Ludovico Ariosto

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Ludovico Ariosto

Messaggioda birillino8 il gio set 06, 2007 2:33 pm

[align=center]Ludovico Ariosto

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Ludovico Ariosto,nato nel 1474 a Reggio Emilia, morì nel 1533 a Ferrara, ove visse presso la corte elegante e raffinata degli Estensi. Il padre, che ricopriva importanti incarichi amministrativi per il duca d’Este, lo avviò agli studi giuridici, ma Ludovico, appassionato per la poesia, ottenne il permesso di dedicarsi alla letteratura. Però la morte improvvisa del padre, nel 1500, lo costrinse ad interrompere gli studi umanistici per occuparsi della sua numerosa famiglia (era il primo di dieci figli). Nel 1504 entrò al servizio del cardinale
Ippolito d’Este, fratello del duca di Ferrara, Alfonso. Intanto cominciava a comporre il suo poema cavalleresco, l’ Orlando Furioso, che pubblicò la prima volta nel 1516. L’anno seguente rifiutò di seguire il cardinale Ippolito in Ungheria e fu licenziato; passò al servizio del duca Alfonso che lo nominò governatore della Garfagnana. Nel 1525 rientrò a Ferrara, dove visse fino alla morte in una sua casa insieme con Alessandra Benucci, la donna da lui amata.

Opere:
Poesia: Orlando Furioso, Satire;
Commedie: Cassaria, Supposti, Negromante,
Lena, Studenti (incompiuta)
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Messaggioda birillino8 il gio set 06, 2007 2:34 pm

[align=center]ORLANDO FURIOSO
incipit

Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori,
le cortesie, l'audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d'Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l'ire e i giovenil furori
d'Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.


Dirò d'Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai, né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d'uom che sì saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m'ha fatto,
che 'l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.[/align]
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Messaggioda birillino8 il gio set 06, 2007 2:36 pm

[align=center]CANZONE
II


Quante fiate io miro
i ricchi doni e tanti
che 'l Ciel dispensa in voi sì largamente,
altre tante io sospiro;
non che 'l veder che inanti
a tutte l'altre donne ite ugualmente
mi percuota la mente
d'invidia: ché a ferire
in molto bassa parte,
se la ragion si parte
da un alto oggetto, mai non può venire;
e da la umiltà mia
a vostra altezza è più ch'al ciel di via.
Non è d'invidia effetto
ch'a sospirar mi mena,
ma sol d'una pietà c'ho di me stesso:
però ch'ancor mi aspetto
de la mia audacia pena,
d'aver in voi sì inanzi il mio cuor messo.
Ché se l'esser concesso
di tanti il minor dono
far suol di ch'il riceve
l'animo altier, che deve
di voi far dunque, in cui tanti ne sono,
che da l'Indo all'estreme
Gade tant'altri non ha il mondo insieme?
L'aver voi conoscenza
di tanti pregi vostri,
che siate per mirare unqua sì basso
mi dà gran diffidenza;
e ben che mi si mostri
di voi cortesia sempre, pur, ahi lasso!
non posso far ch'un passo
voglia andar la speranza
dietro al desir audace.
La misera si giace,
ed odia e maledice l'arroganza
di lui, che la via tiene
molto più là che non se li conviene.
E questo che io temo ora,
non è ch'io non temessi
prima che sì perdessi in tutto il cuore;
e qual diffesa allora,
e quanto lunga io fessi
per non lasciarlo, è testimonio Amore.
Ma il debole vigore
non puote contra l'alto
sembiante e le divine
manere e senza fine
virtù e bellezza, sostener l'assalto;
così il cuor persi, e seco
perdei il sperar d'averlo mai più meco.
Non serìa già ragione,
che per venire a porse
in vostre man devessi esservi a sdegno,
se n'è stato cagione
vostra beltà, che corse
con troppo sforzo incontro al mio disegno.
Egli sa ben che degno
parer non può ch'abbiate,
dopo un lungo tormento,
in parte a far contento;
né questo cerca ancor, ma che pietate
vi stringa almen di lui,
ch'abbia a patir senza mercé per vui.
Canzon, concludi in somma alla mia donna
ch'altro da lei non bramo,
se non ch'a sdegno non le sia s'io l'amo[/align]
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Messaggioda birillino8 il gio set 06, 2007 2:37 pm

[align=center]CANZONE
III


Dopo mio lungo amor, mia lunga fede,
e lacrime e suspiri ed ore tetre,
deh! sarà mai che da Madonna impetre
al mio leal servir qualche mercede?
Ella vede ch'io moro, e che nol vede
finge, come disposta alla mia morte.
Ahi dolorosa sorte,
che di sua perfezion cosa sì bella
manchi, per esser di pietà ribella!
Lasso! ch'io sento ben che in que' dolci ami,
ove all'esca fui preso, o mia nimica,
è l'amaro mio fin. Né perché 'l dica
mi giova, perché Amor vuol pur ch'io v'ami,
e ch'io tema e ch'io speri e 'l mio mal brami,
e ch'io corra al bel lampo che mi strugge,
e segua chi mi fugge
libera e sciolta e d'ogni noia scarca,
con esta vita stanca e di guai carca.
Né mi pento d'amar, né pentir posso,
quantunque vada la mia carne in polve,
sì dolce è quel venen nel qual m'involve
Amor, che dentro ho già da ciascun osso,
e d'ogni mio valor così mi ha scosso
che tutto in preda son del gran disio
che nacque il giorno ch'io
mirai l'alta beltà, ch'a poco a poco
m'ha consumato in amoroso foco.
Se mai fu, Canzon mia, donna crudele
al suo servo fedele,
tu puoi dir che l'è quella, e non t'inganni,
che vive, acciò ch'io mora de' miei anni.[/align]
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Messaggioda birillino8 il gio set 06, 2007 2:38 pm

[align=center]Se senza fin son le cagioni ch’io v’ami


Se senza fin son le cagioni ch’io v’ami
E sempre di voi pensi, e in voi sospiri;
come volete, oimè, ch’io non ritiri,
e senza fin d’essere con voi non brami?

Son la fronte, le ciglia e quei legami
Del mio cor, aurei crini, e quei zaffiri
Dè bè vostr’occhi, e loro soavi giri,
Donna, per trarmi a voi tutti esca ed ami.

Son di coralli, perle, avorio e latte,
di che fur labbra, denti, seno e gola,
a le forme de gli angeli ritratte:

son del gir, de lo star, d’ogni parola,
d’ogni sguardo soave in somma fatte
le reti onde a intricarsi il mio cor vola.[/align]
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Messaggioda birillino8 il gio set 06, 2007 2:40 pm

[align=center]Madonna, sète bella e bella tanto


Madonna, sète bella e bella tanto,
ch'io non veggio di voi cosa più bella;
miri la fronte o l'una e l'altra stella
che mi scorgon la via col lume santo;

miri la bocca, a cui sola do vanto
che dolce ha il riso e dolce ha la favella,
e l'aureo crine, ond'Amor fece quella
rete che mi fu tesa d'ogni canto;

o di terso alabastro il collo e il seno
o braccia o mano, e quanto finalmente
di voi si mira, e quanto se ne crede,

tutto è mirabil certo; nondimeno
non starò ch'io non dica arditamente
che più mirabil molto è la mia fede.[/align]
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