Endre Ady

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Endre Ady

Messaggioda birillino8 il lun ago 27, 2007 9:42 pm

[align=center]Endre Ady



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Il poeta ungherese Endre Ady nacque a Ermindszent nel 1877 (morì a Budapest nel 1919).
Dopo gli studi universitari, lavorò come redattore al quotidiano "Budapesti Napló" e collaborò alla rivista "Nyugat".
Nel 1904 fece un viaggio a Parigi, grazie al quale entrò in contatto con le avanguardie europee.
Endre Ady riflette nella sua opera l'universo d'inizio secolo in piena effervescenza ed i relativi umani tormenti. Da giovane giornalista, al termine di studi compiuti all'Università di Debrecen, egli incontra la moglie d'un ricco commerciante per l'epoca di larghe vedute, Adél Brül --la Léda delle sue poesie, la sua ispiratrice di versi d'amore tra i più belli della letteratura magiara-- una donna colta, ricca, bella e interessante di cui il poeta s'innamora e con cui avrà fino al 1912 un legame armonioso e più spesso tormentato. E' lei che lo incoraggia e lo aiuta a recarsi come inviato di un giornale a Parigi ove rimarrà un intero anno. Qui egli comprende lo stato d'arretratezza della sua nazione e, tornato in patria e stabilitosi a Budapest, con alcune sue raccolte di versi --Új versek (Versi nuovi, 1906), Vér és arany (Sangue e oro, 1907), Az Illés szekerén (Sul carro d'Elia, 1908), Szeretném, ha szeretnének (Vorrei che mi amassero, 1909) e tante altre che ancora seguiranno-- si propone come centro dell'attualità letteraria attirando l'attenzione generale dell'intero paese e divenendo il vessillo degli innovatori. In un linguaggio appartenente unicamente a lui, il mondo poetico di Ady è un mondo particolare ed estremamente vario che spazia dagli eroi del passato ai tormenti d'un uomo prigioniero d'un mondo schiavo del denaro, dal suo grande amore vissuto attraverso l'uragano d'una passione complessa e contraddittoria all'angosciosa inquietudine che ossessivamente attanaglia l'uomo moderno, è insomma un mondo ancora assolutamente inedito nella poesia ungherese. Pur se influenzato da Baudelaire e Verlaine resta egli totalmente ungherese in ogni sua manifestazione e la sua opera è al tempo stessa modernissima ed ancestrale, legata per un verso alle più avanzate correnti europee e per l'altro alle secolari tradizioni più autentiche. Questa sintesi di progresso e di carattere nazionale da lui così delineata conserva in Ungheria ancora oggi decisiva importanza. Quando nel 1919 morì in seguito ad una malattia del sangue contratta per un errore giovanile tutto un popolo in lutto accompagnò la sua bara.
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Messaggioda birillino8 il lun ago 27, 2007 9:45 pm

[align=center]Come un sasso...
(A föl-földobott kő, 1909)


Come un sasso tirato in alto,
piccola patria mia,
da te torna sempre tuo figlio.

Visita terre lontane, si abbaglia,
si deprime e cade nella polvere,
da cui è stato preso.

Desidera andar via, ma non può,
pieno di desideri che si calmano
per poi risvegliarsi di nuovo.

Sono sempre tuo nella mia rabbia,
nell'infedeltà, nell'amorevole pensiero,
sempre magiaro.

Come un sasso tirato in alto,
voglio o non voglio,
mio piccolo paese, a te somiglio.

Nonostante ogni desiderio,
se mi tirassi cento volte,
cento volte da te tornerei. [/align]
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Messaggioda birillino8 il lun ago 27, 2007 9:47 pm

[align=center]Ebrezza di alba
(Hajnali részegség)


Te lo racconto questo
se non ti annoio,
ieri notte alle tre,
finito il lavoro,
sono andato a letto.
Ma nella mia mente
la macchina da scrivere
continuava a battere
col ticchettio tanto forte
che non riuscivo a dormire.
Il sonno non venne, sebbene
lo desiderassi fortemente,
ma chiamandolo con parole,
con sonniferi potenti,
e contando le pecore
non serviva a niente.
Quello che avevo scritto
mi guardava dritto.
Mi stressavano il cuore
le quaranta sigarette.
E tutto il resto,
il buio, tutto.
Allora mi alzo e non mi importa,
cammino su e giù nella stanza,
attorno a me la mia famiglia,
sulle loro labbra la dolcezza
di bei sogni, beati loro,
e mentre io brancolo nel buio,
come un ubriaco, guardo
fuori dalla finestra.

