po' troppo generico, capace di folli affetti tutti uguali Sono spesso cani come quelli che saltellano nelle pubblicità degli alimenti per cani.
Ma i racconti di Dacia mostrano cani anche guardati attraverso il dolore, e li sorprendono nella loro stranezza, li colgono negli aspetti più diversi, quelli di cui nessuno dice nulla. La tradizionale divisione che le fiabe, le novelle, le leggende, le poesie, hanno stabilito tra il gatto e il cane, il primo furbo, sleale, imprevedibile, viziato, curioso, infedele, lunatico, il secondo ligio al dovere, stretto al suo padrone da un affetto privo di dubbi e di incertezze, perfino monotono in un attaccamento che non subisce mai modificazioni o fasi alterne, qui si attenua o scompare. Anzi, sono proprio i cani a essere ricondotti verso la luna, e resi protagonisti di sogni poetici e misteriosi dove ci accorgiamo di sapere troppo poco di loro.
Sono coinvolti nella nostra vita, fanno parte delle nostre vicende, ma non hanno perduto originalità, individualismo, apertura verso le stranezze, senso del rischio, dell'avventura, della sorpresa. Questi altri cani guardati, rammentati, osservati, raccontati da Dacia, sono cani più cani, sono più completi Dopo aver letto questi racconti guarderete i vostri amici con occhi diversi, e forse perderete quella superbia che noi un poco abbiamo, nei confronti dei cani Ci sentiamo padroni, siamo propensi a comandare in modo sbrigativo, ci attendiamo semplice, pronta obbedienza. Impariamo quindi a guardar li anche quando sono tragici e strani, sconosciuti e sorprendenti, inquieti e bizzarri, come se fossero appena giunti dalla luna.


Antonio Faeti

leggi brano.....D. Tuo padre per lunghi anni è stato fuori casa...
P. Da quando avevo dodici anni a quando ne avevo diciannove mio padre era sindacalista e i sindacalisti allora erano in prevalenza comunisti da noi... ci fu un contrasto ideologico col partito e un giorno lui scoprì dai giornali che era stato trasferito a Verona... il Veneto era bianco... lui fece un gran lavoro con gli operai essendo anche salito come incarico.
D. Rimase comunque comunista?
P. Sì, sì... ho letto delle lettere che lui aveva mandato ai compagni... amareggiate, però è rimasto un episodio nella sua vita. Da Verona ritornava ogni quindici giorni. La domenica si dedicava alla casa; col suo passo mattiniero, gli piaceva dare la cera, fare il letto, pulire.
D. Tua madre non li faceva i lavori di casa?
P. Mai. Odiava tutto quello che riguardava la casa. Di solito li facevo io. O il babbo. O una donna a ore, quando avevamo più soldi. Mi ricordo quelle domeniche come una cosa bellissima anche per quel loro silenzio casalingo che si sentiva solo quando c'era lui. Prima di andare a tavola il babbo lavava la mamma. Stava delle ore, nella vasca, su di lei, a lavarla. E poi andavamo a tavola. Avevamo quei legni antichi con la vasca e sopra una catinella in cui si metteva l'acqua, sai. Lui le lavava la schiena, aveva un'adorazione per quel corpo bianco. A tavola diceva: vostra madre è un velluto, e ce la descriveva: bella, fatta ad anfora, monumentale, con la vita stretta e i fianchi larghi... poi lei si abbandonava sul divano, dormiva, era congestionata perché mangiava veloce, tanto, senza gustare il cibo e poi si buttava Il a dormire, senza mai curarsi di nessuno...
D. Ma questo quando già stava male o prima?
P. Era l'inizio. Faceva le sue passeggiate misteriose, nessuno sapeva dove andava. Quando stava male non si lasciava toccare. Non voleva essere scocciata. A modo suo lo amava, ne era gelosa. Vieni qui, mostro, gli diceva, non mi hai neanche dato un bacio; gli tirava l'orecchio, lo baciava con trasporto davanti a noi. Una volta il babbo mi disse avevo quindici anni credo che lui poteva fare l'amore per ore con lei senza mai riuscire a soddisfarla. Lui era carezzevole, morbido, bello, lei di colpo si stufava, non le bastava.
D. In un certo senso tua madre ha scaravoltato la famiglia, inconsapevolmente, ma l'ha fatta esplodere, non accettando di essere la "moglie", la "madre", cercando di imporre la sua personalità, la sua sessualità, il suo piacere.
P. Era così strana e io non la capivo. Capivo solo che era diversa dalle altre madri e ne soffrivo. Ma l'amavo enormemente. Quando correvo per le strade di notte chiedendo agli spazzini: avete visto una donna in bicicletta, un po' scoperta, qua e là... I bar, sempre quei bar... io ho l'ossessione dei bar, dei posti affollati, non mi ci posso vedere, allora mi sembrava di combattere come un soldato, ho combattuto sempre, con robustezza fisica. Però capivo una cosa in quella derisione della gente, in quelle critiche, in quelle occhiate offensive, ho capito che le persone tragiche ce ne sono poche, di drammatiche tante, ma tragiche che vivono sempre dentro cose atroci, senza mai un momento di mediocrità, di meschinità —ecco, ho capito che mia madre era una persona tragica e mi coinvolgeva: io come lei ero sottoposta a cose terribili: incubi, disastri mentali, dolori inconcepibili.
D. Non credi che le donne spesso hanno queste strutture tragiche? Non conoscono la mediocrità che viene dal potere, dall'integrazione...
P. Mi colpisce sempre la parola integrazione... perché mi sembra una cosa che soffoca quotidianamente la testa mentre la mente della donna è talmente anarchica che sta fuori da questi tran tran... Se penso a quando andavamo lei e io, tenendoci per mano a fare gli elettroshock. D. Quanti anni avevi?
P. Nove credo, più o meno. Tendo a non ricordare. Una volta l'ho accompagnata all'ospedale, poi è entrata in una stanza e l 'ho sentita che urlava: cosa mi fate dentro la testa! e volevo sfondare la porta ma poi ero lì, condannata ad ascoltarla senza poter fare niente, ero impotente e terrorizzata. Credevo che gliela incendiassero la testa, e quel suo diventare purpurea sugli zigomi mi pareva che fossero i resti dell'incendio. Lasciavo la scuola per accompagnarla, non so perché proprio io, lei voleva solo me credo.
D. E lei come mai accettava di andare in ospedale, così tranquillamente a farsi torturare? P. Se faceva così non la internavano, per questo... Doveva essere d'estate, perché d'inverno lei stava sempre a letto, chiusa in camera, dormiva ventiquattro ore su ventiquattro. Io la chiamavo: mamma! lei diceva: lasciami stare, mi verrete a trovare al cimitero, lasciami stare. E dormiva sempre. Dormiva così, con la testa fasciata, sempre chiusa, una malinconia cupa, dolente, non diceva una parola.
D. Chi si occupava della casa?
P. Io. Ma non mi pesava. lo stavo sempre a casa, sempre a casa, era questa la mia ossessione, le giornate, mi ricordo, tutte quelle domeniche fredde che la sua finestra restava chiusa, io a trafficare, mi sembrava di proteggerla, di fare qualcosa per lei, pulivo, lavavo, poi dicevo: mamma, come va? vuoi che apro la finestra? e lei: no, no fammi la grazia, lasciami stare... Tutti gli anni passati a vedere questa scena... mamma, vuoi che usciamo un po'? no no ah, povere creature, diceva, povere creature, non posso fare niente per voi, lasciatemi stare... Prima, quando lavorava era diversa.

[…]

