ROMANZO WICCA:L'Oro delle streghe

Moderatore: birillino8

ROMANZO WICCA:L'Oro delle streghe

Messaggioda birillino8 il mar giu 19, 2007 9:18 pm

[align=center]L'Oro delle streghe

Inquisizione a Venezia
Capitolo I[/align]


13 dicembre 1250. Si spegne Federico II di Svevia, imperatore universale del Sacro Romano Impero. La sinistra profezia della sua morte sub Flore si è dunque avverata a Castel Fiorentino di Puglia.

A Palermo uno spesso velo di silenzio è calato sulla sfarzosa e lieta corte di un tempo, tace il centro da cui l'Imperatore aveva governato il prospero Regno delle Due Sicilie col sostegno di una burocrazia diligente e sottomessa. Un brivido di perplessità si è diffuso a tutta la Sicilia: con la crisi dell'Impero essa teme di perdere il vantaggio di sede geografica privilegiata che le consente di esportare in tutto il Mediterraneo merci preziose quali lo zucchero, l'indaco, le pelli, la seta greggia, il cotone e le ceramiche di qualità. Opulento granaio d'Europa in quest'epoca di esplosione demografica, l'isola ha immagazzinato grandi quantitivi di frumento la cui vendita, subordinata agli intrecci commerciali coi Genovesi, potrebbe venire compromessa dai recenti mutamenti politici.

Tanta ricchezza da tempo attirava le tenaci ambizioni dei pontefici. Innocenzo IV, col recondito disegno di imporre i suoi diritti sovrani sull'isola, aveva accusato Federico II di essere un precursore dell'Anticristo, aveva reso note le sue presunte simpatie per gli infedeli e sottolineato la sua caparbia insubordinazione alle direttive papali, ne aveva condannato la condotta immorale e denunziato pubblicamente la sodomia. Infine, aveva proclamato a tutte le forze della Cristianità una solenne crociata diretta a sradicare e cancellare per sempre la dinastia sveva degli Hohenstaufen.

Rovinoso fu per l'Imperatore il biennio precedente la sua morte. Durante l'assedio della città di Parma un'abile sortita dei ribelli distrugge il suo accampamento; Como abbandona gli imperiali ed entra nella Lega Lombarda; i guelfi bolognesi, nel corso di un acerrimo scontro, sbaragliano a Fossalta le aquile nere degli scudi ghibellini e catturano Re Enzo di Sardegna, il figlio dell'Imperatore, poi imprigionato nel palazzo comunale di Bologna.

Sotto questi duri colpi Federico II finì per mostrarsi sempre più diffidente, ossessionato da continui timori di veleni e congiure. Sicché, vittima insigne delle inquietudini imperiali, cadde sotto giudizio perfino il suo più valente consigliere, Pier delle Vigne, l'abilissimo rétore che in vent'anni di servigi aveva ribattuto colpo su colpo le apocalittiche accuse del pontefice e al mondo intero aveva presentato Federico II nella visione escatologica dell'Imperatore della Fine dei Tempi. Con l'accusa di peculato, Federico II confiscò le ingenti ricchezze che quel capuano di modeste origini aveva accumulato nel corso della sua ascesa politica e dopo averlo accecato lo rinchiuse nella fortezza toscana di San Miniato. Ma Pier delle Vigne preferì il suicidio e si fracassò il cranio contro il pilastro cui era stato incatenato.

In realtà taciti rancori contro l'Imperatore non mancavano, ma provenivano semmai dal popolo, Federico II aveva portato l'Impero sull'orlo del dissesto finanziario, le spese militari avevano superato di gran lunga le entrate e i debiti contratti con i banchieri romani erano arrivati sul ciglio dell'insolvibilità. Una volta la settimana i castelli venivano ispezionati a scopo fiscale e si compilavano rapporti sul numero dei servitori e dei soldati presenti. Particolarmente vessati dalle imposizioni fiscali erano stati i portolani, spremuti fino all'osso e obbligati a tenera conto dei carichi, a verificare i prezzi e a scrivere nei loro registri ogni particolare dei pagamenti ricevuti. In Lombardia si era cercato di massimizzare le entrate tramite i podestà siciliani insediati nelle città sottomesse e intanto pesavano sui sudditi le spese tutt'altro che trascurabili necessarie a soddisfare i piaceri esotici e bizzarri dell'Imperatore e a mantenere la sua lussuosa corte di Palermo. Come conseguenza i Lombardi avevano moltiplicato vertiginosamente le controversie fiscali rivolte all'autorità del tribunale supremo di Palermo, segno evidente del malcontento strisciante e dell'amaro risentimento dei sudditi verso quella affannosa ricerca di fondi.

Il Libero Comune di Venezia si era schierato con i guelfi e questo da quando Federico II aveva voluto indirizzare i suoi favori alla rivale città di Ferrara permettendole l'estensione del controllo mercantile sul sistema fluviale della Lombardia orientale. Venezia, stretta tra la morsa ghibellina della potenza pisana e le trame preparate a Verona dal feroce Ezzelino da Romano, mirava soprattutto a difendere la sua fiera autonomia risalente ben al 697, anno dell'elezione del primo doge.

Sulle orme della tradizione orientale del Basileus bizantino, capo insieme politico e religioso, il doge costantemente aspirava a realizzare nella sua figura l'unità del rex-pontifex, di fatto non sottomettendosi ad alcun potere ecclesiastico esterno. L'adesione alla Lega Lombarda aveva però creato un varco alle interferenze pontificie perciò il Papa, facendo leva sull'alleanza guelfa, era riuscito ad imporre la Santa Inquisizione anche nei territori di Venezia, città marinara consona da sempre a godere di un clima di cosmopolita tolleranza. Pertanto all'atto del giuramento del nuovo doge Marino Morosini (sei mesi prima della morte di Federico II) era comparsa una norma insolita in cui il doge si impegnava ad eleggere "uomini probi, saggi e cattolici" che indagassero sugli eretici condannando al rogo i colpevoli. Era consuetudine antica che il giuramento prestato prima di entrare in carica, detto promissione, stabilisse una serie di vincoli vecchi e nuovi che avevano l'intento di limitare e circoscrivere il potere dogale. Ma l'ex Duca di Candia, eletto doge a sessantotto anni, aveva dovuto accettare controvoglia quella nuova aggiunta alla promissione, controvoglia perché la sua famiglia era tradizionalmente sostenitrice delle fazioni avverse al Papato. Comunque, anche se formalmente il Morosini aveva accolto le regole della Santa Inquisizione, aveva fatto in modo di eluderne la prassi arrogando a sé e al voto del suo consiglio la scelta degli Inquisitori di Stato e la decisione sulla applicazione delle pene.

In un periodo di reggenza ducale che per il resto trascorreva in prosperità e ricchezza, ecco dunque l'ombra cupa dell'Inquisizione calare insidiosa sulla laguna con l'incombente minaccia dei suoi orrori.

Il che viene a turbare la proverbiale serenità della gente veneta e non può non mettere in apprensione l'animo ribelle del nostro veneziano:

"Libertà va cercando ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta".



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Quella grigia mattina del 13 dicembre 1250, mi affaccio al piano superiore della mia casa in legno e mi sporgo tra le colonnine del balcone coperto che da sul canale.

Alto e snello, possiedo una folta criniera castana raccolta alla nuca dal codino e tradisco nel volto qualche tratto orientale a motivo dei miei occhi scuri leggermente disegnati a mandorla. Ho gli zigomi ampi ed il naso diritto, il collo grosso ed una bocca dalle labbra piene.

Sono ignaro della morte di Federico II, ci vorrà del tempo perché la notizia giunga a Venezia. Guardo in alto. Spio il cielo plumbeo per intuire se promette pioggia. In un attimo, scendo lungo la scala esterna.

Indosso una tunica pesante con lunghe maniche strette ai polsi e sottana che arriva alla caviglia; la tunica è bicolore, la meta destra azzurra e la meta sinistra rosso mattone, il cappuccio che copre ampio le spalle è viceversa azzurro a sinistra e rosso a destra; una serie dei bottoni bianchi scende sulla linea di mezzo del torace e un cinturone nero mi strige i fianchi, nero come gli stivali a punta.

A piedi, attraverso in fretta gli spazi sterrati del mio Campo, sacrificati tra la svettante facciata in mattoni di S. Maria della Fava e la prepotenza delle case. Le fitte abitazioni lignee, hanno poche e strette finestre, un tetto spiovente coperto di paglia e il piano superiore che sporge sopra le calli fin quasi a toccare la casa controlaterale. Qui, in Campo della Fava, non si vedono certo i palazzi in pietra con cui i nobili sfoggiano potere e ricchezza a ridosso del Canal Grande, il mio è un quartiere artigiano. Il poco spazio sul Campo viene conteso dalle bancarelle che mettono in mostra le fave, per intenderci, i frutti a grosso legume nero che vengono acquistate dai passanti per alimentazione o per foraggio, e come oggetto di magia da coloro che le adoprano per allontanare dalle case i fantasmi.

Oltrepasso il canale su un ponticello di legno e bel bello lungo il sestriere di San Marco, percorro le mercerie in terra battuta. Per prima merceria del Salvatore ove costeggio la chiesa romanica; il suo portone è spalancato e di sfuggita posso lanciare un'occhiata all'interno: muri spessi e piccole finestre ne rendono buia e tetra la navata, tozze colonne sormontate da archi a semicerchio reggono un antico soffitto di legno i cui colori han perso ogni lucentezza. Girato l'angolo raggiungo la merceria istriana con le sue stoffe multicolori esposte in vendita sui banconi a cavalletto.

Non appena imbocco l'inizio della stretta e lunga Calle Spadaria ecco sullo sfondo uno spicchio della Basilica, una stretta fascia verticale adorna di medaglioni scolpiti. Salgo i gradini che sopraelevavano la Piazzetta dei Leoni e faccio una breve sosta, seduto sul bordo del pozzo ad osservare la Basilica d'Oro.

E' uno spettacolo che toglie il respiro! Edificata intorno al mille sullo stile delle chiese dell'oriente bizantino, ricca di sculture policromatiche e di motivi floreali, la Basilica è un tripudio di cupole dorate le cui rotonde simmetrie comunicano un senso di pace profonda; parrebbe di avere davanti agli occhi, trapiantata a Venezia, una copia del maestoso Apostoleion edificato a Bisanzio da Costantino il Grande. Le mura massicce, interrotte dalla magia colorata di piccole vetrate al centro degli archi, sono sorte sulla reliquia del corpo di San Marco trafugato ad Alessandria d'Egitto da due mercanti veneziani. Per scongiurarne il furto la reliquia è stata nascosta nella Basilica in luogo segretissimo, talmente segreto che adesso nessuno sa più dove sia.

Seduto in cima al bordo del pozzo, fermo lo sguardo dritto davanti a me sui quattro medaglioni della facciata nord della Basilica. Aguzzo le palpebre, socchiudo gli occhi fino a ridurli a sottili fessure, minuzioso osservo le loro figure scolpite nella pietra.

Sono dei simboli magici, segni in codice che fanno riferimento a significati smarriti, ricordano e richiamano tutto un mondo nascosto che corrisponde loro su un piano più elevato: maestosamente assiso sulla sfera c'è un pavone che dispiega la ruota dai cento occhi, che significherà mai?

In un altro c'è un leone. Azzanna la spalla di un uomo che lo affronta a spada tratta, altro mistero.

Nell'altro ancora un leone beato e sorridente che avanza fra due querce, un uomo lo cavalca suonando il flauto.

Questi medaglioni mi rimangono oscuri nonostante tutti gli sforzi del mio intelletto e non mi resta che sperare in una improvvisa rivelazione interiore, la sola che potrebbe fornirmi la chiave per decodificarne l'arcano linguaggio.

Intanto, ho già una traccia. Nel medaglione in basso alla mia destra è scolpito un uomo nudo con la testa girata all'indietro ed il codino sui capelli; costui brandisce in aria una spada sguainata e cavalca un essere mostruoso, una cavalcatura con un solo corpo e due teste, l'una di cane l'altra di ariete. Ebbene ne conosco il significato. Chi me l'ha consegnato? Maestro Bernardo da Treviso, l'architetto zoppo della Basilica d'Oro. Proprio lui. Poco prima di stabilirsi a Zara per la progettazione della cattedrale di S. Anastasia, egli mi rivelò come questo medaglione nascondesse in realtà tre princìpi magici: il cane che digrigna i denti rappresenta il "Sale", l'ariete rappresenta lo "Zolfo" e l'uomo con la testa curiosamente girata il "Mercurio".

Indietro nel tempo rivedo il volto squadrato di Mastro Bernardo e odo la sua calda voce che mi ronza nelle orecchie biasimando l'impazienza del mio carattere frivolo e fin troppo estroverso:

"Come nella giusta stagione il contadino semina sotterra il granello dorato del frumento, lo innaffia di giorno in giorno, e con pazienza attende che il seme muoia affinché possa germogliare e portare molto frutto, così tu altrettanto assiduamente... senza fretta... dovrai coltivare nel tuo recinto interiore l'immaginario della Stregoneria".

Ebbene sì, mi diletto di Stregoneria! Nel novero di quei veneziani d'animo indipendente, impertinenti al punto di rinunciare alla vita tranquilla in favore della tanto cara libertà, or dunque figuro anch'io: Petrangèsio... Mago Vanesio, nella vita artigiano di mestiere e mosaicista della Basilica d'Oro.

I miei precedenti sono già abbastanza conditi per collocarmi in vago sospetto agli occhi dell'Inquisizione. Purtroppo, sopra il grosso collo, la mia bocca carnosa è perennemente smaniosa di parlare con tutti e di tutto e, quel che è peggio, non mi è facile trattenermi nemmeno davanti agli argomenti più proibiti. Così sono vittima predestinata della mia innocente passione per le ciacole, amo chiacchierare per ore ed ore senza stancarmi, acuto e spiritoso nei giochi di parole e nell'evocare all'occasione la celata saggezza dell'umorismo. Comunque sia, le doti di brillante parlatore mi hanno reso simpatico alla gente e nella rete delle mie conoscenze figurano persone di ogni età e condizione, dagli umili pescatori ai gioiellieri di Rialto, dai giovani manovali ai nobiluomini, dalle cameriere ai mercanti d'Oltremare. Curioso fuori misura, sono attirato morbosamente da tutti gli avvenimenti mirabili, straordinari o soprannaturali e bramo stringere amicizia con i soggetti più strani apposta per udire ogni volta un nuovo eccitante racconto.

La smania di conoscere è una passione che risale alla mia infanzia quand'ero solito passare il tempo sul molo ad ascoltare i marinai di ritorno dall'Oriente, storie qualche volta vere e qualche volta inventate ad arte per sbalordire la mia vulnerabile fantasia di fanciullo. Gli ambienti e i personaggi di quei racconti si coloravano di emozioni e prendevano vigore per dimorare nel magico mondo dei miei sogni ad occhi aperti. Quando si giocava alla guerra fra bande di ragazzini il mio eroe preferito era l'Imperatore dei Mongoli, il famoso conquistatore Tartaro che alla testa della sua mobilissima ed invincibile cavalleria aveva messo insieme il più grande impero mai esistito, esteso da un confine all'altro della terra. Non sapevo che il suo nome fosse Gengis Khan: a dieci anni suo padre era stato avvelenato ed egli era entrato al servizio di un potente sovrano della Mongolia, poi quel piccolo orfano era cresciuto e aveva riunito sotto di sé le battagliere tribù mongole, si era scagliato in una furibonda battaglia contro le sue tribù convertite al Cristianesimo, e di conquista in conquista aveva sottomesso la Cina e sconfitto i russi.

Oggidì domino egregiamente la piazza, aggiornato su tutto ciò che si dice dentro e fuori città, e si può ben dire che pochi in Piazzetta dei Leoni siano informati quanto me intorno ai più remoti ed insoliti argomenti. Per di più, quasi che d'istinto sapessi leggere le sorti, m'è capitato più d'una volta di predire avvenimenti che si sono puntualmente avverati, sicché le dicerie della gente hanno finito per attorniare la mia persona di un certo alone di magia. E devo ammettere che tempo fa, quando l'Inquisizione ancora non c'era, l'idea che la gente mi ritenesse un po' stregone non mi dispiaceva per niente, anzi mi divertiva. Tanto che volentieri approfittavo della credulità altrui, proprio così, come quella volta con la tecnica oracolare della piramide cabalistica quando fornii ad una ragazza, ma solo dopo un lungo e approfondito studio dell'anima, il numero esatto del giorno e del mese in cui avrebbe incontrato l'uomo delle sua vita. Ovviamente allo scadere del giorno fatale mandai all'abbordo un ragazzo scelto nella nostra allegra compagnia e opportunamente istruito su come assecondare i lati più riposti dell'indole della ragazza. Eh, per certi aspetti sono un po' burlone e rientro nella categoria di coloro che sono pronti allo scherzo ogni qualvolta se ne presenta una buona occasione ed il fine è pur sempre quello, farsi onore davanti agli amici più scapestrati; ripagato dai veneziani col nomignolo di Mago Vanesio.
Scherzi a parte, confesso che in verità pratico la magia Ecatea nei tre mondi dell'Ecate nera con la frusta, Ecate bianca con la spada ed Ecate rossa con la torcia. In pratica do vita all'incantesimo visualizzando l'oggetto del mio desiderio, affermandolo con una frase e concentrandomi sulla sensazione dell'energia; della vera magia Ecatea, quella per manipolare gli altri, parlerò più oltre... Spiegherò anche l'anatomia occulta del Caduceo e i sette cancelli magici che si aprono solo con le domande: Perchè? Quale? Come? Chi? Cosa fare? Dove? Quando?
E dire che già da un pezzo avrei dovuto mettere la testa a posto, sono nato a Venezia nel 1222 ed ho 28 anni, anche se non li dimostro, sia per il mio aspetto giovanile sia appunto per i miei modi da eterno ragazzino.

Malauguratamente con il funesto avvento dell'Inquisizione le cose sono cambiate di brutto e mio malgrado sono costretto a mettere a freno l'innata spensieratezza. Fatalità ho smesso di scherzare, massimamente perché mi ritrovo a dover custodire tra le mani un gravoso segreto che nessuno, proprio nessuno, deve assolutamente scoprire.

Un nugolo di bambini laceri e scalzi invade la Piazzetta dei Leoni, mi assale, mi ronza intorno, schiamazza ponendo fine alle mie meditazioni sui quattro medaglioni della Basilica. Salto giù dal bordo del pozzo e proseguo per la mia destinazione, imbocco un ponticello, percorro una stretta Ruga e un vasto Campo, sorpasso un altro ponticello, rallento e cammino lungo il canale delle Fondamenta.

Eccomi davanti S. Giorgio dei Greci, la chiesa greco-ortodossa tutta tappezzata all'interno da icone d'intensa e straordinaria bellezza. Appena dopo il suo campanile scorgo degli operai intenti a sgomberare le macerie di una torre diroccata. Con aria interrogativa mi rivolgo a uno di loro, è un mio caro amico, un sedicenne dagli occhi chiarissimi; lo interrompo mentre sta caricando mattoni su una carriola di legno:

«Ciao Rafael, che è successo?»

Il ragazzo solleva l'ovale perfetto del suo volto e lascia cadere sul mucchio il mattone che ha fra le mani:

«E' crollato il piano superiore, la torre era vecchia come la Torre di Babele».

«Di nuovo il crollo di un edificio in pietra! C'era dentro qualcuno?»

«Sì un condannato, un eretico di nobile famiglia con il suo guardiano. Abbiamo estratto il cadavere del guardiano. L'eretico invece era sepolto vivo sotto le macerie, siamo riusciti a trarlo in salvo», sottolinea con un sorriso.

«Prima dell'arrivo dell'Inquisizione non si sentivano neanche nominare e invece adesso... sembra che la città pulluli di eretici da ogni parte».

«Ma è vero, basta girare l'angolo e zac alla prima locanda trovi il covo» e riprende a caricare i mattoni sulla carriola.

«Quale locanda?» chiedo irrequieto.

Si ferma e mi fissa con i suoi luminosi occhi celesti, ho la sensazione che possa leggermi nell'animo e distolgo lo sguardo nel timore di fargli intuire le mie intenzioni.

Rafael bisbiglia piegando in avanti il busto:

«Il Mastino di Khorassan è il ritrovo degli stregoni di Grecia. Ho sentito dire che per riconoscersi fra loro portano una benda nera sul capo».

Il Mastino di Khorassan... ecco l'informazione che attendevo con ansia, ci vado subito senza perdere altro tempo.

Lungo la Calle mi precipito in Salizzada dei Greci e laggiù, in fondo alla via trovo appesa l'insegna della mia locanda, un cane nero su una tabella viola.



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La locanda ha per struttura portante un'ossatura di pali che dà stabilità alla costruzione, mentre un muro di mattoni e terra secca mista a gesso riempie gli spazi quadrati, rettangolari e triangolari, che l'impalcatura delimita. Le piccole finestre sono un mosaico di vetri colorati uniti da una grata di strisce di piombo. Il piano superiore sporge sopra il pianterreno per dare riparo in caso di pioggia e su un angolo dell'edificio si proietta in fuori una piccola sala accessoria dotata di un proprio tetto, appuntito come il tetto principale e sormontato da una bandierina viola. Noto sulla bandierina un cerchio con ai lati due falci di luna )O(

Oltre la soglia vengo investito da una ventata d'aria calda, carica dell'odore del pesce che cuoce per il pranzo di mezzogiorno. Tra la chiassosa baraonda dei marinai cerco subito qualcuno che porti sul capo la benda nera. Un uomo da solo sul tavolo all'angolo è intento a mangiare con incredibile voracità, strappa con i denti grossi brandelli di carne mentre tiene con le mani le estremità dell'osso. Potrebbe avere su per giù la mia età. Ha la veste lunga, la barba corta e riccia, la carnagione appena scura e gli occhi grandi ed espressivi, si vede lontano un miglio che è un greco. I capelli neri ricci e lunghi sulle spalle sono cinti sulla fronte dalla fatidica benda nera.

Ostrega, l'eretico!

Mi guardo bene intorno e controllo se ci sia per caso qualcuno che mi conosce. Nessuno. Bene, allora con andatura sciolta e disinvolta porto due coppe colme di vino al suo tavolo, la mia invadenza trova giustificazione nel fatto che i posti liberi a sedere sono pochi.

Mi siedo e inizio a parlargli cordialmente:

«Benvenuto a Venezia, amico».

Egli non mi degna di uno sguardo e continua a fissare la sua enorme bistecca al sangue, più cruda che cotta.

Proseguo:

«E' per me un vero peccato ignorare la tua lingua, io so che tra i greci v'è una così illustre serie di grandi poeti, basti nominare Virgilio, Orazio...».

Il greco esibisce una leggera smorfia. Faccio una breve pausa in attesa di risposta ma egli non dice nulla.

Mi gratto il collo e aggiungo avvicinandomi al suo orecchio:

«Mi trovo nella necessità di tradurre un papiro greco in mia custodia. Intendo proporti il lavoretto di traduzione, non hai che da fissare il prezzo, guarda che sono disposto a ben pagare...».

Il greco alza finalmente gli occhi e mi scruta con aria diffidente, ma subito ricomincia imperterrito a succhiare l'osso.

«Eh eh, anche i sordi sentono suonare l'argento. La traduzione è un lavoro facile, anzi facilissimo, tu leggi e io scrivo, devi solo avere un po' di pazienza, sai... io scrivo molto lentamente. Però alla fine ti porterai a casa un bel gruzzoletto, credimi è proprio un affare d'oro», detto questo per un po' non mi azzardo ad importunarlo, lo lascio finire di mangiare.

Sono già arrivato al nocciolo della questione e ancora non so se intenda o no la mia lingua... di solito gli eretici sono gente istruita, spero tanto che questo non sia un analfabeta.

Appena finisce di azzannare il cibo afferra il vino che gli ho offerto e senza staccare la bocca dal calice lo tracanna d'un sol fiato fino all'ultima goccia, si asciuga le labbra e finalmente mi fa udire la sua voce, in un veneziano dal pesante accento greco:

«Di che tratta?»

«Tratta di Stregoneria» accenno candidamente strizzando l'occhiolino e cercando di cogliere qualche segno d'intesa nella sua espressione.

«Mhm».

«Arabeschi, più o meno arabeschi - dissimulo agitando in aria le dita -. Non ha importanza se non ne intenderai il senso, mi basta la traduzione letterale. Ma tu sai leggere bene?»

«Certo, ho letto e riletto gli Inni di Orfeo e come me, ben pochi li conoscono tutti a memoria», replica secco.

Faccio un sospiro di sollievo e sfodero sulla punta delle labbra un sorriso pieno di soddisfazione.

Non soltanto costui sa leggere ma addirittura è uno dei rari che abbiano letto qualcosa di diverso dalla Bibbia, conosce a memoria un libro di inni che sfugge al monopolio letterario della Chiesa; lo sapevo, lo sapevo, gli stregoni sono spesso degli eruditi, è proprio l'uomo che fa al caso mio, anche se a dire il vero... continuo a percepire questa sua manifesta ritrosia e scontrosità.

Entrambi continuiamo a pesare ad una ad una le parole e non facciamo altro che studiarci a vicenda, io non intendo certo rivelargli il mio nome o il mio lavoro, né il greco d'altra parte mi fornisce alcuna notizia sul suo conto, non si sa perché sia a Venezia, né da dove venga o dove sia diretto.

Poi, con un cenno il greco chiama al tavolo l'oste tarchiato che è apparso dietro il banco, anche lui è un connazionale e porta la benda nera sul capo. Il mio commensale gli parla in greco, paga il conto e gli consegna una lettera con dei vistosi sigilli in cera.

Infine il greco mi guarda negli occhi e conclude:

«Tradurrò il tuo papiro. Vieni da me fra un'ora. Mi sta bene di leggere qualcosa di nuovo, anche se non ne avrei il tempo... ho fretta di ripartire da Venezia».

Premura ne ho anch'io, da più di un mese corro dei rischi non indifferenti col sobbarcarmi la custodia e le incognite del prezioso documento. Il Papyrus di Micca, stilato dalle streghe a dire del libraio, è un trattato scampato miracolosamente all'incendio appiccato dai primi cristiani alla grandiosa Biblioteca di Alessandria, ricca di più di 100.000 volumi. Sfogliandolo nella libreria del mio sestriere vi avevo scorto delle figure di alambicchi sormontati dai segni magici dell'oro per cui ho sottoscritto una cambiale senza interessi e l'ho acquistato prima che venisse sequestrato dall'Inquisizione e finisse definitivamente bruciato.

Come mai un artigiano come me sa leggere e scrivere? Quattordicenne, ho fatto un anno di novizio in un convento di frati. Sì, è così. Però scaduto l'anno di rito, una settimana prima di pronunciare i tre voti di obbedienza povertà e castità sono scappato dal convento a gambe levate. Sarò pure un prete mancato, ma almeno so leggere e scrivere in volgare. Il latino? No, non ho fatto in tempo a studiarlo e tanto meno il greco. Purtroppo a questo mondo gli unici che sanno leggere il greco fanno parte del clero, cosicché non é facile, in tempi di Inquisizione, trovare qualcuno disposto a tradurre un testo proibito.

Ma io ho scovato un personaggio affidabile in questo paganus Orpheus. Il fatto che egli sia uno stregone mi dà un consistente margine di sicurezza perché equivale alla garanzia di non venir denunciato: è logico, fra stregoni non ci si denuncia. E già, perché oramai devo abituarmi anch'io a portare l'etichetta di stregone, benché, devo specificare, ciò cui miro non sono le contorte introspezioni magiche di Mastro Bernardo. Al diavolo la mia biasimevole impazienza e la semina del contadino, ho altri obbiettivi per la testa e tutt'altro che frivoli. Certo, grazie al Papyrus di Micca conto di riuscire a decifrare tutti e quattro i medaglioni magici della Basilica d'Oro ma non intendo accontentarmi di questo. Conosco fin troppo bene l'ostinata puntigliosità del mio carattere e so come essa sia capace, pur d'ottenere lo scopo, di condurmi a sfidare anche il mortale pericolo dell'Inquisizione. Nel novero dei mosaicisti della Basilica sono quello che ha l'incarico di fondere usualmente l'oro per farne lo sfondo dorato dei mosaici e così a forza di veder scorrere sotto i miei occhi quel metallo nobile e lucente ho finito per bramarlo avidamente, più di ogni altra cosa al mondo.

L'arte della magia mi consegna nelle mani una fantastica opportunità, non intendo per niente lasciarmela sfuggire e pur di realizzarla sono pronto a venire a patti anche col demonio: voglio fabbricare l'oro! Oro a palate! Troverò il modo di produrlo magicamente. Che me ne importa se sarò costretto a vendere l'anima, in cambio del commercio col diavolo diventerò ricco e straricco. L'inferno è dopo morti, il paradiso sarà invece per me un luogo sulla terra: andrò a fare la bella vita nella Contea di Provenza, potrò circondarmi di lusso e belle donne.

Perché non mi accontento dell'onesto, di quel po' di positivo che ho costruito nella mia vita? Sì d'accordo, sono stimato e rispettato all'interno della mia Corporazione ed il salario di artigiano addetto ai mosaici è sicuramente superiore a quello di un semplice manovale, ma non posso certo affermare di nuotare nell'oro. La magia invece mi permetterà di raggiungere possibilità economiche superiori a quelle di un agiato nobiluomo. In effetti, ragioniamo seriamente, per un artigiano esiste forse alcun mezzo lecito per ottenere la ricchezza?

E' poco probabile che mi scoprano. Ai Provenzali non verrà in mente di indagare l'origine dei miei acquisti smodati né ai veneziani di sospettare una mia attività di falsario; non lascerò alle spalle alcuna prova contro di me, dacché di notte, di nascosto, potrò usufruire della fucina del nostro stesso laboratorio di mosaicisti. E' un rischio calcolato che vale la pena di correre, ho ben studiato il mio piano.

E' giunto il momento di rompere gli indugi: accetto il patto col demonio!



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All'appuntamento col greco vado per prudenza senza il papiro. In sua vece, forte del motto in vino veritas sto portando con me una piccola damigiana di vino, confido in tal guisa di sciogliergli la lingua.

La sua reticenza insospettisce un po', non intendo fidarmi subito ciecamente, è preferibile continuare a sondarlo ancora. Gli avevo proposto di vederci nelle isole della Giudecca, ma ha voluto per forza scegliere lui il luogo dell'incontro, la camera che ha affittato al piano superiore dell'albergo al Pellegrino.

Da Piazza S. Marco costeggio le Fondamenta lungo il canale alberato, oltrepasso baldanzoso il ponte e supero con passo elastico le rivendite dei macellai assiepate lungo la Frezzeria.

Dopo il Campo striscio sotto la facciata della Scuola di S. Girolamo nota anche come Scuola della Buona Morte in quanto i suoi membri hanno il funesto incarico di accompagnare i condannati a morte sul luogo dell'esecuzione. Mi tocco le palle in gesto scaramantico. Assai più della morte temo l'in pace, formula infida che cela la condanna ad essere murati vivi in una strettissima cella di pietra, stesi sui propri escrementi ad attendere il pane e l'acqua dall'unica fessura sulla parete.

C'è nell'aria di che stare all'erta. Gli Inquisitori spiano le minime mosse dei sospetti come un nugolo di avvoltoi volteggianti: compiono larghi giri sulle teste dei malcapitati in attesa di sfiorare a volo radente la vittima predestinata, farle udire il sinistro fruscio d'ali della morte e al momento opportuno, piombare a strappargli la lingua e gli occhi. Poi comincia il lugubre banchetto e a turno gli avvoltoi ficcano la testa nel posteriore della vittima, vi allungano il collo spennacchiato e tirano fuori col becco le budella.

Con la testa nel buco del culo, come gli struzzi con la testa sotto la sabbia, gli Inquisitori riescono nonostante tutto a non vedere la loro crudele violenza e a giustificare la sopraffazione di esseri umani che semplicemente la pensano in modo diverso. Sicché, quando devono eseguire le condanne, consegnano gli eretici al braccio secolare che spande in loro vece quel sangue di cui gli Inquisitori hanno sacro orrore di macchiarsi.

All'una e mezza in punto come d'accordo sono già sul luogo destinato. La corte è piena della spazzatura e dei rifiuti gettati dalle porte e dalle finestre. L'alloggio del greco è al primo piano, in cima ad una lunga scala esterna che sporge sulla facciata in legno dell'albergo al Pellegrino. Alla base della scala, come in tanti edifici veneziani è scolpita sul ceppo la ruota della fortuna.

Immagine profana oltremodo di buon auspicio, essa mi ricorda le scadenze del tempo necessario in stregoneria al compimento delle operazioni magiche: finalmente è arrivato il mio momento, tra non molto pagherò la cambiale con le briciole del mio oro, ancora quel mezzo giro di ruota e dal basso verso l'alto la fortuna mi catapulterà negli agi, tra gli uomini ricchi e potenti!

Sono euforico e benché gravato dal peso della botticella salgo la scala a grandi passi, trovando subito a sinistra la camera del greco.

Busso, nessuno apre.

Forse prima di aprire il greco vuol sentire la mia viva voce.

Busso di nuovo e grido:

«Ehi greco, apri! Sono io, non c'è nulla da temere».

La porta si spalanca all'improvviso, impallidisco. Cinque sbirri vestiti di nero mi fissano dall'interno affollato della camera. Resto di sasso.

Dunque il greco era una spia, dov'è finito quell'infame?

Lo sbirro che ha aperto la porta mi afferra bruscamente per un braccio e mi trascina dentro. La camera è completamente a soqquadro, stanno cercando qualcosa e hanno sventrato anche il materasso di paglia.

Scorgendomi paralizzato dalla paura, il loro capo esordisce ironicamente:

«Complimenti per la puntualità, aspettavamo con ansia la tua visita di cortesia, ma guardate che gentile... ci ha portato del vino il buon vignaiolo!».

Però deve lottare energicamente per togliermi dalle mani la botticella, al che gli altri sbirri scoppiano in una fragorosa risata.

Devo subito escogitare un alibi, anche se il greco ha fatto la spia gli sbirri non hanno in mano la prova, il Papiro di Micca.

Raccolgo tutto il fiato che mi è rimasto soffocato in gola e replico tremando come una canna:

«Il greco... giuro l'ho visto oggi per la prima volta, l'ho incontrato alla locanda, gli piaceva tanto il vino veneziano che ho pensato di... lo vedete voi stessi, sono venuto a vendergli questa botticella di buon vino, viene dal mio sotterraneo».

«Ottimo, sei in arresto».

«Perché?», protesto.

«Sbattetelo al fresco!», due di loro si precipitano, mi legano le mani e mi trascinano verso la scala.

Ho appena il tempo di voltarmi a fissare la botticella del vino e replicare scalpitando:

«Ehi, ehi, la porto con me al fresco: nei sotterranei del Palazzo si conserva meglio», terminando la frase con tono distaccato.

Si va al Palazzo Ducale, i due sbirri mi tengono a braccetto, camminano frenetici in mezzo alla gente, a passi larghi e rumorosi, giunti al portico bizantino dell'ingresso scambiano messaggi con le guardie, mi scortano attraverso corridoi sontuosi affollati da nobili che vanno e vengono, entriamo infine in uno stanzone enorme, equivalente in ampiezza ad una piazza, ma è vuoto non c'è proprio nessuno.

Gli sbirri si bloccano bruscamente, ricevo ordine di sedermi nell'angolo.

Non avevo mai messo piede in questo immenso salone, lungo duecento piedi e alto almeno cinquanta. E' la Sala del Maggior Consiglio, centinaia di sedie vuote occupano ogni spazio ricavabile. Ammiro con stupore le decorazioni dell'imponente soffitto... sbalordito per la grandiosità degli affreschi alle pareti laterali, ma soprattutto intensamente colpito dalla maestosa ampiezza di questo ambiente illuminato a giorno da altissime finestre. A bocca aperta muovo lo sguardo in alto e a destra e a sinistra.

Echeggiano dei tacchi. Si ferma trafelato davanti a me un nobile mai visto, ha una sopravveste ampia, aperta sul davanti, provvista di maniche larghe e lunghissime, ornata di ricami e foderata di pelliccia. A confronto la mia sbiadita tunica bicolore, azzurra e rosso mattone, evoca tutta la distanza sociale che ci divide.

Costui mi squadra attentamente da capo a piedi:

«Gli abiti colorati non ti sono consentiti».

E ordina agli sbirri:

«Perquisitelo!».

I due frugano dappertutto la tunica, ma non trovano nulla.

Il nobile scompone i lineamenti per il disappunto e urla:

«Dov'è lo scritto!»

«Quale scritto?»

«Sei duro di legname? La lettera, dov'è la lettera...», insiste con impazienza.

Sono scombussolato, tutto mi appare incomprensibile:

«Come? Non capisco che... Una lettera, io non ne so niente».

«Avanti, dimmi dove l'hai nascosta».

«State sbagliando persona».

Il nobile se ne va in fretta facendo un gesto di stizza con la mano, come per mandarmi al diavolo.

Giunto a metà del grande salone deserto si ferma come per un ripensamento, si gira verso gli sbirri e strilla:

«Gli avete sequestrato del sale?»

«No, signore», rispondono solerti.