Aspetta, come te lo dico,
come te lo spiego?
Tu conosci la mia casa,
ti ricordi la mia stanza,
lo sai quanto povera
ed abbandonata sembra di qua
a quell'ora la strada.
Ci vedi dentro le case
attraverso le finestre,
gli uomini sdraiati e ciechi,
scrutano con gli occhi chiusi,
nella nebbia della loro mente,
che li inganna e li tradisce,
perchè il cervello di anemia soffre.
Accanto a loro le scarpe e vestiti,
e nella stanza sono chiusi,
come in una scatola,
che hanno costruito da svegli
con tanta fatica.
Ma se le guardi in questa maniera
ogni casa è come una gabbia.
Si sente ticchettare la sveglia,
ora cammina zoppo, fra poco suona:
"svegliati alla realtà, è ora!"
E dorme anche la casa, morta,
e se fra cent'anni crolla,
ci crescerà gramigna,
e non sospetterà nessuno,
se era nostra casa o una stalla.

Ma lassù, amico mio, là sopra,
il cielo pulito, di luce splendente,
inamovibile sebbene tremante,
come la fedeltà.
Il cielo del tutto simile
alla coperta di mia madre,
ed alla macchia blu di acquarello
che si allargò sul mio quaderno.
E l'anima delle stelle
respira senza far rumore,
nella notte dell'autunno mite,
che il freddo precede.
Di lassù lontano ed oltre,
loro, che hanno visto
l'armata di Annibale,
ora guardano me, in piedi qua,
in una finestra della città.

E non so che mi successe allora,
ma mi sembrò sentire un'ala,
e mi si avvicinò quello
che avevo seppellito tempo fa,
l'età dell'infanzia.
E guardai tanto a lungo
i ricchi miracoli del cielo
che arrivò l'albeggiamento
dall'oriente e nel vento,
scintillanti, si mossero
appena appena le stelle.
E là sopra nella distanza
si accese una fascia luminosa,
e si aprì il portone
di un castello celestiale,
si avvampò la fiamma,
e la folla degli ospiti
cominciò a sperdersi.

E nelle tenebre dell'alba,
la notte di ballo finiva,
fuori nell'ingresso l'ospite
- un gigante del cielo - salutò,
si sentì tintinnio e sussurro,
come quando il ballo finisce
e si chiama il cocchiere.
Si vide un velo di pizzo,
che da lontano come
tenda di diamante scende,
su un vestito splendente
che una donna bellissima indossa
e su di lei un diamante
che sparge luce su questa pace,
sul blu pallido e celestiale.

Oppure un angelo
che con un bel gesto
si aggiusta il suo diadema,
e in un cocchio leggero sale
senza fare alcun rumore,
e vola via con la carrozza.
Mentre i cavalli corrono selvaggi,
sulla Via Lattea illuminata
da fuochi artificiali,
come al carnevale,
tra stelle filanti e coriandoli,
tra centinaia di cocchi,
scintillano i loro ferri.

E stavo là con la bocca aperta
e esclamai di gioia,
che nel cielo ogni notte
un ballo simile si tiene,
e in me si illuminò
il significato
di questo gran mistero,
che le fate del cielo
sulle vie dell'infinito
arrivata l'alba,
tornano tutte a casa.

E rimasi così fino al mattino
e guardavo solo.
Poi dissi d'improvviso:
e tu che ci fai qui,
su questa terra,
che leggende cerchi,
che sirene ti tengono in balia?
Cosa c'era più importante,
ora che sono passate tante estati,
e tanti inverni gelanti,
e tante notti inutili,
che vedi solo ora questo ballo?

Cinquanta, sono cinquant'anni,
che il ballo si festeggia qui
sopra di me, e ahimè,
i miei vicini celestiali
mi vedono ad asciugare gli occhi.
Te lo confesso, mi sono inchinato
e tutto ciò ho ringraziato.
Vedi, lo so che non ho fede,
e so pure che dovrò andarmene.
Col cuore, come corda tesa
cantai allora all'azzurro.
Per Lui che non sa nessuno
dov'è e nemmeno io lo trovo
né ora né da morto.

Ora che i miei muscoli
non sono più tanto forti,
capisco che finora
stavo nella polvere
tra anime e briciole,
ma comunque sia
di un signore
misterioso e potente
ero sempre l'ospite. [/align]
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Messaggioda birillino8 il lun ago 27, 2007 9:48 pm

[align=center]Sogno di inchiostri colorati
(Mostan színes tintákról álmodom, 1910)


Sogno di inchiostri colorati,
il più bello è il giallo.
Scriverei molte lettere
con questo colore
ad una ragazza, che amo.
Scriverei scarabocchi,
lettere cinesi,
e un uccello allegro
con dei ghirigori.
E voglio ancora tanti altri colori:
bronzo, argento, verde e oro,
e ci vogliono ancora cento e mille,
e poi un milione:
viola scherzosa, color vino, grigio muto,
pudico, sgargiante, innamorato,
ma anche viola triste e color mattone,
e poi celeste chiaro come l'ombra
della vetrata colorata del portone
in un mezzogiorno d'agosto.
E voglio rosso vivo,
color sangue, come un tramonto infuocato,
e allora scriverei, scriverei sempre.
Con azzurro a mia sorella, con oro a mia madre:
le scriverei una preghiera d'oro,
fuoco d'oro, parola d'oro, come l'alba.
E non mi stancherei mai, scriverei
in una vecchia torre, senza sosta.
Sarei tanto felice, oh Dio mio, tanto felice,
colorerei tutta la mia vita. [/align]
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Messaggioda birillino8 il lun ago 27, 2007 9:49 pm