D. E per l'uomo la passione va bene?
P. Per l'uomo si, la gelosia, l'abnegazione, l'odio anche, anche la guerra, ne parlavo con Goliarda, perché è bello parlare d'amore, anche in ospedale te l'ho detto, con le infermiere, mi stavano a sentire con le orecchie cosi: ancora, racconta! la cotta è bellissimo parlarne, anche se va su e giù perché la cotta non viene mai sicura, se e sicura non e più una cotta, allora diventa un amore, poi diventa affetto; la cotta è questa cosa speciale, questa incertezza. Cosi io stavo dicendo a Goliarda: sai Goliarda qua e là, su e giù, e suona il telefono e lui dice con quella voce: sono Arduino da Milano... io sono scivolata giù per la parete... che bello mi piace tanto questo rallegrarsi di colpo, questo perdere le forze, questo sentirsi sconvolta...
D. E quando lavori provi le stesse emozioni?
P. Quando lavoravo all'Aquila ogni giorno mi telefonavano i miei tre babbi, perché l'Aquila per me è stata proprio tre paternità — mi telefonavano e dicevano: come va con questo regista? e io: bene, va bene, mi trovo benissimo. Non avevo voglia di dire di più. Sai che la felicità è così, è una cosa né troppo fragorosa, né troppo esplosiva, è una cosa di giusta misura, né piccola né grande... in quel momento sei felice e basta, non c'èaltro da dire. lo quando lavoro sto bene... ecco potrei stare, se lavorassi sempre senza interruzione anche senza amore... be', giocherei magari sempre ma senza darci troppo peso...
D. Infatti la gelosia ti prende più forte quando non sei contenta, quando non sei sicura di te, per me è così... i momenti in cui sono stata più gelosa è quando sono stata più incerta sul mio lavoro, quando pensavo di sbagliare tutto, di essere nella merda.
P. Mi piacerebbe sul palcoscenico fare tante donne, tante signorine, t'ho detto, Ibsen, Shakespeare, Checov, sarei contentissima, forse potrei andare via contenta.
D. Sai che a volte faccio fatica a seguirti perché salti da un'epoca a un'altra, non hai il senso del tempo, come se il tuo passato dentro di te fosse tutto su una stessa fila, senza profondità, senza passaggi... ma mi piace seguirti. Sono sempre stata così, io, poi sai: mi piacciono più le storie degli altri che le mie... e quando una persona mi interessa, mi affaccio sulla sua vita e sono presa da una specie di vertigine, ci casco dentro e non riesco più a uscirne. Mi è successo con Teresa quando ho scritto il libro su di lei. E poi per tirarmi fuori faccio una fatica boia e comunque mi rimane un' affezione, come di un pezzo di vita che ho vissuto, quindi un poco lei e un poco te.
P. A me piace stare qui con te, mi sembra che ci dilatiamo... La mia casa mi sembra sempre piccola e così giù coi muratori ad allargarla non ho più neanche un posto dove stare accovacciata. Invece quando recito, quando faccio le prove, sono come in un altro mondo. Alle pause non vado al bar con gli altri, niente, me ne sto lì attenta a tutto, felicissima, anche di aspettare, seduta sulla mia seggiola come nel banco di scuola, sì perché a scuola ci sono andata poco, forse c'è anche questo, una nostalgia, la voglia di apprendere. Anche quando sono in albergo, in tournée, mi faccio portare su un cappuccino, uno yogurt, una pasta, così sul letto e mi sento al sicuro, felice, comincio a costruire il personaggio. Dormo, poi mi alzo, mi dedico molto al lavoro, posso stare ore e ore al tavolino a lavorare sul personaggio, faccio disegni, scrivo, mi accudisco, vado a fare una passeggiata, penso a me come un bimbo... poi mi divido perché la sera devo entrare in un'altra casa, lì sul palcoscenico, un'altra signorina mi aspetta... è bellissimo per me lavorare... io lavoro proprio come un artigiano, faccio faccio e poi disfaccio, mi abbandono, dormo, mangio e riprendo. A me sembra che si lavora sempre troppo poco con le prove... a me piace provare e riprovare finché non mi arriva un'eco... finché non comincio a vedere i corridoi della casa in costruzione... Ti farò vedere i miei copioni, sembrano dei campi di guerra, non si vede più dove è la stampa, sono tutti pieni di segni, di scritte, e li studio sempre, anche quando siamo già in scena da un mese, due, un lavoro che non faccio da sola, ma col regista. Il regista però deve avere pazienza come con un bimbo perché io mi spavento facilmente, e se non sono ascoltata se mi comandano senza parlarmi io posso girare, girare senza capire mai. Mi piace avere degli argini, dei limiti... umiltà religiosa ecco, ma non umiltà in sé che non serve, ma umiltà rispetto all'impresa da compiere, io ho buone gambe e va bene, un buon corpo per fare capriole, va bene, adesso però bisogna fare la corsa, avere molta umiltà rispetto alla corsa... io oggi sono come uno che ha subito un'offesa... capisco che sono rimasta prima di tutto esterrefatta.

[…]

D. Quanti anni avevi?
P. Nove anni credo, su per giù, e io l'ho subito tutto un pomeriggio senza avere il coraggio di scappare... mi aveva già fatto dei cenni durante il giorno quando veniva a casa... anche con mio fratello pasticciava, delle volte metteva una mano... ma io so no stata così tallonata da bambina, mi ritenevo fortunata perché poi ne facevo delle mie fantasie, ci costruivo sopra... c'era pure il calzolaio, va be' che i calzolai hanno tutti queste manie.
D. Come tutti i calzolai hanno queste manie?
P. Così penso... forse, a forza di stare lì seduti, sollevava poi quel grembiulone... era un tipo allegro, parlava ore con mio padre di Nenni, di Togliatti, sui tetti, e poi io apparivo e lui col coso fuori: zum zum... io richiudevo la porta. Ma stavo sempre col terrore che lo incontravo per le scale. Dal momento che la scala era la stessa, infatti un bel giorno l'ho incontrato. È stato il primo a baCiarmi...
D. Che età aveva?
P. Era un vecchio colante, è stato il primo ad avvicinarmi, a violarmi... io sempre a dirgli: ma signor Carmine, su dunque stia buono, faccia il bravo... ero molto educata e paziente. D. Sono sempre i parenti, gli zii, i nonni, i cugini che iniziano le bambine al sesso. Quando ne parliamo fra di noi credendo di rivelare chissaché poi scopriamo che sono esperienze comunissime, di tutte.
P. Be', sì perché ripensandoci dici: ma perché non ho reagito? perché non gli ho dato un calcio? ma la paura ti paralizza...
D. Ti dicono: sii dolce, sii remissiva, sii ubbidiente, sii gentile, sii silenziosa. E poi sei fottuta nel tuo silenzio, nella tua gentilezza, nella tua arrendevolezza.
P. Era uno che veniva in casa e quindi aveva la fiducia, veniva a portare le scarpe... il babbo lo intratteneva a parlare di politica, ognuno faceva il suo utile: così lui parlava ai lavoratori, il calzolaio risolava le scarpe e io venivo pastrocciata... be' poi c'era anche Lucio che aveva qualcosa di più, era più giovane.
D. Un parente anche lui?
P. No, lui no, abitava nel nostro stesso pianerottolo e aveva le finestre sui tetti come noi. D. E che è successo?
P. Lui s'era fatto male, perché faceva sempre quelle esercitazioni che fanno i pompieri, i salvataggi coi teloni, le scale volanti...
D. Scusa, ma non capisco più niente, il signor Carmine quello colante, è il pompiere o il calzolaio?
P. No, il signor Carmine è il calzolaio. Lucio è il pompiere.
D. Allora che ha fatto questo Lucio?
P. Questo Lucio un giorno si era fatto male durante una esercitazione e venne a casa nostra con la gamba ingessata. lo ero sola, cucivo, ricamavo una cosina, c'era la stufa a legna che ogni tanto dovevo cosare, caricare. Mia madre era via con mio fratellino piccolo e io ero lì a slambiccare questo ricamo. Già il pomeriggio aveva preso un'aria un po' buia, perché insomma c'era una grandinella, così presto chiusi le finestre e rimanemmo isolati. Lui entra e fa: buongiorno! e si siede lì con la gamba sulla sedia, con la gamba di gesso allungata in mezzo alla stanza così che io ogni volta che dovevo caricare la stufa dovevo passare davanti a lui e lui ogni volta mi dava questa manata di dietro e così per tre ore, manate, sorrisi... e io: be', signor Lucio, come sta sua figlia? la mamma mia sta bene. lo avevo veramente un'abilità che come bambina non era affatto richiesta... stavo lì a fare conversazione... e quando per la quinta volta mi mette le mani addosso dico: lei esagera... ma prima di dire così ci metto duecento anni, stavo lì invece intimidita a dire: permesso, scusi e avanti e indietro... sarà che lo guardavo con occhi di malizia non so, così di colpo lui si alza e pum pum comincia a maneggiare... adesso sai ne parlo ma per tanto tempo... e poi è come se non ricordassi bene... so che ho avuto una paura tremenda, ho fatto più volte il giro della tavola, per non farmi prendere, poi mi sono chiusa di là tenendo la maniglia di porcellana che mi scivolava fra le dita mentre lui dall'altra parte girava in senso inverso... sai che anche adesso non sopporto di dormire in una stanza non chiusa a chiave... e mi è rimasta l'ossessione della maniglia di porcellana. Ecco in quel preciso momento sono andata alla finestra per buttarmi giù, ma non con un senso di morte, che non penso neanche ce l'avessi, ma per andare via da lui. Allora, quando mi ha visto alla finestra si è fermato però mi aveva già messo le dita... perché uno dice le dita non sono niente, le dita non sono il membro, ma è un'impressione tremenda, tremenda quando non lo vuoi, quando sei una bambina che non sai...
D. Dopo ti ha lasciata stare?
P. No, dopo si è ripreso, continuava a rincorrermi, non gli era andata via la cosa, l'eccitazione e cercava di toccarmi ancora... ma il peggio era già fatto, perché io quella violenza l'ho subita e in qualche modo mi ha colpito l'eccitazione...
D. Vuoi dire che ha eccitato anche te?
P. Non so come dire... quella era la prima esperienza sessuale... qualcosa che mi ha turbata come violenza ma non è che la violenza non ti coinvolga... infatti poi gli uomini come questo pompiere mi sono sempre piaciuti...
D. Dici una cosa che non si osa dire di solito: le prime esperienze sessuali, anche le più sgradevoli, poi tornano come memorie che si insinuano nei tuoi sensi, e c'è come un desiderio di ripeterle, eppure la prima reazione di fronte a qualsiasi violenza è sempre di dividere il mondo, colpevole e innocente aggressore e aggredito, mentre soprattutto nella sessualità, le cose sono molto più complicate, più contraddittorie... Ne hai parlato a tua madre poi?
P. Sì, gliel'ho detto e lei subito: per carità, che non lo sappia il babbo! che tuo padre se la prenderebbe troppo, chissà che fa, è uno di cui si fida... dopo va in tribunale no no. Però chiama il figlio del calzolaio.
D. Perché il figlio?
P. Così, per affrontarlo .direttamente, non so. Io stavo chiusa nel bagno, stavo sempre chiusa nel bagno io, avevo paura che mia madre chiarisse le cose con lucidità e soprattutto che non mi credesse perché questa persona, cioè il figlio del calzolaio ha detto subito che suo padre aveva detto che non era vero niente che mi avesse baciato per le scale...
D. Quindi tu sei tornata a parlare del calzolaio. Hai la tendenza a confondere le due esperienze, come se fosse una sola.
P. Intatti sono state molto vicine come esperienze, una dietro l'altra.
D. E tua madre gli credette?
P. Mia madre gli credette, cioè credette a lui e non a me, o forse finse di credergli perché se no gli dava un dispiacere, così è andata e io sono rimasta chiusa in bagno per la paura di essere considerata una bugiarda e che mi picchiassero... come in sartoria, lo stesso sentimento di paura, di possesso, ah speriamo che non ricominci mi sono detta, che non mi rovesci addosso l'armadio del pensiero...