Appena scompare alla vista domando agli sbirri chi fosse colui, ma quelli non si degnano manco di rispondere, mi sollevano per un braccio e dall'immenso salone mi spingono attraverso uno stretto pertugio, tanto angusto, che vi può passare solo una persona alla volta ammesso che vi si immetta di sbieco. Il pertugio conduce ad un corridoio buio e tetro, seguono delle ripide scalette che scendono al piano sottostante, poi altra rampa a zig zag e altro piano, calcolo che siamo al piano della Loggia. Scendiamo una decina di gradini, giriamo l'angolo, altri dieci gradini più in giù. Causa la scarsità di luce cammino sempre più tentoni, sui gradini viscidi di muffa e umidità a un tratto scivolo... ma con uno scatto dei riflessi ritrovo l'equilibrio, per un pelo non ruzzolavo dalle scale.

Ecco le prigioni. Nell'imboccarne il corridoio, fiocamente illuminato in alto da poche finestrelle strette e orizzontali, percepisco un odore di putredine e mi assale a colpo l'impulso di vomitare. Il camminamento abbraccia esternamente una decina di celle, è poco più largo di tre piedi e se allungassi il braccio in alto potrei quasi toccarne la volta.

Ma che succede! Si scende ancora. Ancora più giù?

Cinque gradini, dieci gradini. Siamo al livello del mare, il pavimento del corridoio è lì lì, massimo una ventina di centimetri più in sotto della superficie dei canali.

Attraversiamo un camminamento che si inoltra nel labirinto. Le porticine delle celle sono alte solo sette piedi, le hanno studiate apposta per costringere il prigioniero a piegarsi a metà quando esce, un espediente che gli impedisce di attaccare frontalmente i suoi guardiani.

Siamo a destinazione, ci fermiamo in una guardiola. Sul tavolo vedo sparsi numerosi sacchetti di sale, probabilmente frutto di un illecito commercio e sequestrati in qualità di merce soggetta al monopolio di Stato della Camera del Sal.

Inizia a piovere, attratto dall'improvviso ticchettio della pioggia sul vetro alzo lo sguardo in alto verso le due strette finestre orizzontali. Fino ad un momento prima ero stordito e offuscato da un mulinare di idee confuse ma ora, in questa breve attesa, la mia testa comincia a lavorare con estrema lucidità e improvvisa si affaccia sul baratro una certezza agghiacciante: i Pozzi.

Erano i Pozzi delle prigioni speciali, destinate a coloro che fossero passibili della pena di morte, più che prigioni nell'immaginazione della gente erano delle vere e proprie tombe.

Arriva Cengio. I due sbirri mi consegnano nelle sue mani. Una vicina torcia appesa al muro mi consente di rimirarlo con curiosità, tanto è grottesco. Pancia laida sporgente e grandi mani ciondolanti, testa completamente rapata con orecchino infilato all'orecchio sinistro, profonde e nere occhiaie intorno agli occhi, e sul viso una specie di sorriso ebete e sardonico disegnato dalle rughe. Cengio mi invita a seguirlo. Senza scomporsi mi conduce alla cella, apre la porticina in legno, apre quella in ferro e fa cenno con la testa di inchinarmi per entrare. Esito, lo guardo in faccia ancora una volta e oltrepasso la soglia.









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C'è qualcuno dentro la cella e appena gli occhi si abituano all'oscurità riconosco il greco disteso sul tavolaccio.

«Spia!», gli grido con impeto.

Il greco si alza di scatto e mi si avventa contro, mi sbatte con le spalle al muro, afferra il collo e stringe le mani per strangolarmi:

«Veneziano di merda!».

Lo prendo per i capelli fin quasi a strapparli, ma non molla. Mi sento soffocare... gli ficco i pollici in bocca, li uncino e tiro ai due angoli delle labbra stendendo con forza l'orifizio, la sua espressione si muta in una maschera di dolore. Cede, riesco a liberarmi dalla morsa. Il greco prende allora a tirarmi calci con gli stivaletti da caccia. Paro i colpi. Gli afferro una gamba e lo sbilancio. Si accascia in terra, rimane immobile e muto, seduto sul legno del pavimento.

Mi pulisco la veste con la mano e commento con freddezza:

«Quando ti hanno acciuffato potevi risparmiarti di tirarmi in ballo».

«Di te non ho parlato. Semmai la spia sarai tu - e si rialza in piedi puntandomi contro l'indice -. Tu mi hai denunciato!».

Sbalordito, replico in tono conciliante:

«Ma sei impazzito? Io una spia! In giro sapevano tutti del vostro covo segretissimo. Se siamo qui tutti e due, la spia non può essere uno di noi».

Anch'egli accenna un tono accomodante e si alza per sedersi sul suo tavolaccio:

«Gli sbirri avranno pattugliato la camera dell'albergo per attendere l'arrivo di complici. Se hanno preso anche te non è colpa mia».

Resto in piedi, muovo nervosamente le dita e dopo una breve pausa riaccendo la lite esplodendo a voce alta:

«Ma di sicuro tu hai parlato con qualcuno del mio manoscritto e quel qualcuno ci ha denunciati, nessuno sapeva del mio papiro, nessuno!», e tiro con rabbia un pugno contro la parete.

«No! No! Immaginarsi se vado a parlare in giro del tuo papiro del cazzo!».

Mi siedo sul mio tavolaccio:

«Spero sia vero, comunque adesso sospettano anche me e soltanto per aver frequentato uno stregone».

«In tutta questa faccenda la stregoneria non c'entra».

«Come no, è inutile cercare di nasconderlo, - indico a braccio teso la sua testa - so benissimo che quella benda nera è il vostro segno di riconoscimento».

«O Numi, i veri motivi del mio arresto sono politici. Qualcuno è stato pagato dal governo per consegnare accuse di eresia al Tribunale dell'Inquisizione, ma si tratta solo di un espediente per farmi fuori più alla svelta. Sono un nemico dei veneziani», ribatte.

«Ma allora tu sai chi è stato a fare lo spione?», lo incalzo.

«No!», risponde secco.

«Se le cose stanno così non lo sapremo mai, il nome di chi sporge denunzia alla Santa Inquisizione rimane segreto per regola. E' vano sperare che lo dicano».

«A che gioverebbe saperlo oramai, - aggiunge in tono amareggiato - uscire da qui è impresa più ardua che uscire dal Labirinto di Cnosso».

Mi concedo una pausa di ripensamento e cerco di fare un po' di ordine nella mia mente sconvolta: se voglio salvare la pelle mi conviene lasciar perdere ogni inutile ostilità e mostrarmi suo amico, solo così potrei convincerlo a giurare il silenzio sul manoscritto di Micca.

Cerco di consolarlo:

«Non è detta l'ultima parola... come hai detto che ti chiami?».

«Zagreo».

«Ascoltami Zagreo, il momento decisivo sarà l'interrogatorio, a quel punto potremo tagliar la testa al toro con i trucchi dell'arte retorica!», con entusiasmo.

«Tagliare la testa al toro? Ma di che parli... del Minotauro?»

«E' un modo di dire veneziano, significa togliere di mezzo gli ostacoli e porre fine risolutamente ad una questione».

«Che stranezze».

«Viene dalla cerimonia del Giovedì Grasso».

«Mi pareva, i veneziani hanno in mente solo il Carnevale», aggiunge acido e continua a fissare la nuda parete.

«E' una vecchia storia. Inizia un secolo fa quando Ulrico di Treffen, Patriarca tedesco di Aquileia e gran devoto dell'Imperatore, se la prese a morte per via di una bolla papale che assegnava tutta la Dalmazia al Patriarca veneto di Grado. Ulrico di Treffen assalì Grado mentre i Veneziani erano impegnati nella guerra contro i Ferraresi, ma prontissimo il Doge sbarcò in armi, catturò il Patriarca nemico e lo condusse prigioniero a Venezia, assieme a dodici canonici».

«E allora?».

«Per chiudere la disputa e tornarsene in Friuli quei tedeschi furono obbligati ad un umiliante riscatto: un toro e dodici maiali.

Ecco che da quella volta la celebrazione della vittoria segue ogni anno lo stesso rigido rituale. Il Giudice, di fronte al toro e ai maiali schierati nella Piazzetta, emette la condanna capitale e ne affida l'esecuzione ai fabbri agghindati a festa con ghirlande bandiere e trombe. Un nerboruto rappresentante della corporazione si fa avanti con la sciabola. E' un momento di grande trepidazione. Il toro scalpita al centro, trattenuto da una corda. Il fabbro si concentra, sferra un colpo violentissimo e taglia di netto la testa al toro. La folla grida eccitata e applaude la testa che rotola sanguinante mentre la spada si ferma giusto a un palmo da terra».

«Quest'anno metteranno te al posto del toro», commenta il greco abbozzando una risata sarcastica mentre si distende nel suo letto.

La nostra cella, a parte i due stretti tavolacci sui sostegni di pietra, non contiene altro mobilio che un secchio di legno nell'angolino destinato ai bisogni corporali. Grossi lastroni di marmo formano le pareti che danno sul corridoio mentre le pareti confinanti con le altre celle sono probabilmente di mattoni, il tutto è comunque rivestito in legno. La cella non ha finestre, ma appena sopra la porticina c'è la nostra unica sorgente di luce, un buco rotondo largo una spanna e dotato di inferriata a croce.

Il greco si sta a poco a poco calmando. Dalla sua posizione stesa solleva in aria il dito e indica sulla parete, all'altezza di poco più di un metro da terra, una specie di ferro di cavallo del diametro di circa 12 centimetri.

Sporge con i due estremi paralleli:

«A che serve?».

Mi preoccupo di non spaventarlo, non vorrei gli venisse voglia di spifferare tutto, papiro compreso, e invento lì per lì una frottola:

«Ah quello, serve per legare i polsi ai prigionieri quando devono frustarli», accenno in tono evasivo.

In realtà conoscevo benissimo la sua orribile applicazione.

Il prigioniero veniva fatto sedere su uno sgabello, con le spalle appoggiate al muro e con il collo bloccato entro il ferro di cavallo. Sotto il mento si faceva passare un nastro di seta e i suoi due capi venivano infilati in un anello fissato alla parete. Attraverso l'anello il nastro di seta poteva scorrere agevolmente mentre veniva avvolto su di un marchingegno a ruota portato dai carcerieri. La trazione, causava lo strangolamento del condannato.

Pesanti e interminabili silenzi seguirono nelle ore successive.

Calma tediosa.

Un'atmosfera greve di lamenti taciuti.

Ancora silenzio...

Sento un peso sullo stomaco, mi manca un po' l'aria.

Niente.

Non abbiamo più nulla da dirci.

E sì... parlare di che cosa? Il peso sullo stomaco, l'aria che mi manca? Ma no.

Non abbiamo proprio niente da dirci.

Tanto...

Qui non succede nulla, è tutto così immobile.

Stesi sui nostri giacigli con le mani dietro il capo evitiamo perfino di incrociare lo sguardo, ma col mio carattere questo mortorio è sempre più insopportabile, non ce la faccio più, la tensione è insostenibile.

Mi decido a rompere il ghiaccio:

«Come mai sei tanto nemico dei veneziani?».

Zagreo solleva la schiena dal tavolaccio, si mette a sedere e risponde con un ruggito di orgoglio:

«Sono un greco di Candia. Dacché è caduta Bisanzio più di trecento famiglie veneziane sono sbarcate a spolpare l'isola e a noi greci, messi da parte in ogni cosa, non resta che fare i servi dei vostri feudatari. Questo ti basta?».

«Ve lo siete voluto: quel vostro degno imperatore, Manuele Comneno, in un sol giorno fece arrestare tutti i veneziani di Bisanzio, per confiscarne gli averi ovviamente, e poi - mi sforzo di concludere in tono pacato - qualche anno più tardi permise che la follia dei greci massacrasse tutti i latini della città».

Zagreo sbatte le palme in uno schiocco secco e alza il tono:

«I bambini e le donne che i latini hanno fatto schiavi, vili scorribande su coste indifese. L'odio greco è antico...».

«E' inutile rispolverare vecchi rancori, - continuo senza scompormi - in fin dei conti, piuttosto che i Mamelucchi è meglio il dominio veneziano. Greci e Veneziani si somigliano: una la faccia, una la razza; non è il vostro proverbio?».

Si alza in piedi irritato:

«E no! Ti sbagli di grosso. Greci e veneziani sono ben diversi e da sempre in lotta l'uno contro l'altro, fin dai tempi della guerra di Troia».

«La guerra di Troia? Ma che c'entra», gesticolo sollevandomi a sedere.

«Ah certo, - scuote la testa - voi stessi non lo sapete... Omero citò la vostra alleanza con i Troiani quando ancora i Veneti erano insediati vicino a Troia, in Paflagonia».

«Pafla che?».

«Guidava i Paflagoni il forte cuore di Pilemene dalla veneta terra ove nasce la razza delle mule selvagge».

«Mai sentito».

«Magari invece conosci a mena dito la storiella di Elena?».

«Beh...».

«Immaginarsi se i più valorosi eroi della Grecia andavano a farsi ammazzare per una donna».

«Perché allora? Dimmelo tu, Omero!».

«L'oro fu il movente vero della guerra di Troia, le miniere aurifere del Caucaso. L'accesso marittimo alla regione era sotto controllo troiano. Libero approdo era concesso solo agli alleati Veneti, che vi raccoglievano l'oro alluvionale stendendo pelli di pecora sul fondo del fiume Rion. Achille era un vero greco mentre Agamennone era di stirpe veneta, voleva riappropriarsi delle terre anatoliche dei suoi avi.

La storia è la mia grande passione, io mi compiaccio nel dimostrare l’utilità della sua conoscenza, specie se si vuole capire a fondo il presente».

Predecessori veneti che facevano i cercatotori d'oro in giro per il Mar Nero, è veramente buffo! Chiedo a Zagreo di precisare quali fossero dunque i confini del loro regno.

Mi spiega che secondo Omero i Veneti erano stanziati nella Paflagonia, regione dell'Anatolia settentrionale affacciata sulle sponde del Mar Nero tra le acque nere del torrente Billaeus e le foci dell'impetuoso Halys. Nella zona litorale le lunghe e scoscese catene degli Eritini correvano parallele alle sponde del mare, lasciando spazio solo ad una stretta striscia di riva pianeggiante. Buona parte della costa era soggetta ad un continuo vento da nord che produceva un clima moderato, fresco e abbastanza piovoso, pure in estate. Sicché numerosi torrenti scendevano dai fianchi delle montagne mentre, nella regione interna, il fiume Halys traeva alimento sufficiente per forzare la via e per scavare gole profonde lungo un tragitto che abbracciava con una grande ansa l'altipiano anatolico. La Paflagonia confinava a ovest con i Mariandini, devoti alla dea Marian, e a est con il regno delle Amazzoni, le famose donne guerriere.

La mia fantasia si eccita subito al mitico nome delle Amazzoni, mi sa di nature selvagge, di istinti semplici e primordiali; comincio a trovare interessante l'argomento ed esorto il greco a fornirmi altre notizie su questi antichi Veneti d'Anatolia.









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Zagreo li dice noti ovunque per i magnifici cavalli che allevavano, una razza superiore ricercata perfino in Magna Grecia. Città principali erano la capitale Enete, famosa per il bosco di bosso, poi Sesamo, Crobialo e Cromma, importanti centri commerciali da cui partivano navi cariche di colorante rosso ocra, di metalli per uso bellico e di legname delle foreste di Citoro.

Il loro alfabeto era più antico di quello cadmeo. Erano dotati di vivida fantasia e di grandissima sensibilità musicale, specie nel suono della lira, dei cembali e del doppio flauto. I Veneti erano apprezzati per i loro fregi marmorei, per i tappeti, per le stoffe ricamate in oro e per la ricercatezza dell'arte orafa. Coltivavano i fiori e soprattutto le rose, con cui producevano oli essenziali per profumi ed unguenti. Vivevano entro città circondate da mura poderose con la pianta a stella, in case rettangolari formate da travi lignei ricoperti da tetti spioventi di canne di paglia. Sulla testa portavano tutti un copricapo simile a quello che ora è privilegio del doge e secondo la moda del loro paese portavano stivaletti alti fino a metà polpaccio.

I soldati veneti si distinguevano per l'elmo piumato formato da strisce di cuoio intrecciato, portavano piccoli scudi, pugnali e aste non lunghe sebbene all'occorrenza sapessero usare anche i giavellotti. Il loro re aveva cavalli bianchi come la neve e veloci come il vento, guidava un carro lavorato in oro e argento e possedeva armi così straordinarie che non parevano destinate a un mortale ma a un dio celeste.

«Guidava i Paflagoni il forte cuore di Pilemene dalla veneta terra ove nasce la razza delle mule selvagge». Il racconto ritorna sulla guerra di Troia e allora ne approfitto per farmi chiarire il destino degli alleati Veneti dopo la sconfitta troiana.

Come ben si sa, dopo i lunghi e aspri combattimenti descritti nell'Iliade, il troiano Antenore aprì le porte del cavallo di legno e vi fece uscire i guerrieri rinchiusi provocando la caduta della città ed il suo saccheggio. In cambio del tradimento, per ordine di Ulisse Antenore ed i suoi figli furono risparmiati.

Zagreo accenna all'insieme delle tribù anatoliche dei Cari, Misi, Lici e Lelegi, alleate di Troia come i Veneti e ugualmente colpite dalla sciagura. All'incendio di Troia seguì nel tempo la progressiva penetrazione dei coloni greci nelle coste anatoliche, i Micenei occuparono la Troade, i Dori occuparono il Bosforo, gli Joni scacciarono le tribù delle coste Egee e occuparono a nord le terre abbandonate dai Veneti.

«Perché abbandonate, dove erano andati i Veneti dopo la caduta di Troia?», mi chiedo.

Tloc, tloc. Passi cadenzati nel corridoio delle prigioni, si fermano davanti alla nostra porta. Lo spioncino si apre cigolando sui cardini rugginosi, qualcosa luccica, è la testa pelata di Cengio che si abbassa a guardare dalla fessura. Occhi cerchiati da profonde occhiaie ci fissano spalancati, è un istante, subito lo spioncino si richiude.

Questa visita inopportuna mi urta, fa tornare la paura, mi ripiomba nella dura realtà.

Il mio compagno ha interrotto il racconto. La sua voce ha il potere di trasportarmi fuori del tempo e lontano da qui, nel magico mondo degli eroi. Risveglia in me il vivo desidero di ascoltarlo per ore e ore, le sue descrizioni avvincenti mi entusiasmano, mi sembra quasi di tornare bambino, come quando andavo sul molo ad ascoltare le avventure dei marinai di ritorno dall'Oriente.

Zagreo riapre il racconto, stende il braccio e lo fa scivolare lentamente lungo un orizzonte immaginario...

«L'immensa schiera dei Veneti con a bordo i loro favolosi tesori, scomparve oltre il Mar Pontico.

Ucciso Pilemene per mano di Achille e rimasti privi di un capo, i Veneti in cerca di una nuova sede avevano accettato la guida del sopravvissuto Antenore. Costui ripercorse attraverso il Danubio la rotta solcata dagli Argonauti un paio di generazioni prima, più di mille anni avanti di Cristo».

Mi azzardo ad anticipare che di sicuro i Veneti saranno finiti in qualche falsa pista se Antenore, un traditore, li aveva guidati sulle orme di un viaggio fiabesco come quello della conquista del Vello d'Oro.

Quasi offeso, Zagreo minaccia di troncare la sua esposizione e rimarca che il viaggio degli Argonauti è storia vera, fedelmente descritta e compilata da Orfeo in 1400 versi.

Mi scuso e lo invito, quasi lo supplico, a raccontami dunque questo viaggio e anzi, per valutarne la veridicità, mi dichiaro disposto ad ascoltare uno per uno fino alla fine tutti i 1400 versi di Orfeo.

E va bene. Visto e considerato che per passare il tempo altre risorse non abbiamo, Zagreo si offre di illuminarmi sul percorso dei gloriosi eroi imbarcati su Argo. Argo, una nave in legno di quercia con due grandi occhi dalle ciglia ricurve dipinti ai lati della prua.

In tono pontificante e teatrale come avesse davanti a sé non un misero compagno di cella ma il pubblico forbito di una corte, egli si ferma con reverenza ogni qualvolta nomina un eroe greco.

Diomede capo della spedizione, un giovane alto e bello, con i capelli biondi lisci a coda di cavallo, vestito di una tunica aderente in cuoio e di una pelle di leopardo; era un principe, ma fu abbandonato in fasce e allevato dai centauri dei monti della Magnesia, la terra dal fogliame tremante. Orfeo, dalla Tracia, si era affrettato ad unirsi all'equipaggio: Orfeo l'aedo il cui compito non sarebbe consistito nel remare ma nel dare la cadenza ai rematori e allietare con la cetra la folta schiera degli eroi imbarcati. Ed eccoli: per primo il greco dalla forza prorompente e incontrollabile, Ercole con il suo scudiero Ila; il pilota Tiphys, i dioscuri Castore e Polluce, poi Calais e Zete figli del Vento del Nord, Bute l'apicoltore, Mopso che indossava un copricapo di piume d'uccello e aveva la lingua divisa in due dal coltello, e ancora Asterio, Fano, Idmone, il litigioso Ida e molti altri valorosi. Tutti votati alla conquista del Vello d'Oro, il mantello di lana dorata, appeso a una quercia della Colchide e proveniente dal sacrificio di un ariete alato.

Questa la rotta:

«Salpati e oramai lontani dalla Magnesia, stanchi di faticare sui remi di frassino, gli Argonauti fecero una prima tappa nell'Egeo settentrionale, in un'isola abitata solo da donne...».

«L'Isola delle Donne? - saltando sulla panca - Dimmi dov'è, che appena esco ci vado di corsa! Che bello, essere attorniato da uno sciame di donne che ti toccano e ti accarezzano e ti ronzano intorno assatanate come le api intorno al favo».

Mi è presa la voglia di scherzare, Zagreo è sempre così serioso, a pensarci bene trovo un po' ridicola tutta la sua boria.

Come se non avessi aperto bocca, egli continua a pontificare con il consueto tono da attore sul palco:

«Colà gli Argonauti, già al primissimo scalo, furono sul punto di scordar l'obiettivo giurato e in luogo di darsi anima e corpo alla nobile ricerca dell'aureo Vello, giacquero a letto chi con quella chi con l'altra, chi con l'una e l'altra. Quelle femmine avide di lussuria, tempo addietro erano state ripudiate dai loro uomini dacché emanavano un puzzo pesante ed insopportabile, ma le tapine si erano poi brutalmente vendicate uccidendoli tutti con... «.

«Con le scoregge?».

«No! Con le armi in pugno, perché gli uomini preferivano sposarsi le schiave trace».

«Ma quali armi, le armi delle donne te lo dico io quali sono: mona, tette e cul».

Zagreo si blocca, lascia cadere le braccia, protesta; le mie interruzioni lo infastidiscono, le trova insulse, dice che gli fanno perdere il filo.

Taglia corto, racconta che issando di notte una vela nera gli Argonauti elusero la sorveglianza del Bosforo e riuscirono a superare le insidiose scogliere dello stretto. All'alba, si aprì davanti a loro la vastità del Ponto Eusino e la nave Argo avanzò rapida nel vento come uno sparviero ad ali spiegate. Costeggiarono quindi la terra dei Mariandini e raggiunsero presto le coste dell'ospitale regione dei Veneti, la Paflagonia. Colà la nave fu lambita dalle correnti del Partenio che dolcemente scendeva nel mare e nelle cui tiepide acque, inghirlandate dai fiori dei prati, la dea Artemide amava rinfrescarsi di ritorno dalla caccia.

Ai primi raggi del tramonto doppiarono le rosse scogliere di Capo Carambi e costeggiarono a forza di remi la Grande Spiaggia. Nei pressi vi era la città veneta di Sinope che aveva preso il nome da una donna del posto, una mortale di cui Zeus si era invaghito. Per conquistarla egli aveva fatto solenne promessa di regalarle la cosa che ella più desiderasse ma Sinope, pur di liberarsi dell'invadente corteggiatore, aveva scelto in dono la verginità.

Ben gli sta, commento. Zeus, non aveva in testa altro che possedere tutte quelle che gli passavano a tiro.

Zagreo rimarca che mi aveva ordinato di non interromperlo; non si ricorda più dove era rimasto. Ah sì, l'itinerario ripercorso da Antenore.

Toccata la foce del fiume Halys, la nave Argo prese il mare aperto in direzione nord - ovest e non cessarono i venti né lo splendore del fuoco celeste fino a che non vennero avvistate le foci del Danubio. Largo e profondo, il corso del Danubio poteva essere navigato agevolmente dalla grossa carena della nave, sicché in trenta giorni si poté raggiungere la confluenza con la Sava e attraversare l'immensa regione oltre il soffio del vento del Nord, lontano verso settentrione, ove mormoravano le sorgenti delle Alpi.

L'epilogo fu la discesa degli Argonauti nel golfo dell'Alto Adriatico e lo sboccare in quel mare già noto nell’età dell'oro come Mare di Crono. Questo stesso fu l'itinerario di Antenore.

Affascinante, sottolineo, dunque nell'età dell'oro il Golfo di Venezia si chiamava Mare di Crono.



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Messaggioda birillino8 il mar giu 19, 2007 10:04 pm

Riceviamo la cena da Cengio e mi avvedo che il cibo non è poi così scarso e scadente come sarebbe logico aspettarsi, la zuppa d'orzo e d'erbe non dev'essere male, il pane di segala e avena con dentro i fagioli secchi non è affatto duro, ma io non tocco nulla perché m'è passato l'appetito.

Il greco inizia a tirare improperi e maledizioni, a suo parere il cibo è poco e cattivo, se la prende in modo particolare con il pane dopo averne ingoiato il primo morso:

«Puah! Il pane del governo. Con tutto il frumento che ci ruba».

«Non è pane del governo. Il Comune non passa i pasti ai carcerati, se oggi mangiamo dobbiamo ringraziare le confraternite di carità, che si preoccupano di noi».

«Loro la chiamano carità. A Candia facevo il mugnaio, conosco ogni tipo di farina e giuro, non ho mai mangiato un pane così schifoso! I contadini che vengono al mio mulino non lo darebbero in pasto ai loro cani, per paura di offenderli».

Nonostante le proteste non lascia nessun avanzo sul piatto e infine, accortosi che disdegno di mangiare, afferra la mia ciotola e il mio pane e consuma voracemente anche la mia parte.

Un boato... fa rimbombare le pareti della cella, mi giro scandalizzato per il rutto del greco. Ha finito di mangiare, si stiracchia e si distende satollo sul tavolaccio.

Chiedo con un filo di voce:

«Dunque i Veneti sono un popolo mediterraneo?»

«Non è del tutto esatto. D'accordo, ai tempi di Troia i Veneti si erano stabiliti in Anatolia e là avevano assorbito la cultura mediterranea ma, in origine, vennero da Nord».

«Ma no?»

«I Veneti discendono dal mitico popolo degli Iperborei».

«Tu come lo sai?»

«A Candia possedevo un testo rarissimo dello storico Ecateo, forse esemplare unico, era intitolato «Il cammino degli Iperborei».

«Ah».

«Gli Iperborei provenivano dal lontano Nord, per l'esattezza dall'Apollonia».

«Dov'era l'Apollonia?»

«L'Apollonia arrivava fino alle rive del Mar Baltico, estesa tra i bacini fluviali dell'Oder e della Vistola.

In quella remota regione vi erano dei ricchissimi depositi d'ambra e proprio lì iniziava la via commerciale che esportava a sud la preziosa resina dalle sfumature giallo - dorate. Durante l'Età dell'oro, gli Iperborei si spostarono nel cuore dell'Europa e prosperarono nell'area del medio corso del Danubio.

Noi greci li chiamiamo Iperborei perché le loro tribù erano stanziate al di sopra di Borea ovvero oltre il vento del Nord che soffia gelido sui monti di Tracia».

Zagreo precisa che i Veneti erano soltanto una delle numerose tribù iperboree esistenti. Erano tutte figlie del fulgido Apollo, cui sacrificavano il lupo in olocausto, ed avevano in comune l'usanza di cremare i morti e di comporli in urne per poi deporli in campi consacrati.

Un giorno fatidico intere tribù della grande famiglia degli Iperborei, tra cui Frigi - Veneti e Dardani, si misero in marcia su pesanti carri e dal Danubio piombarono a sud abbattendosi come una bufera su tutti i popoli che incontrarono sul loro cammino. Tra le vittime del ciclone che premeva minaccioso da Nord ci furono i Greci. Scacciati dalle loro terre di Macedonia e d'Epiro e messi a loro volta in movimento, i Greci vennero inseguiti a sud fino al Golfo di Corinto. Fu laggiù, nell'avamposto di Delfi, che i Frigi introdussero il culto di Apollo in un preesistente santuario.

Le altre tribù iperboree presero invece stabile dimora in Tracia e anche i Veneti, per qualche tempo, si fermarono a ridosso dei Dardani nel nord della Macedonia.

«La tribù iperborea dei Frigi, fremente per il desiderio di nuove conquiste - prosegue Zagreo - si lasciò alle spalle la Macedonia e trascinò con sé i Veneti alla volta dell'Asia Minore. Piegato con una guerra accanita il potente Impero degli Ittiti, i Frigi si stabilirono all'interno dell'altipiano Anatolico, la tribù dei Dardani fondò la città di Troia...».

«Ma come? Anche i Troiani discendono dagli Iperborei, non è che per caso mi stai raccontando un sacco di balle?»

«Atlante era il capostipite dei Dardani e la dimora di Atlante era presso gli Iperborei».

«Va beh, scusa l'interruzione, e i Veneti dove si stabilirono?»

«I Veneti si presero le coste settentrionali dell'Asia Minore che corrispondevano appunto alla ricca Paflagonia».

E' strano, pensavo. Per quanto ci si possa sforzare, riesce difficile immaginare i Veneti in un periodo di splendore eguale o addirittura superiore all'attuale. Le concezioni che ho dei nostri precursori sbiadiscono a confronto dei fulgori della Roma Imperiale, ricalcano molti luoghi comuni e non vanno oltre la minuta comunità di pescatori e salinai, condannati a strappare alla viscida melma della laguna lo spazio per le loro capanne.

Borbotto:

«Al tempo dell’età dell'oro gli Iperborei dovevano essere molto potenti».

«Certo, l'immensa moltitudine delle tribù Iperboree copriva un territorio vastissimo che occupava il centro dell'Europa con propaggini perfino nella lontana Britannia, esteso lungo un'asse che da Nord - Ovest a Sud - Est collegava il Danubio all'Anatolia».

«Come faceva questa moltitudine a mantenere la concordia al suo interno?»

«Le tribù iperboree facevano parte di una confederazione. Sebbene ogni tribù godesse localmente di larga autonomia amministrativa, esse erano legate da stretti vincoli di alleanza politico - militare, come si evince del resto dall'esempio della guerra di Troia».

Con una serie di larghi giri concentrici siamo nuovamente tornati al punto di partenza, la guerra di Troia:

«Guidava i Paflagoni il forte cuore di Pilemene dalla veneta terra ove nasce la razza delle mule selvagge».

Sono stordito. Chiedo un attimo di pausa e riassumo a voce il giro di peripezie dei Veneti completo di tutte le loro complicate peregrinazioni. L'Apollonia, l'Area danubiana centrale, la Macedonia, la Paflagonia. Se il destino mi riserverà di uscire da qui andrò dritto in Piazzetta dei Leoni a sbandierare queste incredibili notizie, nessuno le sa.









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Zagreo si complimenta per la buona memoria che dimostro di possedere e riprende implacabile la narrazione:

«Fuggendo da Troia in preda alle fiamme e solcando come già ti dissi l'antica rotta degli Argonauti, i Veneti guidati da Antenore ritornarono alla terra dei loro padri nella regione danubiana centrale. Vi trovarono ad accoglierli gli Iperborei rimasti a presidiare l'antica capitale e furono calorosamente abbracciati da Zabio, il re dell'ascia di bronzo, quell'ascia bipenne che assommava in sé il sommo potere politico e religioso.

Zabio accolse benevolmente il culto della Grande Madre che i profughi Anatolici avevano assorbito e portato seco e in tal modo Reitia, affiancata ad Apollo, venne riconosciuta come la somma dea dei Veneti».

Col sorriso sulle labbra il mio compagno di cella descrive il clima temperato del Danubio e i buoni raccolti, tratteggia i costumi gentili degli Iperborei, ne cita l'estrema longevità, la vita all'aria aperta nei prati e nei boschi sacri. Mobili come il vento sugli eleganti cavalli essi riuscivano a scoprire i più reconditi recessi ove la natura celasse i suoi tesori.

Accadde però, e qui Zagreo si rabbuia in volto, che dopo anni e anni di pace un giorno si addensarono sui Veneti le orde minacciose dei Cimmeri.

I Cimmeri provenivano dalla terra di Ade, un paese perennemente avvolto dalle nebbie ove non splende mai il sole, erano un popolo dell'ombra, dal carattere malvagio e brutale. Piccoli e pallidi, tuttavia forniti di terribili armi di ferro apparivano solo al crepuscolo per razziare e depredare i vicini.

Non costruivano città né fortezze, vivevano in dimore sotterranee collegate insieme dal tortuoso intrico di gallerie che i loro schiavi erano costretti a scavare. Non erigevano templi né santuari, ma nelle viscere della terra evocavano le creature delle tenebre. Gli antri echeggiavano delle tetre cantilene degli stregoni ed il fumo dell'hashish si sviluppava denso dai bracieri dando forma a poco a poco alle sagome dei démoni, allora i presenti si prostravano davanti alle apparizioni e offrivano loro in nutrimento il sangue caldo di una pecora nera. Gli stregoni acquisivano così il potere di addormentare con lo sguardo chiunque li fissasse un attimo negli occhi e in quello stato potevano ordinargli di compiere qualsiasi azione. Il loro supremo sacerdote, nascosto nella grotta più profonda ed inaccessibile, era solito compiere sacrifici umani davanti un caprone imbalsamato che era cinto alla fronte da una stella a cinque punte, rovesciata con la punta in giù.

Nella terra di Ade, i Cimmeri erano un tempo padroni della Crimea e delle steppe che si estendono sopra le coste settentrionali del Mar Nero, ma da oriente erano arrivati gli Sciti del Turkestan e li avevano scacciati. In realtà gli Sciti conquistarono quelle steppe senza colpo ferire perché, non appena si seppe del formidabile esercito scita che marciava minaccioso sulla Crimea, i Cimmeri furono presi dal panico e si prepararono a fuggire. I capi militari cercarono di fermarli incitando il popolo alla difesa e dichiarandosi pronti a morire e a farsi seppellire nella propria terra piuttosto che scansare il combattimento, ma il popolo insisteva sulla necessità di cedere rapidamente il campo ed evitare una sicura sconfitta. Ne seguì una cruenta rivolta, i generali e gli aristocratici furono assassinati ed i loro cadaveri seppelliti frettolosamente sulle rive del fiume Dniestr. Il mucchio selvaggio si mise in fuga, lasciò agli Sciti un deserto di steppe e risalì il Danubio saccheggiando e devastando ogni cosa come un esercito di cavallette.

Zagreo dipinge un grandioso affresco dalle tinte fosche:

«Un giorno funesto il flagello dei Cimmeri si presentò alle porte della capitale iperborea, l'avanguardia nemica assaltò alcune fortificazioni e nel ritirarsi incendiò il bosco sacro prospiciente la città...

I cavalieri veneti erano schierati e pronti per la battaglia, si stringevano nelle file, avvolti nei loro mantelli azzurri, e attendevano l'ordine della carica. Anche l'agguerrita fanteria iperborea era uscita allo scoperto e si era piazzata nelle retrovie. L'attesa fu lunga e snervante. Al calar del sole ancora lo sguardo era teso all'orizzonte allorché in lontananza, in direzione del bosco incenerito, videro avanzare una nube di polvere nera. La nube procedeva lentamente verso di loro finché in mezzo alla fuliggine cominciarono a distinguere i profili di quei tetri guerrieri: curvi sulle selle e con le corna sugli elmi, al rombo cupo degli zoccoli i Cimmeri al galoppo tenevano alte le loro insegne di morte, e l'ombra nerastra si sollevava in aria, in colonne di polvere che oscuravano il sole del tramonto.

Lo stato d'animo dei cavalieri veneti era tesissimo, non avevano mai combattuto oltre l'imbrunire, i cavalli erano irrequieti, roteavano gli occhi e scalpitavano... si alzò chissà dove un grido di battaglia, il grido si propagò all'unisono e fu sommerso quasi istantaneamente da un assordante scalpitio di zoccoli. La carica! A faccia a faccia col nemico i cavalieri veneti incrociarono gli sguardi stralunati dei Cimmeri col bianco degli occhi che spiccava sui visi sporchi di cenere, e nell'urtarne i cavalli videro le teste mummificate appese alle briglie: macabri trofei degli uccisi in duello. Sul campo di battaglia si udiva il clangore del corpo a corpo, i nitriti dei cavalli che imbizzarrivano e cadevano, i martelli che fracassavano i crani, le urla bestiali degli assalitori mescolate ai lamenti dei feriti. Furono visti i Cimmeri inginocchiarsi sui corpi dei nemici agonizzanti, berne il sangue che sgorgava dalle ferite e poi rialzarsi furenti con i denti digrignanti e la bocca intrisa del sangue che gocciolava lungo i baffi.