[align=center]Felice, triste canzone
(Boldog, szomorú dal, 1920)


Ho pane e anche vino,
ho moglie e anche figlio.
Perchè rattristrarsi?
Ho sempre da mangiare.
Ho un giardino, gli alberi
si inchinano sulla via sussurrando.
Noce, papavero, nocciole,
nella dispensa la raccolta.
Ho anche una buona coperta,
il telefono, una valigia,
la gente che mi vuole bene,
a cui non devo chiedere nulla.
Non sono più il fantasma di una volta,
ubriaco tra lacrime nella nebbia,
e quando saluto la gente,
molti mi salutano già prima.
Ho l'elettricità, la luce,
ho una tabacchiera di puro argento,
nella mia bocca la vecchia pipa,
si muovono allegri penna e matita..
C'è il bagno per rinfrescarmi,
tè tiepido per i miei nervi stanchi,
e quando passo a Budapest,
mi conoscono già tanti.
Quello che decanto, commuove tanti,
e mi considera il suo giovane figlio
poeta la vecchia Ungheria.
Ma, certe volte, mi fermo la notte,
tormentato e pensando alla morte,
e cerco il tesoro nascosto,
il tesoro di una volta, il vecchio,
come un malato febbricitante,
che si sveglia e confuso
cerca di sbrogliare il suo sogno,
che ahimè che cosa volevo?
Perchè il tesoro non l'ho trovato,
il tesoro per cui mi sono bruciato.
Sono a casa in questo mondo,
e non sono più a casa nel cielo.[/align]
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Messaggioda birillino8 il lun ago 27, 2007 9:50 pm

[align=center]Oh, quante volte vi vedo
(Ó, hányszor látlak mégis bennetek )


Oh, quante volte vi vedo
Piccoli fratelli miei, bambini in stracci.
In giardini brinati, sotto la mia finestra,
là vi ribellate, muti, senza paura,
sotto l'ombra dei pini, in neve e nebbia.
Il piccolo muratore quanto è inzaccherato,
come pallido il piccolo magnano,
il figlio del carpentiere è come Gesù,
alza il martello il piccolo fabbro,
piange il figlio del falegname e carraio,
e fatto di bambini questo esercito.
Chiamerei mio padre, ma lui dorme,
è profonda e senza confini la notte.
Li guardo e piango per loro,
loro, i piccoli ribelli della notte.
Combattendo il buio con gli occhi aperti
nella stanza calda mi alleo a loro
e attraverso la finestra e contro ogni sorte
pongo loro la mia piccola mano da signore. [/align]
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Messaggioda birillino8 il lun ago 27, 2007 9:52 pm

[align=center]Io sono parente della Morte



Io sono parente della Morte,
Amo l'amore che svanisce,
Amo baciare,
Chi se ne va.

Amo le rose malate,
Bramose quando sfiorite, le donne,
I lucenti, i malinconici
Tempi d'autunno.

Amo delle ore tristi
Lo spettrale, monitorio richiamo,
Della grande Morte, della santa Morte
Il sosia giocoso.

Amo chi è in partenza,
Chi piange e chi si sveglia,
E nei freddi mattini brinati
I campi.

Amo la stanca rinuncia,
Il pianto senza lacrime e la pace,
Di saggi, poeti, malati
Il rifugio.

Amo chi è deluso,
Chi è invalido, chi si è fermato,
Chi non crede, chi è malinconico:
Il mondo.

Io sono parente della Morte,
Amo l'amore che svanisce,
Amo baciare,
Chi se ne va. [/align]
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Messaggioda birillino8 il lun ago 27, 2007 9:53 pm

[align=center]Chi verrà al mio posto




E' possibile, e' possibile
che vengano estenuate estati di fuoco,
vengano notti di stelle cadenti,
quando io, Io, non vivro' piu'?

Spilleranno il vino nuovo
nell'autunno dorato, stupendo
e, al cadere del rosso fogliame,
non vaghero' più, ubriaco?

E mandera' il suo richiamo, d'inverno,
una tiepida stanza di donna,
un molle giaciglio, un profumo di fuoco,
e chiamerà non me, ma altri?

Verra' ancora la primavera
con fiori ed ebbrezza e gloria,
correranno gli araldi della stagione
e non mi troveranno piu'.

E' possibile? e' possibile?
Tutto questo era mio possesso,
io lo volevo, io lo contavo,
ero tutto questo, io stesso.

Mai e mai nessuno
ebbe tanta bramosia,
ne' cerco' e pianse e volle
mille e una notte di favole.

Sia maledetto
chi andra' al mio posto.
Veleno sul suo palato,
cecità sui suoi occhi.

Gli si fermi il cuore;
vada incerto e sordo
e, se trovera' una donna,
non possa abbracciarla.

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