[…]

Dacia Maraini - "Da Storia di Piera"


leggi critica....Paese Sera, 23 maggio 1980

Dibattito su un libro difficile

L 'incredibile storia di Piera
di Oretta Bongarzoni

L' altra sera alla Casa della cultura di Roma si e parlato della Storia di Piera, libro-dialogo di Piera Degli Esposti e di Dacia Maraini. Piera Degli Esposti, che è un'ottima attrice teatrale, espressiva è sensibile, traccia con questo dialogo un'autobiografia, una storia familiare, un identikit di gruppo, segnati da un linguaggio crudo e visionario, crudele e aggraziato. Su questo libro si è molto discusso e polemizzato, molti lo hanno accusato di indecenza, probabilmente perché in essi sembra elevato a norma un rapporto fra madre e figlia molto complesso, molto complice, molto pagano, sveglio e sonnolento nello stesso tempo. Scabroso, si direbbe, proprio per questa «ovvietà dell'incredibile». In realtà il libro non si propone come norma, anche perché non tutti i rapporti fra madre e figlia sono così. Però è vero che essi, questi rapporti, sono quasi sempre attraversati da fili sotterranei, legami, non legami, motivi oscuri, mediazioni culturali estreme perché prodotte da una cultura maschile, ostilità non dette, modi di fronteggiarsi. solidarietà difficili. Spesso le cifre profonde sono sepolte.
È possibile che il fastidio suscitato da questo libro nasca proprio dalle sue cifre scoperte e presentate non come «scandali» freudiani né come maledizioni eschilee ma come vicende quotidiane, e il quotidiano non tollera eccessi. Un libro strano, diceva l'altra sera uno degli oratori. Ha parlato per prima Lina Wertmuller, regista: «Una storia che spazza via molte delle ragnatele che spesso ricoprono la vita delle persone». Domenico De Masi, sociologo, ha definito il libro «lunghissimo e difficile» La cosa che lo ha colpito di più, ha detto, è la definizione della follia come «fatto domestico». La madre che ha il letargo invernale e il risveglio erotico estivo fa pensare alle stagioni che si alternano e ai cicli della terra, ma fa anche pensare alle «cose che non si fanno» e per questo divieto la madre va anche a fare gli elettrochoc e la figlia bambina l'accompagna. C'è una grande distanza fra la società e questa donna, fra le regole del mondo e questo «animale» grande. bruno «la moraccia») e disinibito, Forse lo scandalo del libro è questo: pensare di ricostruire, riafferrare, riproporre una femminilità lontana e profonda, ,stringendo le radici oscure, silenziose e pigre «così come sono», anzi come erano, diventare monumento per la propria totale e irrelata diversità. Ma scandalo è anche il monumento esorcizzato con gli elettrochoc. Assoluta, reciproca sordità.
Luciana Castellina conosceva la famiglia di Piera di riflesso, perché era amica di sua sorella Carla, lavoravano insieme nel partito comunista. Attraverso il libro, ha detto, ha riconosciuto e capito meglio la storia di Carla, di questa famiglia sempre sgretolata e decomposta e sempre tenuta insieme da passioni profonde e dalla forza pesante di corpi che si mettono in gioco. La Castellina ha anche parlato di sé, di se stessa come madre, dell'immagine della figlia, di sua figlia che è stata per lei canale di apprendimento, produzione di realtà, anche insegnamento polemico. Marco Ferreri, regista, ha detto poche parole: «Un libro bellissimo. Questa figura di madre vorrei conoscerla». ..
Un'obiezione di Lucio Villari, che ha introdotto e moderato il dibattito: «Forse molti sono stati disturbati da un eccesso di drammatizzazione della materia». Obiezioni respinte, ognuno degli oratori ha riconosciuto della storia una parte di sé. Laura Lilli ha sottolineato, fra l'altro, la presenza, nel libro, delle malattie come incubo, come consegna di sé a medici che fanno sempre diagnosi diverse, come tunnel che sembra non finire mai. Un'angoscia che lei, ha vissuto personalmente. Le due autrici hanno raccontato la storia di questa storia: nata per caso, dopo la malattia di Piera. Avrebbero dovuto studiare un testo teatrale. Ne è nata un'autobiografia incandescente, sulla quale hanno lavorato tre anni. Prima della pubblicazione, il libro è stato sottoposto al giudizio della famiglia di Piera. In sala c'era anche suo fratello.

Oretta Buongarzoni
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Messaggioda birillino8 il dom giu 17, 2007 6:09 pm

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Il bambino Alberto
Milano, Bompiani 1986[/align]


Intervista con Alberto Moravia e le sue sorelle -Adriana ed Elena - sulla sua infanzia e adolescenza. « Il destino di ogni intervista. L’intervistato è come un pianoforte. Il merito del suono è del pianista. Dacia mi ha suonato bene” Ha commentato Moravia

leggi brano....[…]

D. A te bambino piaceva più la prima o la seconda casa?
A. Nessuna delle due. Non mi piacevano perché non mi piaceva la vita familiare.
D. Però ci sei vissuto fino al 1941 mi pare, in famiglia. Non è una contraddizione? odiare la famiglia e restarci dentro fino al matrimonio?
A. Non avevo la forza di guadagnarmi da vivere. E neppure lo volevo. Mi premeva potermi dedicare completamente alla letteratura.
D. La tua antipatia per la famiglia comincia prestissimo. Ti ricordi in che momento è cominciata e come?
A. È innata. Non sopportavo le dipendenze.
D. Economiche o psicologiche?
A. Psicologiche. Dei soldi non me ne importava niente. Per anni e armi sono stato povero. Mio padre non mi dava quasi niente. A me bastava sopravvivere. Detestavo stare a tavola con loro, sentire le prediche di mia madre, gli urli di mio padre.
D. Ma la tua antipatia va al di là dell' esperienza personale. Lo dici sempre. Cos'è per te la famiglia ora da adulto?
A. La famiglia è un nucleo sociale nel quale coabitano persone di sesso diverso nel fiore dell' età con la proibizione di desiderarsi.
D. E per te c'è stato un desiderio inappagato?
A. No, te l'ho detto, io ero completamente estraneo ai membri della mia famiglia.
D. Però tu dici che la famiglia è basata sul tabù dell'incesto.
A. Lo dico sempre. La famiglia è basata sul tabù dell'incesto. E questo tabù può essere risolto in due modi: o con una specie di sublimazione e si ha la famiglia affettuosa in cui tutti si vogliono bene; o con la nevrosi, cioè la famiglia in cui tutti si vogliono male come è stata rappresentata da Pirandello e dalla Compton Burnett.
D. La tua famiglia era del tipo che sublimava o che diventava nevrotica?
A. La mia famiglia non era né sublimata né nevrotica. Curiosamente dava soprattutto il senso del provvisorio. Pencolava semmai verso il genere nevrotico.
D. Tuo padre non dà certo l'idea di una persona felice in famiglia. E neanche tu, con la estraneità di cui parli.
A. Mio padre parlava poco, ma non credere che fosse molto diverso dagli altri padri.
D. Credi che questa estraneità fosse più comune nelle famiglie di allora o di adesso?
A. Più o meno lo stesso. La famiglia non è molto cambiata da cinquanta anni a questa parte. È cambiata dal Settecento quando i figli davano del voi ai genitori e gli baciavano la mano. La grande rivoluzione della famiglia l'ha fatta la borghesia creando il ruolo affettivo dei genitori e dei figli. Prima della borghesia i figli erano o una fonte di guadagno oppure praticamente degli estranei. Comunque quale che fosse l'età, erano considerati sempre degli adulti.
D. Ma nonostante questo silenzio e questo malessere tu eri attaccato a tuo padre. Gli volevi bene?
A. Lui non aveva rapporti con me perché avrei dovuto averne io con lui? Lo guardavo. Ma non ci parlavamo che raramente.
D. E tua madre?
A. Ancora peggio. Non avevo niente in comune con lei. Con mio padre forse avrei potuto parlare, ma con lei no.
D. Quindi tu rimproveravi a tuo padre di non comunicare con te e lo ripagavi della stessa moneta. Ma era così "rustico" solo con te o con tutti?
A. Con tutti. Era brusco, impaziente, insofferente e al tempo stesso timido, incapace di esprimersi. Se la prendeva coi vetturini, con la cameriera, con mia madre, con le mie sorelle, coi clienti, con me.
D. Anche tu qualche volta sei brusco e impaziente. Ti riconosci un poco in lui?
A. Per niente. Io sono una persona sociale, che ama parlare. Lui sbuffava e basta. Io ho un rapporto di economia col tempo: faccio le cose con rapidità. Lui aveva un rapporto non di velocità ma di impazienza con la realtà. Per questo non era molto felice.
D. E non ti faceva tenerezza qualche volta questa sua infelicità?
A. Ma forse non era infelice. Io l'ho conosciuto che era già fossilizzato nelle sue abitudini. A cinquant' anni un uomo allora era già sistemato. Oltretutto a quell'epoca non si viveva così a lungo come ora. Alla sua età un uomo era già vecchio. Nel suo isolamento mio padre aveva trovato una sistemazione che gli si confaceva: viveva in famiglia ma non comunicava coi figli e con la moglie, aveva i suoi amici, il suo caffè, le sue passeggiate, i suoi quadri. Era pieno di abitudini, anche mentali. Mio padre però non soffriva dei cosiddetti mali del secolo. Era decisamente un uomo dell'Ottocento. Parlava in dialetto, e questo dimostrava una certa stabilità. Oggi soffriamo dei dolori del mondo. Mio padre, se doveva soffrire, soffriva di qualcosa di preciso, qualcosa che riguardava la sua vita quotidiana.
D. Vuoi dire che non conosceva l'angoscia?
A. Non credo. Aveva paura degli altri, questo sì. Scappava continuamente. Così come io sono curioso degli altri, lui era schivo e impaziente con tutti. Anche con chi gli dava lavoro, non riusciva neanche a essere cortese.
D. Quindi tu sei d'accordo con tua madre che le ragioni della sua uscita dal mondo del lavoro erano dovute soprattutto al suo carattere.
A. Forse si era anche stufato di lavorare. In vita sua ha disegnato più di cento case. Allora però un architetto guadagnava poco. Veniva pagato una tantum per il disegno della pianta e della facciata. Chi guadagnava veramente era il costruttore. Coi risparmi mio padre si fece quattro case che furono spartite fra di noi quando morì.
D. A che età è morto tuo padre?
A. A ottantadue anni, nel 1944.
D. Quando sei nato tu lui aveva quarantaquattro anni. Quando tu ne avevi dieci lui ne aveva già cinquantaquattro. Praticamente era più un nonno che un padre come età.
A. Sì, me lo ricordo sempre coi capelli bianchi. Era stato biondo. Aveva gli occhi azzurri. Ma io lo ricordo sempre bianco. E col cappello. E col bastone. Aveva tanti bastoni. Bei bastoni col manico di rinoceronte, di avorio, di pietra dura. Col bastone batteva per terra camminando, faceva volare le cicche.