La cavalleria veneta era efficace e molto mobile, si spostava con rapidità ove c'era più bisogno, si batteva con accanimento, incalzava mulinando le spade e abbatteva gli avversari. Però, col procedere della battaglia i Veneti furono costretti sulla difensiva ed invocarono l'aiuto della fanteria iperborea: gli attaccanti erano un numero spropositato, appena uccisi quelli delle prime file altri ne sopraggiungevano senza fine, la loro forza era nel numero e sotto l'impeto di quell'orda selvaggia gli Iperborei dovettero ripiegare.

Coloro che erano rimasti in città assistettero ai funesti presagi del tempio di Apollo, il nibbio appollaiato sul treppiede ruppe il laccio, spalancò le larghe ali al cielo e con un balzo spiccò il volo, il cigno fuggì atterrito dal laghetto sacro ed i corvi ammaestrati si allontanarono dal tempio per dilaniare i cadaveri sparsi sul campo di battaglia».

Con dovizia di particolari Zagreo narra la capitolazione e l'orrendo sacco della città, difesa unicamente da palizzate di legno. Racconta che i Cimmeri riuscirono ad oltrepassare le palizzate scavando delle gallerie sotterranee, sbucarono in città nel buio della notte e poterono aprire le porte al loro esercito avido di saccheggio. Nella piazza centrale crebbe presto una montagna di teste recise, appartenevano a centinaia e centinaia di Iperborei, questo perché aveva diritto alla propria parte di bottino solo chi avesse consegnato ai capipopolo la testa dei nemici uccisi. Dal cuoio capelluto i Cimmeri asportavano lo scalpo, che veniva usato come salvietta oppure cucito insieme con altri scalpi per confezionare delle casacche. Gli arcieri scuoiavano con le unghie la mano destra dei cadaveri e ricavata la pelle umana, che è spessa e lucente, ne facevano dei coperchi per le loro faretre.

Si videro due guerrieri Cimmeri spogliare una donna e metterla in ginocchio, l'uno la strangolava lentamente con un laccio e sogghignava... mentre l'altro con macabra lussuria la sodomizzava e la godeva nel dimenarsi spasmodico dell'agonia. Il piccolo bambino strappato a quella donna venne raggruppato con altri della stessa età, era destinato da quel giorno a non rivedere mai più la luce del sole, sarebbe stato istruito per entrare nella congregazione degli schiavi scavatori di gallerie.

A Zabio, comandante supremo degli Iperborei, toccò un'orribile fine, venne scorticato vivo da capo a piedi e quando ancora il suo cuore non aveva cessato di pulsare, le sue carni furono date in pasto ai maiali.

Il santuario del Sole?

Abbandonato precipitosamente dai sacerdoti, fu ben presto insozzato dai Cimmeri che trasformarono il tempio di Apollo in una stalla per i loro cavalli.

Zagreo continua a narrare, parla molto veloce e faccio fatica a seguirlo. E' un fiume di notizie che si susseguono senza tregua, senza un attimo di respiro.

Le terrificanti notizie del saccheggio si propagarono nella pianura Danubiana e arrivarono ai villaggi non ancora raggiunti dai Cimmeri. Tutti coloro che erano in grado di mettersi in salvo risalirono il Danubio fino alle sue sorgenti. Sfociarono sul Lago di Costanza e giunti al versante nord della barriera alpina, sfidarono i pericoli del suo attraversamento per andare a rifugiarsi in massa sui monti, fortificando rupi e passi in modo da renderli inaccessibili agli inseguitori.

I fuggiaschi si inoltrarono così nei territori dei Reti, che tuttavia li accolsero pacificamente e permisero loro di stabilirsi nella Valle alpina del Reno. Nei monti i Veneti riuscirono a sopravvivere grazie alla coltivazione delle fave e della vite; divennero abili nel commercio del sale di miniera e dell'ambra che arrivava da nord; ormai esperti nella caccia al cervo, adottarono l'usanza di sacrificarlo sui roghi votivi dedicati ad Artemide, la sorella gemella di Apollo.

I Reti? Mentre Zagreo era intento a narrare questo soporoso e pesantissimo intreccio di guerre e di popoli, ho perso il filo del racconto, mi sono distratto, e con gli occhi persi nel vuoto ho continuato a fantasticare sulla nube di cenere sollevata dai Cimmeri alla carica. In mezzo alla polvere infiammata dalla luce del tramonto rivedevo quei tetri guerrieri curvi sulle selle, le ombre disegnate in contro luce, con le corna appuntite... simili a furibondi diavoli appena usciti dall'inferno. Si avvicinano. Vedo il bianco dei loro occhi, spicca sui visi di cenere, le falci e le insegne di morte sollevate sulle aste, le teste mummificate appese alle briglie. Odo il rombo cupo del galoppo, è assordante, un muggito bestiale, un coro di tamburi rullanti, insistente, sempre più forte, un tremendo boato!

Scuoto la testa e mi risveglio da quella specie di incubo, Zagreo sta enfatizzando l'alleanza tra Veneti e Latini:

«Re Latino era figlio di un'iperborea, Palanto!»

Il greco conclude finalmente il suo interminabile poema, dimostra di conoscere meglio di me la geografia dei nostri monti ed esplica come attraverso le Alpi i Veneti siano scesi pian piano a valle, spodestando i Colchi dai Colli Euganei e guadagnando il golfo dell'Alto Adriatico. Ivi prosperando fino all'epoca romana allorché ebbero il loro daffare per ostacolare la pressione dei Celti, che dovettero combattere prima insieme agli Etruschi e poi insieme agli alleati Romani.

«Già, gli alleati Romani - faccio eco -.

Enea, si sa, discende dai Dardani di Troia. Pilemene discende dai Veneti d'Anatolia.

Ergo la nostra gente è affine alla Latina...».

«Proprio così, si tratta di tribù iperboree nate da uno stesso ceppo».

«Al contrario, i greci non hanno nulla a che vedere con gli Iperborei e quindi, sempre secondo te, sono in tutto differenti dai Veneti.

La logica conclusione è che un greco di Candia non deve sottostare a un feudatario veneto» innervosendomi.

«Esatto».

«Ma tu credi veramente - lo aggredisco -, che i Veneti di Paflagondia o come si dice... di Paflagonia siano identici a quelli che ora circolano per le calli di Venezia o che i greci di Agamennone fossero lo stesso dei greci di oggi?

Che frottole! E' avventato, è fuori luogo. E' una presunzione assurda. Chi sei? Chi sei tu per sostenere un peso reale di legami così arcaici. Ma chi ti credi di essere? Che pretese! Dimostrare che i Veneziani sono agli antipodi dei Greci... tirando in ballo le tribù del tempo di Troia».

«I popoli han la memoria lunga».

«Sì... anche le balle di Noè!»









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Quindici piedi di lunghezza, nove di larghezza... come un'anima in pena Zagreo misura accuratamente il pavimento della cella, poi tocca il soffitto con la punta del dito e calcola otto piedi di altezza. Non riesce a star fermo, continua a camminare avanti e indietro, nervosamente.

Nella penombra lo guardo con la coda dell'occhio. Osservo le sue gambe robuste, i capelli ricci e neri, gli occhi vivi e intelligenti, la benda nera ancora sulla testa.

Questo greco, che si dichiara perseguitato politico, afferma di aver letto e riletto gli Inni di Orfeo, conosce a memoria la guerra di Troia, recita le contorte peripezie degli Argonauti. Indubbiamente, ha un suo stile ricercato di esporre, si immedesima come un attore e sa comunicare ad arte i sentimenti dei protagonisti. Poco fa, mentre cantava l'epopea degli Iperborei e ne descriveva lo scontro con i Cimmeri, con le mutevoli espressioni del suo volto ha saputo trasmettermi il senso tragico degli avvenimenti. L'individuo taciturno e scontroso che ho incontrato al Mastino di Khorassan sa in realtà parlare in modo garbato e rendersi gradevole a chi lo ascolta. Non ha proprio nulla del mugnaio asservito alla macina e abituato a trattare con i servi della gleba, Zagreo sembra piuttosto una specie di cantastorie. Ecco cos'è: un trovatore, chissà perché non ha voluto dirmelo?

Gli chiedo a bruciapelo:

«Sai suonare la viella?»

«Sì» annuisce fissando a testa bassa il pavimento di legno mentre continua a girare in tondo.

«Tu sei un trovatore!»

Zagreo si blocca di colpo e mi guarda sorpreso con gli occhi luccicanti.

Poi riprende a camminare, ma più lentamente e inizia a confidarsi:

«Non proprio, ma sarei potuto diventarlo come mio padre e mio nonno.

Loro erano molto diversi dagli spensierati trovatori provenzali. Mio nonno fu trovatore a Bisanzio alla corte di Alessio III. Nell'attacco del 1203, la flotta Veneziana sbarcò angeli sterminatori cinti da splendide armature e da preziosi drappi di seta: sicché alla vista dell'esercito crociato l'Imperatore fuggì precipitosamente. Si diresse verso Adrianopoli con sua figlia Irene e il loro fedele trovatore li seguì, mentre la guardia danese e inglese riusciva a malapena a ritardare la caduta della città.

Ma quando Alessio III finì in catene a Nicea, mio nonno decise di tornare a Candia per riabbracciare i genitori. Nell'altipiano di Lassìthi essi possedevano un mulino a vento, costruzione in pietra a forma di ferro di cavallo allungato e con le pale ricoperte di stoffa. Come lui, moltissimi altri greci si erano rifugiati nell'altipiano per timore dei Veneziani. Sposatosi ebbe mio padre. Mio padre, imparò i poemi e i racconti che arrivavano da Bisanzio ed ereditò il mestiere di trovatore però, per poterlo esercitare, dovette abbandonare l'altipiano e recarsi a San Nikòlaos dal signore veneziano del castello di Mirabello.

Perciò durante tutta la mia spensierata giovinezza vissi al castello, ove mio padre a sua volta mi trasmise l'intero repertorio bizantino, avrebbe voluto che un giorno prendessi il suo posto... Disgraziatamente, sebbene fossi ben preparato nel canto e sapessi suonare la viella, non ebbi il tempo di farmi nome come trovatore perché fui presto espulso dal castello».

«Come mai?»

«Avevano scoperto che ero io... l'imprendibile bracconiere della riserva del Signore. Catturavo con le trappole un sacco di animali, lepri, tassi, donnole, martore e capre selvatiche. Cacciato malamente dal castello tornai nell'altipiano e mi misi a fare il mugnaio nel nostro mulino, dovevo pur guadagnarmi da vivere.

I greci che trovai nell'altipiano erano perennemente irrequieti, molti dei rifugiati avevano subito soprusi dai veneziani o mantenevano una caparbia opposizione al regime. Il Signore di San Nikòlaos pensò di poter tenere a freno lo scontento e di amministrare meglio la zona tramite l'investitura di un uomo d'arme, sicché un giorno consegnò tutte le terre dell'altipiano ad un Valvassore, ovviamente veneziano. Costui mi prese subito di mira, mi considerava pericoloso perché avevo stretto amicizia con i ribelli e facevo attiva propaganda contro il regime».

«Capisco».

«Sai, mi sarebbe piaciuto diventare un vero trovatore, avevo il talento per rendermi celebre con versi scritti di mio pugno, ma i veneziani me l'hanno impedito in tutti i modi».

«Perché non sei andato in un altro castello?»

«Ci ho provato ma ero ovunque messo al bando, mi hanno rifiutato a Rodia, Chania, Etia, ho bussato a Ierapetra e a Frankokastello ma mi hanno risposto che volevano solo menestrelli provenzali... e che un greco non può darsi arie da trovatore».

«Vedrai, col tempo anche la prepotenza di quei rozzi ignoranti si piegherà alla gentilezza della vostra cultura, immagino tu conosca il proverbio chi va al mulino s'infarina».

«Altro che! Il nuovo Valvassore è venuto al mulino e se n'è subito appropriato, adduceva che secondo l'usanza poteva costruirli solo il feudatario».

«Perché non siete andati a protestare dal Signore?»

«Era inutile. Per gratitudine verso mio padre il Signore di San Nikòlaos aveva tollerato la proprietà del mulino anche se era contro l'usanza, ma con l'investitura egli aveva ceduto la terra stessa ove sorgeva il mulino, conferendo al Valvassore il diritto di comportarsi da padrone.

Obbligato a fare il servo nel mulino mio, ricevevo dal Valvassore un compenso da fame, un sacco di farina ogni trenta sacchi macinati anziché venire pagato come prima dai contadini. Ai Greci egli aveva vietato di macinare i cereali in casa, li costringeva ad utilizzare il mulino e pretendeva tasse esose per ogni macinazione. Con l'avvento della carestia di grano il fermento della ribellione era sul punto di esplodere ed io ne approfittai per incitare alla rivolta i contadini esasperati. Nell'altipiano mi conoscevano tutti, alle mie arringhe alternavo i canti accompagnati con la viella, ero solito cantare per il popolo le gesta degli Argonauti, i contadini si commuovevano, mi riempivano di semplici doni e di ammirazione incondizionata.

Un giorno abbiamo assaltato di sorpresa il palazzo del Valvassore, le sue guardie hanno usato le armi e la cosa è degenerata. Uno dei ribelli ha ucciso il Valvassore».

«Quale fu la risposta veneziana all'uccisione di un nobile?»

«Fu l'immediata evacuazione dell'intera piana di Lassìthi e il drastico divieto di accesso all'altipiano, compresi i monti circostanti. Con tale disposizione il governo veneziano ha voluto impedire ai ribelli di arroccarsi in quel territorio sopraelevato, facile da difendere. Hanno bruciato i miei libri, hanno raso al suolo il mio mulino e tutti i villaggi dell'altipiano e adesso, un terreno così fertile e ricco di frumento è completamente spopolato, ridotto a un deserto incolto».

«Per questo hai lasciato Candia».

«Sì, non avevo scelta, con gli sbirri alle calcagna ho dovuto prendere clandestinamente la prima nave veneziana in partenza.

A Smirne, nell'Impero di Nicea, la nave ha fatto scalo e io ne ho approfittato per procurarmi alcuni sacchetti di sale da contrabbandare a Venezia».

Il monopolio del Sale, geloso privilegio fin dalle origini della Serenissima, fu una delle cause del suo rapido arricchimento. Ovunque nel litorale salmastro della laguna figurano saline a struttura industriale in parte utilizzate per la salagione del pesce, principale alimento della città, ma soprattutto destinate all'esportazione. Il sale è il prodotto più venduto all'estero dai mercanti veneziani, ma non soltanto venduto: in Puglia, in Libia e nelle Baleari, viene sistematicamente comprato dalle navi veneziane che ne fanno incetta per il governo.

«Ah ho capito, -esulto- ti sei messo a fare il contrabbandiere di sale. Per questo, quand'ero nel salone del Palazzo Ducale, quel nobile ha chiesto agli sbirri se mi avevano sequestrato del sale. Allora erano tuoi i sacchetti di sale sul tavolo della guardiola?»

«Sì, ma dovevano servire solo per pagarmi il viaggio, volevo raggiungere i miei amici dell'altipiano. Si sono rifugiati a Verona. La è signore un ghibellino attento e ospitale verso gli esuli greci, un uomo che non ha pregiudizi nei riguardi degli eretici. Io contavo nella sua munificenza per farmi accettare come trovatore, il genere politico non è il solo delle mie canzoni, so anche allietare con melodie gaie e leggere».
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Messaggioda birillino8 il mar giu 19, 2007 10:06 pm

Esiste forse compagno migliore per un carcerato? Il destino avrebbe potuto riservarmi la vicinanza di un brigante capace solo di vomitare bestemmie oppure di un friulano che non ti dice una parola in tutta la giornata e invece no, ho per compagno di cella un trovatore, vengo allietato dalle delizie della cultura e della poesia al pari di un principe nella sua corte. Senza la viella egli non può cantare ma potrà almeno raccontarmi qualche storia sui re di Paflagonia.

Zagreo lo fa con piacere, non è stanco, sembra preso dalla frenesia di liberarsi di tutto il suo repertorio in una sera, come se fosse l'ultima occasione per tramandare un sapere che solo lui conosce. Inizia a narrare del suo re più famoso, Pelope, che teneva corte ad Enete sulle sponde del Mar Nero. Regnò poco dopo il crollo dell'impero Ittita, quando i Veneti erano tra i più potenti della coalizione anatolica.

Tutti i suoi successori al trono, compreso Agamennone a Micene, vennero consacrati con riti solenni che si ispiravano a lui, Pelope Faccia nera.

Il novello monarca indossava una maschera di pelle nera ed un vello nero. Durante il rituale veniva ucciso simbolicamente, ma veniva fatto rinascere a nuova vita da sacerdoti vestiti di candidi velli. Infine, fatto simile a Zeus, il re veniva ricoperto da un maestoso vello tinto di rosso porpora.

Interrompo Zagreo per sapere di chi fosse figlio Pelope.

Egli fa il nome di Tantalo, un titano generato da Pluto, la dea della ricchezza a sua volta figlia dell'iperboreo Atlante.

Tantalo, non era quello del famoso supplizio?

Era proprio lui, aveva tenuto nascosto il mastino d'oro rubato al dio della metallurgia Efesto e spergiurò di non averlo mai visto né di averne mai sentito parlare. Comunque, fu punito dall'olimpico Zeus per un assai più grave misfatto...

Invitati gli dei ad un suo sontuoso banchetto sul monte Sipilo, Tantalo si rese conto di aver finito le provviste e preso dal panico tagliò a pezzi il figlioletto Pelope. Smembrate, lessate e poi arrostite, le tenere carni del bimbo furono servite in tavola agli ospiti, costoro tuttavia ne compresero immediatamente la provenienza e inorriditi si rifiutarono di toccare cibo. Solo Teti la consorte di Oceano, essendosi in quel momento distratta, mangiò il pezzo di carne che corrispondeva alla spalla sinistra del fanciullo.

Dunque il supplizio?

La condanna inflitta a Tantalo dal sommo Zeus fu l'eterna tortura della fame e della sete, appeso nella palude tartarea ai rami di un albero sovraccarico di ogni qualità di frutti. L'acqua in piena saliva fino all'altezza del suo mento ma non appena Tantalo chinava il capo e protendeva le labbra arse per bere... l'acqua si ritirava improvvisamente e lasciava solo nero fango ai suoi piedi. Quando poi esasperato dai morsi della fame, tormentato dal bisogno di cibo, allungava il braccio e protendeva la mano per afferrare una mela matura, una pera o un fico dolcissimo... un soffio di vento gli allontanava il ramo dalle dita e l'agognato frutto cadeva nella melma.

Tantalo... il bimbo a pezzi... il supplizio... Queste storie raccapriccianti mi hanno assorbito al punto di farmi scordare ogni cosa, perfino il luogo penoso in cui mi trovo. Dopo il mio arrivo in cella la sera era scesa quasi subito, in effetti da molte ore siamo pressoché senza luce e non mi sono nemmeno accorto del lento trapassare nella notte fonda. Chissà, potrebbero essere le tre, le quattro. Discorrendo ci siamo inoltrati nell’oscurità desolante dell'interminabile notte invernale, diciannove ore di buio mortale.

Privato di stimoli sensoriali esterni, disorientato dall’immobilità di queste quattro pareti, solo adesso mi sveglio da un viaggio percorso indietro del tempo. Ero fuori della mia epoca, lontano dalle baruffe dei guelfi e dei ghibellini, dalle pretese e dalle tasse dell'Imperatore, dalle lotte accanite della Lega Lombarda. Il presente mi viene incontro nella sua pochezza. Tutto mi appare piccolo, meschino, insignificante.

Cerco di assopirmi ma nella gelida morsa dell'inverno vi riesco solo per brevi tratti, risvegliandomi di continuo.

Nel buio mi lamento con Zagreo:

«Che freddo cane! Ho i piedi congelati».

Odo la sua voce rauca:

«Ci penserà l'Inquisitore a scaldarti per bene i piedi».

«Come?»

«Devi sapere che ai sottoposti al tormento usano spalmare i piedi con lardo di maiale, poi bloccano le caviglie con i ceppi e accendono vicino un bel fuocherello ardente».

«Però, che raffinatezze».

«E ricordati di non chiedere un po' d'acqua da bere altrimenti ti spalancano la bocca con uno strumento di metallo, prendono l'imbuto e ti costringono ad ingurgitare decine e decine di litri d'acqua. Legato a testa in giù, con la schiena ad arco, lo stomaco si dilata enormemente e preme sul torace provocando atrocissime sofferenze».

«Staremo a vedere il trattamento che toccherà a noi».

«Intanto per questa notte ci penseranno i topi».

«A far che?» incalzo spaurito.

«A rosicchiarci le orecchie. Appena sono entrato in cella ho trovato ad abitarla due enormi ratti, avevano il pelo nero e lucido sul dorso e grigio sulla pancia, hanno fatto il giro della cella a tutta velocità e sono usciti di corsa dalla porta».

«Speriamo che siano usciti tutti, le pantegane sono le uniche bestie che non sopporto».

Preferirei la tortura dei piedi bruciati alla presenza silenziosa dei topi, li odio, ho il terrore che qualcuno sia rimasto nascosto sotto i tavolacci, se il greco me lo avesse detto prima avrei potuto controllare. Magari è sotto il mio letto e attende che mi addormenti per rosicchiarmi le scarpe e i vestiti.

Mi rigiro insonne. Sto con le orecchie tese per cogliere il minimo rumore delle zampette, quand'ecco... Zagreo emette un lamento soffocato subito seguito da un lugubre ululato che mi fa sobbalzare dalla paura.

«Zagreo!» chiamo tremando, seduto sul letto con un sudore gelido e appicicaticcio che mi incolla la camicia alla schiena.

«Ho avuto un incubo - mi rassicura dal suo tavolaccio -. Mi trovavo a Candia, nell'altipiano. Ero riverso sul pavimento del nostro mulino. Il mio corpo giaceva a terra orrendamente smembrato, gambe e braccia amputate alla radice, mani e piedi separati dagli arti e la testa staccata dal collo. Pur decapitato, gli occhi mi consentivano di vedere, ed era lo spettacolo agghiacciante del mio misero corpo, poi... poi un corvo è entrato dalla finestra, svolazzava in aria finché si è appollaiato sulla mia testa. Si è aggrappato ai capelli con le unghie e ha cominciato a beccarmi la faccia. Ero impotente di fronte a quel dolore atroce e insopportabile, non avevo mani per scacciare quell'uccellaccio, non mi restava che urlare a squarciagola, ma... appena ho spalancato la bocca quello mi ha strappato la lingua».




Il mattino seguente la luce comincia a filtrare dalla finestrella come un bene raro e prezioso e, nell'oziosa frustrazione del carcere, scopro uno spassoso passatempo nel guardare i granelli di polvere che a miriadi attraversano il fascio di luce in una danza frenetica e disordinata.

Zagreo si sfrega gli occhi e appena alzato ha già fame:

«Non vedo l'ora che suoni mezzogiorno, le mie budella lo hanno già suonato in anticipo. Ho voglia di un po' di pane, ma di quello buono. Sento una gran nostalgia delle pagnotte del forno di casa mia, mi piacevano da matti quelle impastate con l'uva passa, calde e croccanti, mhm che profumo! Mi viene l'acquolina in bocca».

«Il pane è l'alimento principe».

«Principe? Certo, non per nulla è sacro a Demetra. Nella poesia arcadica il pane simboleggia uno dei princìpi fondamentali, il Secco in opposizione all'Umido, il vino».

«Fatalità, Secco e Umido, Fuoco e Acqua, figurano anche nella magia».

«Questo mi incuriosisce, sentiamo pure po' di magia sono stufo di parlare sempre io, ora tocca a te, tira fuori quello che sai!»

Ecco, ci siamo, questo è il momento che aspettavo. Pretenderò da lui il solenne giuramento, deve tacere all'Inquisitore il mio papiro, ormai conosco a puntino la sua caparbia fierezza, è uno di quelli capaci di resistere a qualsiasi tortura pur di non tradire la parola data.

Uso un tono circospetto:

«Sono più che disposto a parlarti apertamente, ma in vero questi misteri esigono per regola un giuramento di silenzio su tutto ciò che vien detto nonché... ovviamente sulle fonti, nella fattispecie quel papiro che ti avevo proposto di tradurre».

«Va bene, se ci tieni tanto lo giuro».

«Manterrai il giuramento anche sotto tortura? E giuri di non nominare il Papyrus di Micca?»

«Sì».

«Ne sei sicuro?» guardandolo negli occhi.

«Sì! Per chi mi hai preso?»

«D'accordo, amico. Il mio nome è Petrangésio, deriva da anghelio e vuol dire messaggero della Pietra, ma in vero le mie conoscenze circa la magia sono piuttosto esigue e un po' confuse... tanto che i Veneziani mi hanno affibbiato il nomignolo di Mago Vanesio».

Quando Alessandro Magno fondò in Egitto la città che porta il suo nome vi condusse dalla Macedonia i più grandi esperti nell'arte magica e li fece accogliere con tutti gli onori nei templi egiziani dei sacerdoti di Serapide. I sapienti arabi non fecero altro che attingere ai testi magici tesaurizzati nelle biblioteche di Alessandria e ne furono i gelosi custodi; infine, tradotti in latino, i papiri tornarono in circolazione e furono riconsegnati all'Europa .

Continuo:

«Della magia di Ecate mi sono noti i tre elementi che compongono tutte le cose: il Sale che ne rappresenta il Corpo ovvero ciò che è limitato dalla sua superficie tangibile; il Mercurio che s'identifica con lo Spirito cioè la sostanza invisibile comune ad ogni varietà di cose ed infine lo Zolfo che ne è l'Anima».

«La magia conferisce un'anima alle cose, al pari dell'uomo? Questo mi stupisce!»

«Certo, al pari dell'uomo e lo fa anche il vostro Aristotele allorché attribuisce ai metalli un'anima vegetativa. Tutto la terra è vivente.».

«Ma come puoi credere alla presenza dell'anima in un metallo?» insiste.

«Prendiamo un metallo che cristallizza entro la miniera. L'Anima, è l'architetto intento a progettare il disegno della complessa struttura reticolare, viceversa il Corpo del metallo è l'operaio che realizza il progetto del poliedro scolpendone le facce regolari».

«Oh Numi, non ti credevo filosofo della natura».

«Più in generale il problema è chiarire la relazione Anima - Corpo, dato che l'Anima è immateriale ed incorporea come un progetto ancora nella mente dell'architetto, mentre il Corpo è al contrario tangibile quanto le mura di un edificio. Al riguardo la magia afferma questo... che l'Anima programma gli eventi fisici del Corpo tramite la predisposizione occulta».

«Che intendi per predisposizione occulta?»

«Ad esempio, allorché un individuo afferma ho fame secondo la logica occulta della sua disposizione ad agire significa che se ci fosse da mangiare egli mangerebbe».

«Tutto qui» deluso. Chiede se c'è nient'altro che i maghi abbiano preso dai filosofi greci.

Cito i quattro elementi di Empedocle di Agrigento.

«...discepolo di Pitagora», egli mi fa eco.

Enumero la terra, l'acqua, l'aria e il fuoco, corrispondenti ai quattro stati della materia, cioè solido, liquido, gas e plasma. Enumero poi le sette potenze planetarie rette ognuna da un Titano: il pianeta Saturno retto da Crono, Venere da Teti, Marte da Crio, quindi Giove da Giapeto, Mercurio da Ceo, la Luna da Febe e il Sole da Iperione.

Zagreo ne conclude frettolosamente che dunque anche la magia non esce dall'ambito del pensiero greco.

Poi mi guarda sospettoso:

«Ma dimmi in confidenza, che cosa speri di ottenere per mezzo della stregoneria?»

«Oro, oro senza fine, oro tenero e brillante, oro duttile e incorruttibile... puro, purissimo, più puro di quello che si estrae dalle migliori miniere!»

«In che modo lo otterresti?»

«Tramutando in oro un metallo vile, tipo il piombo che posso comprare ovunque a bassissimo prezzo».

«Mah, lo trovo un'impresa impossibile, se fosse così facile procurarsi dell'oro lo farebbero tutti».

«In futuro, man mano che si andranno affinando le nostre conoscenze sulle proprietà dei metalli, la trasmutazione diverrà una banale operazione di laboratorio, sarà cosa nota a tutti e nessuno si sorprenderà più sentendone parlare. L'importante è arrivare per primi e arricchirsi prima degli altri».

«Ti prego, non offenderti, ma tu mi sembri un apprendista stregone devoto al male, trasformare una cosa in un'altra cade sotto il dominio della magia nera. Si sa che questa magia è capace di creare delle apparenze che confondono la chiarezza dei sensi, ci si può illudere di stringere dell'oro mentre si ha in mano un volgare pezzo di piombo».

Gli spiego che la mia magia è semmai filosofia della natura perché io non mi accontento semplicemente di osservare i fenomeni naturali ma cerco di dedurne le regolarità di comportamento per ricrearle e ripeterle in laboratorio, imitando in ciò la natura stessa. Certo, ammetto come i maghi insistano troppo sull'aspetto qualitativo, perciò soggettivo, dei fenomeni a discapito di quello quantitativo e convengo quanto sia da mettere in risalto l'importanza dei pesi e delle misure necessarie alle varie operazioni magiche, anzi affermo che se possibile sarebbe meglio ricondurre tutto alla matematica, poiché se possiamo prevedere con certezza il valore di una quantità fisica, allora esiste un elemento di realtà che corrisponde a quella quantità fisica.

Zagreo vuole sapere in quanto tempo conto di riuscire nella mia titanica impresa, domanda fra quanti giorni gli regalerò un po' del mio oro purissimo.

Rispondo che in teoria ci vogliono da sei mesi a sei anni, ma può anche capitare di lavorare a vuoto tutta la vita e fare la fine di Sisifo. Costui era condannato a dover spingere un macigno fino in cima ad una montagna del Tartaro, ma non appena ne raggiungeva la sommità il macigno rotolava giù e Sisifo doveva ricominciare da capo per infinite volte. Reputo che il successo dipenda sì dall'interpretare nel modo giusto le operazioni nascoste dietro le allegorie e le infinite metafore degli stregoni, ma che sia soprattutto legato al trovare o meno la chiave della corretta successione delle operazioni magiche.

Zagreo è scettico.

Insisto che ci vuole moltissima pazienza, i forni non riescono a sviluppare un calore superiore a quello di un uccello che cova e per l'opera completa ci vuole una quantità smisurata di fuoco sommato nel tempo. Ma se il fuoco del laboratorio non basta l'astrologia ci può venire in soccorso con la potenza del fuoco astrale. In che modo? Operando la trasmutazione dei metalli sotto gli influssi di un prodigio celeste. Nel 1054, poco prima della morte di papa Leone IX, esplose una stella nel segno del Granchio. Per mezzora la stella splendette in pieno giorno con una corona di fuoco più brillante del sole. Ebbene, coloro che dell'evento astrale approfittarono per operare trasmutazioni metalliche, riuscirono nell'intento.

Egli dubita che riuscirò ad arricchirmi grazie alla stregoneria, è al corrente solo di ricercatori ridotti sul lastrico, semplici illusi che hanno venduto tutte le loro proprietà per pagare i debiti di esperimenti inutili e costosi. E conclude lapidario:

«Ciascuno è libero di inseguire le chimere che vuole: i sogni e le illusioni rendono più sopportabile l'amarezza della vita, si vedono cose che non esistono pur di non vedere ciò che ci angoscia».

Mi sfotte. Incredibile. Rivelo al greco i preziosi misteri della magia e lui mi sfotte. Adesso devo mordermi la lingua, mi son lasciato trascinare dalla solita foga di parlare, era meglio se me ne stavo zitto. Sotto tortura si fa presto a dimenticare i giuramenti fatti e sotto le minacce di morte si fa altrettanto presto a sacrificare un altro al proprio posto, specie se lo si conosce da poco più di un giorno. Devo rimediare rapidamente alla mia imprudenza e non vedo di meglio che spingerlo a sua volta a scoprirsi col rivelarmi i suoi più intimi segreti, se porta la benda nera deve pur essere anche lui uno stregone, anche se fa finta del contrario. Con il peso del ricatto potrò almeno barattare il suo silenzio con il mio. Gli converrà tacere sapendomi disposto a confessare sul suo conto cose che è meglio gli Inquisitori non sappiano.


* * *


Con domande subdole e insistenti, per tutto il pomeriggio mi sforzo di venire a capo del tipo di stregoneria abbracciata da Zagreo. Ma egli mi anticipa e nega recisamente i miei sospetti. Gli chiedo allora se pratica i culti segreti dei Cabiri o se è addentro nei misteri greci, se...

Mi risponde seccato che in Grecia non ci sono misteri.

Gli ribatto che è impossibile non ci siano con la mania di occulto che circola a Bisanzio.

Sono manie che provengono da culti forestieri, minimizza Zagreo.

Gli ribadisco, ostinato, che deve pur esserci un qualcosa che i bizantini tengano nascosto, argomenti di cui hanno pudore di parlare.

Zagreo accenna titubante che, beh, ci sarebbero certi misteri tipo...

Ecco, appunto! Lo pungolo a parlarmene.

Egli palesa la necessita di fare una premessa. La mutilazione del corpo, celata nell'enigma dell'evirazione, è un motivo ricorrente in tutta la mitologia pagana e non soltanto in quella greca, basti pensare a Urano e a Osiride cui toccò parimenti l'amputazione del fallo; a Dioniso, originario della Tracia, che nacque per separazione dalla coscia di Zeus; o allo stesso Zeus, che dopo aver commesso un atto incestuoso con sua madre Reitia, simulò di evirarsi e le gettò in grembo i testicoli di un ariete. Attis e Agdistis hanno fatto anche di peggio...

Attis e Agdistis? Mi suonano bene, esclamo sfregandomi le mani.

Zagreo anticipa che i Misteri di Attis hanno a che fare con Reitia, l'arcaica signora delle fiere.

Reitia? Sulle prime rimango un po' deluso, a Roma i suoi devoti facevano scandalo, colti da follia mistica afferravano il primo oggetto tagliente a portata di mano e - ne scimmiotto il gesto - si tagliavano le palle.

Zagreo ribatte che quelli erano dei perfetti imbecilli, eccessi del genere nascono quando si perde il primitivo significato simbolico di un mito e si finisce per applicarlo alla lettera.

Ecco, il grecuccio comincia a scoprirsi. Sottolineo che dunque egli è a conoscenza di doppi sensi, di codici arcani.

Ovvio, conferma Zagreo e si spinge a rivelare che nei Misteri di Attis l’élite dei sacerdoti rivestiva di immagini mitiche dei processi di purificazione e di redenzione dell'animo umano. Conoscenze esoteriche che non uscivano dal circolo chiuso dei riti iniziatici; mentre il volgo, escluso da ogni attiva partecipazione, si accontentava di credere ciecamente a tutto quello che la religione ufficiale gli imponeva di credere, bastava che non fosse troppo difficile da capire.

Ci siamo, lo incito ad esporre integralmente il mito di Attis, senza censura, e ricomincio a sfregarmi le mani, sono convinto che mi rivelerà di far parte di quella setta eretica di evirati. Lui che fa tanto il duro me lo vedo vestito da donna in una confraternita di pederasti, con la benda nera sulla testa, a fare porcherie con la scusa dei riti satanici. Sono tutt'orecchi.

Zagreo accenna ad una scogliera deserta sulla frontiera con la Paflagonia, si chiamava Agdo e Reitia vi veniva adorata sotto forma di una pietra nera. Zeus, innamorato di Reitia, cercava invano di unirsi a lei e nell'angoscia di una notte d'incubo, mentre la sognava ardentemente, il suo seme schizzò sulla pietra generando l'ermafrodito Agdistis.

(Mi scoppia da ridere ma mi sforzo di trattenermi, temo di rovinare tutto se Zagreo se ne accorge).

Agdistis era malvagio e violento. Con le sue continue prepotenze aveva maltrattato tutti, perfino Dioniso che esasperato volle vendicarsi architettando ai suoi danni uno scherzo atroce. Gli portò in dono dell'ottimo vino e lo accompagnò a bere in cima ad un grande melograno finché Agdistis, ubriaco fradicio, si addormentò disfatto in cima a un ramo. Pian piano con una cordicella Dioniso gli legò i genitali al ramo e poi scosse l'albero cosicché, appena il malcapitato si riebbe, cadde giù rovinosamente e nel brusco risveglio si strappò di netto il prezioso organo.

(Mi mordo le labbra per non ridergli in faccia.)

Agdistis morì dissanguato mentre il suo sangue lavava il melograno e lo faceva rifiorire rigoglioso e stupendo e carico di frutti succosi. La ninfa del fiume Sangario passava di là per caso e sfiorando con la sua pelle vellutata uno di quei magici frutti, rimase incinta di un dio. Costui, Attis il bello, fu il grande amore di Reitia. La Signora delle fiere suonava in suo onore la lira e lo teneva perennemente occupato in voluttuosi amplessi. Ingrato e irriconoscente, Attis volle tuttavia abbandonare quelle gioie celesti e fuggì via da lei per vagare sulla terra alla ricerca di un'altra donna. Reitia sapeva bene che nessuna infedeltà sarebbe potuta sfuggire alla sua vista onnipotente e trainata dai leoni, lo sorvegliava dall'alto del suo carro. Attis giaceva spensieratamente con una donna terrena, convinto che le fronde profumate di un alto pino fossero sufficienti a nascondere il tradimento, invece si vide presto scoperto e assalito da un rimorso tormentoso... all'ombra del pino si evirò.

Pure lui?

Sì, continua Zagreo, e per questo al centro del tempio i sacerdoti di Reitia adornano un pino con palle multicolori.

A 'sto punto scoppio, non ne posso più, mi esce una fragorosa risata e tra le risa a singhiozzo commento che fu quello il primo albero di Natale!

Sono storie talmente assurde, concludo tra me, che nemmeno gli Inquisitori udendole potrebbero prenderle sul serio, è meglio lasciar perdere il mio piano del ricatto. Questo greco non ha segreti, e non è affatto uno stregone, è solo un cantastorie. Il furbastro cambia di volta in volta i personaggi ma si limita a recitare sempre la stessa storiella perché egli segue un'unica e sola trama, già prefissata nella sua mente. Ma questo ritornello non ha niente a che vedere con la vera magia. Mi resta da sperare una sola cosa e cioè che Zagreo sia un uomo di parola e che non si azzardi a nominare all'Inquisitore quel papiro che è fonte della mia incessante ossessione.


* * *


Egli si distoglie dal dialogare, sta in piedi contro la parete della cella e si concentra. In profondo raccoglimento bisbiglia un monologo in greco, forse ripete a memoria un testo; ha il braccio destro conserto e agita delicatamente la mano sinistra come se stesse solfeggiando.

Lo interrompo incuriosito:

«Che stai facendo?»

Smette e si gira, un po' seccato per la mia intrusione:

«Sto ripetendo gli inni di Orfeo».

«Orfeo, il cantore deluso nel suo sogno di salvare Euridice! Ti prego, fammi partecipe della poesia che addolcisce la vita», esortandolo a ripetere a voce alta.

«Perché dovrei?»

«E' l'ultimo desiderio del condannato a morte» semiserio.

Riluttante il greco inizia a illustrare come Orfeo fosse il cantore dello spirito, entità immortale e divina e tuttavia prigioniera di un corpo che ne funge da tomba. La lirica orfica è tutta incentrata sul mito di Dioniso, il divino fanciullo che in dispetto a suo padre Zeus fu smembrato e divorato dai Titani. I Titani... Erano usciti come ombre dall'oltretomba e con quel gesto nefando intendevano proclamare la loro ribellione a Zeus, dopo che li aveva da tempo sconfitti e rinchiusi nel Tartaro. Per vendetta Zeus scagliò contro di loro il fulmine e dalla folgorazione di quei corpi giganteschi si sprigionò un gran vapore misto ad un bagliore di fumo e faville. I figli della notte tornarono nel Tartaro urlando di dolore ma dalla fuliggine depositatasi lungo il loro cammino ebbe origine il genere umano, che dunque possiede in sé l'elemento titanico ma anche la scintilla divina proveniente da Dioniso.

Ancora favole mitologiche, uffa che barba! Ma io gli avevo chiesto della poesia.

Insisto nella mia richiesta:

«Abbiamo appurato che io sono un apprendista stregone mentre tu sei solo un greco cantastorie. Ma ora devi dimostrarmi che sei anche un poeta, avanti, recita gli Inni di Orfeo. Non avevi detto che sei uno dei pochi al mondo che li conoscono tutti a memoria?»

In piedi e colmo di devozione, Zagreo declama un bellissimo... estasiante... inno a Reitia; fa seguire l'inno alla Notte, al Daimon, a Thanatos e ad altre divinità sconosciute. Conclude con l'invocazione ai Titani. La sua voce vibra di toni ieratici e trasmette una forte carica emotiva mentre risuona cupamente tra le pareti, simile al culminare solenne di una tragedia greca:

«Audaci Titani,

che ora a dimorate nelle tartaree case

sotterra nell'infima regione del mondo.

O temerari progenitori dei nostri padri,

origine di noi mortali afflitti dal dolore:

voi imploro, d'allontanare l'ira funesta

allor che da infero buio a noi s'accosti».

Ammaliato, suggestionato dal patos profondo di questi versi, mi guardo intorno attonito, sento odore di incenso e da un momento all'altro mi aspetto di veder apparire le ombre dei figli delle tenebre, i Titani sfuggiti alle catene del Tartaro, invece... l’oscurità della cella si fa sempre più densa ed il nero più nero del nero.
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Messaggioda birillino8 il mar giu 19, 2007 10:08 pm

Lo scoccare della mezzanotte, i dodici rintocchi della torre di Piazza San Marco. Il sinistro cigolio del nostro catenaccio, seguito dal secondo catenaccio, Cengio spalanca la porta, è venuto a prenderci:

«I Signori di Notte vi attendono» mugugna.

«Loro? Meno male, - dico rivolto a Zagreo - questo vuol dire che non avremo a che fare con l'Inquisizione, verremo invece giudicati come criminali comuni, molto meglio così. Coi Signori di Notte è la tortura... con l'Inquisitore è la sepoltura!»

Aiutato da un altro carceriere, Cengio ci lega insieme pancia contro schiena e mentre passa la corda intorno alle nostre cintole sfodera il suo cinico sarcasmo:

«Materia prima per la nobile arte della tortura» e stringe ancor più forte le corde ai nostri fianchi, incollandoci talmente l'uno all'altro da farci sembrare un solo corpo con due teste.

Questo sciocco espediente ci ha trasformati in una ridicola caricatura che mi riporta a un Carnevale di tanti anni fa e alle impressioni in me suscitate alla vista di un curiosissimo travestimento. Ero bambino e quella maschera ricordo mi fece prendere un gran bello spavento. L'avevo scorta nella calle, stava in piedi appoggiata al muro di una casa, giusto davanti al davanzale della finestra. Reggeva una maschera a due facce che non mi consentiva di distinguere da quale parte stesse la vera testa. «Psst, psst!» mi chiamava e con una specie di rebus mi interrogò circa la sua ambiguità. Com'è che da Cosa Doppia nasce la Cosa Unica? disse con voce bitonale facendo gesto di avvicinarmi. Inquieto, feci un passo indietro seguito da qualche timoroso passo in avanti e con infantile terrore scoprii che tutte due le facce mi fissavano con occhi veri, occhi veri che ammiccavano. Di colpo si tolse la maschera, aveva proprio due teste, una femminile ed una maschile incastrate in uno stesso corpo. Feci un salto dalla paura e scappai via terrorizzato, ero troppo piccolo per accorgermi del trucco: dall'interno della casa l'uomo aveva appoggiato la sua testa sulla spalla della donna che stava in piedi addossata al davanzale e una sciarpa circondava i loro due colli nascondendone la diversa origine.

Nei Pozzi, avanziamo goffamente lungo i corridoi, saliamo incespicando i numerosi gradini di pietra. Approfitto di un pertugio per guardare fuori, nell’oscurità cerco di distinguere il molo ma scende una pioggia talmente fitta da togliere ogni visibilità. Una porta dalla forma strana semi nascosta in un cunicolo: aperte dall'interno le ante del finto armadio, sbuchiamo negli uffici del quartier generale della Santa Inquisizione. Veniamo condotti direttamente nella Sala del Tormento. Ad attenderci non ci sono affatto i Signori di Notte:

«Idiota» dico sottovoce nell'orecchio del nostro fido carceriere.

Insulso com'è, Cengio si è sbagliato, ci ha stimati al livello di criminali comuni mentre invece possiamo ben fregiarci dell'onorevole titolo di Prigionieri di Stato, oggetto delle attenzioni e cure della Santa Inquisizione. Infatti i due altezzosi figuri seduti al tavolo sono membri dell'Altissima, l’autorità giudiziaria dell'Inquisizione di Stato e non solo, per l'occasione ci si onora addirittura della presenza di Sua Serenità. Con la mantellina in maglia d'acciaio del rocchetto il doge Morosini è al centro; alla sua destra c'è l'Inquisitore, un uomo robusto di mezza età con la tonsura e l'abito da frate domenicano, cappa nera su scapolare bianco. Alla sua sinistra il Vicario, segnato da una magrezza impressionante, con il naso adunco ed il volto tinto di un cereo pallore, tutto vestito di nero, con i capelli nerissimi lisci e unti.

Veniamo subito slegati da un uomo col volto incappucciato che non può essere altro lieto personaggio fuor del nostro carnefice. Io vengo rinchiuso in una delle due cellette laterali da cui, attraverso una piccola finestrella rotonda sbarrata a X, posso vedere il mio compagno al centro della sala ma non gli esaminatori, benché possa udirne distintamente le parole.

Sento per prima la voce dell'Inquisitore, energica e precisa nell'eloquio:

«Costituito personalmente nel tribunale del Santo Ufficio e toccati i Sacri Vangeli ti chiediamo di giurare di dire la verità».

«Lo giuro» con la mano sul vangelo avvicinatogli dal carnefice.

«Sei interrogato sul nome e patria di provenienza».

«Zagreo, greco di Candia».

Il suo torace possente e statuario viene denudato dal boia. Zagreo, a testa alta con una fiera espressione di sfida negli occhi, sale i tre gradini della piccola piattaforma di legno. Gli vengono legati i polsi dietro la schiena con una corda che pende allentata dalla carrucola affissa all'alto soffitto della Sala del Tormento.

L'Inquisitore inizia l'interrogatorio con maniere che vogliono essere piacevoli e caritatevoli:

«Presumi il motivo della tua carcerazione?»

«Sono prigioniero perchè ribelle greco».

«Caro Zagreo, tu sei gravemente indiziato per l'omicidio di un nobile veneziano, tale Bartolomeo Gradenigo, delitto spettante al foro secolare in quanto perpetrato per mano di sommossa popolare da te ideata e condotta ai danni del Governo veneziano. Ma l'eresia è crimine incomparabilmente più grave poiché come dice San Girolamo, l'eretico è un omicida che uccide le anime degli uomini con dannose e letali passioni».

«Quel nobile si era impossessato di un mulino appartenente alla mia famiglia e pretendeva tasse esose da chi era costretto ad utilizzarlo per la macinazione. I contadini erano in collera...».

L'Inquisitore lo interrompe a meta frase:

«I contadini sono sempre in collera e il loro cuore non è mai contento. A noi non risulta che alcun contadino sia mai stato fatto santo».

«C'era una terribile carestia di grano e comunque sia, quell'omicidio non fu voluto da me, non era affatto nei piani della nostra ribellione. E' stato un incidente. Il Valvassore doveva venire semplicemente catturato in ostaggio per scambiarlo con dei sacchi di grano invece, quando i contadini hanno assaltato il palazzo e le guardie hanno risposto con le armi, un greco deve aver perso la testa e ha contraddetto gli ordini. In quel momento non ero all'interno, non so assolutamente chi possa essere stato l'esecutore materiale ed in ogni caso è lui soltanto il responsabile del suo crimine».

Interviene allora il doge Morosini:

«Anche tu ne sei moralmente responsabile dacché sobillare la ribellione, come tu stesso hai ammesso di fare, non porta altre conseguenze che il crimine e la vendetta di sangue. Complice nel delitto non è solamente colui che è materialmente compagno nel delitto stesso, ma anche chi è compagno nelle vicende annesse e connesse che causano il delitto. Ma c'è dell'altro, tu sei un nemico della Lega Lombarda, venuto fin qui per cercare appoggi fra gli alleati di Federico II. Nel 1230 ero duca di Candia e i greci in rivolta non si sarebbero impossessati delle nostre fortezze se non grazie all'appoggio esterno di un alleato di Federico II: a quei tempi l'alleato era un greco, Giovanni Vatace da Nicea, ma oggi è direttamente alle nostre spalle ed è niente meno che un veronese, Ezzelino da Romano! Costui soffia sul fuoco del malcontento greco e finanzia lautamente i ribelli, spera in un nostro impegno militare a Candia, lontano da casa, per poterne approfittare e ritentare di sorpresa la presa di Treviso. Non è passato molto tempo Dacché il podestà di Treviso, figlio del Doge che mi ha preceduto, si è trovato a comandare la difesa della città davanti all'esercito del feroce Ezzelino, il peggior nemico della pace».

«Quel demonio è sempre in agguato, - lo interrompe l'Inquisitore - ha sottratto Trento al vescovo ed incarcera impunemente gli ecclesiastici. Ezzelino non fa mistero del suo dispregio per la religione, è costantemente in compagnia degli eretici e si compiace di compiere atti sacrileghi nelle chiese».

Il Doge continua l'interrogatorio:

«Avanti, confessa che eri diretto nella Marca Trevigiana per incontrare qualcuno dei suoi scagnozzi? Se tu sei passato per Venezia di sicuro avevi appuntamento con qualche spia, è forse Petrangesio il tramite degli Ezzelino?»

Nell'udir nominare il mio nome mi sento raggelare il sangue e piombo in una crisi di panico.

Ma Zagreo nega:

«No, Petrangesio non c'entra per niente in questa faccenda, lo ho conosciuto per caso in osteria, dove abbiamo solo bevuto insieme e non abbiamo parlato di politica».

«Lo giuri tu?»

«Sì. Sì lo giuro, qui a Venezia non dovevo incontrare nessuno».

«Dove eri diretto allora?»

«A Verona. Là avrei dovuto incontrare degli esuli di Candia, perseguitati dai vostri sbirri».

«Dunque ci siamo, sei in combutta con quello sfegatato ghibellino, fanatico fino all'ultimo anche dopo le schiaccianti vittorie della Lega. Dicci il nome di quei traditori!»

«No!»

«Se non ci dirai i nomi ti faremo accecare e ti rinchiuderemo a vita nei pozzi!»

«Mai, da me non avrete i loro nomi, non sono traditori, lottano per la libertà di Candia, non devono nessuna fedeltà allo straniero».

Il doge irritato fa cenno al boia. La corda che lega i polsi dietro la schiena viene tirata fino a sollevare in aria il prigioniero, provocandogli atroci sofferenze alle articolazioni delle spalle. Zagreo rimane appeso per un interminabile quarto d'ora misurato dalla clessidra posata sul tavolo, finché non sopportando più il dolore prende a gridare con veemenza gonfiando le vene del collo:

«Maledetti figli di cani, non avrete mai quei nomi!»

Il Vicario, che aveva ascoltato attentamente ogni cosa stando appollaiato sul margine della sedia, fa abbassare la corda con un gesto di quella sua mano a zampa d'uccello:

«Tieni a freno la lingua, questi insulti potrebbero costarti la vita. Sappiamo che a Candia tu vai predicando di onorare gli dei pagani, pratica da secoli obsoleta dopo che i nostri santi martiri ne ebbero dimostrato la falsità e le menzogne. Tu ti infervori nell'apologia di dottrine pagane che si oppongono direttamente e contraddittoriamente alle verità rivelate e proposte dalla Chiesa Cattolica Romana. Formalmente è un dipartirsi da tutta la Fede e la Religione già ricevute, cotal circostanza, ovvero l'apostasia, notabilissimamente aggrava il delitto di eresia. Sei dunque pronto a confessare?»

«Il Messia ha acquisito parte della sua dottrina da un sapere che già i poeti dell'Arcadia tenevamo per scontato ed ora voi mi accusate e mi minacciate di morte perché onoro quello stesso sapere che il Cristo non disdegnò di fare proprio».

«Che intendi insinuare?»

«Tra il lago di Genezareth e la costa fenicia il Cristo ha conosciuto i culti pagani della vite. Da dove proviene il mistero dell'Eucarestia se non dal vino di Dioniso e dal pane di Demetra?»

Il Vicario dilata le narici come chi sente un odore sgradevole sotto il naso:

«Nel mistero Eucaristico si compie la redenzione dell'uomo e la sua liberazione dal peccato attraverso l'incarnazione, la morte e la resurrezione del Cristo. Gli dei che hai nominato non possiedono queste stesse virtù, non c'è mai stata relazione alcuna tra i culti dei pagani e la Santa Eucarestia».

«Che ne sapete voi delle dottrine pagane? Il mistero di redenzione di Attis contraddice le vostre affermazioni categoriche. E' forse soltanto opera del maligno che il mite Attis sia nato in una grotta, sia morto nel tempo di Pasqua e sia risorto il terzo giorno come il Cristo?»

«La verità rivelata dal Vangelo testimonia che l'unigenito figlio di Dio non può essere che unico, perciò agli dei pagani non è dato in alcun caso possedere le esclusive virtù del Cristo, il politeismo dei selvaggi è stato spazzato via da tempo dalle coscienze dei giusti».

«Voi vi rifugiate nei dogmi per non ammettere l'evidenza, le vostre pretese di unicità ed originalità del messaggio cristiano non reggono ad una prospettiva storica, perfino Reitia la dea di Candia è vergine e madre esattamente come la Madonna».

Al che il Vicario, che fino ad ora aveva trattenuto a stento l'indignazione, irrigidisce il volto in un’espressione terribile:

«Questo è troppo! Infame, tu bestemmi! Queste non sono soltanto volgari eresie, sono bestemmie atrocissime e orrendissime!»

Poi, mutando improvvisamente a calmo e pacato il tono della voce, il Vicario riprende:

«Ora devi spiegare al Tribunale se le tue idee ti hanno condotto a praticare opere e culti conformi alle tue credenze e a comandare ad altri di sacrificare agli idoli».

Il Vicario invita il carnefice a procedere. Vedo così il boia che regge per i lunghi manici le tenaglie mentre ne scalda sul braciere le estremità, quindi si avvicina a Zagreo e gli stringe alternativamente i capezzoli con la morsa delle tenaglie incandescenti. Il boia continua ad infierire crudelmente, ben sapendo che i capezzoli sono una delle zone corporee più sensibili al dolore.

Zagreo si contorce sempre più spasmodicamente e grida:

«Che culto pagano posso mai praticare se avete distrutto tutto, tutto, perfino l'erba che cresceva nei templi!»

«Però predicasti ad altri il paganesimo?» chiede il Vicario.

Zagreo risponde lucidamente:

«E' la cultura, è la storia della mia gente, sicuro, più volte ho spinto i greci ad onorare la memoria degli dei e degli eroi della loro terra, volevo infondere in loro il sacro entusiasmo della rivolta di popolo. Molti sono caduti ai miei piedi ad acclamare commossi i miei discorsi».

«Molti sono caduti a fil di spada ma non quanti sono periti per colpa della lingua, dicono le scritture. Ratifichi la tua confessione?» domanda il Vicario.

«Sì».

Una breve pausa di silenzio e il doge scambia delle frasi in tono sommesso con i due esaminatori. Odo poi la voce imperiosa dell'Inquisitore:

«Sotto giuramento il reo ha confessato d'aver più volte affermato e predicato l'apostasia pagana. Davanti a noi non ha voluto ammettere d'essere in errore e con stizza, superbia ed arroganza ha risposto di credere fermamente negli idoli. Avendo noi attentamente considerato la suddetta pertinacia ed ostinazione, veramente satanica e dannevole al punto di rendere assai più gravi le sue colpe, non vogliamo che egli per l'impunita sua di malvagio divenga peggiore di quello che è, né che con il suo morbo pestifero infetti altri. Pertanto, invocando il santissimo nome di Cristo, sentenziamo davanti al tribunale del Santo Ufficio che Zagreo di Candia risulta eretico pertinace impenitente e come tale, lo condanniamo e lo scacciamo via da noi per rilasciarlo da ora al braccio secolare, che provvederà alla pena con il voto del Consiglio».

Il Vicario scambia un'occhiata furtiva col Doge e aggiunge:

«Che gli sia fin d'ora tagliata la lingua per purgare l'infame offesa arrecata al preziosissimo corpo e al soavissimo sangue del Cristo, nonché alla immacolata purezza della Vergine Maria».

Il carnefice raccoglie da terra un piccolo strumento di metallo, una cornice rettangolare dotata di un morsetto a vite che allontana due brevi lame. Mentre Zagreo oppone una estrema inutile resistenza il boia gli inserisce le due lame fra le arcate dentarie e girando il pomello piatto del morsetto apre progressivamente la bocca fino a tenerla spalancata, quindi afferra la lingua con un panno e la recide alla radice, dopo di che getta la lingua mozzata entro un cesto.

Tra le sbarre a X osservo con gli occhi sbarrati. Zagreo viene trascinato in disparte, è pallido e stremato, il sangue gli scorre all'angolo della bocca. E' arrivato il mio turno, mi fanno uscire e mi legano alla corda.

Il Doge commenta il supplizio di Zagreo:

«L'eretico solitario nuoce soltanto a se stesso, diversamente quello che si adopra a fare il maestro di eresia è cagione di altissima rovina anche per gli altri cittadini. Dunque deve essere punito con grandissimo rigore non solo come eretico ma come nemico del Libero Comune».

Senza esitare prendo la parola sotto lo sguardo fisso e indagatore dei tre:

«Sua Serenità, altissimo Inquisitore di Stato, vi supplico di prestare la vostra benevola attenzione alle semplici, ma sincere parole, di un suddito che massimamente confida nella Vostra illuminata giustizia. Una serie di circostanze fortuite ha fatto sì che comparissi al cospetto del tribunale, tuttavia posso dimostrare come ciò sia dovuto ad un banale equivoco e mi scagionerò in breve da ogni sospetto, lasciando il vostro prezioso tempo a disposizione di più gravi e urgenti questioni di Stato.

L'altro ieri a mezzogiorno mi trovavo alla locanda del Mastino di Khorassan, i posti liberi a sedere erano pochi ed il greco acconsentì a dividere con me il suo tavolo. Vi giuro sui Sacri Vangeli che era la prima volta che vedevo quell'uomo, come avrei potuto in alcun modo sospettare che egli abbracciasse segretamente l'eresia o che fosse un pericoloso nemico della Lega? Ci scambiammo qualche parola come si suole in osteria davanti ad una coppa di vino, egli era piuttosto reticente e non mi disse i motivi né la destinazione del suo viaggio. Altro non fece che elogiare la qualità del nostro vino tracannandone intere coppe d'un sol fiato sicché, quando mi sollecitò a procurargli il miglior vino che avessi a disposizione, mi sentii in dovere di ospitalità. Con la mia piccola damigiana mi sono diretto candidamente al suo alloggio ma caso volle che in quel momento la camera fosse presidiata dalle guardie. Diligenti fuori misura, esse mi hanno condotto ai Pozzi a pagare così duramente la mia generosità verso gli sconosciuti.

La confessione elargita dal greco sotto tortura ha reso inconsistente ogni accusa nei miei riguardi e conferma quanto vi ho narrato. Essa dimostra la mia estraneità alle sue macchinazioni politiche e nega la possibilità che io abbia perpetrato il nefando ed orribile crimine di tradire la patria, mentre tutti i veneziani d'intera fama sanno in quanta venerazione e assoluta sottomissione tenga Sua Serenità. L'onere della prova spetta all'accusa, dunque io chiedo alla Vostre eccellenze quale prova potreste mai portare in questa sede di giudizio ad inficiare la mia innocenza, dato che mai nessuno mi ha udito parlare in modo scellerato e non conforme alla dottrina della Chiesa Cattolica Romana, viceversa con licenza del Tribunale io potrei portare al vostro cospetto un coro di voci di uomini da bene pronti a fornire prove irrefutabili sull'ardore e sulla devozione con cui compongo le immagini dei nostri santi nei mosaici della Basilica.

Dunque è di per se stesso chiaro come io sia stato vittima di una svista delle guardie, che hanno male interpretato circostanze del tutto fortuite. Ogni sospetto e congettura su un mio coinvolgimento nelle turpi diavolerie del greco si scioglie come neve al sole di fronte all'evidenza dei fatti e pertanto vi supplico di concedermi la libertà affinché io possa tornare ad onorare come prima i santi, componendo i miei mosaici nella Basilica d'Oro, la meravigliosa cappella che tutti i sovrani d’Europa invidiano al nostro doge" concludo inchinandomi.

Prende allora la parola il doge:

«E se mettessi in libertà una spia di Ezzelino?»

«Sua Serenità, sapete bene che una vera spia non prende appuntamento con un noto ribelle in un'osteria piena zeppa di gente, per di più allo scoccare del mezzodì; la spia attua i suoi incontri in luoghi appartati, al riparo da occhi indiscreti, e aspetta la notte fonda per scambiare fugacemente poche parole e poi dileguarsi nuovamente nell’oscurità. Esaminate inoltre il caso del mio arresto in casa del greco: prima di entrare in un luogo ove sia attesa, la spia sta appostata per ore ed ore, osserva chi entra e chi esce e si decide ad entrarvi solo quando sia sicura di evitare presenze inopportune. Gli astuti informatori dei ghibellini non sono così avventati da mancare di prudenza, sapendo che una volta scoperti li attende morte certa».

L'Inquisitore dice al doge:

«Il reo finge, seppur bene».

E continua rivolgendosi a me:

«Tu affermi che nessuno può testimoniare contro di te, invece un Capo di Contrada ci ha riferito che una certa persona presente in quella locanda ti ha udito nominare dottrine eretiche durante la conversazione con Zagreo. Bada, ora sei ancora in tempo per scagionarti se ammetti di essere stato vittima del plagio, cioè della stregonesca suggestione esercitata dal greco per persuaderti ad abbracciare l'eresia. Conferma la verità e ti lasceremo andare: se rettifichi la deposizione e dichiari esplicitamente d'essere stato oggetto della propaganda mefitica di Zagreo, sebbene tu non lo conoscessi per eretico prima di quell'incontro fortuito nella locanda, proverai in tal modo la tua ignoranza e non sarai meritevole di castigo».

Cerco di mantenere la calma e rifletto veloce che potrebbe essere vero ma potrebbe anche essere una trappola, un trabocchetto fatale dal quale non potrei facilmente uscire. Se si tratta di una finzione escogitata lì per lì dall'Inquisitore ho ancora una via di salvezza:

«No lo nego, è totalmente falso, quello non può averci sentiti parlare di dottrine eretiche perché non le abbiamo nominate. Confermo la mia versione dei fatti e sono pronto a testimoniarla sotto tortura, se non vi è rimasto altro rimedio per scoprire la verità» e lo sottolineo con tutto l'impeto e la decisione necessarie a mascherare il mio sgomento, simulo coraggio ma ho il terrore della tortura.

L'inquisitore rimane impassibile, non riesco a cogliere nella sua espressione il minimo segno di cedimento, egli si limita a dire meccanicamente:

«Lo vedremo... Si mormora in giro che tu ti interessi di stregoneria» e da al boia l'ordine di sollevarmi in aria.

Mi agito come un pollo legato per le zampe.

Il doge Morosini sbuffa, tamburella le dita, inizia a dare segni di impazienza e interrompe quasi subito la manovra del boia:

«Basta così! E' ora di passare al processo successivo, non ho intenzione di perdere tutta la notte in questioni da osteria. Anche se il reo si offre spontaneamente al boia non mi risulta che sia stato indiziato a tortura. Vi prego di usare maggiore cautela nell'arrestare i rei, poiché la sola carcerazione per il delitto di eresia comporta considerevole infamia al carcerato».

Mi slegano le braccia doloranti per riportarmi in cella. Tiro uno smisurato sospiro di sollievo, ma poi sulla porta incrocio lo sguardo di Zagreo, seduto sul pavimento di legno con le spalle appoggiate ad un angolo di parete, immobile come una statua di ghiaccio, ridotto ad una pallida ombra di se stesso. Vorrei abbracciarlo, dirgli all'orecchio qualche parola di consolazione, fargli capire che siamo ancora tutti e due nella stessa barca, che ho mentito sì ma...

Abbasso gli occhi davanti al trovatore, quasi mi sento complice di quella crudeltà inutile, inutile come uccidere un usignolo.
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Messaggioda birillino8 il mar giu 19, 2007 10:10 pm

« ...e lo scacciamo via da noi per rilasciarlo da ora al braccio secolare!»
Muto, in attesa della pena votata dal Consiglio, il mattino seguente Zagreo è seduto a terra nell'angolo della cella.

Ora so. Zagreo è l'ultimo dei "Gentili", rappresenta l'anello finale nella catena di persecuzioni inflitte ai pagani. Pochi sanno e nessuno parla dei secoli d'intolleranza contro i pagani, tra i più grandi crimini commessi nella storia dell'umanità. Quante innumerevoli volte fuori della porta del tempio si udì la terribile minaccia:
«E se non vi sottomettete all'autorità del Papa, signore del mondo, state certi che con l'aiuto di Dio noi vi daremo poderosamente contro, vi assoggetteremo al giogo e obbedienza della Chiesa; prenderemo le vostre persone, le vostre mogli e figli e li faremo schiavi, e come tali li venderemo e disporremo di essi. Prenderemo i vostri beni e vi faremo tutto il male e il danno che potremo, come a chi non obbedisce al proprio signore e gli resiste e lo contraddice; affermiamo che la morte e il danno che seguirà da ciò sarà per vostra colpa, non nostra».

Inizio a riflettere sulla confessione di Zagreo e la confronto con quanto mi aveva confidato appena il mattino precedente:

«I culti pagani della vite… il vino di Dioniso e il pane di Demetra».

Ammiro in lui la fiera indipendenza di pensiero, fino ad un momento prima del processo ero convinto mi avesse raccontato soltanto delle belle favole ma ora lo scopro un vero filosofo, uno di coloro che assaporano il raro privilegio di pensare con la propria testa, al contrario alla maggioranza del genere umano che usualmente è capace di trascorrere una vita intera a mangiare, lavorare e riprodursi senza mai sfiorare un pensiero che abbia il sapore della filosofia. Devo approfondire i princìpi che Zagreo ha enunciato e cercare di analizzare con cura il credo che egli ha difeso, lucido e coerente, fino alle estreme conseguenze.

L'Umido, cui accennava, dovrebbe dunque essere il principio spirituale e invisibile, la sostanza che permea e unifica l'intero universo restando tuttavia intangibile allo scorrere della freccia del tempo. Al suo estremo egli ha posto il principio Secco, ovvero la molteplicità degli individui e delle forme, espressione dell'innumerevole varietà di specie che Noè caricò nell'arca e che ora popolano ogni angolo della terra. C'è abbastanza spazio per coinvolgere Aristotele, anche costui concepiva due analoghi aspetti del creato, la Forma e la Sostanza. Come spiegava Mastro Bernardo intento a rifinire una scultura con lo scalpello: la Sostanza è riconoscibile nella pietra della statua e la Forma nel peculiare aspetto forgiato dallo scultore; potenzialmente, dalla pietra allo stato grezzo possono emergere infinite immagini, ma una ed una sola è la figura che lo scultore decide di attuare, un profeta, un cavallo o una fanciulla... e come contemplando la statua si può percepire ad un tratto la nuda pietra, così contemplando il mondo fenomenico si può percepire ad un tratto la Sostanza Universale - concludeva il Maestro.

La Forma sta alla Sostanza come l’Attuale al Potenziale. Il pane viene cotto e mantiene la forma impressa dal panettiere; il vino è un liquido, cioè una sostanza che potenzialmente può venire contenuta in qualsiasi recipiente. Pane / Vino, Secco / Umido, non mi è difficile capire che tutte queste coppie in qualche modo equivalenti si rifanno al principio generale degli opposti. Però, appena cerco di collocare la Realtà all'interno dei due opposti, oscillo dall'uno all'altro cadendo in preda al dubbio. Che confusione! Dov'è la Realtà che dà contenuto e valore concreto alla vita, nell'esile sostanza sottostante alle cose o nelle forme concrete e tangibili? In sintesi, nello spirituale o nel mondano? Questo è il problema.

Finito nei vicoli ciechi di un labirinto inestricabile non riesco a trovare la via d'uscita e mi ritiro dai miei ragionamenti sempre più disorientato e perplesso. Se dovessi commettere l'errore di prendere l'irreale per il reale o viceversa il vero per il falso, la mia mente verrebbe ad invischiarsi in una trappola letale. Se invece, per porre termine a questa sorta di sdoppiamento, dovessi ammettere la presenza congiunta della Realtà tanto nella Forma che nella Sostanza dovrei addirittura ricorrere ad una logica nuova e bizzarra che permette la verità simultanea di due aspetti contraddittori: il mondo trae forse sostegno dalla follia?

Mi accorgo di non avere risposte certe e mi perdo a fantasticare pigramente dietro una costante irrisolta incertezza, ritrovandomi dopo un po' in una sorta di limbo, ove sogno e rimembranza possono facilmente confondersi. In questo stato, lontano dai ritmi abituali della mia vita, impresso nelle terribili cose appena successe, non so più se considerare maggiormente veritiero il sognare o il ricordare. Più autentico il sogno premonitore di Zagreo col corvo che gli strappa la lingua o più autentica la mia immagine mentale del carnefice che gli taglia orribilmente la lingua? Dentro di noi un ricordo non è affatto dissimile da un sogno. Persino il futuro, le nostre speranze, non sono molto diverse dai sogni. Ed il presente? Che cosa mai è il presente se non quanto di più inafferrabile esista, nel momento stesso in cui cerchiamo di afferrarlo... anche l'attimo scivola nel passato. Solo i sogni restano mentre pian piano la realtà svanisce.

Malinconicamente, ho trascorso l'intera giornata a meditare, senza concludere nulla... sicché ho finito per dubitare di quelle stesse capacita di discernimento che il Creatore avrebbe riservato alla coscienza umana. Più investigo il mondo più torno sconcertato sui miei passi, in nessun modo posso superare l'abisso che mi separa dai suoi impenetrabili misteri. Devo ammettere di ignorare che cosa sia il mondo e cosa sia io stesso, nonché quella parte di me che ora mi consente di pensare. Non so perché io sia venuto al mondo, perché viva in questo istante del tempo e non in altro, perché ora mi trovi in questo punto dello spazio e non in un altro. Oltre le pareti della mia cella, cerco invano di misurare l’immensità del cosmo, in ogni direzione incontro spazi incommensurabili e cammini eterni che mi inghiottono come un granello di polvere. Esausto... approdo a quel Silenzio di fronte al quale le parole ed i pensieri si ripiegano su se stessi senza raggiungerlo.

Terza notte nei pozzi. Il buio avanza, l’umidità mi entra nelle ossa e indolenzisce le articolazioni. A un tratto percepisco nei corridoi uno sciacquio d'acqua corrente, non ci faccio caso e mi rigiro nel tavolaccio. Di nuovo lo sciacquio, questa volta sembra provenire dall'interno della cella, punto le mani sul bordo del tavolaccio e appoggio i piedi sul pavimento, la pianta del piede s'immerge in due dita d'acqua gelida.

L'acqua alta! Il mare è entrato nel cortile interno del Palazzo Ducale, ha invaso i corridoi dei pozzi ed ora filtra da sotto la porta.

Cerco il mio compagno tentoni nella penombra, non è sdraiato sulla sua panca, lo trovo seduto sul pavimento allagato, è ancora nello stesso angolo di quando era tornato in cella. Lo prendo in braccio e lo sollevo a forza sul mio tavolaccio. Zagreo è tutto inzuppato, mi rincresce di averlo abbandonato lì in terra, sono colto da mille rimorsi. Gli strizzo la veste fradicia, cerco di scaldargli le mani con il calore delle mie ascelle e lo tengo appoggiato a me sostenendo le sue membra, rannicchiate e tremanti. Il tavolaccio poggia su dei pilastri di pietra non più alti di due piedi, se l'allagamento supera questa misura finiremo a mollo nell'acqua gelata e moriremo entrambi assiderati. Gli Inquisitori lo sanno, forse ci hanno sbattuti qui proprio per questo, secondo il piano di una sadica esecuzione.

Cresce. Non si ferma. L'acqua continua a salire. Stendo il piede in direzione del pavimento. Scivolo sulla pietra del pilastro e immergo l'intero alluce. Dopo un po' ripeto l'operazione e rituffo il piede iperesteso sulla caviglia. Sono sotto fino a meta piede, vuol dire che l'acqua aumenta in modo impercettibile ma inesorabile. Il rumore d'acqua che goccia echeggia nei corridoi e vi si aggiunge lo sciacquio di stivali di qualcuno che passa. La marea accelera, arriva alla caviglia iperestesa e la supera, va oltre il piede di profondità, non manca molto ai due piedi e vinto dal panico vado prospettando lo spettro vicinissimo d'una morte lenta e orribile e controllo spasmodicamente il livello dell'acqua. Però, col trascorrere del tempo, non ci giurerei ma sembra abbia smesso di crescere, controllo il livello dell'acqua un'altra volta, sta scendendo.

Sento un tuffo al cuore, mi sembra che stia scoppiando, stringo forte Zagreo al mio petto, lui ricambia l'abbraccio, grosse e calde lacrime mi rigano le guance.


* * *


In seguito, appena sul pavimento non rimane che un sottile velo d'acqua stagnante, riesco finalmente ad abbandonarmi al sonno. A notte inoltrata vengo svegliato dal rumore dei catenacci, la cella si illumina con la torcia, Cengio è vistosamente agitato e mi esorta ad uscire:

«Svelto, prendi la tua roba e seguimi, non c'è tempo da perdere».

«Dove mi vuoi portare a 'ste ore?» chiedo pigramente.

«Sbrigati, devi cambiare cella».

Scatto in piedi sbattendo le suole in terra e alzo la voce sdegnato:

«Io resto qui, non hai nessun diritto di spostarmi di cella, fammi parlare con i tuoi superiori!»