[…]

D. Hai detto che le tue materie preferite erano la storia e la geografia. Studiavi queste materie solo sui libri di scuola o imparavi anche da altre fonti?
A. Imparavo da tutti i libri che potevo leggere. Passavo delle giornate a guardare gli atlanti. Anche la collezione dei francobolli era un modo per avvicinarsi alla geografia. Le carte geografiche mi facevano sognare: quei paesi dipinti di rosa, di giallo, di verde.
D. La geografia per te significava soprattutto desiderio di viaggio o era anche curiosità politica e antropologica?
A. Era amore per i viaggi come dice Baudelaire: "Pour l'enfant amoureux des cartes et des estampes, l'univers est égal à son vaste appétit." "Ah, que le monde est grand à la clarté des lampes! aux yeux des souvenirs que le monde est petit!" (Per il bambino innamorato delle carte e delle stampe l'universo è uguale al suo vasto appetito. Ah, quanto è grande il mondo alla luce delle lampade! E com' è piccolo agli occhi del ricordo! ") Questa era la geografia per me, un sogno di viaggi infiniti.
D. Che poi hai messo in pratica perché hai viaggiato sempre. Hanno conservato per te i viaggi quel sapore che avevano sognati sulle carte o sono diventati un' altra cosa?
A. Il viaggio ha conservato il suo fascino di allora. Quando parto, per qualsiasi viaggio, mi sento subito meglio.
D. E la storia che senso aveva per te da bambino? Perché la amavi tanto?
A. Fino ai diciotto anni ho avuto una passione per la storia. Poi mi è passata. Ero affascinato dal passato, ma un po' come oggi un ragazzino può essere incantato dai film in tecnicolor. Mi piacevano i costumi, le battaglie. Ricordo che riempivo i miei quaderni di pupazzi e questi pupazzi erano sempre vestiti in abiti Cinquecento. Non era certo una visione storica alla Manzoni. D. E il latino? Eri bravo? Cosa ti piaceva del latino?
A. Mi piaceva in maniera sensuale, la sonorità della lingua, la sua solennità. Non ero fatto per le astrazioni come la geometria e la matematica.
D. E quel Crescimanno che veniva a insegnarti il latino a casa è stato importante per la tua formazione?
A. Crescimanno diceva di essere un nobile, principe di Lampedusa. Chissà se era vero. Veniva, cominciava a passeggiare su e giù per la stanza con le mani in tasca parlando rapidamente e io dovevo scrivere quello che lui diceva.
Un giorno mi fa: "Ha conservato gli appunti? Sa, potrei fame un libro." Sembrava un personaggio di Pirandello. Parlava di Sallustio, di Cesare. Si entusiasmava, non era pedestre, qualche idea originale ce l'aveva.
D. E quanta parte hanno avuto le governanti in questo tuo rapporto da autodidatta con lo studio?
A. La Durand mi ha insegnato il francese, nient'altro. Non era una donna colta.
D. E le altre?
A. In generale nessuna delle governanti era colta o si interessava particolarmente alla letteratura. Erano donne semplici, con una istruzione limitata.
D. Anche la governante polacca?
A. Anche lei. Ho provato dell'attrazione per lei ma per un tempo brevissimo, durante la convalescenza.
D. Una costante: le donne che iniziano i ragazzi all' amore nei tuoi primi libri sono donne mature e hanno molti tratti in comune con la madre.
A. Per il motivo semplice che ero talmente giovane che le mie prime esperienze amorose sono avvenute per forza con delle donne più vecchie di me. So che oggi non è più così ma allora era molto difficile per non dire impossibile che un ragazzino di tredici anni trovasse una coetanea per farci l'amore.
D. Nella Disubbidienza Luca parla del corpo femminile adulto come di "una carne immensa dal succo delizioso". Ma dice anche che "ebbe il senso preciso che lei lo prendesse per mano e lo introducesse riverente in una misteriosa caverna dedicata a un rito." Anche nell'ultimo libro, L'uomo che guarda, ritorna il tema del sesso femminile visto come una divinità arcaica, minacciosa e attraente nello stesso tempo. Quasi che, come dici nella Disubbidienza: "L'amplesso gli aveva fatto provare a un tratto il desiderio forte di entrare tutto intero nel ventre della donna e rannicchiarsi in quelle tenebre calde e ricche con tutto il corpo come vi si era rannicchiato prima di nascere." E finisci col dire che la vita stessa è una "buia caverna stillante di carne materna e amorosa"... Ma la buia caverna è anche la morte. A cui Luca ha avuto paura di abbandonarsi. E solo nel momento in cui, con un atto di coraggio, decide di lasciarsi andare, ne esce vivo, pronto a rinascere. Insomma il corpo della madre ritorna sempre, come tentazione e orrore da cui fuggire. Tu dICi che tutto questo è pura invenzione di fantasia?
A. Certo. lo sono portato per talento naturale a esplorare tutti i meandri della sessualità, compresi quelli di cui non ho alcuna esperienza personale.
D. Ora passiamo alla tua malattia. Come è cominciata?
A. Un giorno sono andato a una fiera di beneficenza e ho preso freddo. Quando sono tornato a casa avevo la febbre alta. Era una polmonite. Dopo qualche tempo mi alzai e ripresi la vita normale. Ma non stavo bene. Avevo dei dolori ricorrenti all' anca. E poi ogni tanto cadevo. La gamba non mi reggeva e i dolori al femore crescevano.
D. Il medico che diceva?
A. Quello è il punto debole, proprio il medico, anzi i medici, perché mio padre li ha consultati ma nessuno ha capito che era una forma tubercolare.
D. E tu continuavi a fare la vita normale, in casa, coi tuoi fratelli?
A. Sì, anche se da menomato. Un giorno poi stavo con mio padre in via Po e sono stato assalito da un dolore lancinante. Le gambe non mi hanno retto. Sono caduto. Mio padre mi ha lasciato lì su uno scalino ed è corso a chiamare qualcuno che lo aiutasse a trasportarmi a casa. In quell'occasione mi fecero le lastre. Fui portato da uno specialista, un noto ortopedico. Mi disse di stare a letto che avevo il bacino storto.
D. In che modo ti curava? Solo con l'immobilità?
A. Sì, dovevo stare a letto, fermo. Ignorava il sistema della trazione che era il solo capace di guarire un caso come il mio. Una mattina poi arrivarono tre infermieri, mi torsero in fuori la gamba e me la ingessarono. La gamba si girava nel gesso provocando dolori atroci e febbre alta. Forse, il medico lo faceva apposta a prolungare la malattia per continuare a guadagnare i suoi soldi. Ma non lo so. Era un tipo all'antica, col pizzo.
D. Ma il medico di famiglia era d'accordo con lo specialista? Che diceva?
A. Il medico di famiglia si chiamava Moglie. Era un vecchio rubicondo con un vocione di catarro da gran fumatore. Ricordo il suo orecchio freddo sul petto quando mi faceva dire "trentatré". Aveva al massimo cinquant'anni ma a me sembrava un signore molto vecchio. Lui capiva meno ancora dello specialista. O forse non osava contraddirlo.
D. Perciò l'intervento della zia Amelia fu una salvezza per te.
A. Lei venne, mi vide conciato da fare pietà. Disse a mio padre che doveva liberarsi di quel torturatore e mandarmi al Codivilla. Così fu. Vennero a prendermi in autoambulanza a casa. Mi portarono alla stazione Termini. Mi introdussero tutto ingessato com' ero nel vagone letto dal finestrino. Fu una cosa che mi mise a disagio. Mio padre che non capiva niente, invece di aiutarmi, essere gentile, affettuoso, se la prendeva con gli infermieri, gridava e mi faceva stare ancora peggio.
D. Venne con te a Cortina?
A. Sì, sempre sbuffando e mostrandosi impaziente e nervoso. Viaggiare per lui era una rottura fastidiosa con le abitudini quotidiane. Fuori dalla vita di tutti i giorni diventava intollerante. Non riusciva a dominare le situazioni. Insomma era tutt'altro che paterno e protettivo. D. E poi?
A. Arrivammo a Calalzo la mattina. Lì c'era una macchina che mi portò fino a Cortina d'Ampezzo. Dove mi presero, mi portarono in sala operatoria, mi tagliarono l'ingessatura e mi misero la trazione. Il dolore sparì immediatamente. Se l'avessi fatto all'inizio della malattia, cioè tre anni prima, sarei guarito subito.
D. E quanto ci sei rimasto in sanatorio?
A. Sono entrato nel marzo del 1924 e ne sono uscito nell'ottobre del 1925, un anno e mezzo dopo. A letto, con la trazione alla gamba. Al piede avevo otto chili, e due al ginocchio. Da questa trazione non potevo liberarmi, neanche per un attimo, perciò una delle mie paure era di morire in un incendio, bruciato vivo.
D. C'erano delle ragioni reali per questa paura, incendi vicini e possibili, materiale infiammatorio nelle vicinanze o era una fobia che veniva più da lontano?
A. C'erano eccome delle ragioni reali: il sanatorio che era stato originariamente un albergo, l'Hotel des Alpes, aveva tutte le balconate di legno.
D. Ed è mai successo mentre tu eri lì che ci sia stato un incendio?
A. Sì, una notte è scoppiato un incendio in un cascinale proprio davanti al sanatorio. Tutti sono corsi a vedere. La gente si precipitava giù per le scale di legno. Credevo che scappassero. Sentivo i passi sulle scale e pensavo: ora il fuoco arriverà fin qui e io morirò arrosto come un tordo. Ma poi ho capito che non era il sanatorio che bruciava ma un' altra casa.
D. E come si svolgeva la vita in sanatorio?
A. C'erano tre classi al Codivilla. In prima classe si aveva la stanza da soli. In seconda si era in due e in terza si divideva la camera con molti altri. C'erano fino a dieci letti insieme.
D. Tu stavi in prima classe?
A. Sì. Pagavo di più e stavo in prima. Mio padre aveva pensato di fare bene così. Ma forse sarebbe stato meglio che mi avesse messo in terza perché in prima si stava soli come cani. Da principio siccome non c'era una stanza libera tutta per me, mi hanno messo per qualche tempo in seconda con un altro.
D. E chi era questo altro? Hai fatto amicizia con lui?
A. Era un viaggiatore di commercio. Volgarissimo. Che mi fece soffrire più della solitudine. D. È lui il Brambilla di cui parli in Inverno di malato?
A. Sì, è lui.
D. E il personaggio di Polly, la ragazza malata di cui Girolamo si invaghisce e da cui si fa portare con il letto a rotelle, c'era nel sanatorio o è una pura invenzione?
A. Polly non è mai esistita. La persona da cui l'infermiere mi portava col letto è un triestino col quale feci amicizia. Ho fatto un travestimento letterario.
D. "Così evidente era il disprezzo del Brambilla, così profondo il suo senso d'umiliazione che a un tratto, per la prima volta da quando era nel sanatorio, gli parve di distinguere chiaramente tutta la deformità viziata della propria persona e delle cose che faceva... quello stesso fatto di essersi abituato a considerare la malattia come uno stato normale, come un'atmosfera respirabile, gli sembrò una prova di più della propria irreparabile anormalità... Queste considerazioni lo convinsero definitivamente di essere guasto, senza rimedio..." L 'hai provato veramente questo senso di guasto irreparabile?
A. Assolutamente no. Il viaggiatore di commercio voleva sapere se avevo avuto delle esperienze sessuali e io gli raccontavo delle frottole. Ma non soffrivo affatto.
D. Inverno di malato è la storia di un cedimento alla volgarità, di un progressivo abdicare all' autostima per adeguarsi volontariamente, stoicamente all'idea spregevole che l'altro ha costruito di sé. Tu dici che Girolamo si umiliava volontariamente per non essere umiliato. Era un sentimento che chiaramente il sanatorio ti ha ispirato. Ma che parte ha avuto nella tua vita?
A. Nessuna. Erano considerazioni che facevo sulla carta su quello che avrebbe potuto essere un rapporto di mortificazione. Ma era tutto inventato.
D. In Inverno di malato c'è una descrizione molto precisa della vita in sanatorio. C'è l'incendio, la visita del professore, il rapporto con gli altri malati, l'episodio del vassoio sbattuto per terra. Un particolare: tu racconti nel breve romanzo che quando vi mettevano in terrazza a prendere il sole nudi, vi davano degli occhiali affumicati e un "pannolino per il ventre". Erano cose inventate o vere?
A. Erano cose vere, ma personaggi e situazioni erano inventati.
D. Girolamo come tu dici, "nonostante la disistima in cui lo teneva per una di quelle frequenti smentite che dà la sensibilità alla ragione sentiva per il suo compagno di stanza una profonda attrazione, quale nessun'altra persona aveva mai saputo ispirargli". Questo tema, del ribrezzo-attrazione ritorna ancora una volta, come una ossessione. Ci hai mai riflettuto?
A. No. Parafrasando Picasso dirò: "Io non rifletto, trovo." Con questo voglio dire che l'inconscio nei miei romanzi ha molta importanza. Ma, appunto l'inconscio è inconscio.