Cengio si fa avanti e inizia a tirarmi per un braccio:

«Muoviti».

«Toglimi le mani di dosso, martuffo!»

Mi libero dalla sua presa ma altri due guardiani si affacciano alla cella attirati dalle grida. Sono costretto a cedere. Più che mai frastornato, abbattuto per quella assurda disposizione, mi decido a congedarmi da Zagreo. Una separazione penosissima, simile a dover abbandonare nel bisogno il migliore amico o di più, un fratello sventurato. Zagreo guarda mestamente la parete e con il dito indice vi disegna la falce della luna, abbassa la mano e poi disegna il disco solare con intorno i raggi, dopo di ché prende il palmo della mia mano, vi posa una medaglia, vi chiude sopra le mie dita e avvolge il mio pugno entro le sue mani. Stringe la presa e mi fissa negli occhi con il suo sguardo insieme fiero e dolcissimo, mentre i guardiani spazientiti mi trascinano via.

Nel corridoio, alla luce delle torce osservo meglio la medaglia. Non vale nulla. E' una moneta antica, fuori corso, ed il suo metallo non è pregiato. Vi sono incisi un uomo e una donna congiunti in amplesso. Effigie curiosa per una moneta da utilizzarsi nella vita quotidiana, non riesco proprio ad immaginare in che epoca i greci abbiano potuto coniarla. Chissà cosa ha voluto dire Zagreo disegnando il sole e la luna? Questa medaglia potrebbe avere un valore di portafortuna o forse, ecco, potrebbe riferirsi alla medaglia magica del sole e della luna, quella che Medea appese al collo del principe magnesio, un istante prima di fare l'amore con lui sopra il Vello d'Oro. Chi lo sa?

Girato l'angolo del nostro corridoio vengo sistemato nella nuova cella, poco distante dalla precedente. Appena entrato mi scervello per indovinare una qualche relazione tra l'ultimo muto messaggio di Zagreo e la leggenda del Vello d'Oro. Ripercorro il racconto così come egli me l'ha esposto il primo giorno di prigione:

...Finalmente le sponde settentrionali del mare di Crono, l'Alto Adriatiaco. Entrati in una palude di canne, tosto gli Argonauti balzarono giù dalla nave e lasciarono le loro impronte sulla spessa melma nerastra in cui marcivano le piante. Essi percepivano costantemente un nauseabondo odore di putrefazione finché si presentò ai loro occhi uno spettacolo terrificante: il cimitero dei Colchi, una serie sterminata di cadaveri appesi alle cime dei salici e offerti in pasto ai corvi e ai nibbi. Era costume dei Colchi esibire in tal guisa i loro defunti, ma solo quelli di sesso maschile poiché le donne venivano seppellite con tutti gli onori.

Gli Argonauti si introdussero in profondità nella pianura avvolti in una nebbia fittissima, una barriera provvidenziale che li nascose alla vista dei Colchi ed in cui nemmeno Linceo riusciva a vedere oltre un palmo. Sulla soglia del palazzo regale, arroccato nella cima più alta dei Colli Euganei, Diomede incontrò degli esuli greci e confidò loro i segreti motivi dello sbarco. Gli esuli gli fecero ben presente i rischi dell'impresa: Eete è un re crudele, violento e terribile. Ma c'è un ostacolo ancor più duro, prodigio orrendo a vedersi, un drago immortale che veglia perpetuamente il Vello d'Oro e né giorno né notte il dolce sonno vince i suoi occhi. Quel drago è nato dal sangue di Tifone, il mostro dell'abisso che si ribellò al trono di Zeus. Quando si mette a soffiare nella notte, scuotendo le enormi spire rivestite di squame e allungando il lunghissimo collo, emette un sibilo agghiacciante che risuona lontano nella sconfinata foresta, le donne allora si svegliano dallo spavento e abbracciano piene d'angoscia i bimbi che piangono.

Udito il racconto degli esuli, Diomede impallidì dalla paura e si chiuse in un cupo mutismo, ma gli dei propizi mandarono un segno... ed una colomba sfuggita miracolosamente alla violenza di uno sparviero, cadde tremante nel suo grembo. Fattosi coraggio, il principe magnesio si presentò raggiante al cospetto di Eete e dell'indocile sua figlia, Medea. Ella nel vederlo fu presa da muto stupore e il dardo di Eros la centrò in pieno petto penetrando in profondità nel suo cuore di fanciulla. Dolcemente l'amore le rapì gli occhi lucenti e la sua natura ribelle si aprì alla gioia, come la rugiada dell'aurora si scioglie sopra le rose. Medea era una maga consacrata alla Luna ed era ben conscia che senza di lei Diomede non avrebbe potuto superare le durissime prove imposte da suo padre, perciò col proposito di favorire l'amato gli diede un appuntamento segreto nel tempio di Ecate. Uscita da palazzo sotto un leggero velo di lino, la vergine inviolata strinse fra le braccia il bel corpo di Diomede, baciò avidamente il suo petto e si accordò con lui su come sfruttare al meglio le risorse dei suoi espedienti magici.

Il re Eete pretese che Diomede soggiogasse all'aratro due tori dagli zoccoli di bronzo, creature di Vulcano che sputavano fuoco dalle nari diffondendo un gran fumo fuligginoso all'intorno. Diomede riuscì nell'impresa: era protetto contro le fiammate da un unguento incombustibile che Medea aveva tratto dal Crocus Aureus e spalmato amorevolmente sul suo corpo. Come gli era stato ordinato, Diomede arò un campo con i tori aggiogati e seminò nei solchi i denti di un drago, quello ucciso a Tebe da Cadmo. Dai denti nacquero immediatamente dei guerrieri e tutto il campo fu irto di solidi scudi, di lance e di elmi brillanti. Egli ricordò il suggerimento di Medea e da lontano lanciò nel mucchio una enorme pietra rotonda sicché, non sapendo chi li avesse colpiti, i guerrieri si accusarono a vicenda e si massacrarono fra loro.

Io ricordo che proprio a questo punto del racconto, Zagreo si era messo a declamare con vigore, teneva elevatissima la tensione, la sospendeva con enfasi in un crescendo che annunciava il culmine risolutivo. Lo rivedo nella cella, arruffato e gesticolante:

«Medea si avvide che il padre Eete sapeva delle sue trame e pur in preda a laceranti conflitti, invitò Diomede a seguirlo nel bosco sacro per appropriarsi del Vello e fuggire insieme. Il principe magnesio volle attardarsi ad accendere un falò in onore agli dei, versò nel fiume il miele di una coppa d'oro e quindi si lasciò guidare docilmente da Medea. Entrati nel recinto del terribile Ares, l'indomito dio della guerra, si ritrovarono in un bosco di lauri, cornioli e grandi platani ove il sottobosco era tappezzato di mandragola e panacea. Al centro del bosco videro il tronco possente di una enorme quercia che toccava il cielo con la cima e spiegava tutt'intorno le sue fronde. Là, appeso ai rami pendeva l'aureo Vello, simile a una nuvola che si fa rossa e infiammata sotto i raggi del sole nascente.

Venne fuori il drago. Sibilò spaventosamente e fece scricchiolare gli alberi intorno scuotendoli fino alle radici, ma Medea, impassibile, fissò negli occhi del drago, spruzzò sulle sue palpebre le gocce di un filtro soporifero e lo fece crollare a terra, addormentato. Allora Diomede affondò entusiasta le dita nella soffice e morbida lana e staccò dal ramo il pesante Vello.

Raggiunto l'ormeggio della nave Argo, l'equipaggio fece cerchio intorno esultando. Diomede esibì ai compagni di viaggio la meta così faticosamente conquistata e non mancò di presentare loro Medea quale sua legittima sposa e sorella. Felici, gli Argonauti presero il largo. Sul castello di poppa, fu preparato il letto nuziale al dolce suono della cetra di Orfeo. La maga Medea, stesa nuda sopra la soffice lana dorata, fece al suo sposo un dono preziosissimo: una medaglia che portava il Sole inciso su una faccia e la Luna sull'altra. Poi, mossi dai loro impulsi d'amore, Medea e il principe magnesio consumarono il matrimonio sull'aureo Vello, come sopra una nuvola che si fa rossa e infiammata sotto i raggi del sole nascente».

Seguì la conclusione, in tono sommesso.

Eete, l'inflessibile figlio del Sole, non si rassegnò alla perdita del Vello e della figlia prediletta, e lanciò le navi all'inseguimento degli Argonauti. Sotto la guida di suo figlio Fetonte, la flotta colca tagliò il golfo per impedire agli Argonauti di tornare in patria lungo la via del Danubio. Ma allorché stavano per essere raggiunti, Medea e Diomede ricorsero ad un nuovo inganno e tesero un agguato a Fetonte. Medea dichiarò di essere stata rapita con la forza e fece sì che il fratello venisse da solo all'appuntamento nel tempio istriano di Artemide, situato ove la via Danubiana aveva accesso al Mare di Crono. Lì Fetonte, mentre contemplava la sgargiante tunica purpurea portatagli in dono da Medea, fu colpito a tradimento da Diomede e cadde in ginocchio nel vestibolo del tempio.

I comandanti della flotta colca, per timore della punizione, non osarono tornare a mani vuote dal terribile Eete, si appostarono lungo le coste dell'Istria e vi fondarono la città di Pola. Gli Argonauti cercarono allora ad occidente la via del ritorno ed entrarono nel delta del Po ove si imbatterono nelle figlie del Sole che trasformate nei tremuli pioppi della riva piangevano lacrime d'ambra nel ricordo di Fetonte.

Questo è il racconto di Zagreo, tori che sputano fiamme, alberi che piangono, è ben difficile cavarci un senso e capire cosa possa in realtà significare questa medaglia del Sole e della Luna!

Delle grida interrompono bruscamente le mie riflessioni, tendo l'orecchio... non riesco a distinguere le singole parole ma sembrano le proteste di un prigioniero. Dopo alcuni minuti sento uno scalpitio di passi frettolosi nel corridoio, balzo su dal tavolaccio, avvicino alla porta il secchio dei bisogni, monto in piedi sul suo coperchio, mi allungo sul muro sopra la porta ed ecco mi affaccio a curiosare dal buco rotondo largo una spanna che comunica col corridoio. E' Cengio, con l'aiuto di due secondini sta trascinando un qualcosa di pesante avvolto in un lenzuolo, non riesco a distinguere bene la scena, ho dei dubbi ma mi sembra che nel lenzuolo possa essere avvolto il cadavere di un uomo.

Normale amministrazione, penso. Torno sul tavolaccio e subito dopo piombo a colpo in un sonno profondo che copre abbondantemente tutte le ore di buio. Dopo due notti senza chiudere occhio, il sonno è la più grande fortuna che mi possa toccare in mezzo a tanta tribolazione. Sogno all'orizzonte dolci colline coperte di vigne e cammino con Zagreo su vaste e verdi estensioni di prati, come capita al prigioniero che sogna la libertà e mentre sogna è libero dalla sua prigione.


* * *


Apro gli occhi al risveglio: scritte indecifrabili sul legno, date e nomi dimenticati da tutti, odori, lamenti, lunghi silenzi impregnano queste quattro squallide pareti, sono le storie di coloro che hanno concluso qui dentro la loro misera esistenza.

Sono solo.

Non riuscirò a sopportare a lungo la solitudine. Pur di parlare con qualcuno sarei disposto a tollerare la compagnia di chicchessia, fosse anche un carcerato con la lebbra.

Il tempo si trascina con una lentezza esasperante, regolarmente scandito dai rintocchi delle campane. Un'ansia incontenibile mi assale.

Quanto a lungo dovrò rimanere nei pozzi? Se a conclusione dell'interrogatorio mi avessero ritenuto innocente a quest'ora sarei già stato scarcerato per insufficienza di prove. Invece sono ancora dentro. E' un brutto segno. Forse hanno perquisito casa mia e hanno trovato la prova della mia colpevolezza.

Le idee più nere si addensavano nella mia mente.

Nessuno è mai riuscito a fuggire da qui. Aborrisco il solo pensiero di restare rinchiuso nei pozzi fino a vecchiaia inoltrata. A confronto è meglio morire subito, impenitente, arso vivo sul rogo. Concedere spettacolo tra le fiamme, contorcersi in convulsioni spasmodiche con i bulbi oculari, cotti, che sporgono bianchi sul corpo annerito, carbonizzato. Fino a ché si viene ridotti ad un mucchietto d'ossa incandescenti.

Dipende tutto da me. Potrei sempre dichiarare il pentimento e avere salva la vita, ma quale vita? Consumare un'infelice esistenza nella condanna al carcere perpetuo, languire lentamente, patire giorno per giorno l'implacabile erosione sulla mia persona, l'ineluttabile restringimento del lume della ragione che mi farà somigliare ad un animale solitario, chiuso nella sua gabbia. Malattie e cattivo cibo finirebbero per rendermi presto irriconoscibile, al punto di trasformare il mio corpo in uno scheletro ricoperto da una pelle sottile. Un cadavere vivente, un'ombra che cammina, che orrore.

Meglio andare immediatamente all'inferno, almeno lì non soffrirò di solitudine, ben venga la compagnia dei dannati anche se condita dai tormenti dei diavoli. Credo di non temere il rogo, non mi pentirò a nessun costo, io non mi piego, nemmeno davanti al mondo intero che congiura contro di me, sputerò in faccia agli Inquisitori e manderò loro e il pubblico e tutti quanti in culo a sa mare.

Aspetta un attimo e se invece mi faranno uscire, dopo una pena di pochi anni? Se invece mi faranno uscire, allora mi metterò a capo della rivolta dei greci. Vendicherò Zagreo! In barba alla Lega e a quel bacucco del Doge chiederò ad Ezzelino nuovi finanziamenti e con quei soldi armerò i ribelli di Candia. Mi vedo già nei panni di un eroe foriero di giustizia.

Ma, un momento, che mi passa per la mente? Ho superato il limite del buon senso. Sragiono. Devo rilassarmi. Anche senza la mia vendetta, prima o poi come tutti noi, anche questi miei aguzzini strapieni di alterigia verranno divorati dalla morte ed io fin d'ora li considero come fossero da gran tempo sepolti. Meglio cercare consolazione nella filosofia, magari potrei ripetere i limpidi ragionamenti di ieri... ma non ci riesco, non ci riesco. Se ispeziono le nude pareti della cella mi sembra solo che l'esistenza mi abbia confinato a vivere entro una tenue bolla di luce che si estende tutto intorno a me fin dove cade la mia vista, oltre c'è un ignoto che mi spaventa. Non riesco in nessun modo ad uscire dallo stretto orizzonte in cui il limite dei sensi mi ha relegato. Oltre, dietro ogni angolo, l'altrove assoluto... un mondo invisibile che mi spia insidioso come una lama sottile.

Il campanile suona le dieci. Mentre me ne sto a rodermi l'anima sdraiato sul tavolaccio sento pizzicare e prudere le gambe. Devo purtroppo fare la gradita conoscenza con gli inquilini della nuova cella, le pulci. Peggio di un carnefice questi maledetti insetti mi tormentano di continuo. Comincio a sentirmi confuso e agitato, forse ho la febbre. La fronte scotta. Una morsa pungente mi stringe la gola. Le mie fantasie si vanno facendo deliranti. Ecco ci mancava, torna ad assillarmi una vecchia conoscenza di quando avevo nove anni, l'apparizione che mi svegliava di soprassalto negli incubi notturni: ha piume di struzzo, corna di caprone e coda di scorpione, è un mostro dalle gambe deformi che vomita oscenità dalla bocca. Ha il volto infame di uno storpio che aveva abusato sessualmente di me, quando mio padre tardava a ritornare dal viaggio in Crimea. Ora questa bestia orrenda annuncia eventi apocalittici e col suo illimitato potere costringe i quattro elementi a scontrarsi vorticosamente fra di loro, la terra trema e i deserti di ghiaccio si frantumano, il gelo è aggredito dal calore dell'aria riarsa, l'umido evapora per effetto del secco, acqua e fuoco si mescolano, tutti gli elementi infuriati girano in cerchio trasformandosi l'uno nell'altro in un immane cataclisma: esplosioni di fango, vapori, fumi, magma incandescente! I segni zodiacali si affrontano in una cosmica rissa. Il sagittario trafigge la vergine con la freccia, il cancro afferra i pesci con le chele, lo scorpione punge al piede l’acquario, il toro incorna il leone, ariete e capricorno si fracassano il cranio l'uno contro l'altro, la bilancia cade in testa ai gemelli.

Ho i nervi a pezzi. Ammetto di avere varcato la soglia della pazzia e lo so, è tutta colpa della magia, molti stregoni sono impazziti davvero, e non solo per l'esposizione ai vapori del mercurio. La minima cosa mi urta. Dal secchio dei bisogni esce un odore pestifero che sa di letame di cavallo, vivere nella sporcizia mi ossessiona. Sono scocciatissimo con Cengio perché questa mattina non ha eseguito le pulizie quotidiane, fra l'altro è passato da molto mezzogiorno e quel martuffo non mi ha portato neanche un pezzo di pane secco.


* * *


La testa pelata, le occhiaie nere, l'orecchino ed il solito sorriso ebete, il faccione di Cengio spunta dalla porta spalancata:

«Fuori di qua, sei libero!» mi dice con gli occhi sgranati ed una espressione di viva contentezza come se dovesse essere lui a venire liberato.

Rimango paralizzato per un attimo, sono sopraffatto dalla sorpresa e attraversato da un fremito di sollievo. Ma scotendomi gli chiedo:

«E Zagreo?»

«Pensa per te e sbrighiamoci a uscire dal guscio, tartaruga!»

Resto inchiodato al pavimento manifestando la ferma intenzione di non uscire dalla cella finché non avessi ricevuto precise notizie dell'amico:

«Voglio sapere esattamente quale pena gli ha assegnato il Consiglio! Non ha forse scontato a sufficienza, che gli resta da patire di peggio della lingua mozzata? Deve uscire subito, adesso!» grido fuori di me dalla rabbia.

«Lascialo riposare in pace, il greco non può uscire di casa: ha il torcicollo». Cengio si stringe il collo con entrambe le mani, tira fuori la lingua penzoloni e finisce la frase con un rutto che diffonde tutto intorno il suo alito vinoso.

«Lo avete strozzato?» gli urlo in faccia.

Cengio non risponde, abbassa le palpebre sugli occhi e guarda in basso confuso balbettando dei suoni inarticolati.

Le sue allusioni, le grida che ho udito indistintamente durante la notte, il cadavere che ho visto trasportare lungo il corridoio. E' chiaro. perché non l'ho capito subito? Sul momento ho rifiutato l'idea della sua morte, ma Zagreo è stato strangolato nella cella con quel marchingegno infernale appeso al muro. Più ubriaco del solito, Cengio si è lasciato sfuggire un segreto di Stato. Questa esecuzione sommaria è stata escogitata per evitare ogni risonanza pubblica, agli occhi dei greci il rogo avrebbe trasformato Zagreo in un eroe e in un martire della ribellione. Invece, tutto in segreto. Hanno rinunciato ad ogni consuetudine di rito, non un rintocco dal campanile di S. Marco: il campanone del maleficio ha taciuto l'avvenuta esecuzione capitale. Una scena raccapricciante invade la mia immaginazione, Cengio di spalle che gira la ruota del marchingegno, Zagreo che cerca disperatamente di liberarsi mentre i due secondini gli spingono la schiena contro il muro e gli bloccano il collo entro il ferro di cavallo. Le dita mi si tendono, devo lottare contro l'impulso di affondare le mani sul collo di Cengio e strangolarlo sul posto per vendetta. Desisto, salgo dietro di lui i gradini in salita, rampa dopo rampa fino alla sala del Tribunale. Il Giudice mi aspetta per promulgare la sentenza. Entro. Oltre all'Ordinario sono presenti Vicario e Inquisitore, come pure il Notaio che deve autenticare gli atti. Il Doge invece è assente.

Prende la parola il frate Inquisitore:

«Il qui presente Petrangesio, mosaicista della Basilica d'Oro, veneziano dell’età sua d'anni 28, ha confessato di aver tenuto conversazione con un eretico, indi di averlo visitato e onorato con doni. Sebbene egli neghi ogni intenzione malevola ed affermi in buona fede di non averlo saputo eretico, ciò non toglie da lui il sospetto, per quanto leggero».

Poi rivolto a me:

«E' necessario che tu abiuri formalmente l'apostasia pagana a titolo di cautela per l'avvenire».

Non ho scelta, stendo le mani sul Vangelo:

«Io Petrangesio, inginocchiato avanti di voi, toccando i sacrosanti Evangeli, giuro che ho sempre creduto e sempre crederò in tutto ciò che insegna la Santa, Cattolica e Apostolica Romana Chiesa. Volendo togliere dalla mente dei Cattolici questo leggero sospetto sorto contro di me abiuro, maledico e detesto l'apostasia pagana e qualunque altra eresia. Giuro per l'avvenire che non avrò conversazione con i perfidi eretici e se ne conscerò alcuno come tale lo denuncerò all'Inquisitore».

Magrissimo e cereo, il Vicario si alza e mi punta l'indice ossuto:

«Ricordati bene che se dopo aver abiurato cadrai in eresia, confermando così la fondatezza dei nostri sospetti, dovrai venire punito dal braccio secolare in quanto recidivo. Sai come?»

Nego con il capo mostrando il palmo delle mani.

Il tribunale rintrona della minaccia del Vicario:

«Abbruciato prima dal fuoco temporale e poi da quello sempiterno, castigo degli scellerati nemici di Dio e della sua Fede».

Inghiotto un fiotto di saliva.

Egli continua:

«Intanto affinché questo tuo errore non resti del tutto impunito e tu possa essere di esempio agli altri ti condanniamo ad inginocchiarti ogni domenica, a testa scoperta, davanti il portale della Basilica di S. Marco. Per tutta la novena di Natale dovrai attendere l'uscita dei fedeli dalla Messa maggiore, tenendo in mano una candela accesa. E per salutare penitenza ti imponiamo in aggiunta la recita quotidiana della corona della Beatissima sempre Vergine Maria».

Stordito e barcollante, mi lascio accompagnare da Cengio. Appena sono sul portone d'uscita l'avvilimento emerge in tutta la sua rabbia repressa. E' il momento di congedarmi dal mio carceriere: con una mossa veloce alle sue spalle gli tiro una sberla sonora e schioccante sulla zucca pelata, mi sgancio e attraverso il cortile del Palazzo Ducale. Cengio, bloccato sulla soglia, rimane a fissarmi con il solito sorriso ebete.

Il gelo stringe in una morsa Piazza S. Marco. La gente è chiusa in casa. I palazzi in sasso dei nobili si ergono simili ad una foresta pietrificata: le fitte colonne dei porticati diventano tronchi e gli intrecci, in rilievo sopra i balconi, rami che si dipartono verso l'alto mentre più in su, nelle merlature dei cornicioni, i triangoli traforati si alternano a piramidi acuminate ricordando punte di abeti. Mi viene incontro un mondo fiabesco di alberi vetrificati dal ghiaccio, contorti in vibrazioni musicali, avvitati su se stessi, congiunti ad altri in archi acuti e ombrose gallerie.

La mia città, baciata dal sereno che segna la fine di abbondanti piogge, è avvolta in una giornata incredibilmente splendida e azzurra. I colori gialli e rosa delle case, le cappe blu e verdi dei passanti risaltano sulla leggerissima lastra di ghiaccio che ricopre di grigio perla la piazza e mi danno la sensazione di non averli mai visti così accesi e vivaci, tinte che mi paiono oltremodo smaglianti a confronto della penombra e dell’oscurità cui ero abituato nei Pozzi. Sono libero ed è per me una giornata specialissima, anche se per gli altri, quei pochi che mi sfrecciano intorno indaffarati, è un sabato qualsiasi.
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Messaggioda birillino8 il mar giu 19, 2007 10:11 pm

Domenica 17 dicembre: la rivincita della quaresima. Inizia oggi la novena che vieta ogni forma di mascheramento e blocca temporaneamente un Carnevale già in pieno ritmo dal mese di novembre. Devo accantonare la mia voglia matta di festeggiamenti e purtroppo dedicarmi all'umiliante penitenza impostami dal Vicario.

Ora canonica della Messa di mezzogiorno, sono inginocchiato a capo scoperto davanti il portale centrale della Basilica, ho in mano una lunga candela accesa, tutto come prescritto. Odo mormorare le ultime preghiere oltre le porte chiuse, tra poco uscirà la folla. Mi sento tremendamente a disagio, obbligato a figurare nei panni dell'imbecille. Ho dedicato la mia vita alla Basilica, ho faticato duramente giorno e notte perché i mosaici venissero degnamente apprezzati dai fedeli ed ora eccomi qua, presto diventerò lo zimbello di tutti.

Ma cosa succede, perché c'è questo silenzio, hanno finito? Si spalanca con fragore il portone, un chierichetto tiene in alto una croce pesante, altri spandono incenso. Si leva il canto "Ite missa est".

Oh no, ci mancava la cerimonia della processione. In testa, il vescovo regge il pastorale ricoperto di gemme favolose e indossa, sopra la splendida tunica di seta violacea, un manto scarlatto ornato di frange e ricamato in oro; seguono appresso i prelati in pompa magna, poi con stola e dalmatica arcidiaconi diaconi e suddiaconi; in mezzo, sostenuto da quattro aste, avanza il baldacchino con il drappo che ricade ai lati in frange; in coda i monaci e le suore. Dietro a costoro si accalca la massa in corteo e poco ci manca che mi calpestino. Alcuni fedeli, nel riconoscermi lanciano occhiate miste di curiosità e riprovazione, un gruppetto di bambini mi prende di mira con sberleffi e boccacce, intanto passano a braccetto due mie amiche e fanno finta di non vedermi, ma dopo qualche passo trattengono a stento le risa tenendosi la bocca con le mani.

La processione completa lentamente il giro di Piazza S. Marco lungo la striscia selciata del Listone e ritorna sotto il portale della Basilica. A un passo da me il vescovo traccia nell'aria il segno della croce per sciogliere le fila. Sto sulle spine. Come se non bastasse molti si fermano lì vicino a chiacchierare in ossequio alla tipica abitudine domenicale, e manco a farlo apposta non vanno più via.

Da uno di quei crocchi assiepati all'intorno si stacca un uomo dalle spalle strette ed un po' curve, che mi supera di poco in altezza benché io sia in ginocchio. Sembra quasi uno gnomo con quel cappuccio a punta che gli scende dietro fino ai polpacci, la corta mantellina rossa aperta sulla tunica nera e le punte delle scarpe arricciate fino a meta gamba e quella barbetta grigia...

Ostrega! E' il libraio del mio sestriere, il commerciante di bibbie che mi ha venduto il manoscritto!

Mi copro la testa, tiro su il cappuccio azzurro e mattone della mia tunica bicolore, ma quello si avvicina e mi scappuccia. Tengo il capo più chino che posso, lo giro dall'altra parte, quasi cerco di nascondermi dietro il cero, ma il libraio si pianta a un palmo dalla mia faccia. Mi ha riconosciuto. Dalla sorpresa alza le sopracciglia e tira indietro la testa rientrando il mento nel collo, poi fa un sorriso di sufficienza con mezza guancia sollevata.

Ha un tono che mi suona beffardo:

«Petrangesio, la tua cambiale giace ancora nel cassetto della mia bottega. Ricordati che vale sempre come prova per la giustizia».

Si allontana senza aggiungere altro. In quella maledetta cambiale sta scritto il mio nome e la somma di cui gli sono debitore. Allude al fatto che ha in mano una prova contro di me, sono spacciato, il mostriciattolo vuole fare la spia; la sua testimonianza verrà pienamente accolta anche se il processo è già stato pubblicato, verrò considerato recidivo e spedito dritto al braccio secolare.

Ho davanti agli occhi lo spettro ossessivo del rogo. Un fumo denso e lattiginoso si sviluppa dalle fascine poste sotto i miei piedi, le fiamme cominciano a crepitare sommessamente poi in un batter d'occhio le lingue di fuoco si uniscono in una vampata esplosiva. I capelli scompaiono nel bagliore, la pelle si raggrinzisce e gli arti si ritorcono su se stessi in una danza macabra. Infine, cogliendo il diradarsi delle fiamme la folla trattiene il respiro incuriosita e rimangono i miseri resti di un corpo carbonizzato con i bulbi oculari, bianchi e cotti, protrusi a fissare i presenti. Si leva allora il grido del Vicario: «Abbruciato prima dal fuoco temporale e poi da quello sempiterno, castigo degli scellerati nemici di Dio e della sua Fede».

Giro la testa per vedere la direzione presa dal libraio. Mi alzo dalla posizione genuflessa e con un gesto di stizza scaravento il cero contro lo stipite del portale. Abbandono a terra i due frammenti spezzati e comincio a pedinare la mantellina scarlatta del libraio. Temo che vada dritto a denunciarmi. Invece si dirige al domicilio e dopo un lungo tragitto imbocca la sua calle stretta e deserta. E' entrato in casa. La domenica il negozio è chiuso, al piano superiore pare non ci sia nessuno, il libraio vive da solo, so che è vedovo e che i figli non vivono con lui. Lo spio attentamente dalle finestre, appoggiato al muro sorveglio le sue minime mosse. E' al pianterreno, da solo nel negozio. Mette in ordine dei libri. Mangia qualcosa nel retro bottega e poi si addormenta, lo sento russare distintamente.

Questo è il momento cruciale. Devo decidere ora: o scelgo di eliminare il manoscritto o scelgo di eliminare il libraio e di rubare la cambiale che resterebbe un movente fin troppo chiaro. Sono ancora in tempo per precipitarmi a casa di corsa e bruciare subito il manoscritto, toglierei così all'Inquisitore la possibilità di esaminarlo; però mi sembra un'azione indegna, il papiro è stato salvato da mani pietose durante l'incendio della Biblioteca di Alessandria e oggi finirebbe distrutto proprio per mano mia. Far fuori il libraio è un'azione ancora più indegna, però è troppo rischioso tentare altre vie con uno come lui... è un essere viscido, insipido e melenso, tutti lo considerano imperdonabilmente vile e indolente, è inutile cercare un'intesa parlandogli in modo aperto.

Che scelgo? Cosa conta di più per me in questo momento?

L'oro, conta l'oro! Un raptus maniacale si impadronisce della mia mente, non intendo rassegnarmi a perdere il papiro perché significherebbe rinunciare per sempre alla fabbricazione dell'oro. Ha prevalso la mia avidità: in tre giorni nei pozzi ho imparato a conoscere tutte le tare della mia anima, ma non vi sono rimasto abbastanza a lungo per fissarmi su dei proponimenti atti a guarirle.

Faccio qualche passo felpato verso l'ingresso della bottega e con la mano nascosta dal mantello afferro il pugnale che porto sempre appresso dacché sono uscito di prigione. La porta non è chiusa a chiave, la spingo lentamente, entro e vedo la testa del libraio appoggiata sul tavolo, la tempia posata sul dorso della mano. Il cassetto con la cambiale è dietro di lui, dovrò forzarne la serratura. Guidato da un impulso ormai irrefrenabile mi avvicino con la mano saldamente appoggiata sul manico del pugnale. Il cuore mi batte all'impazzata. Il pavimento è tutto ricoperto di giunchi palustri e devo prestare un'attenzione estrema per non fare rumore. Gli sono quasi di fianco, il pugnale è ancora nascosto sotto il mantello ma ho il braccio già contratto, ancora qualche piccolo passo e potrò tagliargli la gola agevolmente prima che abbia il tempo di fiatare. Fisso il pomo d'Adamo sporgente sotto la barbetta. Ha pochi e grigi capelli, il volto pallido e scavato, le orecchie un po' a sventola, la bocca socchiusa come un cadavere. Non russa più. Così immobile sembra proprio morto, tanto che mi soffermo un attimo a osservare il ritmo dei suoi atti respiratori, quasi per convincermi che sia ancora vivo.

Uno scatto e il libraio solleva la testa. Sobbalzo dal panico. Ha gli occhi sgranati dallo stupore e la sua bocca si spalanca per urlare, ma non ne esce alcun suono. Mi fissa paralizzato, non gli riesce di mettere a fuoco la situazione.

Balbetto:

«Oh, oh mi scusi. Mi... mi perdoni se l'ho svegliato».

«Vuoi farmi morire dallo spavento? Che cosa vuoi di domenica? E' chiuso».

Rispondo col tono di uno che si sente fin troppo sicuro di sé:

«Ecco. Per errore suppongo, voi signore mi avete venduto un libro che tratta di argomenti eretici, questo è il punto. Vendere libri del genere è un grave crimine. Dovreste saperlo. Io credo comunque nella vostra buona fede, se prima di venderlo vi foste preso la pena di leggerlo... scoprendo le sozzure che contiene senz'altro l'avreste bruciato».

«Come potevo leggerlo, io non conosco la lingua greca. Non sapevo affatto che contenesse eresie».

Non riesco a nascondere la mia sorpresa, se costui dice il vero come al solito mi sono ficcato da solo in un bel pasticcio:

«Ah, non lo sapevate? Comunque non preoccupatevi caro amico, continuate pure tranquillamente i vostri sonni, io non intendo affatto denunciarvi, non lo saprà mai nessuno che mi avete venduto un libro proibito, anzi facciamo finta che non sia mai esistito».

«Siete venuto per ricattarmi, solo perché questa mattina mi son preso licenza di ricordarvi il vostro debito? Non volete più pagare la cambiale?»

«No, no, non fraintendetemi. Sebbene mi sia sobbarcato il pio incarico di dare il papiro in pasto alle fiamme, pagherò comunque la vostra cambiale, statene certo. Voglio solo mettervi in guardia per l'avvenire, cercate di fare attenzione ai libri che sono all'indice, sono un veleno mortale per le anime dei cattolici».

«Ma dimmi, che ci facevi alla fine della messa in atto da penitente?» e mi scruta con insistenza negli occhi.

«Ah niente, ho fatto un voto alla Santissima Vergine».

Mentre mi allontano dalla bottega, imprecando fra me per l'equivoco, mi accorgo che il libraio si è affacciato alla finestra del piano superiore e con lo sguardo continua a seguirmi sul Campo della chiesa dei Frari. Sentendomi osservato mi dirigo compostamente all'ingresso della chiesa, quindi a un metro dalla soglia mi genufletto e faccio un ampio segno di croce con la riposta intenzione di convincerlo quanto io sia un devoto cristiano.


* * *


Entro. Crollo sul banco, la testa fra le mani.

Provo disgusto per me stesso. Al processo ho mentito per timore dell'Inquisizione, durante l'abiura ho spergiurato davanti a Dio e ora di falsità in falsità sono caduto vittima delle mie stesse menzogne. Zagreo, quello sì è un uomo! Fiero e nobile fino all'ultimo, ha detto in faccia all'Inquisitore tutto ciò che pensava. Piuttosto che fare il nome dei suoi compagni Zagreo era pronto a dare la vita, io invece, preoccupato soltanto di salvare me stesso, ho tentato di toglierla ad un altro uomo che ho bollato con l'etichetta di ignavo, ma non era che un pretesto per eliminarlo senza rimorsi e solo adesso scopro la mia totale ignoranza sulla sua persona, che ne so di lui? perché volevo ucciderlo?

Detesto la mia malvagità. Il pugnale comincia a bruciarmi addosso, ho vergogna della sua riprovevole presenza. E' troppo doloroso doversi ravvedere, troppo profondo e incolmabile il mio sconforto: mi ficco il pugnale nel cuore e la faccio finita. Il suicidio. Non c'è altra via d'uscita. Attratto dal miraggio dell'oro mi sono invischiato con leggerezza in una insostenibile catena di guai, ah meschina avidità! E' solo colpa mia. Avanti, il pugnale è qui, ben affilato, un colpo secco al costato, è questione di un attimo.

Qualcosa mi trattiene dall'atto fatale. Forse la sacralità del luogo.

I Frari. In questo tempio dedicato alla morte, saturo da ogni parte della commemorazione d'illustri defunti, regna incontrastata un'atmosfera particolarissima che pian piano mi cattura col fascino discreto del suo funereo e mesto rigore. Mi alzo e cammino adagio. Abbassando gli occhi al pavimento mi accorgo di calpestare ignaro le pietre tombali dei cavalieri, scorro le pareti e vedo ovunque sepolcri scolpiti e in alto in bilico casse da morto appese. Porto avanti lo sguardo verso l'altare maggiore, la fredda pietra delle statue mi comunica un indescrivibile turbamento, misto di perplessità e rispetto: sculture di dogi, comandanti e principi, distesi sul coperchio del sarcofago con le mani giunte al petto, il volto impassibile. Sono tutti diligentemente presenti all'appello, fermi al loro posto, pietrificati per sempre. Uomini d'eccelsa grandezza e avventurieri dai pochi scrupoli, santi o peccatori che fossero, sono comunque ospiti dell'abbraccio della morte che li rende tutti eguali ed ugualmente muti. Nessun profumo di fiori, nessun canto, nessun addobbo, un silenzio nudo e severo che rende vano ogni banale e pretenzioso ornamento.

Furono uomini potenti, graziati dalla fortuna per ardore e doti eccellenti, in loro più che in altri fremeva il sangue e la carne, eppure son ridotti a un nonnulla insignificante, un mucchietto di ossa consunte dal tempo. Avevano fortemente amato, lottato sudato e pianto per i loro ideali, per quanto vi era di più sacro al mondo, la famiglia, la patria. Tutto invano. In questo tempio la morte ha scacciato lontano la vanità che li aveva illusi un tempo.

Che ne è dunque dell’immortalità loro, seppure il corpo li tradì al fatale appuntamento?

Lo spirito... lo spirito... Persistente alla dura prova della morte esso è nell'invisibile abbraccio che li tiene uniti l'uno all'altro, è ciò che si respira in quest'aria liberata da ogni scoria, è cemento, marmo, il porto di pace cui approda il loro viaggio mondano. Per incorporea natura alieno all'effimero, esso è ciò che permane, in eterno, una volta cessato il breve corso delle illusioni terrene. Lo spirito è ciò che è, non un fasullo paradiso ove prolungare in eterno l'egoistico appagamento dei sensi, ma l'Essere nella sua prepotenza, la divina sostanza che non avendo avuto inizio non potrà avere fine.

Ah tu immateriale, dove volasti anima di costoro? Psiche, dalle ali di farfalla!

Furono poeti e condottieri, l’animosità dell'indole loro mise in movimento ragioni e mete lontane che altri al loro posto non cessarono di perseguire e ancora oggi le orme di quei passi vengono cercate da chi non vuole perdersi nelle paludi dell'incertezza. L'anima grande dei forti, come una nave varata sullo specchio della laguna, ha increspato la calma superficie generando ampi cerchi lentamente propagati al largo, lontano lontano quelle stesse timide onde si son fatte lunghe e agitate, lontanissimo in Oltremare son diventate alte e ripide e ora si sollevano furiose a scatenare un tifone. Il vento soffia turbolento e strappa dalle creste spruzzi e schiuma tali da oscurare il cielo, seppur poco fa... impercettibile battito d'ali di farfalla, l'anima loro alitasse sola nel tempio.

Rinfrancato dall'offuscamento dei rimorsi, lascio i sepolcri con rinnovata speranza, ho preso il sano proponimento di bruciare il manoscritto che in pochi giorni ha sconvolto la mia vita: questa sera stessa lo darò sul serio in pasto alle fiamme e così sarà anche la fine di questa storia assurda.

Esco adesso dai Frari. Non saprei calcolare quanto a lungo vi sia rimasto assorto. Due ore, tre? Non so dire, avevo perso completamente la nozione del tempo. Ripasso davanti al negozio del libraio, porte e finestre sono sbarrate. Una foschia sempre più densa sta salendo dall'acqua, appena girato l'angolo tiro fuori il pugnale e lo getto frettolosamente nel canale.

Al lancio segue un rumore secco di legno colpito e gli improperi del gondoliere. Lascio il rematore alla cantilena delle sue bestemmie e mi avvio deciso verso casa.

A mezza via, con l'immancabile martello alla cintola, mi viene incontro trafelato il mio fratello maggiore, il muratore:

«Sono venute le guardie dell'Inquisizione! Hanno messo a soqquadro la casa e ne sono uscite con un papiro. Era nascosto dentro il vaso di ceramica».

Mi dirigo a casa in tutta furia, prendo i miei risparmi, afferro il mantello, riempio una borsa da viaggio e fuggo, pur sapendo che la fuga pone indizio e presunzione di colpevolezza al fuggitivo.

Di nuovo incombe su di me l'incubo del rogo, di nuovo il Vicario, magrissimo e cereo, ossessivo, con i capelli neri unti e lisci e quel dito puntato su di me:

«Abbruciato prima dal fuoco temporale e poi da quello sempiterno, castigo degli scellerati nemici di Dio e della sua Fede».

In riva degli Schiavoni prendo al volo la prima gondola che trovo e ordino al gondoliere di portarmi al canale di Cannaregio, in direzione dell'approdo di Mestre. L'acqua della laguna sta fumigando, la nebbia invernale fluttua e si accumula, l’umidità mi entra nelle ossa e mi gela il respiro. In piedi sulla gondola, avvolto e imbacuccato nel lungo mantello, potrei essere facilmente scambiato per uno spettro malinconico.

La gondola nera fende la nebbia con la sua prua dentata dipinta di bianco, avanza senza far rumore coi remi fasciati dai vapori, sorpassa ad una ad una le ombre dei passanti sulla riva. Diretta all'imbocco del Canal Grande, costeggia piazza San Marco per l'ultima volta. Dal fitto della nebbia esce il Palazzo Ducale, ha le colonne sospese nel vuoto per illusione, e mentre ci allontaniamo adagio, la nebbia ingoia i merli traforati del cornicione, l'immagine della facciata si fa sempre più tenue, opalina, rarefatta, fino a scomparire nel nulla.

Fu allora che un tumulto di sentimenti invase con prepotenza il mio petto, giudicavo fortunato l'ultimo degli straccioni che poteva vivere in libertà nella sua patria, più fortunato di me, forzato ad un esilio non meritato in terra straniera. Parte della mia anima era rimasta a Venezia e non avrei trovato pace finché non l'avessi ricongiunta a me.
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Messaggioda birillino8 il mar giu 19, 2007 10:14 pm

[align=center]La strega di Bosconero
Capitolo II[/align]


Pioggia torrenziale. Allontanatomi alla svelta da Mestre, mi avvicino ai confini della Marca Trevigiana varcando a piedi le campagne semi allagate. Con l'animo sospeso avanzo avvolto nel verde pastello del mio mantello. Evito un ponte sorvegliato e passo a guado un corso d'acqua. Senza imbattermi in posti di blocco posso inoltrarmi indisturbato fino alla roccaforte di Casier sul Sile. Mi par quasi impossibile che vada tutto così liscio, ho addosso una tensione continua, mi mette in agitazione la sola idea di incrociare lungo la via le cappe e i cappucci neri sopra la tonaca bianca dei domenicani.

La strada maestra. Da dietro gli orti e i vigneti mi appare in lontananza una cinta muraria circondata da un fossato e difesa da guardie e ponte levatoio: Treviso! A quella vista seducente nasce in me la tentazione di sostare in quella città rinomata per valore e cortesia, città di belle donne, celebre per le feste e i tornei, centro galante di danze e conviti, luogo di ritrovo per i giovani figli dei vassalli e per i numerosi trovatori che dalla Provenza vi accorrono.

La vita raffinata delle famiglie castellane è costellata di festeggiamenti che spesso culminano nel castello d'amore, un castelletto di legno tutto ricoperto di stoffe e difeso dalle donzelle contro l'assalto dei giovani. Le armi incruente dei contendenti sono rose e garofani e frutti ricercati come arance e datteri. Lusso e lussuria si esaltano a vicenda e si consumano insieme quando a sera, proclamata la tregua fra i contendenti e terminate le barbose sfilate delle scuole artigiane, ognuno torna nella sua stanza e le costose vesti di seta delle donzelle calano davanti le insistenze dei nobili rampolli.

Il suo clima godereccio mi attira, volentieri mi stabilirei in questa città opulenta; ho sentito ben nominare le sue case eleganti adagiate all'intreccio dei numerosi corsi d'acqua, come pure i graziosissimi affreschi della chiesetta di S. Francesco o il Palazzo dei Trecento, con le grandi finestre a trifora ed il tetto che sale merlato.

Treviso è retta da Alberico da Romano, fratello di Ezzelino e tuttavia ostile a lui ed alla sua politica ghibellina. Ostile anche ai Veneziani, che inneggiando alla Lega Lombarda fomentano i numerosi patrizi divisi dalle discordie cittadine e invisi ad Alberico. Venezia, pur di eliminarlo è disposta all'uso di qualsiasi mezzo per cui, e qui sta il mio inghippo, la città è piena zeppa di spie della Serenissima, altrettanto pronte a somministrarmi i loro mortali veleni in ossequio alla ragion di Stato.

Ma mi azzardo ad oltrepassare lo stesso la frontiera delle mura cittadine, supero il ponte levatoio sul Sile e passo attraverso la porta meridionale. Sono in Treviso. Giro a sinistra, ma dopo pochi passi all'interno vado a sbattere contro la facciata di un convento gremito di frati domenicani, imponente per l'altezza inusuale e per il taglio netto dei volumi: faccio velocemente marcia indietro e a malincuore ripercorro in senso inverso la porta meridionale. Affrettando il passo costeggio all'esterno i bastioni di terra, scivolo sotto le torri rotonde che svettavano al di sopra del fossato e mentre cammino sconsolato, penso alle alternative.

Nella Marca Trevigiana Verona Padova e Vicenza sono nelle mani di Ezzelino, tutte città da evitare poiché una mia eventuale presenza fornirebbe prova di legami con i cospiratori greci;

a Villa di Corva c'è il feudo di Gueccello, parente e fedelissimo di Ezzelino;

a Ceneda niente meno che il Vescovo;

in Cadore i da Camino, escludendo Feltre e Belluno da poco preda dell'onnipresente Ezzelino.

Fuori della Marca Trevigiana ci sono ad est la Patria del Friuli e a sud, ma troppo distante, il dominio degli Estensi.

Dove altro posso andare?

Milano, Brescia, Alessandria... no, le città della Lega Lombarda sono lontanissime.

Riflettendo, pian piano mi porto alle spalle della porta settentrionale, l'ultima delle quattro porte che si aprono sui quattro quartieri in cui é diviso il contado: quartiere di Mezzo, Duomo, Oltre Cargnano e Riva. Sta calando la notte, le guardie cominciano ad alzare il ponte levatoio e mettono le catene alle porte, le mura si stanno armando di numerose sentinelle e ad intervalli le feritoie si illuminano del bagliore delle torce.

Per sottrarmi alla vista dell'Inquisizione devo rendermi invisibile almeno quanto il pianeta mercurio nel cielo notturno, cosa che posso realizzare solo al prezzo di un allontanamento dal mondo, cercando rifugio nei luoghi più impervi e irraggiungibili. Perciò saluto Treviso, la mia città di belle donne, e mi dirigo a nord verso il territorio dei da Camino.

Attraverso le dolci colline del trevigiano, dopo tanta terra incolta e selvaggia, ecco il popoloso abitato di Conegliano raccolto all'ombra di un castello che domina la campagna dal colle più alto. Fresche sorgenti alimentano numerosi bacini per l'allevamento dei pesci. Frutteti, verdi praterie e terre arate circondano il castello dei ricchi proprietari terrieri.

Basse nubi grigie si addensano appena sopra il maniero. I vessilli del feudatario sventolano sui torrioni e sulla vetta appuntita della rocca, costruzione massiccia e squadrata alta tre piani e situata entro le solide mura del castello. Al piano superiore della rocca vive la famiglia del podestà imperiale e alcune damigelle si affacciano curiose alle strette finestre.

Una processione della Confraternita dei Battuti esce dal ponte levatoio e scende serpeggiando lungo le pendici del colle. I membri sfilano indossando un cappuccio bianco dotato di due sole aperture per gli occhi, si auto flagellano a scopo di penitenza oppure portano sulle carni il cilicio, cintura ruvidissima e nodosa che infligge penosi tormenti ad ogni movimento del corpo. Si battono il petto, recitano giaculatorie e implorano perdono con alti lamenti. Nella pia confraternita non figura nessuno dei nobili castellani, occupati semmai a gozzovigliare con gustosi piatti di selvaggina e con abbondanti libagioni di vino caldo alle spezie, ironia della sorte gli aderenti sono tutti reclutati tra i rappresentanti della vessatissima stirpe dei servi della gleba.

Costoro, i villani, sono la categoria tradizionalmente oppressa e sfruttata dal feudalesimo. I privilegi del feudatario sono garantiti dai trattati di diritto e dalle usanze feudali avallate dalla stesura di documenti in cui i villani sono equiparati più o meno a buoi da lavoro. Pertanto il servo della gleba è perennemente sovraccarico di compiti che vanno dal dissodamento e aratura dei terreni, alla manovalanza per tutte le esigenze dei signori, come raccogliere la frutta, riparare gli edifici, tagliare la legna e conciare le pelli con la scorza delle querce. La fatica è tanta. Dalla cima del colle l'ombra detestata del maniero sorveglia senza tregua il villano. Benché sogni il ritorno ad un’età dell'oro priva di servi e di padroni, egli non osa tuttavia ribellarsi al Signore, voci insistenti di feroci repressioni gli tolgono ogni velleità.

La terra affidata ai villani è avara e talvolta la fame fa sentire i suoi morsi, quando poi il capriccio del tempo ci si mette di mezzo rovinando i raccolti, è l'apocalisse. L'inverno del 1234 ad esempio fu freddissimo: una spessa coltre di neve si estendeva su tutta la campagna, morì la selvaggina, le vigne si seccarono e gli alberi da frutto si fissurarono lungo il tronco.

Anche se era tempo di Quaresima, i prelati si concessero in via eccezionale di mangiare la carne rimasta. Gli speculatori si arricchirono mandando alle stelle i prezzi degli alimenti, la farina diventò preziosa come l'oro e i più poveri diventarono ancora più poveri. Tutto ciò in ossequio alla sentenza dell'evangelista Matteo, che dice: «A coloro che hanno sarà dato e a coloro che non hanno sarà tolto anche ciò che hanno».

L'anno successivo si ripeté lo stesso freddo. Per disperazione si mangiavano bacche e cibi avariati, si metteva l'argilla nella zuppa o addirittura si staccavano i condannati dalla forca per divorarli. Il ciclo si chiuse ovviamente con una serie di epidemie, che riducendo il numero delle bocche da sfamare ristabilirono l'equilibrio.

Quando invece il raccolto è buono, ecco che il contadino può andare fiero dell'unica autentica ricchezza di cui è proprietario: il maiale. Ingrassato in autunno e amorevolmente rimpinzato di ghiande poco prima di ammazzarlo, esso fornisce il vitale sostentamento per buona parte dell'inverno.

In tutte le stagioni i villani vengono flagellati senza pietà dalle imposte che possono esaudire sia in denaro sia in natura, sotto forma di un bue o di un certo numero di pecore. L'economia del sistema feudale si basa infatti sull'appropriazione da parte del Signore di ogni soprappiù messo da parte dalla gran massa dei contadini e così i tributi riducono il popolo ad una condizione di mera sussistenza atta a soddisfare nulla di più che i bisogni vitali. A chi non è in grado di rimettere i censi non resta altro che la prigione e molti sventurati villani finiscono per indebitarsi fino al collo con gli usurai ebrei.

Come la classe nobiliare pretende denaro in cambio della difesa militare, altrettanto gli ecclesiastici si sentono in dovere di vessare i villani con le odiosissime decime in cambio della difesa delle loro anime dalle fiamme dell'inferno.

In fin dei conti anche l'auto flagellazione dei Battuti è un'ammenda per poter riconciliarsi con Dio: un pagamento che ripara le colpe commesse con i peccati.


* * *


L'immenso bosco del Cansiglio nel vasto feudo dei da Camino. Oltre Conegliano un mare sconfinato di abeti alti e verdi si perde lontano all'orizzonte, alberi e alberi si succedono senza fine. Estensione enorme e selvaggia, la foresta vergine in cui orsi e lupi affamati fanno da incontrastati padroni incute al viaggiatore sentimenti contrastanti e un reverente timore si mescola sovente alle mistiche sensazioni evocate dalla contemplazione del paesaggio. Entro l'oscuro manto della selva v'è la rassicurante presenza di santi eremiti vestiti di pelli e dediti alla pia ricerca della solitudine, ma bisogna purtroppo annoverare anche un gran numero di bracconieri e di pericolosi briganti coi quali ovviamente è preferibile non avventurarsi.

La pioggia ricomincia a martellare. Il feltro verde del mio mantello è completamente inzuppato d'acqua tranne il bavero di ermellimo che tengo sollevato a riscaldare il collo. Il viaggio è veramente massacrante. Duramente provato dalla fatica mi trascino con un bastone a forma di tau sotto braccio e con gli stivali da cittadino già mezzi scuciti. Davanti a me un carro in transito verso nord è rimasto impantanato nel fango della pista. Il conducente intercala tremende imprecazioni alle frustate per i suoi pur robusti buoi. Stendo dei rami sotto la ruota e lo aiuto a disincagliarsi. In cambio ottengo dal carrettiere un provvidenziale passaggio. Divido con lui il pane che ho messo da parte ed un vaso di miele vendutomi da un boscaiolo.

A Ponte nelle Alpi dormo in un fienile. Al mattino presto finalmente la pioggia è cessata e proseguo con la zattera che traghetta passeggeri lungo il Piave fino a Codissago. Con mia grande meraviglia la zattera è affollatissima, a bordo ci sono contadini che emigrano, mendicanti vestiti di stracci, pellegrini, frati bigi e miseri cavalieri erranti, c' è un malato che come San Giobbe si gratta le piaghe col coltello e accanto uno storpio che esibisce la sua deformità, segno esteriore del peccato e della maledizione di Dio.

Che se ne stiano alla larga. Costoro mi ricordano gli squallidi messaggeri di un mondo sull'orlo della rovina. Non ci tengo affatto ad arruolarmi nelle loro file per dividere in modo equo la fame. Un mosaicista come me anche in capo al mondo può guadagnarsi una paga onorevole e comunque sia ho ancora un piccolo gruzzolo, ho speso qualcosa per la zattera e per i pedaggi dei ponti ma la consistenza della mia borsa non dev'essere calata di molto.

Vorrei tastare di nascosto il sacchetto dei denari ma non posso farlo, ho addosso i loro sguardi. Mi stanno mangiando con gli occhi, sotto il mantello aperto osservano i colori sgargianti rossi e azzurri della mia veste da cittadino, si soffermano con invidia sui miei stivali a punta mentre loro portano zoccoli di legno e hanno i piedi fasciati di pezze puzzolenti. Sono imbarazzato, per nascondere il mio disagio mi volto dalla parte opposta e faccio finta di guardare intorno alla zattera. La visibilità è scarsa a causa dei fumi di nebbia che salgono dall'acqua, la zattera si muove a rilento contro il fiume in piena, le rive sono disabitate e la foresta fa loro cornice per ogni dove.

In lontananza comincio a distinguere il molo del nostro approdo. Stringo gli occhi per scrutare meglio, poi li spalanco con tanto di pupille dilatate, impallidisco, mi si rizzano i capelli, scosto le braccia e apro le mani a dita divaricate: ad attenderci sul molo ci sono due domenicani in compagnia dei gendarmi!

La zattera avanza, non ho scampo, i miei piedi sono incollati alle tavole, non provo nemmeno a tuffarmi in acqua, sulle rive sbucano altri gendarmi da dietro le fronde. La zattera scivola inesorabilmente verso il molo. Attracca. Subito due gendarmi si gettano ad acciuffare una vecchia cenciosa che si distingue solo per essere tutta vestita di nero!

Scampato pericolo. Segue il sesto giorno di viaggio. Imbocco la strada del Canal e sbuco nella val di Zoldo. E' una vallata ridente e prospera che attira l'immigrazione, la sua fortuna sta nei giacimenti di rame e di piombo, ma soprattutto nelle ricche miniere di ferro: le officine vendono i chiodi che viaggeranno per mezzo Mediterraneo affissi agli scafi della Serenissima e i fabbri zoldani forgiano le armi che andranno a Milano, a Brescia, a combattere in mano ai soldati della Lega Lombarda.

Ho deciso. Mi fermo in mezzo a questi industriosi montanari, gente riservata ma ospitale, è il posto ideale per trovare subito lucrose offerte di lavoro e far valere la mia maestria di artigiano del mosaico. Modestamente nel mio mestiere ci so fare, tanto più che qui non esiste davvero concorrenza per uno uscito dalla Corporazione musiva di Venezia.

Corro dunque alla chiesa di Zoldo e appena varcato il portone getto lo sguardo a terra, ma rimango deluso: il pavimento a scacchi bianchi e neri è in ottimo stato e non richiede alcun intervento di manutenzione. Scruto ogni angolo dell'edificio ma la chiesa è piccola, affrescata, non ci sono spazi per ricavare dei mosaici. Allora esco di gran carriera sulla piazza principale e vado a bussare all'unico palazzo di ricconi.

Il maggiordomo apre la porta in fessura:

«Cossa vutu? Vutu che?»

Accenno un affabile inchino:

«Buongiorno a voi, sono un esperto mosaicista di Venezia, a disposizione del Signore del palazzo per un bel pavimento di mosaico».

«No, non gli occorre» ribatte secco e ritira il portone per chiuderlo.

«Ehi, un momento - insisto. - Fatemi parlare con il Signore in persona, è mio diritto», cerco di bloccare la porta tenendola per la maniglia ma il maggiordomo la serra con un gran tonfo.

«Ruspante!», gli grido più che mai offeso.

Mi giro e vedo sulla piazza i braccianti riuniti, manodopera a salario in attesa di un occasionale datore di lavoro. Non ho molta scelta: con loro o presto o tardi la fame. Raggiungo perciò il gruppetto dei manovali e a braccia conserte come gli altri, aspetto.

Ecco avanzare tronfio il mandante di un datore di lavoro, con mio disappunto vi riconosco l'antipatico maggiordomo che poco prima mi aveva sbattuto la porta in faccia. Ora indossa un ridicolo berretto a quadretti bianchi e verdi.

Gracchia:

«Ci occorre un bovaro per la malga. Lo chiedo per l'ultima volta!»

Nessuno fiata, i manovali si scambiano degli sguardi perplessi.

Approfitto del loro momento di incertezza:

«Eccomi! Io, io» alzo il braccio teso e faccio un passo in avanti.

I manovali ridacchiano rumorosamente alle mie spalle. Che umiliazione, un cittadino veneziano come il sottoscritto, mosaicista delle cupole d'oro, un artista del mio valore ridotto a fare il bovaro... dalle stelle alle stalle.

Vengo dunque assunto come guardiano presso una mandria composta da buoi dal pelo fulvo e da gagliardi vitelli di razza italica. La stalla, situata nell'altipiano di Mas di Sabbe, è al centro di un'ampia distesa di prati in pendio ed ha un leggiadro soffitto ricoperto da una moltitudine di pipistrelli appesi a grappoli. Il primo incarico del nuovo lavoro è particolarmente raffinato, trattasi di ripulire la stalla da cima a fondo. Il letame non veniva allontanato da anni, arriva fin quasi al ginocchio e diffondeva intorno un lezzo nauseabondo.

Conclusa in alcuni giorni la gran sfaticata, comincio pian piano ad apprezzare la mia occupazione di mandriano e devo dire che non mi capita affatto di soffrire la solitudine. Accudisco le bestie, ogni giorno le abbevero e le nutro col fieno profumato di selvatico e al termine delle faccende, mangio in santa pace la mia zuppa. Pensare che nessuno voleva venirci a lavorare perché corre voce che un tempo l'altipiano fosse il luogo di ritrovo delle streghe.

Paura delle streghe? Mai vista l'ombra di una strega a Mas di Sabbe. Anzi, è un luogo delizioso. L'incanto della natura intorno mi affascina. Passo le ore e i giorni nel candore delle colline innevate, assaporo la quiete di alture alpine abitate solo dalle pernici bianche, contemplo la vastità dei panorami e delle vallate sotto di me. L'atmosfera è quasi sempre limpida e tersa, la visibilità ottima, tanto che nei punti più remoti gli abeti sembrano vicinissimi e pare di poterli raggiungere con le dita e sradicare come ciuffetti d'erba. Al contrario, zone appena sotto danno un'illusione di lontananza: lunghe lingue di ghiaia simili a spiagge remote lambiscono un mare di pini mughi e, come isole nella corrente, gruppi di larici spuntano gialli nel verde di quella distesa agitata dal vento.

Gironzolo per i boschi. Cammino sul tappeto intessuto dalle foglie dei faggeti, mi soffermo a sfiorare con le dita la corteccia bianca delle betulle, bevo con le mani l'acqua fresca del torrente Maè e intanto il picchio muraiolo esce da una fenditura della roccia e prende rapido il volo sopra la mia testa.


* * *


I Monti Pallidi furono scolpiti dalla mano sapiente di un divino Artista. Spesso mi perdo estasiato a carezzare la vastità delle pareti rocciose che dominano la vallata di Zoldo e nel rievocare la penosa ristrettezza dei pozzi, un genuino senso di riconoscenza esce dalle profondità del mio spirito. Iddio ti ringrazio di essere vivo ad ammirare la suprema bellezza della tua opera! ...se solo Zagreo potesse essere qui con me, penso.

E nel vincolo di quell'amicizia nefasta, anche in mezzo al costrutto del Grande Architetto dell'Universo, finisco per cadere nella seduzione esercitata da un'opera che viene dal maligno: il granito grigio e rosa pallido di un monte dalla forma possente, un gigantesco trono fornito di schienale e poggioli a semicerchio, che i montanari del luogo chiamano il Caregon del Diavul.

Il massiccio si staglia isolato al di sopra dei profili ondulati delle alture e poggia sul piedistallo creato dalle falde dei detriti rocciosi. Quando osservo dalla malga gli sparvieri che sfrecciano alti nel cielo, il mio sguardo si posa inevitabilmente sulle sue cime maestose e così a poco a poco sorge in me la determinazione di violarle. Nessuno fra i montanari ha mai osato tanto, nati in mezzo alle rupi essi non hanno costume di scalarle, eppure io muoio dalla voglia di superare quella specie di varco teso sul baratro e innalzato con superbia verso il cielo. E' come se vi fossi attratto da una forza irresistibile, annidatasi in un legame indissolubile, forse il patto stesso che ancora mi pone in debito col diavolo.

Durante i primi mesi del 1251 l'inverno fu particolarmente mite e la neve scarsa per cui, proteggendomi dal freddo con una semplice pelle di daino, già a febbraio posso tentare la mia scalata. Poco prima dell'alba avanzo dalla forcella più prossima al monte, mi introduco nella vegetazione e scompaio dietro le fronde, mentre gli abeti richiudono alle spalle i loro rami profumati. Proseguo nella foresta in assenza di qualsiasi traccia di sentiero. Ho sete e non trovando alcun ruscello mi vedo costretto a bere dalle pozzanghere, chino con la bocca sulla superficie dell'acqua.

Uscito finalmente allo scoperto, mi tocca dannarmi su interminabili ghiaioni di grosse pietre aguzze. Intanto studio la struttura del monte. Ad ogni trenta quaranta passi la prospettiva ne cambia i contorni e l'imponenza di nuove spettacolari angolature è tale da sorprendermi ogni volta. Ecco, individuo il punto più agevole per l'attacco. Salgo in cima al ghiaione e mi ritrovo sotto la spalla orientale del massiccio, ai piedi della parete si riconosce facilmente la sua stratificazione orizzontale in bande alte qualche metro.

Un momento prima di afferrare con le mani la nuda pietra, mi concedo una pausa nel tenue tepore del primo mattino e mi guardo intorno indugiando ad assaporare il colore giallo dei prati, l'azzurro del cielo e i raggi solari che risplendono scintillanti sulle vette. Imprimo dentro di me queste immagini. Penso a quanto la vita sia incomparabilmente preziosa: il solo fatto di respirare quest'aria pura e di vedere il cielo sopra la mia testa basta a darmi una soddisfazione completa e sono contento di esistere, integro e sano nei miei ventotto anni. Che meraviglia amare la vita, con semplicità. Le mie sensazioni si dilatano, questi indimenticabili momenti mi sembrano una immensa ricchezza, un tempo infinito, come se contemporaneamente nello stesso istante dovessi vivere tante vite diverse.

Nel tastare con la punta delle dita la consistenza della roccia, friabile e pericolosamente scivolosa, vengo assorbito da un'ondata di ricordi e rapidamente ripercorro a ritroso la mia esistenza fino all'epoca della mia fanciullezza ...fino a Gengis Khan.

Quel marinaio sul molo raccontava che l'imperatore dei Mongoli, divenuto molto vecchio, doveva essere trasportato su un monte situato a lontanissima distanza (non era nelle facoltà di un bambino concepire l'idea della morte, l'eroe della mia infanzia non poteva morire). La scorta dovette attraversare il Gobi, un vastissimo deserto di ghiaia totalmente privo d'acqua salvo l'eccezione di qualche minuto lago salato. Quell'inverno, sugli altipiani del Gobi la temperatura era scesa precipitosamente sotto lo zero e la scorta fu decimata dagli stenti e dal freddo, i superstiti riuscirono tuttavia ad attraversare il deserto e finalmente raggiunsero la catena montuosa dell'Altai. All'interno di un altissimo monte considerato l'asse del mondo, essi deposero il grande Gengis Khan, l'Imperatore che vive e non vive, immerso in un eterno letargo, morto benché appaia vivo e vivo benché appaia morto.

Inizio ad arrampicare. Salgo sulla paretina gradinata usando mani e piedi, mi aggrappo tenacemente alle roccette chiare, ne percepisco la consistenza porosa. Non c'è più tempo per pensare, l'azione mi assorbe. Trenta metri da terra. Il minimo passo falso sarebbe anche l'ultimo, ogni attimo diventa prezioso, segna il confine incerto tra la vita e la morte. Sì, in effetti il pericolo semplifica di molto le circostanze: o si è vivi o si è morti. Così mi abbraccio con tutta la forza alla roccia e non per amore della roccia, ma per timore del vuoto. La paura, e in tutta sincerità d'altro non si tratta, paradossalmente accende in me emozioni euforizzanti, in fin dei conti forse sto salendo proprio per trovarmi faccia a faccia con lei, la paura nuda e cruda.

In breve raggiungo la cengia che orizzontalmente traversa l'intera parete orientale. Vi cammino in precario equilibrio salendo sempre più in alto lungo le cornici rocciose. Ad un tratto devo arrampicare di nuovo come un ragno, la mia attenzione è tutta concentrata sulla sensibilità delle dita appese agli appigli, gli stivali di feltro col massimo della prudenza cercano la roccia più solida. Ho la sensazione di essere al limite delle mie possibilità, la difficoltà è estrema, ma da questa posizione tornare indietro è escluso. Guardo giù nel precipizio. Un brivido mi attraversa da capo a piedi. Conta solo andare avanti, superare questo passaggio non è impossibile, dove c'è una volontà ci deve essere una via. Finalmente! Una sporgenza transitabile interrompe la ripidezza del muro. Prendo fiato e osservo con un po' di vertigine le pareti lisce sopra di me, l'acqua del disgelo vi disegna lunghe striature nere che scendono in verticale. Camminando in direzione sud seguo le rientranze a strapiombo di una gola e poi di un'altra.

A un paio d'ore dall'attacco, guardo la vetta del Trono del Demonio e comincio a percepirla entro la mia portata, mi sento un titano alle prese con un'azione sovrumana quando, al termine della terza gola... sorpresa inaudita, vedo un vecchietto seduto sul bordo del precipizio!

Mi saluta agitando le sue grosse mani:

«Sani! Sani!»

La lunga barba bianca gli conferisce un'aria patriarcale, ha gli zigomi sporgenti e un'espressione austera e venerabile. Chi è costui con una barba simile, non sarà mica il fantasma di Gengis Khan?

Ne ho soggezione, mi avvicino esterrefatto e ansimante:

«Come avete fatto a salire?»

«Per la stessa strada che avete fatto voi - risponde tranquillo -. Appena vengo stremato dalla fatica mi stendo con la schiena appoggiata al suolo, assorbo forza dalla roccia e mi rialzo più rinvigorito e più scattante di prima».

Guardandolo bene pare molto vecchio, in vita mia ho conosciuto ben poche persone che abbiano raggiunto la sua veneranda età. A colpo ridimensiono la portata della mia ascensione, altro che impresa titanica, se questo vetusto montanaro è arrivato quassù non deve trattarsi di una arrampicata poi tanto difficile. Il vecchio della montagna risveglia in me una immediata simpatia e mentre siedo al suo fianco a riposare, ho modo di farmi chiarire con tutta calma perché mai i suoi monti vengano chiamati Monti Pallidi.

Gerione, è questo il nome del vecchio, come rivolgendo la spiegazione a un nipotino mi racconta una favola soavissima.

... C'era una volta un re nelle Alpi Orientali. Egli regnava in pace ma suo figlio era l'unico infelice del regno, perché tormentato da un desiderio irrealizzabile: niente popò di meno che andare sulla luna. I dottori, preoccupati dal suo umore nero, ritenevano fosse afflitto da una strana forma di pazzia da loro denominata Melanconia. Il popolino, malignava invece che il principe fosse in potere delle streghe.

Una splendida notte di luna piena il principino perse del tutto la testa e andò errando per le montagne finché capitò ai piedi di una rupe, alta e dritta come una torre. Smanioso di vedere la luna più da vicino, cominciò ad arrampicarsi per le pareti verticali della rupe. Su e su e su, salì aggrappandosi alle rocce, finché venne avvolto dai densi vapori di una nube che ne rendeva invisibile la cima.

Miracolo, la nube si staccò dalla rupe e salì in alto nel cielo trasportando sulla luna il principino. Fuori di sé dalla gioia egli poté contemplare le impronte dei suoi piedi stampate sul suolo lunare. Superò poi un cancello d'argento e davanti ai suoi occhi apparve una sconfinata distesa di fiorellini bianchi, in tutto simili alle stelle alpine. Finalmente arrivò in vista di una città e quando ne varcò le mura si accorse che le case e le piazze e gli alberi erano bianchi, ogni cosa era bianca e lucente come candida neve.

Il principe si diresse trionfante al palazzo reale, al suo interno ammirò le pareti di alabastro dei saloni e giunse al cospetto di una splendida regina che aveva la pelle color del latte, gli occhi chiarissimi e i capelli platinati. Per giorni e giorni la regina ascoltò appassionata il principe che le narrava le meraviglie della terra e dei suoi abitanti. Egli parlava sciolto e brillante, aveva scordato ogni tristezza e in preda a un totale appagamento, avrebbe desiderato restare lì per sempre.

Però, la luce abbagliante che emanava da ogni cosa lo costringeva sovente a chiudere le palpebre dal fastidio e col passare dei giorni gli occhi cominciarono a dolergli dal bruciore. Temendo di diventare completamente cieco il principe supplicò la regina di sposarlo e di andare a vivere con lui sulla terra. Ella, per amore, acconsentì alla richiesta e i due novelli sposi entrarono nella nuvola miracolosa per scendere sulla terra.

Allorché approdarono sulle Alpi, il principe riacquistò subito la salute e si precipitò a cogliere un mazzo di rossi rododendri per mostrarle con orgoglio i colori del mondo terrestre. Al castello, la regina fu accolta festosamente da tutti i sudditi del regno. La figlia della Luna ammirava stupita la varietà dei paesaggi alpini, il verde dei laghi, il rosa dei tramonti e tutti quei dolci colori che per lei rappresentavano una assoluta novità.

Ma col tempo la regina cominciò a soffrire. La notte rimaneva sveglia alla finestra. Aveva nostalgia della bianchissima luce della luna, non sopportava più di vedersi imprigionata tra le rocce oscure e tetre delle Alpi. Cominciò a pensare che sarebbe morta di crepacuore se fosse rimasta ancora sulla terra. Il suo sposo non trovava soluzione al problema e ricadde in preda alla disperazione.

Per fortuna il popolo dei nani accorse in loro aiuto. Alla prima notte di luna piena i nani salirono in vetta ai monti e alzate le mani sopra la testa, si misero a fare degli strani movimenti con le dita come se stessero afferrando alcunché di invisibile.

La regina si affacciò languente alla finestra e chiese al re dei nani che cosa mai stessero facendo.

«Stiamo filando i raggi della luna», rispose re Laurino.

In vetta ai monti, comparvero dei grandi gomitoli luminosi che i nani srotolarono lungo le pareti fino alla base delle rocce. Abilmente, essi intrecciarono una meravigliosa rete luminosa che diffondeva il chiarore lunare da tutte le pareti delle dolomiti.

La regina si riprese all'istante e rivolta al principe esclamò entusiasta:

«Oh, ora sì, sono diventati più belli e più lucenti della luna i tuoi Monti Pallidi!»

I nani erano i discendenti di un popolo numerosissimo che da tempo immemorabile abitava una regione del lontano Oriente. Al culmine del loro splendore essi furono invasi da un popolo di feroci guerrieri. Costretti a fuggire, andarono in cerca di una nuova sede ove vivere in pace. Purtroppo ovunque arrivassero, i nani venivano scacciati e nessuno voleva averli entro i confini del proprio regno, sicché si erano rassegnati a vivere nascostamente, appartati fra i monti.

Tuttavia da quel giorno le peripezie dei nani erano finite perché il principe dell'antico popolo dei Reti, al colmo della gratitudine, permise loro di restare nel suo regno ove vissero per lunghi anni felici e contenti.
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Messaggioda birillino8 il mar giu 19, 2007 10:16 pm

Deliziato dalla favola di Gerione, lo ringrazio per la carica di entusiasmo che mi ha comunicato e mi rialzo in piedi pimpante:

«Ora proseguirò fin sulla vetta. Volete venire con me?»

«Ma no. Neanche per idea, non si può proseguire oltre, questa soglia che vedi affacciarsi è il limite estremo dell'abisso».

«Comunque sia voglio andare avanti».

«Ma sei pazzo!- In preda all'agitazione- Finirai in mezzo agli strapiombi, senza poter proseguire né tornare indietro».

«Beh, arrivederci amico», incamminandomi.

«Fermo, fermo!- mi trattiene per un braccio- Non andare, rifletti! Ascolta ti prego...»