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leggi critica....La Stampa, 8 novembre 1986

Moravia vestito alla marinara
L’infanzia dello scrittore in una intervista di Dacia Maraini

di Elisabetta Rasy

Lei è una donna giovane, ben proporzionata, la faccia larga,non troppo convinta di sé dai tratti vagamente slavi. È vestita con ricercatezza,una veste sportiva da signora elegante, fino ai piedi, una lunga collana, uno strano cappellino un po' sulle ventitré di foggia quasi maschile. Lui è un uomo decisamente più anziano, barba — un po' a pizzo — e capelli bianchi — sotto una paglietta con la classica lascia nera, giacca, pantaloni gilet sobri e ben tagliati, collo inamidato e bastone da passeggio che sorregge la figura in una tipica posizione da posa fotografica: una gamba precede plasticamente l'altra a dare profondità all'immagine.
In mezzo ai due un bambino ben piantato e dall’aria torva come i due adulti - la foto è tale che non può trattarsi che dei genitori – è vestito bene: un ben proporzionato abitino bianco alla marinara. con tanto di cappellone a larghissima e ribaltata falda. Il bambino - dietro al quale s'intravedono gli alberi di un bel giardino – dà la mano al padre ma è lievemente appoggiato al corpo materno... Siamo nel secondo decennio del secolo, l’iconografia sa ancora molto di Ottocento. Il bambino che guarda protervamente l'obiettivo è Alberto Moravia.
Anni Ottanta, circa la metà un settantottenne scrittore e una donna più giovane, anch'essa scrittrice, che diversi anni prima è stata a lungo sua amata, compagna, parlano davanti a un magnetofono. La scrittrice ha le migliori intenzioni biografiche, vuole scavare nell’infanzia e nell'adolescenza; dello scrittore che sta lì davanti a lei a rispondere - per cortesia ? per affetto? per rielessi condizionati narcisistici? - a domande di cui sembra non condividere niente, anche perché il tema delle origini lo liquida seccamente con una battuta: "La famiglia è un nucleo sociale nel quale coabitano persone di sesso diverso nel fiore dell’età con la proibizione di desiderarsi."
Lo scrittore imbronciato è ancora Alberto Moravia, la scrittrice volenterosa è Dacia Maraini.
C'era una volta il genere biografico, con certe sue costanti regole auree che consentivano al lettore di orientarsi e di appassionarsi con facilità Poi l’irruzione del magnetofono ha cambiato le carte in tavola. Con un effetto, tra gli altri, sorprendente, e a volte anche esilarante: biografia e autobiografia si toccano e s'incrociano, come appunto nel caso di questo Il bambino Alberto . Dove di Alberti ce ne sono almeno tre. Quello che cupo e solitario ragazzino avviato dall’indole, dalla malattia e da una famiglia tomba degli affetti a una precoce professione di scrittore non realistico; «La mia letteratura. non è affatto lo specchio della mia vita e del mio carattere». Quello che vuol raccontare Maraini: un ragazzino tormentato da un furibondo complesso d'Edipo che condizionerà tutta la sua futura letteratura, inducendolo a raccontare - realisticamente — con opposte passionalità —figure femminili in qualche modo materne. E poi il bambino vero o verosimile, misterioso e incongruo come tutti i bambini, che districandosi con un po' di pazienza in questo duetto post-coniugale ora tenero ora buffo, il lettore può divertirsi a inseguire attraverso aneddoti marginali e rapidi, ambientati in una magica Roma ora inimmaginabile, con i campi di grano accanto ai palazzi, le pecore che pascolano e le carrozze che corrono, miserevole e fantastica.

Elisabetta Rasy

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Il Mattino, 21 ottobre 1986

La Maraini da consorte a intervistattrice

Moravia racconta il bambino Alberto
di Dario Bellezza

La vita si diverte a cambiare le parti; ora Dacia Maraini da consorte si è trasformata in intervistatrice di Moravia. Di Moravia si sa tutto o quasi tutto: libri, interviste, saggi hanno scavato nella psicologia moraviana alla ricerca del mistero, per capire da dove nasce l'ispirazione prima del suo scrivere.Non era stata mai indagata a fondo l'infanzia dello scrittore; il rapporto intercorso col padre, un architetto veneto trapiantato a Roma e la madre, una piccola borghese marchigiana, e in più i tre fratelli, Adriana, pittrice esimia, Elena e Gastone che mori in guerra su una mina per salvare un compagno. Di questa parentela, e della serie dei cugini Rosselli (la madre di Carlo e Nella era Amelia sorella del padre che salvò il giovane Alberto portandolo al Codivilla per guarirsi dalla tubercolosi ossea), si parla molto nel libro dove la Maraini cerca disperatamente di far ammettere a Moravia un rapporto quale che sia fra la sua opera e la sua vita d'infanzia, e soprattutto un rapporto che legherebbe la sua vita sessuale iniziale, dalla masturbazione alle prime precoci esperienze, ai libri che più hanno incantato i lettori del romanziere romano: Agostino, La disubbidienza, la prima parte de Il Conformista…
Moravia si difende bene: afferma che pur essendo in parte autobiografica la sua opera alla fine è inventata di sana pianta; il pretesto furono fatti a lui accaduti, ma tutto viene poi smontato e ricreato a suo piacimento. Inutile dunque indagare troppo: nella vita almeno; restano le opere. E le opere parlano da sole: la Maraini incalza con la sua tecnica teatrale ma Moravia si difende, e quando sta per cedere mette davanti il suo inconscio, la rimozione del passato non è una colpa per uno che non crede al passato, ma solo al presente come momento mitizzante dell'attualità.
Moravia dà informazioni precise sulla sua opera, è crudele ed esauriente nel raccontare gli anni del sanatorio: due anni di immobilità quasi sempre solo leggendo disperatamente libri mandatigli dal gabinetto Vieusseux; i primi tentativi di scrivere Gli indifferenti. Mi chiedevo mentre leggevo questo libro perché pur conoscendo in quanto amico di Moravia, da tanti anni la storia che mi veniva raccontata di un'infanzia o adolescenza particolarmente dolorosa, io ero avvinto ad essa in un meccanismo infelice di identificazione?Perché con molta freschezza un Moravia che fa finta nella sua sincerità vera di non ricordare pure ci dava il ritratto storico di una vita calata in un’Italia così ormai remota e lontana, e ce lo dava attraverso il bambino Alberto o il ragazzo Alberto che non sa nulla della vita come tanti timidi, introversi adolescenti. Questo darsi generoso allo scrutinio dei fatti e dei sentimenti è avvincente come un romanzo, e lascia lo stesso rimpianto alla fine che tutto sia finito e non si debba ricominciare ad andare avanti nella vita di uno scrittore forsennatamente disponibile come Moravia.

Dario Bellezza

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La Nuova Sardegna, 25 gennaio 1987

Alberto Moravia l’indifferente. Dacia Racconta
di Costantino Cossu

Un viaggio a ritroso nel tempo per arrivare a svelare i piani profondi di una personalità, e i modelli elementari di una delle costruzioni letterarie più complesse del Novecento italiano.
Il bambino Alberto, il libro di Dacia Maraini uscito di recente, ricostruisce, sotto forma di «intervista» allo scrittore alle sue due sorelle Elena e Adriana, le prime fasi di un'esperienza letteraria e umana ancora aperta, scoprendone, con pazienza e puntigliosità da archeologo (o da psicanalista, non cambia molto), le strutture originarie.
Un itinerario dal quale emerge, insieme alla solitudine del piccolo Alberto in una famiglia che assume in sé, e rimpicciolisce, quasi tutto l'universo emotivo e conoscitivo dello scrittore bambino e adolescente, anche immagini minime di un'Italia gretta e provinciale, di una Roma contadina che odora di sterco di cavallo, di una borghesia chiusa al mondo e un po' cialtrona, di un certo antifascismo di maniera romantico e velleitario.
Dolce e gentile, Dacia Maraini, venuta in Sardegna per presentare Il bambino Alberto in una conferenza al circolo «La Fenice», di Ozieri, parla con amore di un libro che è più della semplice trascrizione di un lungo colloquio con Moravia.
La dicitura «romanzo» stampata sulla sovraccopertina sta ad indicare che nell'"intervista" domande e risposte sono inequivocabilmente segnate dalla sensibilità dell'autrice.
Attenzione dunque alla trappola del "libro verità": Il bambino Alberto è un testo letterario a tutti gli effetti.
Perché un libro su Moravia e su Moravia bambino?
«Il libro è nato per caso, anche se poi, come per tutte le cose nate per caso, alla fine si scopre che sotto c'era una necessità. Volevo rifare un percorso che mi aiutasse a capire meglio l'uomo e lo scrittore».
«Lui, non vuole mai scrivere di sé. Gli hanno chiesto tante volte un'autobiografia, e ha sempre detto di no. Alberto non ama scrivere di fatti, tantomeno se sono quelli della sua vita; crede nell'invenzione».
«lo però, sentendolo parlare della sua infanzia, ho sempre pensato che fossero molte le cose di quel periodo della sua esistenza che valeva la pena di scoprire e di raccontare. Ho fatto ciò che a lui non interessava.»
Dopo il libro è cambiato qualcosa dell'idea che si era fatta di Moravia?
«Sì, parecchio. Soprattutto dell'origine di certi suoi atteggiamenti, come scrittore, nei riguardi del mondo femminile, del corpo femminile. Una certa crudeltà dello sguardo verso il corpo femminile, secondo me, viene da un rapporto con la madre che dal libro esce fuori come caratterizzato da una forte tensione edipica».
«Alberto ha dovuto spostare questo sguardo di amore e di desiderio dalla madre ad un altro corpo. E in un contesto come quello della sua infanzia, l'altro corpo, il corpo sessuato per eccellenza, era quello della prostituta. Penso soprattutto ai primi romanzi, e in particolare a certe pagine di Agostino. Ma questo procedimento crudele di 'spostamento' lo si rintraccia poi in tutti i suoi libri, anche negli ultimi».
E di Moravia come uomo...
«Ho capito con più chiarezza, dopo il libro, che nella sua infanzia c'è stato qualcosa di non risolto: questo suo essere dentro e fuori del mondo femminile, quasi in un atteggiamento schizofrenico».
«Lui ha scritto diversi libri in cui si è identificato con un personaggio femminile; ma in molti altri romanzi il suo sguardo verso le donne è totalmente esterno, spietato, come da sezionatore di cadaveri. Questa doppiezza ha origine senza dubbio negli anni dell'infanzia».
Nelle risposte di Moravia alle sue domande si nota spesso il tentativo di tenere separato il piano della propria biografia da quello delle pura e semplice invenzione letteraria.
«Sì, lui stranamente rifiuta questa unificazione. Ma non perché voglia nascondersi. È un uomo estremamente sincero e che ha sempre esposto se stesso con grande coraggio, senza la più piccola ombra di ipocrisia».
«C'è, nelle sue risposte, una specie di cesura, l'insistere a separare quelle che sono le sue esperienze autobiografiche da quella che è la sua scrittura. Ma probabilmente è un suo meccanismo creativo: lui ha bisogno di creare questa sorta di frattura fra sé e le sue prime esperienze per poi reinventarle; ha bisogno come di dimenticare, o di rimuovere,per poi ricreare. La creatività dello scrittore sembra nascere nel momento in cui l'uomo dimentica».
Si può dire che nasce da un atteggiamento di indifferenza?
«Sì, forse gli appartiene questa indifferenza; ne ha fatto una materia poetica».
Cosa l'ha impressionata di più dei racconti di Moravia bambino?
«Mi ha impressionato soprattutto questo nucleo familiare così compatto nelle apparenze e poi invece tanto disunito. Ognuno dei membri chiuso nella sua solitudine. Tutto questo deve aver influito molto sul sentimento che Alberto ha maturato della famiglia, tanto è vero che dall'esperienza familiare intesa in termini tradizionali lui si è sempre mantenuto lontano».
E dell'immagine di Roma che esce dal libro...
«Mi ha colpito molto, perché è una Roma paesana, ancora contadina, con le pecore che arrivavano a Piazza del Popolo, con la campagna che arrivava ai Parioli, con questo odore di escrementi di cavallo perché la gente girava ancora in carrozza. Con questa borghesia romana chiusa che rifiutava chi veniva da fuori; fatto di cui i genitori di Alberto (il padre veneziano e la madre marchigiana di origini jugoslave) soffrirono parecchio, specie la madre».
«Una Roma completamente diversa da quella che ho è conosciuto io quando ci sono arrivata alla fine degli anni '50. Era cambiato tutto: il grande boom, la città che si era allargata in maniera smisurata, le speculazioni edilizie, le orrende distruzioni».
Nelle risposte di Moravia c'è anche un giudizio molto severo su certo antifascismo...
«Sì, lui dice che l'antifascismo dei fratelli Rosselli, suoi cugini, era un antifascismo di tipo romantico, idealista, che sottovalutava il nemico. Molti degli oppositori della prima ora pensavano che la faccenda si sarebbe risolta in poco tempo; non capivano quanto profondo fosse il male e quanto sarebbe stato difficile sradicarlo».
E l'indifferenza di Moravia verso il regime durata fino a quando il fascismo non interferì con la sua attività di scrittore?
«Quando nel libro Alberto dice che allora la politica non entrava nella vita delle persone come dopo è successo, dice una cosa vera. Ma poi c'è anche il fatto che lui è sempre stato uno che sta a guardare. Ma non nel senso che se ne lava le mani, ma nel senso che cerca di capire, osserva, contempla e poi, semmai, agisce».
«Lui per molti anni ha avuto la sensazione di non capire; stava ai margini delle cose, assorbito da problemi esistenziali che erano la malattia, la famiglia, la crescita sentimentale e affettiva. Più tardi, quando ha capito, ha preso posizione e si è schierato contro il fascismo».
Come ha accolto Moravia il suo libro?
«Bene. Gli è piaciuto molto, e lo regala agli amici».

Costantino Cossu

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Moda, novembre 1986




Il commissario Dacia e il bambino Alberto
di Oreste Del Buono

Nel suo ultimo libro, la Maraini sottopone Moravia a un serrato dialogo sull'infanzia, la giovinezza, la maturità, sui rapporti col padre e con la madre, sulla prima casa che ha abitato, sulle donne importanti per la sua formazione di uomo e di autore. Un confronto pignolo, quasi un interrogatorio poliziesco che aiuta a far luce sul «mistero» Moravia.