«Che vuoi ancora?»

«Tu non sai che razza di mostro abita gli strapiombi!»

«Sì... un serpente con cento teste», scrollando le spalle.

«Non scherzare, ti giuro che ho visto le orme del drago stampate sulla roccia!»

«Impossibile», sorridendo.

«E' così, credimi, il drago Ouroboros comanda il Vento del Nord e ti farà precipitare nel vuoto!»

Ouroboros? Mi ghe sboro, penso fra me e proseguo.

Immediatamente il passaggio sul fianco della montagna si fa molto esposto, diviene strettissimo, una semplice scanalatura orizzontale incisa sulla parete. Il cunicolo è alto meno di mezzo metro: potrei superare l'ostacolo solo avanzando prono a forza di gomiti e ginocchia. Mi spingo imperterrito nella scanalatura strisciando sulla roccia ghiacciata e stando bene attento a non battere la testa contro gli spigoli prominenti. Nel contempo tengo sempre sott'occhio l'orlo del precipizio, sul fianco sinistro lo strapiombo cade a goccia d'acqua per centinaia di metri. Sudo e nel lucido calcolo del rischio che sto correndo un brivido mi attraversa e mi fa rizzare i capelli. D'un tratto comincia a spirare forte il Vento del Nord, le sue raffiche si abbattono violente contro la parete. L'aria e il freddo si insinuano sotto la pelle di daino, la mia testa oscilla sotto l'impeto delle folate, ho la sensazione che il vento stia per trascinarmi via.

Ma riesco a farcela. Percorsi una ventina di metri il passo è superato: veramente ho provato cosa vuol dire avere la vita appesa a un filo. Inaspettatamente, la via diventa molto facile e la mia tensione si muta in una gioia incontenibile. Non ci sono più tratti esposti né voragini, trovo invece un ambiente incredibilmente suggestivo ed ancestrale immerso in un maestoso silenzio. Un vallone dalle scalee di roccia forma un monumentale anfiteatro a semicerchio calato in un'atmosfera talmente inconsueta che non mi meraviglierei affatto se un rettile dalle forme spaventose sbucasse da dietro l'angolo.

Fra i detriti del suolo scopro l'inspiegabile presenza di una conchiglia pietrificata, ha una forma spiraleggiante e un diametro di ben quaranta centimetri. Camminando trovo altre conchiglie, sono bivalvi, alcune enormi. Che strano prodigio! Salire sulla cima di un monte per ritrovare il mare. In effetti la base dell'anfiteatro ricorda vagamente un fondale marino, potrebbe essere una baia. Forse ai primordi del tempo un tiepido mare ricopriva la zona e appena sotto il pelo dell'acqua proliferavano alghe e spugne e magari le barriere coralline. Mi immagino un clima caldo, un paesaggio semi desertico su cui batte perennemente un vento infuocato dall'arsura.

E questo cos'è? Un dente enorme, pietrificato, con il bordo aguzzo e seghettato. Che impressione! E' lungo venti centimetri. Lo farò vedere al mio amico. Il vegliardo aveva ragione, un dente del genere non potrebbe appartenere a nessun altro animale. Può stare solo nella bocca di un drago.

Proseguo. Risalgo il vallone procedendo sulla ghiaia e poi a grandi passi sui facili gradoni che portano in direzione Nord. Una volta in alto, monto sul ripiano di un nevaio e lo attraverso diagonalmente fin dove termina la neve, a destra di una imponente cresta rocciosa.

La vetta è lì a pochi passi, facile da raggiungere. Sono ancora pieno di energia sì, ma le giro le spalle lasciandola inviolata.

Il sole ha disseminato il nevaio di riflessi puntiformi che luccicano. Lo ripercorro a ritroso. Al suo margine inferiore mi imbatto in un folto gruppo di corvi, se ne stanno beatamente appollaiati sul candore. Li scaccio con lo schiocco rumoroso di due pietre, eccoli si alzano in volo oscurando il cielo. Levando in su lo sguardo, nel bel mezzo dello stormo vedo un corvo con le penne bianche come la neve, bianco il becco e bianche le zampe. Aleggia leggero sul vento delle cime, spiega candide dita al cielo planando con le penne laterali delle ali. Mentre volteggia su ampi semicerchi atteggia la coda a ventaglio, a tratti si mette controvento e rimane a mezz'aria, sospeso nel vuoto.

Di colpo non distinguo più nulla. Il vento si abbatte sul nevaio, solleva una miriade di cristalli scintillanti che fanno dello spazio un abbaglio di luce.

Abbandono alla svelta il nevaio mentre le raffiche mi frustano la nuca e i cristalli di ghiaccio mi punzecchiano il collo. Affretto il passo, comincio a saltellare da un masso all'altro, agile e scattante scendo giù a raggiungere il vegliardo esattamente nella posizione in cui l'avevo lasciato.

Gerione esulta:

«Vederti ancora vivo è un vero miracolo, Dio sia ringraziato!» e mi incalza subito di domande per farsi dire cosa ho visto.

Volessi sforzarmi di fornirgli un fedele resoconto di quei luoghi non potrei trovare parole atte a descriverne la selvaggia bellezza. D'altronde, sono anche un po' seccato nei confronti di quel montanaro, ha cercato in tutti i modi di scoraggiarmi. Così escogito lì per lì una versione del tutto falsa, per incutergli un terrore ancora maggiore di quello che ha:

«Dovevo camminare sulla lama del rasoio, precipizi a destra e a sinistra. Poi, come per incanto un pianoro e al centro...»

«Cosa hai visto?»

«Una fessura profondissima che spaccava a metà la montagna, una voragine spaventosa larga un paio di metri tra sponda e sponda».

«E tu?»

«Ho gettato dentro un masso e non l'ho udito rimbalzare, era un abisso senza fondo, arrivava fino all'inferno! E indovina che ne è uscito?»

«Che cosa?»

«Il drago».

«Ouroboros?»

«Esatto, un terrificante lucertolone con la pelle grigiastra e rugosa, alto cinque metri e lungo almeno venti. Ritto in piedi su due zampe, grosse come colonne e dotate di tre poderosi artigli da uccello. Avanti al petto agitava due zampette ridicolmente minute e sollevava in aria la coda per bilanciare il peso del corpo. Scuoteva in alto un testone colossale e ruggiva: Groaarh! Groaarh! Mi ha caricato, ma io non mi sono mosso... fermo immobile... e quello mi si è piantato vicinissimo, tanto da sbattermi in faccia il suo alito fetido, che sensazione! Sbuffando retraeva la sua grossa lingua e spalancava le zanne delle enormi mascelle, a un palmo dalla mia testa! Ha cercato di atterrarmi con una sferzata della sua coda ben lunga e robusta».

«E tu?»

«Ho schivato il colpo, d'istinto gli ho guidato l’estremità della coda verso le mascelle spalancate e gliel'ho ficcata in gola».

«L'hai ucciso?»

«E' morto soffocato, sputando i denti tra spasmi atroci che facevano sussultare la montagna».

Gli mostro l'enorme dente di pietra.


* * *


Dopo la scalata del Trono del Demonio ho smesso di campare a suon di zuppe annacquate e ho scordato la porta in faccia al palazzo dello zotico. Ora, non ho più motivo di lamentarmi dell’ospitalità dei valligiani, anzi è una vera pacchia, il vecchio della montagna ha preso per oro colato tutte le frottole sul drago, vinto da ammirazione incondizionata mi ha invitato a fruire della sua dimora e fatto partecipe della sua generosa dispensa, stracolma di formaggio, noci e frutta conservata. Ho trascorso lieti giorni in sua compagnia. Nel passato fu fabbro valente e adesso è uno degli anziani più rispettati nella vallata. A differenza dei contadini di Zoldo, che non possiedono nulla all'infuori del loro ventre, Gerione ha una proprietà di terra libera, un allodio. Consiste in un giardino colmo di alberi da frutto, ora rinsecchito dall'inverno e coperto di brina, ma nella stagione del raccolto si dice sia talmente carico di mele, pere e ciliege, e di castagne, lamponi e altre delizie, da sembrare il paese della cuccagna.

Un dì, mentre passeggiamo fra l'intrico dei suoi rami, oso introdurre un argomento spinoso:

«La malga di Mas di Sabbe ha fama di essere luogo di ritrovo per i balli sfrenati di diavoli e streghe, eppure ti giuro che da quando vi ho messo piede non ho visto l'ombra di una strega».

Gerione è il solo a sapere esattamente ove si nascondano:

«Il Bosconero, là è pieno di streghe - bisbiglia -, ce ne sono in tutti i cantoni. Però adesso, da quando l'Inquisizione si è fatta più accanita, è diventato difficile avvicinarle... se ne stanno sempre più nascoste».

«Ti prego, vecchio mio, accompagnami al Bosconero. Muoio dalla curiosità di vederle».

«D'accordo, se insisti. Ma non dirlo a nessuno - lisciandosi la barba -. Ti porterò alla casa di una strega appena si fa la luna piena».

«Non possiamo andarci prima? Magari domani».

«Non essere impaziente. Le streghe sono scontrose e volubili. Il loro anno si compone di tredici mesi lunari, a meta mese fanno festa alla luna piena e sono meglio disposte a ricevere gli sconosciuti. La luce della luna ci consentirà di vedere meglio il sentiero poiché dovremo muoverci in piena notte, al riparo da occhi indiscreti».

Attendo con ansia l'arrivo luna piena, quindi ecco finalmente la notte concordata...

Sentieri impervi e selvaggi sovrastati dalle minacciose ali di roccia del Monte Civetta e un bosco impenetrabile in cui la luce della luna filtra a malapena. Nella penombra della fitta vegetazione i rami dei larici mi pungono il viso con gli aghi delle loro lunghe dita pendenti, accelero, inciampo sui tronchi divelti.

Questo vecchio premuroso mi sta guidando al nascondiglio della strega, certo non oso mettere in dubbio la sua esperienza di montanaro, ma ho la sensazione che si sia perso. Temo che finiremo nell'imboscata di un gruppo di streghe arcigne e deformi, ci faranno morire dallo spavento alla sola vista della loro bruttezza. Ossute, gobbe, con i bitorzoli sul naso adunco, gli occhi freddi e crudeli; come minimo ci picchieranno a sangue con le scope.

C'è un silenzio di morte. Una torre di roccia massiccia incombe con l'impressionante verticalità delle sue pareti scure. Un sibilo lacera la notte, fischia sopra le nostre teste ed esplode in modo sinistro.

Lunghe ore di faticoso cammino. A un tratto il bosco finisce ed il montanaro mi trascina alla scoperto su un piccolo altipiano erboso:

«Il pian del Crep, ecco la casa di Sybil!» e indica un tabia, una stamberga di legno adagiata sotto una corona di aspre rupi.

Dunque non si era perso. Devo ammettere che conosce alla perfezione questa regione dimenticata da Dio e dagli uomini.

«Sybil è la strega?» chiedo a conferma.

«Sì, vengo spesso da lei a farmi curare i malanni età. Le sue tinture medicinali mi hanno sempre giovato», borbotta.

Gerione bussa a lungo. Tutta vestita di nero, con un cappellaccio a cono sulla testa la strega si affaccia sull'uscio e non è laida e vecchia come mi aspettavo, ma giovane e attraente.

Sybil ci accoglie cordialmente all'interno. Due avvenenti occhi verdi promanano uno strano fascino felino e mi fissano con le palpebre aguzze come per carpire le mie intenzioni.

«Che cosa cerchi fra questi monti?», mi chiede.

«Desidero vedere il demonio - rispondo timidamente -, so che voi avete facoltà di evocarlo, Gerione mi ha detto che le vostre pozioni magiche consentono di visitare le sedi infernali, pur potendo ritornare sani e salvi sulla terra. E' vero?»

La strega non risponde ma con grazia ci fa cenno di seguirla, apre una botola sul pavimento di legno, scende i gradini di una scaletta e ci conduce nello scantinato. Giù c'è una stanza sufficientemente spaziosa. I ripiani appoggiati alle pareti sono pieni di erbe essiccate e disposte con ordine. Mi accosto per leggere i nomi incisi sul bordo orizzontale delle tavole, ciascun nome corrisponde ad una varietà botanica. Fiuto l'intenso profumo che emana dal timo e dal tiglio, l'effluvio del laudano e la fragranza di limone della verbena. Come un fanciullo occupato ad esplorare un ambiente a lui nuovo, estraggo da un sacchetto semiaperto un gambo lungo e rigido con le foglie frastagliate. Termina in un fiore violaceo, un grosso grappolo di petali ricurvi a forma di elmo.

«Aconitum Napellus - dice la strega -, questa pianta nasce dalla saliva fetida che cola dalla tre bocche di Cerbero».

Gerione spiega:

«Cerbero è un cane che ha tre teste ricoperte di serpenti e la coda irta di aculei, fa la guardia alla soglia dell'inferno e impedisce ai dannati di uscirne».

Già mi passa la voglia di visitare l'inferno. Con questa bestiaccia di mezzo potrei rischiare di non tornare sulla terra.

Mentre mi trastullo con il fiore in mano, la strega si avvicina alle spalle e mi bisbiglia in un orecchio:

«E' la pianta più velenosa che esiste. Uccide».

«Uccide?» balbetto mollando subito la presa e ricacciando il fiore nel sacchetto.

«Paralizza le vittime fino all'asfissia mortale».

Sul focolare bolle un gran pentolone. A tratti la vivacità del fuoco ne surriscalda il contenuto e una schiuma acquosa solleva il coperchio straripando oltre l'orlo del pentolone. La schiuma cola fino al fuoco. Le fiamme brontolano e friggono sotto l'effetto del liquido che attutisce la loro forza fin quasi a spegnerle. Lentamente il fuoco riprende vigore e mantiene vivo il gorgogliare del pentolone stabilizzandosi su una temperatura costante. Però, ciclicamente il fuoco si risveglia dal torpore e di nuovo il contenuto schiumoso fuoriesce regolando l'eccessivo ardore della fiamma.

Vado a curiosare dentro il pentolone, alzo il coperchio e vedo dei tuberi che si stanno cuocendo.

Deluso, spio allora al centro del tavolo il contenuto di un cestino. Sono dei funghi con il manico bianco e un'ampia cappella rossa disseminata di puntini bianchi.

Amanita Muscaria li denomina la giovane strega indicandoli col dito e strizzandomi l'occhiolino.

«Voi li mangiate?» le chiedo con circospezione.

«Certo!»

Li mangia? Spero proprio che non obblighi anche me a mangiarli, hanno tutta l'aria d'essere velenosissimi.

Mi guardo intorno disorientato. La mia attenzione cade su un rospo che se ne sta in un angolo del pavimento con gli occhi fissi ed insensibili:

«Mangiate pure quello?» e mi illumino nel tono scherzoso della battuta come chi cerchi di sdrammatizzare una situazione.

«Come no», risponde seria la strega.

Sento alla bocca dello stomaco un conato di nausea. Sono amaramente pentito, perché mai m'è venuta la sciagurata idea di finire in casa di una strega. Ormai è troppo tardi, non ho più la forza di alzarmi dalla sedia, sono soggiogato dai suoi occhi verdi. Sibyl si toglie il cappello e una cascata di capelli neri danza intorno al suo viso.

«Se vuoi vedere l'inferno mangia due cucchiai di questa polverina magica», mi esorta accattivante la strega.

«Ma che cos'è?»

«Strademonium».

«E che... sarebbe lo Strademonium?»

«E' una pianta coi semi neri e i fiori bianchi, ciò che all'inizio è nero col tempo diventa candido».

Cerco di tergiversare mentre reggo in mano il cucchiaio:

«Ma che sapore ha? Non sarà pericoloso?»

Sybil ingurgita due cucchiai colmi per incoraggiarmi. Mi decido a fare altrettanto. La polvere mi impasta la bocca e a stento trovo la saliva per mandarla giù.


* * *

Poco dopo timori e scrupoli lasciano il posto ad una grande sedazione, sprofondo in un torpore ovattato. Ogni rumore si fa lontano e attutito. In preda a un dolce oblio, smarrisco il ricordo del tragitto nel bosco, non rammento il motivo della mia presenza in questa casa, né saprei dire che giorno sia oggi o che mese dell'anno. Comincio a percepire la bocca secca e asciutta. Ho fame d'aria, mi sembra di soffocare, non sopporto più di stare al chiuso e a tentoni salgo la scaletta, apro la botola e spalanco la finestra per respirare.

Finalmente una boccata d'aria fresca. Guardo fuori, ma? Nel posto prima occupato dalla corona di montagne ci sono le guglie e le maestose colonne di gigantesche cattedrali. Le facciate gotiche sono illuminate dal chiarore lunare, una luce fioca esce dalle ampie vetrate ogivali mentre i rosoni iniziano lentamente a ruotare su sé stessi.

Richiudo la finestra, stupefatto, sconcertato. Ad intervalli la vista mi si appanna. Cedo alla violenta eccitazione del delirio, il cuore mi batte all'impazzata, ho la gola arsa dalla sete e pur senza una goccia di sudore sento un caldo insopportabile che mi brucia la pelle. E' il calore delle fiamme dell'inferno, ormai prossime.

Segue una serie di allucinazioni.

...Vedo un massiccio di puro calcare, provvisto di merli e torri come un castello incantato. Avanzo nella sua direzione camminando in un vapore denso che ricopre il terreno fino al ginocchio e si disperde qua e la in lingue e vortici agitati da un vento leggero. Arrivo al portone principale, un passaggio ad ogiva decorato e scolpito.

Appena entrato rimango a bocca aperta: l'interno è cavo, ombre di un verde latteo popolano l'enorme volta da cui pendono appuntite le stalattiti. Intorno, le pareti sono ricoperte da scultorei colonnati simili a fontane impietrite nell'attimo di traboccare piene di rivoli. Un cupo sottofondo di acqua che goccia rompe il silenzio di questo mondo immobile e sinistro.

Mi dirigo verso l'area al centro della caverna, scendo una decina di gradini scavati ad anfiteatro e raggiungo un pozzo rotondo. Guardo dentro. Il chiarore soffuso del luogo si raccoglie sulla superficie dell'acqua come in uno specchio, vi vedo il mio volto riflesso e lo stupore mi travolge. Appaio ringiovanito... di molto, ho i lineamenti di quando ero adolescente: occhi vispi, guance rosee e capelli arruffati. E' un pozzo prodigioso: la fonte stessa della Giovinezza!

Mi contemplo a lungo incuriosito, incredulo mi tasto la faccia con le dita. Dopo un po' giro lo sguardo verso il portone del castello, faccio per avviarmi ad uscire ma non riesco a sollevare le piante di piedi, sono incollate al suolo. Le caviglie si radicano in terra, cerco di liberarle con ripetuti sforzi delle ginocchia, inutilmente... vengo presto sopraffatto da una invincibile rigidità. Le gambe si immobilizzano del tutto. Disperato guardo di nuovo dentro il pozzo come vi potessi trovare una via di salvezza: e invece vedo la mia faccia soffusa di verde pallore. Giro le mani e osservo le palme, pure inverdiscono. Grido all'orrore! I piedi si trasformano in radici che penetrano contorte nel terreno. Le ginocchia si fanno grinzose e la pelle si muta in corteccia e le gambe si fondono in tronco che racchiude le cosce. Il fallo si erge ligneo a nodo del tronco, sento l'odore del muschio di quercia. Invano mi divincolo e torco il fianco, già il petto è oppresso dalla scorza e la schiena si stira dolente. Non posso che agitare le braccia sopra il capo, ma in breve le mani s'accartocciano in foglie e agito nient'altro che fronde. Ecco un'energica spinta mi stira in verticale nel fusto di una grande quercia svettante sopra il pozzo.

C'è un corto silenzio nella grotta. Il legno mi ha invaso la gola, nemmeno ho voce per gridare. Poi la montagna di calcare inizia a tremare e lampi e tuoni riempiono la cavità e le stalattiti si staccano dal soffitto e i colonnati rotolano giù dalle pareti, l'ampia volta ruota su se stessa e tutto quanto gira intorno all'alto tronco!

Bruscamente le allucinazioni finiscono. Mi ritrovo a barcollare in mezzo allo scantinato della strega e sono vittima di una violenta vertigine e incapace di coordinare i movimenti e di mantenere l'equilibrio, è come se la terra mi mancasse sotto i piedi. Finisco steso, sul pavimento di legno. Anche la vertigine si estingue. Mi coglie un intervallo di sonno ristoratore.

Dolce risveglio: Sybil nuda e incantevole, sdraiata accanto a me sul pavimento. Mi mostra sorridente i seni rigonfi e da sotto la cascata di capelli mi fissa con i suoi stupendi occhi verdi. Vengo pervaso da incontenibile eccitazione, in ginocchio allungo il braccio, la mia mano raggiunge la tetta turgida e la palpa, ma cos'è? Ho la disgustosa sensazione che la sua pelle sia vischiosa e appiccicaticcia, subito la ritraggo per un dolore urente alle dita.

La strega è sparita, sul pavimento c'è solo il rospo, inavvertitamente l'ho toccato mentre gironzolava su e giù imperterrito.

Ma non mi rassegno. Traboccante di lussuria cerco ansiosamente Sybil: non me ne importa affatto se poco fa ho visto un fantasma, una diavolessa o una donna in carne ed ossa, voglio comunque possederla e godermela subito. Il guaio è che un velo fastidioso mi offusca la vista e mi impedisce di mettere a fuoco gli oggetti. Ah! Finalmente il velo si è diradato, Sybil è ancora lì distesa sul pavimento, nuda e incantevole. Che succede, adesso? Le sue grosse tette si raggrinziscono rapidamente e pendono fiappe sull'addome rigonfio, i capelli neri diventano grigi in pochi secondi e poi bianchi, la pelle del viso si copre tutta di rughe, i denti si fanno gialli e consunti, la faccia arrossisce di colpo e le pupille si dilatano fino a eliminare il verde dell'iride. Come ferita a morte la strega caccia un urlo demoniaco e contorce violentemente le braccia e le gambe.

Vengo preso dal panico. Per cercare di alzarmi in piedi devo fare uno sforzo disumano. Lottando contro un'enorme spossatezza e articolando con difficoltà le parole, supplico Gerione di trascinarmi via da quella casa infernale.
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Messaggioda birillino8 il mar giu 19, 2007 10:17 pm

A parte quest'ultimo movimentato episodio, la vita pastorale che da quasi due mesi trascino lentamente sui monti sta diventando di una tranquillità eccessiva e comincio a sentire la mancanza della convulsa frenesia della mia città. La nostalgia è troppo forte... torno a Venezia. Anonimo e mascherato approfitterò del Carnevale e della gran baraonda che tocca l'apice nell'ultima settimana di febbraio.

Nell'oltrepassare il confine del mio Comune esco allo scoperto da un fitto boschetto. Sul prato, un verdeggiare di germogli annuncia la vicina primavera, sugli alberi le gemme di teneri ramoscelli spuntano già. Mi sono travestito. Ho sul viso una maschera di cuoio nero, in testa un berretto piegato sulle orecchie e indosso, sopra la calzamaglia gialla, una tunica attillata composta di pezze ricucite insieme in un esplosivo miscuglio di colori; la tunica è stretta da una cintura e appeso a questa ho un manganello di legno che, non si sa mai, potrebbe anche tornarmi utile in questi frangenti.

Durante il Carnevale in qualsiasi ora del giorno e della notte è consentito a chiunque di girare in città con la maschera addosso. Nessuno si è mai sognato di obbligare chicchessia a togliersela, nemmeno i gendarmi, dacché ogni maschera possiede per tradizione un tacito privilegio di immunità. Fatalità, doveva esistere un bellimbusto intenzionato ad infrangere la regola. Raggiunta la gran calca della vigilia del Giovedì Grasso ecco lo spiacevole incontro, un soggetto che porta sul capo una testa di lupo imbalsamato, con il pelo che scende sulla nuca e in avanti a coprire interamente il volto.

Solo i suoi occhi mi puntano sotto le zanne:

«Alto là, sior strasson!»

Mi blocca afferrandomi per le spalle e poi allunga le mani per strapparmi la maschera. Faccio appena in tempo a sbilanciarlo con una spinta e a falciargli le gambe con un calcio rasoterra. Mentre cerca affannosamente di rialzarsi sono già confuso tra la folla. Mi mescolo alla colorita fantasmagoria delle maschere. Ci sono tutti i camuffamenti possibili e immaginabili, oltre ai soliti buffoni e diavoli burloni, ci sono finti re, finti frati, finti medici, finte contadine furlane, finti armigeri sul carroccio e finti briganti, finti gobbi, finti finti cioè i veri, veri gobbi che la gente scambia per maschere e non lesina loro gran pacche sulle spalle.

Lungo le calli, manipoli di scalmanati avanzano danzando con l'accompagnamento dei tamburi, un ritmo da far venire la pelle d'oca, che ti scuote dentro, ti ipnotizza e ti contagia la voglia di metterti in coda. Negli spiazzi dei Campi si balla la moresca, un ballo cadenzato che simula dei colpi di scherma, basta la scintilla di quattro note improvvisate e sono pronti tutti a danzarla, ma le ballerine più ammirate sono le bambine, ragazzine di dieci dodici anni che incantano le platee con i loro movimenti aggraziati, col portamento solenne e deciso, la mascherina calata sugli occhi.

In Piazzetta, personaggi tratti dalla mitologia calcano i palchi in curiosi e fantasiosi spettacoli, vere e proprie rappresentazioni teatrali ove è d'obbligo lo sfoggio delle più ardite trovate. A fianco gruppi di acrobati costruiscono piramidi umane secondo le complesse figurazioni che il popolo chiama Forze d'Ercole e poco dopo in Piazza S. Marco una folla atterrita e ammirata osserva a testa all’insù un abilissimo funambolo che si bilancia con la pertica e sale lungo una corda tesa fino alla sommità del campanile.

E' una gran festa di popolo. Ogni anno attira da mezza Europa schiere di visitatori che vanno ad impinguare le borse degli albergatori e dei commercianti.

Astrologi, cartomanti, esperti di Fisiognomia, Geomanzia, Cabala. I personaggi più pittoreschi del Carnevale fanno parte della combriccola dei ciarlatani e li si trova in ogni angolo della Piazza a vendere magie ed imbrogli. Costoro si guadagnano il pane vendendo fumo e sogni a modico prezzo e tuttavia ad alcuni di loro bisogna onestamente riconoscere non comuni doti di sottile destrezza. Primo fra tutti un prestigiatore alle cui magie ho l'onore di assistere.

Quel giovanotto snello si avvicina a me e mi persuade a riporre nella sua coppa una monetina di rame, «un solo bagattino per una magia strabiliante» declama con un'espressione mobilissima sul volto. Ricevuta la monetina posa la coppa sul tavolino, vi fa roteare sopra la spada, mulina fra le dita una bacchetta magica tanto velocemente da farla scomparire alla vista... e in un batter d'occhio rapido movimento delle mani e copre il bordo della coppa col disco inciso di segni magici. Infine, mi chiede di sollevare il disco dalla coppa. Mi avvicino lentamente per eseguire, sollevo il disco e sbuca fuori un piccione che vola via sbattendo le ali. Il bagattino è sparito dal fondo della coppa. La gente raccolta intorno applaude.

Uscendo da Piazza S. Marco faccio un breve tragitto sulla Riva degli Schiavoni, poi mi dirigo verso l'interno della città e imbocco le Fondamenta dell'Osmarin catturato da un suono indistinto di cornamuse in lontananza. Lungo le Fondamenta, man mano riconosco un rullare di tamburelli e le corde del saltèrio pizzicate col plettro, la musica proviene dall'altra parte del canale, dalle finestre gotiche di Ca' Priuli. Faccio il giro attraverso il ponticello della Salizzada Zorzi e mi fermo titubante sull'entrata principale.

Prima di entrare in quella dimora di nobili mi tolgo il berretto per rispetto quand'ecco qualcosa mi colpisce alla testa, un liquido mi cola lungo i capelli e istintivamente porto la mano al capo nel timore mi abbiano ferito. Odo delle risa sguaiate sul balcone appena sopra, il liquido è denso e appiccicoso e percepisco un odore stomachevole di uovo marcio. Mi pulisco alla meglio ed entro nel palazzo. L'ingresso al popolo è proibito ma fortunatamente oggi nessuno controlla.

Nell'ampio salone vedo i musici, cantano i Carmina Burana in versione goliardica:

«Arpeggia l'asino e i buoi ballano,

dei ciechi conducono altri ciechi

e tutti quanti finiscono nel fosso.

San Benedetto frequenta le bettole,

S.Girolamo vende pesci al mercato.

Arpeggia l'asino e i buoi ballano,

il mondo intero cammina sulla testa:

tutto è sviato dal proprio cammino!»

Intorno, sui tavoli zeppi di gente si mangia fegato alla veneziana e arrosto di maiale, sul pavimento si gioca ai dadi. Alcuni discutono animosamente della Lega Lombarda, il solito ubriaco fradicio crolla con la fronte sul tavolo.

Tra quelli senza maschera non c'è nessuno di mia conoscenza. Tra i mascherati, chissà? Non lo posso sapere, a parte lì nell'angolo quella donna grassa come un suino: se pure è riuscita a celare il viso dietro la mascherina non può in nessun modo nascondere il suo deretano enorme e inconfondibile. E' la ricca moglie di Zuanne Zusto, il Procuratore di S. Marco. Ma chi c'è dietro di lei? Con la sua mole giunonica sta coprendo alla vista un uomo stravaccato sulla panca. Mi avvicino con risvegliato intento pettegolo. L'uomo sulla panca è probabilmente un nobile importante a giudicare dall'abbigliamento ricercato, ma con quei capelli rossi che escono da dietro la maschera sicuramente non è suo marito. Appena sono abbastanza prossimo da percepire odore di ascelle sudate, mi accorgo che la grassona ha introdotto la manina furtiva sotto la tunica del nobile e muovendo il pugno su e giù imprime alla stoffa un ritmico sobbalzare. Accelero il passo, mi giro intorno scandalizzato ma noto che la scena lascia i vicini indifferenti, e semmai li allieta.

Improvvisamente entra nel salone l'uomo dalla testa di lupo. Mi allontano terrorizzato e prima ancora che si accorga della mia presenza sono già sgusciato fuori dal portone.


* * *


Giro per le calli. L'ansia mi assale, sono teso per l'incertezza del mio futuro, devo assolutamente raccogliere le ultime notizie sul mio processo, devo correre il rischio e avvicinarmi di soppiatto a casa mia per parlare con mio fratello. Chi lo sa? Magari la pena che mi hanno accordato è soltanto una grossa multa.

Passando nei pressi delle Fondamenta della Follatura varie pezze di lana e di feltro sono stese ad asciugare sui supporti di legno. Alcune donne muscolose attingono acqua dal canale e la versano in un'immensa tinozza, contemporaneamente due uomini armati di grosse mazze di legno vi battono la pezza immersa nel fondo. E' il procedimento della follatura mediante il quale la stoffa si restringe, s'ispessisce e diventava più resistente. Una terra apposita è stata aggiunta all'acqua per estrarre gli oli dalla stoffa, ha un odore pungente, di putredine. Odore che associo istintivamente alle immagini del mio primo tragico impatto con i Pozzi: il corridoio delle prigioni, fiocamente illuminato in alto da poche finestrelle strette e orizzontali.

Sono di fronte alla mia abitazione e aspetto che esca mio fratello o almeno che la mia carissima madre, come d'abitudine, si affacci un attimo alla finestra. Mi commuovo alla nostalgia della mia famiglia e mi è immensamente triste dover resistere alla tentazione di entrare in casa, ma non posso, non devo generare sospetti.

Chissa se sono giunte notizie di mio padre? Non lo rivedo dall’età di nove anni, da quando è partito per la Crimea e non è più tornato. Faceva parte di una spedizione commerciale indirizzata ai Tartari del basso Volga e dentro di me non è mai morta la speranza di vederlo ritornare un giorno all'improvviso, carico dei doni e delle meraviglie dell'Oriente. E' partito da semplice marinaio ma ai miei occhi egli rappresenta il vero avventuriero, colui che osa oltrepassare le frontiere della Cristianità, non potrò mai emulare il suo coraggio di pioniere.

Segue un'attesa snervante, ormai è quasi notte e da dietro le imposte del primo piano cominciano a palpitare le luci delle candele. Odo dei passi nella calle deserta, mi giro e vedo rincasare il mio fratello maggiore, ancora nei suoi abiti da muratore. Gli muovo incontro deciso scordando di essere avvolto nel mio bizzarro travestimento e conciato così lo colgo alla sprovvista. Egli mi fissa accigliato, sospettoso posa la mano sul martello in un atto di istintiva difesa.

«Sono io, Petrangésio!»

Nel riconoscere la mia voce la sua espressione si muta immediatamente in felice sorpresa.

Mi abbraccia:

«Sei tornato?»

«Son qua».

Chiedo notizie di nostro padre. Mio fratello stringe le labbra e scuote la testa in segno di diniego.

«Che nuove dall'Inquisizione?»

«Il manoscritto è ancora nelle loro mani, l'Inquisitore lo sta traducendo per esaminarlo attentamente».

«Non ha finito ancora di tradurlo?»

«Pare che il doge stesso ne voglia leggere la traduzione, confidenze di un avvocato».

«A che pena mi vogliono condannare?»

«Non si sa niente», allargando le braccia.

«Saluta a casa, dì alla mamma che sto bene e che non si preoccupi per me. A tutti gli altri dì che son pellegrino in Terra Santa».

Mio fratello entra in casa.

Mi avvio sconsolato nella calle buia e deserta, però qualcuno mi sta venendo incontro con fare insidioso dall’estremità opposta della calle. Un boia incappucciato con in mano una finta mannaia, un uomo selvaggio con clava e pelliccia, un grottesco diavolo con la forca e Testa di Lupo che li guida. Mi blocco, faccio dietro - front, giro l'angolo di casa mia e mi allontano affrettando il passo. I quattro mi inseguono a distanza. Imbocco Calle del Carbon. Loro sono sempre dietro. Accelero il passo più che posso e mi dirigo alla riva attigua, ma loro si fanno ancora più sotto. Un attimo prima di Riva del Carbon giro di scatto per una calle stretta e lunga e comincio a correre, corro veloce verso Campo S. Angelo. Saranno senz'altro sbirri dell'Inquisizione camuffati così per spiare meglio i ricercati, penso impaurito. Cerco di seminarli, scelgo le calli più buie e tortuose intorno a Rio Terà degli Assassini, ma quelli sono sempre alle calcagna. Ho il terrore di finire in un vicolo cieco, ce ne sono tanti in questo quartiere. Freno. Mi nascondo nell’oscurità di un sottoportego, aspetto col cuore in gola finché con la coda dell'occhio li vedo passare oltre di gran carriera. Attendo ancora un po' ed esco allo scoperto nell'ampio Campo S. Angelo.

Al centro, vicino al falò che rischiara il Campo, c'è un orso incatenato al palo. Gli aizzano contro una muta di levrieri impegnandolo in un cruento combattimento a colpi di morsi e di unghiate. Cerco scampo tra la folla raccolta intorno allo spettacolo, c'è chi scommette per l'orso e lo incita ad uccidere i cani uno per uno, c'è chi applaude i cani e attende che lo sbranino vivo. Mi faccio piccolo piccolo in mezzo a un gruppone di soggetti con le birre in mano, tutti vestiti da inglesi con la coda. Inutile! I miei inseguitori sono già arrivati e si sono messi a danzare. Goffi e sgraziati oscillano sulle gambe, apposta con la faccia rivolta alle fiamme perché la luce dal basso renda ancora più lugubri le loro maschere. Testa di Lupo mi ha individuato e defilatosi dai suoi compagni mi grida alle spalle:

«Buonasera sior strasson!»

Lo anticipo, mi giro di scatto e lo colpisco a bruciapelo, la punta del manganello affonda nella bocca del suo stomaco. Testa di Lupo ulula dal dolore.

Fuggo da Campo S. Angelo a grandi falcate. Sono lucidissimo, albergo pensieri insolitamente vividi e veloci, privi di emozione, distaccati. Con movimenti automatici volo sopra i ponti e alla luce delle torce raggiungo Riva del Ferro. Mi affaccio sul Canal Grande: nelle vicinanze c'è un'unica gondola ormeggiata, fortunatamente una sola. La raggiungo con un balzo. Per pormi in salvo devo solo slegare frettolosamente le sue corde e poi con tutta calma remare alla riva opposta e mettere piede sull'approdo, a fianco di Ca' Barbarigo. Invece rimango lì impalato, in piedi al freddo sulla gondola, a guardare se arrivano. Nell'attesa gli attimi si dilatano. Provo in me una distorsione del senso del tempo, come se fluisse al contrario dal futuro al passato.

Eccoli! Frenano la rincorsa, si fermano sull'orlo della Riva, riuniscono il gruppetto davanti alla mia gondola. Con stupore li vedo agitare vistosamente le braccia e i fazzoletti per farmi oggetto di gran saluti. Al termine della pantomima i quattro uomini mascherati, a mo' di commiato, si calano le braghe e ridendo come ossessi mi mostrano i loro quattro culi ordinatamente in fila.

«Ostia, comincia a far freschetto», ironizzo mollando alla svelta gli ormeggi.