Non so se rispondesse alla realtà, a ogni modo, quando Moravia pubblicò La noia, uno dei suoi romanzi più famosi dopo Gli indifferenti, molti credettero che in Cecilia, la deuteragonista del romanzo, fosse in un certo senso identificabile Dacia Maraini, da non molto entrata nella vita del nostro maggior romanziere. Così il protagonista del romanzo, quando interrogava Cecilia con una fitta serie di domande esigenti risposte e, in pratica, componenti insieme una pagina in bilico tra il verbale d'interrogatorio in questura e il ripasso del catechismo, finiva per somigliare nella lettura indiscreta dei più allo scrittore ansioso di conoscere meglio una data persona, di saperne di più.
Ventisei anni dopo, Dacia Maraini, non più compagna di Moravia, ma sempre legata da amicizia, ricambia l'interrogatorio conducendolo allo stesso modo per una sua inchiesta. Il bambino Alberto, appena edito da Bompiani. Se avete del tempo provate a fare il confronto. È istruttivo, ve lo assicuro. Il commissario Dacia non sfigura in perspicacia e tenacia con Il commissario Alberto. La tecnica sta nel partir da lontano per arrivare al cuore del problema. Prima domanda: «Com'era la prima casa in cui hai abitato? Te la ricordi?». Prima risposta: «Certo che me la ricordo. Ci ho abitato otto anni. Era una palazzina di quattro piani in via Sgambati. Avevamo un giardino piccolo, ma folto che sembrava grande perché confinava con il giardino dei vicini». L'interrogato si mostra subito disposto ad andar per particolari, ma l'interrogante lo stimola ulteriormente con la sua pignoleria, lo spinge a essere pignolo.
E, tuttavia, c'è pignoleria e pignoleria. Esiste una pignoleria fine a se stessa che risulta alla lunga sterile ed esiste una pignoleria che, a poco a poco, per lievi tocchi successivi, raggiunge qualsiasi risultato. O almeno ci si avvicina. È il caso de Il bambino Alberto. Dacia Maraini si avvicina alla verità su Moravia, scrittore tanto chiaro nella scrittura da essere scambiato di volta in volta per troppo semplice o troppo complicato. Di domanda in domanda, di risposta in risposta, dalla casa fatta dal padre si risale al padre costruttore di case floreali a un certo punto senza più clienti per cattivo carattere, rimproverato dalla madre per le non buone maniere. Dal padre si passa alla madre, ex dattilografa del futuro marito, non colta, ma accanita lettrice di letteratura romantica, una vera Bovary quanto a sogni e fantasticherie, ma non quanto a debiti e tragedie. E dai genitori al bambino non proprio amante del padre scontroso e collerico e ammirante l'eleganza e la bellezza, ma sempre misurato sul non amore come nell'ammirazione.
«Ero chiuso nei miei sogni letterari. Non ho mai avuto dei drammi con mio padre e mia madre. Soffrivo di solitudine. In sostanza ho avuto dei genitori normali. Ero io l'anormale», a domanda risponde Moravia, ma si premura di precisare che la proclamata indifferenza di Michele, protagonista del suo primo romanzo programmaticamente intitolato Gli indifferenti, non aveva a che fare con il suo stato d'animo. «La mia letteratura non è affatto lo specchio della mia vita e del mio carattere. Per me l'indifferenza era un peccato mortale». Il commissario Maraini, comunque, incalza l'inquisito Moravia. Della sua opera ne sa più lei che l'ha letta che lui che l'ha scritta. E, se lo sorprende in fallo di memoria, glielo rinfaccia. Come, ad esempio, per la questione dell'amore del protagonista di Agostino per la madre. «Nella realtà non era così. Non spiavo affatto mia madre. Il suo corpo non mi ha mai ispirato desideri sessuali», protesta Moravia. «Anche se tutto è inventato, rimane il fatto che il tuo sguardo verso il corpo femminile, nei tuoi libri, è sempre filtrato da una forma di crudeltà». Moravia intende precisare ancora: «Mia madre non mi piaceva affatto. Anzi, mi dispiaceva in molti particolari». Spietata Maraini: «Agostino, scusa se insisto, pensa che per oggettivare il corpo della madre, per renderlo immune dal desiderio deve contrapporlo a un altro corpo, il più impuro che ci sia: il corpo di una prostituta...».
Poi, a un tratto, è Moravia a interrogare Maraini a proposito ancora della madre. «Tu, Dacia, l'hai conosciuta. Come ti sembrava?». E Dacia: «lo l'ho conosciuta che era già molto vecchia. Mi sembrava una donna realistica, di buon senso. Ti ammirava molto. Mi sembrava una donna che dava importanza alle cose solide, durature, anche in fatto di sentimenti». E lo scrittore approva: «Ecco, era così. Per te aveva la simpatia che non aveva per Elsa». Così Maraini può riprendere a far domande lei: «Ma perché non amava Elsa?». E ormai non sono più due. Sono tre. C'è presente l'ombra di Eisa Morante, la più grande scrittrice italiana che preferiva esser definita il più grande scrittore italiano per affermare la propria superiorità anche sul marito. Alberto scende alle confidenze: «Mia madre pretendeva di darle dei consigli, come si fa con una giovane sposa. Elsa le si rivoltò contro. E fu subito guerra». Alberto Moravia ha sempre amato le donne, e ha sempre avuto dei guai con loro. La moglie e la madre litigarono subito dopo la cerimonia perché la madre pretendevi di dire alla nuora come tenere la casa. La moglie rispose male alla suocera. E da allora non si videro più.
«Elsa», aggiunge l'orfano e vedovo, anche se risposato, ma non con Dacia, «diceva che esistono due categorie di persone: quelle con l'anima e quelle senza anima Mia madre secondo lei apparteneva alla seconda categoria...».

Oreste Del Buono

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L’Unità, 13 novembre 1986

Alberto, quand'era piccolo
di Rodolfo Montuoso

Il libro di Dacia Maraini su Moravia compare in una collana che si intitola "romanzo". A prima vista la collocazione sembra strana perché non si tratta propriamente di un romanzo.
Il libro è una lunga intervista, fatta con tutte le malizie e i crismi professionali che Il "genere" Impone; una intervista vincolata da un taglio biografico, concentrata su un certo periodo della vita di Moravia (la sua infanzia). Eppure, malgrado questi vincoli, il libro provoca davvero gli effetti di un romanzo. Sarà la destrezza dei due interlocutori, così intriganti nell'arte della parola, così esperti nel gioco di inseguirsi e lasciarsi reciprocamente catturare da domande e da risposte. Certo, sarà questo. Ma forse c'è ancora qualcos'altro che potrebbe venire a galla con l'ausilio di un piccolo artificio.
Facciamo finta di dimenticare, per il tempo che dura la lettura, l'esistenza reale dei due interlocutori (Dacia e Alberto). Trattiamoli come i protagonisti di una finzione letteraria. Dacia potrebbe impersonare l'eterno sguardo interrogativo che, a distanza, segue lo scrittore e le sue singolari (e talvolta misteriose) pratiche creative. Dacia chiede conto ad Alberto del modo in cui sono sbocciati i suoi «talenti». Lo Interroga perciò sulla sua Infanzia, con analitica sottigliezza. Vuole sapere tutto: cose importanti e cose minute perché ogni minima cosa potrebbe rivelare lo scrittore.
Alberto non si sottrae a queste interrogazioni. Si lascia assediare, si concede volentieri al gioco della memoria e diventa assai piacevole ascoltarlo. Ma quando gli capita di cogliere nella domanda qualcosa che potrebbe ridurre un fatto soltanto vissuto a un segno riconoscibile della sua scrittura, cambia subito disposizione: diventa evasivo, insofferente e punge con le sue risposte:«appartenevo ad un mondo diverso o meglio a nessun mondo»; «ti ho già detto che avevo un rapporto estraneo con i miei genitori»; «parafrasando Picasso dirò: io non rifletto, trovo»; «per esempio non chiedo niente a nessuno».
La storia del bambino Alberto richiama spontaneamente alcuni temi coltivati dall'immaginazione di Thomas Mann: la solitudine dell'artista e il congedo dal suo mondo "familiare", la malattia come condizione di un altro sentire, il dolore come iniziazione all'impresa creativa. L'infanzia di Alberto, questa anticamera in ombra verso la scrittura, potrebbe diventare una vicenda esemplare: un altro importante "ritratto dell'artista da giovane". Ma, a questo punto, forse lo stesso Alberto si schermirebbe, alla sua elegante maniera, togliendo senso alla nostre presuntuose congetture sulla "preistoria" dello scrittore: «Il tempo non esiste. La mia vita avrebbe potuto essere vissuta da un altra persona senza che per questo mi senta cambiato». Così, con qualche imbarazzo e qualche vistosa reticenza, malgrado le mille astuzie di Dacia, Alberto riesce a conservare il "segreto" della sua scrittura.

Rodolfo Montuoso

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Panorama, 12 ottobre 1986

I dolori del giovane Alberto
di Chiara Valentini

Il difficile rapporto con la madre. La scoperta del sesso. E poi la lunga malattia da cui guarisce solo con la scrittura. Cosi l'ex-compagna dello scrittore rievoca Moravia bambino. Ed è quasi un'autobiografia.

Alberto Moravia è un bambinetto di sei anni, timidissimo e ritroso, quando la governante di casa, una bella polacca sulla quarantina, lo accarezza nella vasca da bagno, provocandogli i turbamenti che saranno poi descritti nella Disubbidienza. Ne ha poco più di dieci quando un'amica della madre lo bacia sulla bocca e gli fa accarezzare i seni. «Volle fare l'amore con me perché aveva letto La freccia nel fianco di Luciano Zuccoli, in cui si racconta di un bambino che si innamora di una donna. Era un'infatuazione letteraria, la sua» Che cos'ha di diverso l'infanzia di uno scrittore, e soprattutto di uno scrittore famoso e celebrato in tutto il mondo, da quella di una persona qualsiasi? Quanti altri coetanei del piccolo Pincherle, come si chiamava in realtà Moravia, avranno sperimentato, nell'Italietta degli anni Venti, gli stessi tremiti e le stesse prevedibili trasgressioni? Nel libro intervista che Dacia Maraini, per 18 anni compagna di Moravia, ha dedicato all'infanzia e alla prima giovinezza dello scrittore, Il bambino Alberto, c'è per così dire un primo involucro esterno, che sembra il distillato di una borghese normalità.
Il padre Pincherle è un archi tetto che si è conquistato con gran fatica un modesto benessere, la madre è una donna bella e statuaria, un'ex-dattilografa, che tiene gelosamente nascosta la sua origine e fa di tutto per dar di sé l'immagine di una borghese perfetta. La famiglia (ci sono anche due sorelle, Adriana ed Elena, e un fratellino minore, Gastone, che poi morirà in Africa), abita in un villino liberty in una zona residenziale di Roma, via Sgambati, con la carta da parati a roselline e i mobili di bosso intarsiato. Il padre va tutte le sere a caffè, da solo, la madre esce esclusivamente durante la giornata, coi suoi improbabili cappellini sormontati da uccelli e grappoli di ciliege, avvolta in una nube di profumo Mitsuko. La famiglia cerca di darsi qualche vernice intellettuale. L'architetto Pincherle dipinge vedute di Venezia, piuttosto brutte, la moglie legge tutto quel che una signora di quegli anni ritiene di bon ton, da Pitigrilli a D'Annunzio a Guido Da Verona. Il suo modello irraggiungibile è rappresentato da una famiglia che vive al piano di sopra, i Malagodi («Secondo lei stavano sempre immersi nella lettura»). Sono i genitori del futuro segretario liberale, che ha solo qualche anno più di Moravia e ogni tanto lo va a trovare per fargli vedere la sua collezione di francobolli. Un altro esempio vivente di integrazione e di successo è rappresentato dalla famiglia Soldati, vicini d'ombrellone nelle vacanze a Viareggio. Al bambino Alberto il bambino Mario viene continuamente magnificato per le sue doti di buona educazione e buon carattere, oltre che per l'eroismo di cui aveva dato prova salvando un coetaneo dalle acque del Po. Dietro questa facciata esterna, dietro questo dover essere che il piccolo Moravia vive come trasognato («Tutta la mia infanzia è stata un lungo, inspiegabile disagio, fino al giorno che ho cominciato a scrivere»), affiorano le crepe e le angosce dei Pincherle. Il padre è vittima di una nevrosi che gli rende difficili i contatti con il mondo esterno. Una volta porta il figlio al famoso caffè dove passa le sue serate e il ragazzo si accorge che non riesce quasi ad aprir bocca e se ne sta lì estraniato dal resto della comitiva. Un'altra volta lo vede vestirsi di tutto punto con smoking e cappotto da sera, e poi tornare dopo mezz'ora con la faccia stranita: aveva trovato un invito in una tasca ed era andato alla festa senza accorgersi che la data era quella dell'anno prima. Quasi animate da rancore sono le rievocazioni della madre, una specie di Bovary che si affanna a organizzare cene eleganti che il rozzo marito fa naufragare, e che poi si trova un amante (o solo un cavalier servente?), un omino che ha qualcosa di ridicolo.
Chiuso in se stesso come un riccio di fronte all'apparenza di perbenismo come alla sostanza di nevrosi, Moravia bambino prova qualche slancio di affetto solo nei confronti di una zia paterna, Amelia Rosselli, madre di Carlo e Nello, i due martiri antifascisti. Dei due cugini viene tracciato un ritratto non certo di maniera. «Due giovanottoni enormi, alti e massicci, ognuno dei quali pesava quasi un quintale», non sempre lungimiranti nei giudizi politici. Carlo dice a Moravia: «Quest'autunno mandiamo Mussolini in Corte d'Assise» nel '24, quando il Duce sta per prendere il potere. Più tardi, a Parigi, gli chiede di portare in Italia una lettera compromettente. E al cugino che gli domanda preoccupato se può essere pericoloso risponde: «A noi farebbe comodo che uno scrittore noto come te andasse in galera». Si tratta però di rapporti superficiali. «In realtà io non mi occupavo di politica ma solo di letteratura. Solo quando il mio primo libro, Gli indifferenti, fu condannato dal fascismo cominciai ad aprire gli occhi sulla politica» ricorda Moravia. Al contrario, con la zia Amelia, che pure giudica «una socialista sentimentale», nasce un affetto vero.
Amelia ha un ruolo molto importante nel dramma che colpisce Moravia bambino e che ne cambia bruscamente vita e abitudini: una tubercolosi ossea che lo isola da tutti, tenendolo a letto fra dolori atroci. Mentre il padre è succube di uno specialista romano che non ha capito niente della malattia del ragazzo e lo tortura con cure che rischiano di farlo morire, Amelia gli apre la strada della guarigione facendolo mandare a Cortina, al celebre Istituto Codivilla. Ed è probabilmente lì, in una stanzetta isolata «dove ho rischiato di impazzire di solitudine» che nasce il Moravia scrittore. Il ragazzo divora libri di Dostoevskij, Dickens e Balzac, spia con un interesse quasi maniacale i pochi segni di vita del sanatorio, munendosi addirittura di specchietti che gli consentano, anche se inchiodato a letto, di vedere quel che succede fuori. Come in una prigione, arrivano per vie misteriose le storie degli altri reclusi. Per esempio, quella del viaggiatore di commercio a cui viene amputata una gamba infetta e dopo pochi giorni sta così bene da portarsi a letto una guardarobiera, poi scoperta e cacciata.
Alcune di queste esperienze di sanatorio verranno raccontate più tardi da Moravia nel racconto Inverno di malato. Dacia Maraini, nel corso della lunga intervista, insiste spesso per rintracciare in episodi dell'infanzia dello scrittore il retroterra di storie e personaggi dei suoi libri Nel difficile rapporto con la madre per esempio vede la spiegazione «dello sguardo crudele, feroce che rivolge nei suoi libri al corpo della donna». Secondo la Maraini, c'era una specie di amore sensuale mai ammesso del bambino Alberto per questa madre così bella e chiusa nella sua mediocrità, di cui si trovano tracce in libri come Agoslino o Gli indifferenti. La delusione di questo amore avrebbe provocato fra l'altro l'atteggiamento angosciato e morboso di Moravia verso il sesso. Questo tentativo di collegamento fra vita e letteratura, che peraltro Moravia respinge ogni volta, è forse la parte meno felice del libro. Mentre al contrario il racconto della sua normale-anormale infanzia, che si compone a poco a poco nel mosaico delle domande e delle risposte, è di per se stessa la miglior spiegazione di un'educazione sentimentale da cui nasceranno uno stile e un modo di raccontare inconfondibili.
È noto che Moravia non ha mai voluto scrivere un'autobiografia né mettersi a disposizione di un biografo. Questa rievocazione spesso gelida, qualche volta gentile delle sue radici comincia a colmare un vuoto.

Chiara Valentini


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Il Piacere, novembre 1986

Otto domande ad Alberto Moravia
di Marco Vallora

Si chiama Il bambino Alberto, lo pubblica Bompiani. Alberto, naturalmente, è Moravia, che parla di sé, infante e poi adolescente. Una conversazione da camera con la persona più idonea a scandagliare il passato dello scrittore: Dacia Maraini. Abbiamo rivolto a Moravia alcune domande sulla più vasta tematica toccata dal libro.

Se non ci fosse l'infanzia, esisterebbe secondo lei quell'immaginario che presiede all'arte e alla letteratura?
«Credo proprio di sì, l'immaginazione è una costante dell'uomo, a ogni età. Nell'infanzia l'immaginazione ha un carattere tutto suo, è curiosità, preparazione all'esperienza: ma penso che l'inesperienza tipica del bambino la troviamo ad altri livelli nell'adulto. Tutta l'esperienza è appunto esperienza di un'immaturità».
Nel libro si legge: «Tutta la mia infanzia è stato un lungo, inspiegabile disagio... »
«Sì, disagio, perché io non ho mai amato il vero, e l'infanzia non è altro che quest'incontro con il reale, che disfa l'immaginario. E un odio che provava anche Leopardi, ne parla in A Silvia: "all'apparir del vero tu misera, cadesti""».
Lei però conclude sostenendo che quel disagio durò "sino al giorno in cui ho cominciato a scrivere ". La scrittura come distacco dall'infanzia, congedo?
«Sì, la scrittura è stata come un luogo difeso in cui rifugiarmi. A differenza delle persone cosiddette normali, gli artisti rimangono dei minorenni per tutta la vita».
Dunque per lei l'infanzia non è mai finita: raccontando questo periodo le è sembrato di parlare di un eterno presente?
«Direi proprio di sì, non ho dubbi: non esiste una soluzione di continuità. Nulla è cambiato. Ripeto: l'artista è un bambino ipersensibile».
E questa "figliolanza" di libri che le ha impedito di desiderare dei veri figli?
«Certo è esistita anche questa componente. Ogni uomo sa che deve morire, si sente transeunte, vuole perpetuare il proprio nome, la propria stirpe. Lo scrittore si affida ai suoi libri, spera che il suo nome perduri grazie a quelle pagine. E un'illusione anche questa, naturalmente, ma diversa da quella degli autentici padri».
Secondo lei, potrebbe esistere uno scrittore che non ha mai letto un libro?
«Direi di no, si scrive perché si è letto. Anzi, ogni scrittore continua sempre l'opera di un predecessore, non necessariamente vicino a lui in senso temporale. Ogni libro nasce da un altro libro. E ogni romanzo ripete, nel corso della narrazione, quello che è successo nella storia del romanzo, sin dalle origini. E come un feto nel ventre della madre, che attraversa diverse fasi: come l'ontogenesi che ripercorre il corso della filogenesi. Anch'io, quando ho scritto Gli indifferenti, l'ho scritto senza punti né virgole: poi leggevo a me stesso dei grandi segmenti e verificavo la tenuta del testo. Insomma, mi comportavo come gli antichi cantori, che sono all'origine del romanzo».
In questo senso si può dire che il romanziere è un autodidatta che impara leggendo?
«Sì, proprio uno strano autodidatta».

Marco Vallora
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Messaggioda birillino8 il dom giu 17, 2007 6:12 pm

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Piera e gli assasini
Milano, Rizzoli,2003[/align]


Intervista con Piera Degli Espositi
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Messaggioda birillino8 il dom giu 17, 2007 6:15 pm

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Ho sognato una stazione
Milano, Laterza,2006[/align]


Conversazione con Paolo di Paolo

L'infanzia segnata dalla guerra, il desiderio di vivere ascoltando e raccontando storie, il teatro, gli incontri, i viaggi attraverso i cinque continenti, di stazione in stazione. E poi l'impegno civile, lo sguardo attento alle ingiustizie del presente: la guerra, il terrorismo, le offese ai bambini, alle donne, alla natura. Dacia Maraini parla di sé, delle tappe e delle ragioni di un lungo percorso di scrittura e di vita. Con la passione e la sensibilità che mette in gioco nei suoi romanzi e nel dialogo generoso con migliaia di lettori in tutto il mondo
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