Ne prendo atto, finalmente si sono tolti la maschera: queste facce da culo non sono sbirri, sono solo degli sbandati, fanno parte di quel genere di burloni che si esaltano nelle bravate e negli scherzi pesanti. Mi hanno scambiato per un altro... un loro degno compare del quale sior strasson sarà il nomignolo. Volevano spaventarmi e devo ammettere che ci sono riusciti.


* * *


Oggi è Giovedì Grasso, il giorno della decapitazione del toro. Nel tardo pomeriggio vado a curiosare davanti al Palazzo di Giustizia ma arrivo fuori tempo, si è già conclusa la cerimonia che commemora la vittoria sui friulani di Ulrico di Treffen. La folla che vi ha assistito si sta lentamente diradando, cerco un varco per avvicinarmi al palco ma non riesco a vedere né il toro con la testa mozzata né il fabbro nerboruto che l'ha staccata con un sol colpo di spada. L'unica cosa che vedo sfilare sono i rappresentanti dei canonici del Patriarcato di Aquileia, trottano in fretta e grugniscono spaventati, sono i dodici grassi porcelli.

Il Maiale è il santo patrono del Giovedì Grasso, perché ogni anno a Venezia questo è il giorno della sacrosanta abbuffata, la festa dell'ingordigia, la solennità dei crapuloni e degli insaziabili; vergogna di chi si finge sobrio e temperato, letizia di chiunque smani l'eccesso, cavalchi la smodatezza e morbosamente ricerchi l'esagerato; è il trionfo dei vizi e degli abusi, della trasgressione sfrenata e licenziosa, del peccaminoso agire che esalta cuori traviati e depravati, la via libera agli illeciti amori legittimati dalla provvida copertura della maschera.

Cala l'imbrunire, alle mie spalle si accendono le torce della Piazzetta. Vado a passeggiare sulle Fondamenta dell'Osmarin lungo il canale che allontana dal centro della città. Passo davanti alla staccionata delle ricche suore di S. Cassiano, quasi tutte nobildonne relegate in convento per risparmiare la dote. Scruto distrattamente oltre il cancello e intravedo nel cortile una donna... una mascherina travestita da Gnaga che si affanna a raggiungere di corsa l'uscita. Supera il cancello, lo richiude alle sue spalle e si appoggia ansimante al pilastro.

Chiedo preoccupato:

«Qualcosa non va, signora?»

Da dietro la maschera mi risponde la voce seccata e cavernosa di un uomo:

«Mi hanno beccato».

Comprendo al volo, è uno di quei gaudenti che si mascherano da donna per non venire scoperti nel mentre inducono in tentazione le povere suore, è un genuino rappresentante dei cosiddetti monachini, scaltri impostori perennemente dediti alle avventure galanti, soggetti specializzati che hanno trovato la loro nicchia all'interno del monastero. D'altronde, quelle leggiadre monachelle dai capelli arricciati e ben pettinati sotto il minuscolo velo, stuzzicano non poco la fantasia degli uomini con il loro seno mezzo scoperto, lasciato bene in vista dalla scollatura dei loro abiti bianchi alla francese. Il Patriarca di Venezia, qualche anno fa aveva fatto sprangare il monastero per impedire lo scandaloso corteo dei visitatori mascherati, ma risentite le gentildonne l'avevano distrutto e gettato nel canale.

Il monachino mi confida la sua disavventura con il tono di chi si vanta di una bravata:

«Incredibile, incredibile... Ero in dolce compagnia nella cella di una novizia. La monachella rideva forte mentre palpava le mie tette finte e faceva il confronto con le misure del suo seno, piccolo che poteva stare nel cavo di una mano. D'improvviso abbiamo sentito battere i pugni sulla porta. Puoi immaginare lo spavento! Eravamo in trappola, ho dovuto aprire».

«Chi era?»

«Due suore infuriatissime. Non hanno detto una parola, mi hanno fatto segno di andarmene con l'indice teso in direzione dell'uscio. La novizia si è gettata ai loro piedi terrorizzata: Chiedo perdono - ripete in falsetto il monachino -, confesso il peccato carnale, datemi pure la punizione che mi spetta ma... vi prego, vi imploro, non dite niente alla Superiora!».

«Che storia».

«Io chiaramente me la sono svignata, però mi sono fermato all'esterno e protetto dal buio ho curiosato dalla finestra della cella: le due consorelle hanno tolto l'abito all'ingenua novizia e l'hanno messa nuda in ginocchio, a capo chino con le mani giunte davanti al petto, poi la suora dalla carnagione olivastra ha tirato fuori una bacchetta flessibile e ha cominciato a frustarle la schiena. Ad ogni colpo la novizia faceva uno scatto in avanti e una smorfia di dolore.

Dopo alcune vigorose frustate l'altra suora, che aveva la bocca larga e le labbra esageratamente grosse, ha spinto a quattro zampe la novizia e si è chinata su di lei a sculacciarla a mani nude. Schiaffeggiava ora una chiappa ora l'altra, schioccava dei colpi secchi e precisi e la faceva piangere dal bruciore. Poi, la suora dalla bocca larga, si è messa in ginocchio dietro la novizia, con gli occhi fissi sulla fessura tra le due natiche e la lingua che fremeva all'angolo delle labbra...».

«E che le ha fatto?»

«Le ha divaricato le natiche per guardare meglio, ha preso la mira e le ha ficcato un dito nel buco del culo. La novizia, presa alla sprovvista dalla sensazione del dito che entrava nel suo corpo, ha sollevato il capo infiammata di rossore, il suo sguardo si è incrociato con il mio e così le altre due mi hanno visto alla finestra. Perciò mi hai visto scappare».

«E adesso?»

«Mi travesto da cappellano e torno dalla monachella per confessarla».

Io non ho certo il coraggio di imitarlo, per uno ricercato dall'Inquisizione certe iniziative sono troppo rischiose, perciò abbandono il cancello di San Cassiano e proseguo a bighellonare per le calli.

Fra gli svaghi notturni offerti in special modo dal periodo carnevalesco eccelle uno dei passatempi più antichi dell’umanità, a tutt'oggi fonte di alacri contese fra nobili e popolani. E' l'unica onesta occupazione cui io stesso potrei dedicarmi senza timore di venir scoperto dagli sbirri dell'Inquisitore. Ho sulle spalle il carico di lunghi mesi di vita solitaria fra le montagne e negli occhi ancora il fantasma di Sybil, nuda e incantevole, che mi mostra sorridente i seni rigonfi e da sotto la cascata di capelli neri mi fissa con i suoi stupendi occhi verdi. E' un'ossessione, diventa un bisogno impellente, sì devo per forza sfogarmi, non ce la faccio più a resistere. Ecco che travolto dalla precipitazione, trepidante, vado a caccia di mamole.

Mamole. Non le viole odorose, simbolo di modestia e pudicizia, bensì le rappresentanti dell'onorato mestiere di cortigiana.

A scatti, muovendo gli arti come un automa alessandrino, mi dirigo al sestriere di Rialto e comincio a gironzolare sulle Fondamenta di qua dal Ponte delle Tette, la miglior zona di ritrovo per simili avventure. Sul ponte superaffollato vedo sporgersi le cortigiane con le facce pesantemente truccate, gli abiti bizzarri e discinti, alcune con il seno nudo. Alzo gli occhi al balcone che dal mio lato sovrasta il ponte. E' affacciata una col vestitino di un vivace verde chiaro, la bella cortigiana ha ravvivato i capezzoli col carminio e tiene la scollatura abbassata per mostrare un seno prosperoso.

Sento una fitta di desiderio. Agito il berretto e la cortigiana ricambia mollemente il saluto ma appena dopo, a gran voce, cerca di adescare due nobili d'oltralpe, vestiti alla moda raffinata dei ricchi di Francia:

«Benvenui a Venexia, la mona del mondo!».

La bella cortigiana mi attizza fin troppo, ho deciso che fa al caso mio, devo andarci prima che 'sti qua me la soffino, ha salutato prima me ed io ho la precedenza. Però uno dei due francesi, butterato per giunta, ha colto al volo l'invito, mi precede sulla soglia e con male maniere mi da uno spintone perché mi tolga di mezzo. D'istinto poso la mano sul manganello e tuttavia mi blocco, interrotto da un ripensamento. E' una pazzia molestare un nobile; meglio abbandonare il campo a questo guastafeste, gli sbirri sono lesti a sbucare per ogni nonnulla e non è il caso di cercare rissa per una cortigiana. Neanche fosse l'unica sulla piazza! Ho tutto il tempo per sceglierne una anche più bella di questa. E' la prima volta che vado a mamole e voglio spendere bene i miei soldi.

Nell'angolo fra due pareti vedo la moretta, una maschera nera ovale che vien tenuta su con la bocca, stringendo i denti su un bottoncino. Il gran mantello che avvolge la prostituta rende inquietante quell'apparizione silenziosa. Appena gli sono vicino la cortigiana spalanca con le braccia il pesante mantello, sotto è nuda, divarica un po' le cosce per mostrare meglio il pelo, ma ha le gambe magre e secche da far impressione.

Proseguo. Altre cortigiane. Le passo in rassegna sempre più indeciso. Questa è troppo bassa, questa ha le tette fiappe, sta' qua puzza come un letamaio, st'altra ha la mandibola in fuori, questa poi... sembra la madonna addolorata.

Obliqua nella penombra, avanza una cortigiana che finalmente mi piace, accattivante, alta e snella, con lunghi guanti sulle mani affusolate.

Ha la mascherina sugli occhi ma la bocca scoperta e abbondantemente cerchiata di rossetto:

«Ciao, sono Lilith».

Che voce profonda e sensuale. Il suo profumo dolciastro mi inebria, sa di mangereccio e godereccio. Vista da vicino ha lineamenti corporei veramente eleganti.

La sto già spogliando con gli occhi.

«Ti piaccio?» chiede.

«Certo che sì. Ma... ma mi consentiresti di tenere il viso coperto?» balbetto.

«E' tuo diritto, non preoccuparti è una domanda che mi sento rivolgere spesso. Né tu né io ci toglieremo la maschera», mi rassicura.

«D'accordo Lilith, terremo su la mascherina però... ci toglieremo tutto il resto», aggiungo in preda all'eccitazione.

Con il dito guantato mi fa cenno di andarle dietro. La seguo su per la scala esterna della casa. La sua camera è più che decorosa, le tende del letto sono ricamate e il pavimento è coperto da un tappeto di pelliccia. Appena entrato la spingo sul letto e mi avvento su di lei per alzarle la gonna. Ma quella, incredibilmente, fa resistenza:

«Aspetta! Aspetta un momentino».

«Che c'è?»

«E' meglio di no, sono vergine. Te lo prenderò in bocca».

«Che? Una puttana vergine, roba da matti, ma perché diavolo tutte a me devono capitare!»

«Non arrabbiarti, stavo scherzando, possibile che tu non sappia stare al gioco» e appoggia le sue labbra serrate sulle mie, come per farsi perdonare.

Irritato e perplesso mi tolgo con la mano il rossetto che mi ha lasciato addosso:

«Ma a che gioco giochiamo, se sei mestruata dillo subito così me ne vado».

«Ah no, non ho mai avuto le mestruazioni in vita mia».

«Impossibile, tutte le donne le hanno. A meno che...», a meno che non sia un uomo, finisco la frase mentalmente.

Gli guardo di nuovo la bocca mentre fa scivolare la lingua a inumidirsi le labbra e noto come il suo collo paia essere un po' troppo prominente per una donna. Mi viene un dubbio atroce: che sia un travestito? Per questo non vuole che gli alzi la gonna! Però mi pare impossibile, è così carina e femminile. Seduto alla sua destra, le accarezzo con le punte dei polpastrelli le guance imbellettate, su e giù in contropelo per sentire la barba, ma la pelle è perfettamente liscia. E' una prova certa, ho sbagliato a dubitare di lei. E adesso che cos'ha, sembra turbata, deve aver capito il perché delle mie carezze in contropelo.

Impacciato, mi azzardo a dire:

«Sai, di questi tempi... con tutti i travestiti che ci sono in circolazione».

«Ma stai scherzando? Secondo te che cosa sembro?»

«Una donna».

«E allora perché ti fai tanti problemi».

«Sembrare ed essere non è la stessa cosa».

Sospira esasperata, poi:

«Ritieni che fare l'amore fra uomini sia un'azione tanto abominevole?»

«Abominevole appunto».

«E se io fossi veramente un uomo? Cercando ciò che non puoi trovare finiresti per soddisfarti con quel che avrai trovato e così pian piano... scivolerai nell'azione abominevole che hai tanto in orrore. Come puoi illuderti che trovandomi uomo cesserai improvvisamente di desiderarmi, credi forse che possa sparire d'incanto quel qualcosa che ti è piaciuto in me quando posasti lo sguardo sul mio corpo? Al contrario, per appagarti ricorrerai ai mezzi offerti da un'immaginazione scatenata, ti convincerai di potermi trasformare in donna o peggio di poter diventare tu stesso donna».

Aveva un tono da amica premurosa, provocava nella mia testa un confuso avvicendarsi di emozioni, pensieri che nascevano da abbozzi contorti e si smorzavano prima ancora di liberarsi dal bozzolo e di certo lei ne aveva in pugno le fila come se la sua sottile ambiguità le desse prerogativa di tenermi in suo potere. Lilith sorride e disegna le fossette sulle guance, mi spia con la coda dell'occhio, getta indietro i suoi capelli neri, poi si avvicina, porta una mano alla mia nuca e mi bacia sulla bocca con impeto. Vacillo e cedo, ricambio il bacio, mi lascio trasportare in un molle abbandono, la mia mano accarezza i suoi fianchi da sirena, scivola sotto la veste a palpare il petto. E' un seno vero, non grande ma morbido e cedevole sotto la pressione delle dita.

Senza preavviso la cortigiana si slaccia la maschera e lentissimamente la fa scorrere davanti al volto: è affascinante come me l'ero immaginata, grandi ciglia scure ed occhi neri penetranti. E' una donna, pure se ha un che di efebico.

Mentre sta seduta sul bordo del letto mi inginocchio davanti a lei per toccarle i polpacci, alzo un po' la gonna e scopro le sue caviglie sottili. Le gambe sono assolutamente glabre come quelle di una bambina. Lilith fa un timido tentativo per allontanare la mia mano, ma appena salgo al ginocchio inizia a sorridere compiaciuta. Le accarezzo le ginocchia e scivolo avidamente verso l'interno delle cosce mentre lei allarga le gambe.

La sua voce sensuale tradisce l'eccitazione:

«Golosaccio».

Punto deciso alla radice della coscia e lei scatta in avanti col bacino offrendo il pube alle mie dita che frugano:

«Go l'oseo!»

Un pene piccolo ma duro, senza peli.

Mi fa ribrezzo:

«Ah!» lancio un urlo alzandomi in piedi indignato.

E' un uomo. Mi fissa come un animale braccato, con la bocca socchiusa e gli occhi spalancati. Per un attimo il suo sguardo spaurito mi fa pena, ma a colpo mi giro. Me ne vado scendendo le scale di corsa senza nemmeno ricordarmi di chiedere i soldi indietro.
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Messaggioda birillino8 il mar giu 19, 2007 10:18 pm

Lentamente e inesorabilmente inghiottito, sto sprofondando nel fango delle sabbie mobili... e più ci mi muovo per cercare salvezza, più mani invisibili mi tirano verso il basso. E' questa la sensazione viscerale che mi opprime mentre osservo dalla finestra le canne palustri limitrofe al mio alloggio, la squallida Taverna alla Laguna.

Lascio la finestra, mi stendo sul letto e osservo i mutevoli riflessi dell'acqua sul soffitto.

Da cinque giorni risiedo sotto falso nome nell'albergo più malfamato della città, noto per la discrezione con cui offre ospitalità ai più loschi soggetti. Che vita di merda. In pratica non faccio altro che sprecare il mio tempo girando a vuoto per le calli. Le strade straripano di ragazzi e ragazze, è tutta gente allegra e non occorre sforzarsi per trovare la compagnia giusta, eppure appena cerco di aggregarmi ad un gruppetto di maschere ben presto mi sento emarginato e finisco per staccarmene. La cosa dipende forse da me, non riesco a partecipare al divertimento come gli altri anni, non sono abbastanza spensierato. Per forza, ho una spada di Damocle che pende sulla mia testa, quella dell'Inquisitore! Come risultato, sto conducendo una vita raminga e solitaria che non si confà per nulla al mio carattere, né alla mia dignità.

Il giorno del mio esilio forzato, in gondola ricordo d'aver giudicato più fortunato di me l'ultimo degli straccioni cui era concesso di restare a vivere in patria... eppure adesso, che mi ritrovo pari straccione, capisco che senza la libertà e senza il privilegio di un adeguato inserimento nel convito civile non si può sopportare di vivere nemmeno nella propria città, per quanto la si ami. Sono caduto in disgrazia, vivo al bando dalla grande famiglia del popolo veneto, costretto mio malgrado a far parte di un'altra genia, quella che i concittadini privi di compassione considerano la famiglia del Diavolo: l'insieme dei vagabondi, dei giullari, dei lebbrosi e degli Ebrei.

Gli Ebrei, i più maltrattati di tutti! Dall'inizio delle crociate non si contano gli assurdi pretesti adottati per perseguitarli e massacrarli, capri espiatori per l'uccisione di Gesù Cristo, obbligati a portare il segno distintivo della rotella rossa, una vergogna non per loro ma per il perbenismo cristiano. Io non so capacitarmi del perché nella Cristianità, quasi al pari di un eretico, lo straniero debba rappresentare l'escluso per eccellenza. L'intolleranza è spesso soltanto un segno d'ignoranza.

Anche emarginato dai miei stessi concittadini... anche nella sventura... io resto fiero di essere veneziano, eppure ciò non comporta il disprezzo per chi semplicemente è diverso da me, perché rispetto e stimo la cultura di qualsiasi altro uomo, sia esso norvegese o spagnolo, siciliano o prussiano.

Mi alzo dal letto della mia camera e mi preparo a uscire. Ero l'unico rimasto ancora al chiuso, sull'uscio della locanda vengo sorpreso da un fracasso assordante, sono tutti fuori, tutti travolti da una grande allegria, una folla impressionante si accalca euforica in piazza San Marco.

E' Martedì Grasso, l'ultimo giorno di Carnevale e un evento particolarissimo verrà a mutare radicalmente il mio umore.

Dalla terra battuta osservo attentamente i gruppetti delle maschere alla veneziana che sfilano sfarzose sul Listone, lungo la striscia selciata. Sul volto la maschera classica è rigorosamente bianca. Tinte tenui avvolgono di veli il capo e tutto il corpo in mille fantasiose fogge. Quell'incedere lento e pomposo, tutto teso a far mostra di sè, altro non è che la vanitosa ostentazione della vacuità. Poiché dietro, dietro l'indefinibile ambiguità delle maschere non c'è nulla, rappresentano il niente e altro compito non hanno se non rivestire con veli colorati un'assenza di presenza. Proprio il loro essere simulacri inconsistenti, privi di nome o significato, genera il riverente silenzio con cui lo spettatore cela il proprio disorientamento. Consce del loro immenso potere, le inquiline del senza tempo enfatizzano la propria equivoca essenza adornando il capo di rose ed ancora il corpo con veli trasparenti e piume variopinte.

Sospinta dalla gran calca, una donna tra quelle maschere abbandona inaspettatamente il selciato del Listone, si è persa, gira alla ricerca dei suoi compagni. Subito mi conquista con la ricercatezza estrema del suo costume, con l'eleganza del portamento ed in particolare, con quel suo modo aggraziato di camminare ancheggiando. Un lungo vestito le scende fino ai piedi e pare vi abbiano preso posto tutti i fiori della terra tanto riccamente è decorato di motivi floreali. Ella cinge ai fianchi una larga cintura e porta una corona murale, alta sul capo, dai cui merli un velo trasparente cala ad avvolgerle i capelli. Il volto è coperto da una graziosissima maschera bianca, finemente decorata da un fregio e abbellita da pietre preziose. Sul petto, ha infilato una spilla d'argento a forma di chiave.

Si avvicina. Dietro la maschera due luminosi occhi celesti cercano il mio sguardo. Mi faccio avanti, la saluto con un inchino e la prendo delicatamente per mano. Lei stringe la presa e mi trascina via, vuol condurmi lontano dalla folla, solca la Piazzetta dei Leoni e imbocca un sottoportego basso e stretto in cui non si vede passare anima viva.

Sono un po' titubante, temo mi stia tessendo un inganno. Mi porta in fondo al sottoportego ove questo termina in un piccolo cortile circondato dalle case. Si ferma e si gira verso di me, i suoi occhi hanno mutato colore con la variazione di luce ed ora sono di un verde intenso, simile a quello dei canali.

«Chi sei?», le chiedo sottovoce.

Il suo respiro ansimante tradisce l'alito vinoso. Non vuole o non può rispondere, con i guanti bianchi sfila la spilla d'argento che tiene chiusi i margini della scollatura e scopre le tette, belle e rotonde come due mele. Un soffio d'aria fresca le accarezza i capezzoli e li fa inturgidire. Indugio a contemplare quelle meraviglie, esito, quasi non oso toccarle.

Improvvisamente udiamo uno schiocco sopra le nostre teste, si spalanca un balcone e si affaccia qualcuno. La bella sconosciuta richiude la scollatura alla rinfusa e corre via in un batter d'occhio. Io mi attardo un attimo a spiare in alto, vorrei cercare di capire chi si sia affacciato, ma non vedo più nessuno.

Esco frastornato dal sottoportico, la mia compagna non è lì ad aspettarmi, perlustro la Piazzetta dei Leoni, ma ahimé è già svanita in mezzo alla confusione. Che guaio! Niente di più difficile del rintracciare qualcuno nel marasma del Carnevale, ma tento lo stesso. Batto su e giù le calli in lungo e in largo alla disperata ricerca di quella donna apparsa e scomparsa così stranamente.

Eccola! una volta tanto la fortuna mi assiste. Ha ritrovato il suo gruppetto di maschere e sta conversando sul cancello di un ricco palazzo affacciato sul Canal Grande. Poi il gruppetto si divide, per metà entra nel palazzo. Un secondo dopo ne esce con la fiacca il portiere.

Lo blocco fulmineamente sul portone:

«Buondì, scommetto che i tuoi sono i padroni più ricchi del sestriere, a giudicare da un palazzo del genere... Che famiglia è?»

«Orseolo».

«Ti trattano bene, suppongo».

«Beh, non posso lamentarmi, l'unica scassacassi è quella appena entrata, la riverita nobildonna Orseolo, fatalità questa notte se ne va in Romania anche la megera».

«Megera, non dirmi che la Orseolo è brutta?»

«Ha i mustacchi e la faccia tonda come la luna».

«Però ha un bel paio di... D'accordo, io l'ho vista mascherata, però non mi sembrava affatto che...»

«Ah ah! Forse ti confondi con l'altra, la padroncina».

«Probabile e quella che tipo è?»

«Mona irraggiungibile».

«Parte anche lei per la Romania?»

«Sì, se ne vanno tutti nell'isola di Candia, con il nuovo imbarco di coloni».

«E in quale città andrebbero a stabilirsi, se è lecito?»

«Archanes», risponde il portiere andandosene.

Ora credo di saperne abbastanza, la ragazza mascherata si appresta a partire per Creta, isola sotto il dominio del doge al pari della quarta parte della Romania, nome che i veneziani danno ai resti dell'Impero Romano d'Oriente.


* * *


Domani inizia la quaresima e non sarà più permesso nascondersi dietro una maschera, dovrò ricominciare a fuggire e ritornare fra gli sperduti monti di Zoldo a fare il bovaro.

Sono stanco, ho bisogno di riflettere... con calma. Qui fuori è impossibile, non sopporto più lo strepito di Piazza San Marco, mi irrita questo baccano infernale di tamburi, corni e zufoli della malora. Andrò alla basilica, lascerò fuori del suo portone il Carnevale morente e il suo urlo di animalità insoddisfatta, esausta forse ma non sazia.

La Basilica d'Oro è la mia dolce casa, sempre pronta com'è ad accogliere ogni veneziano nell'intimo del suo rifugio. L'interno della Basilica è pressoché deserto, l'essere soli in questo immenso edificio ispira soggezione. Mi incammino lungo la navata, muovo compunto verso l'altare maggiore. Presto assorbito nel silenzio e nella quiete del luogo.

In piedi sotto la cupola centrale, piego la testa all'indietro e le linee slanciate delle colonne attirano il mio sguardo verso l'alto e in alto percorro i mosaici illuminati dalle ultime finestre sopra la galleria e sto per venir colto da una leggera vertigine... quand'ecco noto un mosaico cui inspiegabilmente non avevo mai posto attenzione: un pozzo alla radice di un albero. E' il polo altissimo e profondissimo, l'asse attorno cui ruota l'intero universo ed i cui estremi si perdono senza limiti all'infinito. Ogni coscienza individuale è posta al centro del proprio universo percettivo, il mondo intero ruota intorno a noi, non c'è scampo, la coscienza umana è la sola ad avere una posizione privilegiata nel cosmo.

Uno spirito opportunamente purificato ha in sé facoltà di coincidere con quel raggio di luce sfolgorante, può scendere con esso nei più profondi abissi e risalire alle più sublimi altezze. Ma purtroppo io sono vittima delle torbide scelte di un cuore arido ed il mio spirito somiglia semmai ad un albero rinsecchito. L'Albero Secco tramandato da Alessandro Magno, il platano immenso e poderoso che si erge solitario nella sterminata e arida pianura del Khorassan. Se solo esistesse un modo per farlo rinverdire? Che spettacolo sarebbe vederlo ricoprirsi di foglie verdi su di una faccia e bianche nell'altra, mentre gli zeffiri sereni ne agitano la chioma in pieno rigoglio. Ci vorrebbe l'azione vivificatrice dell'acqua, l'acqua pura del pozzo, ecco di che cosa ho bisogno!

Nella navata sud mi fermo a pregare sotto l'immagine della Vergine. Alta e longilinea, ha una stella sulla fronte come Afrodite e avanti al seno protende le palme delle mani in un invisibile abbraccio. Ritta davanti alla porta del Paradiso, indossa una tunica bianca lumeggiata d'argento mentre un manto verde ornato a frange le scende dal capo. Solenne, maestosa, elegante, è la più bella immagine che io conosca del culto della Vergine. La vegliano due pavoni indiani, disegnati nel pavimento di mosaico ai suoi piedi.

Quindi esco. Un tetto di stelle ricopre Piazza S. Marco. Alzando gli occhi al cielo individuo la bella costellazione dell'Orsa Maggiore. Sposto lo sguardo sull'Orsa Minore e cerco la sua stella più brillante, l'ultima del timone del piccolo carro, ecco la stella Polare al centro della volta celeste, fra miriadi e miriadi di stelle polverizzate nella via Lattea.

«Chiunque Tu sia creatore di tutto questo: io Ti amo e ti prometto che riprodurrò in tuo onore lo sfolgorio del firmamento sulla volta di una cupola».

Ho già bene in mente il disegno: un rosone in mosaico, finto intreccio di archi e colonne ove le stelle traspaiono sullo sfondo. Al centro esatto la stella polare, splendente nelle sue otto punte fiammeggianti.

Incamminandomi vedo dei bagliori. Nella Piazzetta adiacente la basilica un rogo arde tra le due colonne gemelle, il luogo da sempre consacrato alle esecuzioni capitali. Mi avvicino incuriosito, salgo sui gradini e appoggio la schiena alla colonna di S. Teodoro.

Il popolo brucia un grande fantoccio e intona la nenia di addio al Carnevale:

«El va! El va! El va! El Carneval el va!»

Mi dirigo al molo. Oltrepasso i burchi del ponte della Paglia, costeggio le chiatte ormeggiate nei pressi e imbocco la Riva degli Schiavoni. La è attraccato il convoglio dei venti vascelli della carovana di primavera. A terra, dei coloni decisi a salpare prendono gli ultimi accordi.

Mi piacerebbe vedere per l'ultima volta quella nobile, mentre si imbarca per la Romania. Spero che salga sulla passerella col lungo vestito ove han preso posto tutti i fiori della terra, con la corona murale ed il velo trasparente sui capelli, con la graziosa maschera decorata dal fregio e abbellita dalle pietre preziose, divinamente mascherata come l'ho vista oggi altrimenti... altrimenti come farei a sapere che è lei, non ho visto il suo volto. Che controsenso. Assurdo: senza maschera non la conosco, con su la maschera la riconosco.

Ehi! un momento, ho trovato. Mi imbarco al volo, mi unisco alla sua carovana. La scoverò a Candia, dove andrà a stabilirsi con la famiglia. Archanes, Archanes! E' musica per le mie orecchie.

C'è una nave che riceve ancora gente, mi avvio deciso verso il suo ormeggio. Scocca lentamente la mezzanotte, i cupi rintocchi delle campane di San Francesco della Vigna decretano la fine del Carnevale e l'inizio della Quaresima. In lontananza il rogo non si vede più, è rimasto solo un cumulo di ceneri fumanti.

Mi sento sulle spine, temo che facciano controlli sulle persone in procinto di imbarcarsi, ogni minuto in più sul molo non fa che aumentare le probabilità di venire catturato. Devo sbrigarmi a mettermi in coda con gli altri, sono l'ultimo ad aver ancora il costume indosso e rischio di venire notato proprio per questo.

In fretta e furia mi cambio d'abito dietro un pilastro del molo. Appena finito appendo la maschera nera a un chiodo che sporge dal pilastro e mi inchino a raccogliere il mantello per avvolgermelo addosso... d'improvviso una voce roca alle mie spalle:

«Alto là, Petrangésio!»

Sussulto dallo spavento. Lentamente giro la testa e alla luce delle torce mi vedo venire incontro goffamente un nano vestito da buffone. Ha sulla testa un berretto a tre punte con tanto di sonagli. Cammina in bilico sull'orlo del molo, si equilibra a stento con il contrappeso di un fardello mentre pesta la coda a un gatto randagio che balza a mordergli le scarpe con l'intenzione di farlo precipitare in acqua.

Tiro un sospiro di sollievo. Si tratta di Hyla, uno che tutti conoscono per essere completamente matto, anche gli saltasse in testa di fare la spia nessuno al mondo gli darebbe retta. Mi si pianta a un palmo dal naso e con gesti teatrali inizia a declamare il testamento del Carnevale:

«Perché ognun debba esser de mi pago e contento, sin che la testa è libera far voggio el testamento e perché volentiera, e de gusto i lo leza, ghe lasso in soprapiù l'ultima mia scoreza» e girandosi con la gamba sollevata fa una rumorosa ed interminabile scoreggia.

Poi arcua le sopracciglia e mi fissa serio:

«Dove xe direto el to fantomatico vascello?»

Osservo Hyla in silenzio e poi rispondo:

«All'Isola Sommersa».

«Ehi la conosco, la famosa isola che non esiste! L'isola che si raggiunge non arrivandoci mai».



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Messaggioda birillino8 il mer giu 20, 2007 6:04 pm

[align=center]L'isola della Dea
Capitolo III[/align]


Confinato nello scafo del nostro vascello, mi sento come entro un vaso ermeticamente chiuso, eppure il cielo mi confonde con la sua vastità: nubi madreperlacee alte nella stratosfera e spessi cumuli di nuvole basse ma lontanissime all'orizzonte, mi comunicano la profonda impressione di uno spazio sconfinato. Osservo dalla finestrella rotonda le onde che si gonfiano e ancora il mare in lontananza, mare e mare e soltanto mare intorno a me, in un'immensa distesa d'acqua.

Per lo ionico Talete l'Acqua è l'Arché, ossia la sostanza originaria che nel trasformarsi ha dato luogo a tutte le cose. Talete non era un ingenuo pensatore era un filosofo, e non si riferiva all'acqua fisica ma al concetto di un acqua celeste ed immutabile che non bagna le mani: l'Umido radicale, umida sostanza del mare magnum dei maghi.

Talete di Mileto, Aristotele, Democrito di Abdera. Vado enumerando le teorie dei filosofi greci intorno alla costituzione della materia mentre nel vascello sto con le dita appoggiate sull'orlo della finestrella, col vento nei capelli e lo sguardo smarrito nel turchese del mare. Per Aristotele la sostanza originaria è la Prima Materia, potenza assoluta totalmente priva di forma. Oltre la percezione sensoriale, oltre la molteplicità delle forme, essa rappresenta l'unico comune substrato, impalpabile e sfuggente eppure materia.

Per Democrito, a fungere da sostanza fondamentale, è invece un insieme di atomi indivisibili. Gli atomi sarebbero talmente minuti da non poter essere colti con la vista, né con l'udito, né con l'odorato, né con il tatto, né con il gusto, ma esisterebbero eternamente nel vuoto dello spazio. Assumendo questo punto di vista viene a cancellarsi il confine invalicabile posto tra le individualità di un essere umano, di un albero, di una pietra, di un gabbiano... condizionamento senza via d'uscita nel mondo della percezione sensoriale. Nella lucida concezione di Democrito tutti gli esseri si fondono insieme nel vorticoso movimento degli atomi, simile a grandi onde spumeggianti nel burrascoso oceano del vuoto. Eternamente esistenti, gli atomi a composizione dell'individuo si sottraggono alla freccia del tempo per cui l’immortalità dell'essere umano si fa solida certezza nella dimensione atomica ove, non soggiacendo a nascita, non si può essere soggetti a morte. L’irreversibilità del tempo, il processo di putrefazione di un frutto, l'invecchiamento del corpo fisico, dal punto di vista dell'infinitamente piccolo sono pure illusioni, se pur dure a morire.

L'Universo incarna così la pienezza dello stato di perfetto equilibrio, è esente da limitazioni, non nato e sempre identico a se stesso. Continuo ed omogeneo, rappresenta l'unico sostrato del mondo dei nomi e delle forme, l'Uno senza secondo, causa ciclica di produzione preservazione e dissoluzione del cosmo.

La Basilica d'Oro illustra la creazione del cosmo attraverso i meravigliosi mosaici della Genesi. Ho vive davanti agli occhi le gratificanti immagini della loro bellezza.

Sospesa sull'abisso una tenera colomba aleggia leggera sulle acque:

Spiritus Dei ferebatur super aquas.

Nei primi attimi della creazione, sorge ex nihil una bolla di luce che si espande sempre più e cresce con fulminea velocità ad immani dimensioni. Nel mosaico in questione, il cosmo nascente è la piccola sfera sotto le ali bianche della colomba, la perfezione della simmetria originaria è resa in modo esauriente dalla geometria circolare, poiché è noto che facendo ruotare una sfera attorno ad un suo asse qualsiasi essa rimane immutata.

Nel mosaico accanto, il secondo giorno della creazione. Attorniata dagli angeli, la sfera del cosmo abbraccia già le dimensioni del firmamento e scorre sulle acque per dividerle. Al terzo giorno la gran massa delle acque riceve l'ordine di raccogliersi su se stessa e la terra emerge all'asciutto, solidamente fissata nel mezzo delle acque. Successivamente la terra viene popolata dalla moltitudine delle specie delle piante e degli animali. Infine, al sesto giorno viene creato l'uomo.

Il mito iperboreo dell'ordine cosmico che sorge dal chaos, risuona nella mia mente e ancora le parole di Zagreo rivestono d'immagini dense di colore quei primi ineffabili istanti...

All'origine Reitia emerse nuda dal Chaos. Non trovando nulla di solido ove posare i piedi Reitia divise il mare dal cielo e sola intrecciò una danza sulle creste delle onde. Ebbra danzava sulla spuma quando si accorse del vento che le turbinava alle spalle e riconoscendovi alcunché di nuovo e distinto da sé, pensò di iniziare con questi l'opera di creazione. Si voltò d'improvviso e afferrato Borea, il vento del Nord, lo sfregò ripetutamente fra le mani finché apparve il grande serpente Ofione. Ma il vento le aveva raffreddato la pelle e Reitia continuava a danzare per riscaldarsi, danzava a ritmo sfrenato, oscillava le anche, scuoteva i seni eccitando Ofione col vibrare del suo corpo nudo. Il grosso rettile si rizzò, le avvinghiò le membra e si unì a lei. Reitia assunse allora forma di colomba e volteggiò leggera sulle acque dell'oceano. Fecondata dal serpente, depose l'Uovo Cosmico e ordinò ad Ofione di circondarlo con le sue spire: per sette volte il serpente si arrotolò intorno all'uovo e facendolo schiudere, liberò tutte le cose che esistono nel mondo.


* * *


Il mare di Crono. E' entusiasmante attraversare lo stesso mare anticamente solcato dagli Argonauti. Attendo con fervore il nostro passaggio nelle vicinanze di Trieste, voglio esaltare lo sguardo nella tumultuosa risorgiva del Timavo, la fonte che a dire di Zagreo alimenta da sola l'intero oceano sboccando in superficie da un fiume sotterraneo del quale nessuno conosce il tragitto. Ma non vedo ombra di coste.

In Istria mi lascio prendere da rinnovato ardore. Desidero sfiorare come un falco la città fondata a Pola dai Colchi... frenare in un porto lo slancio di un sogno leggendario e magari approdare nella rocciosa e frastagliata Lussino, l'isola coperta di fiori di giacinto. Dimora della famosa zia di Medea: la maga Circe. Ma con mia grande delusione la carovana punta dritta a sud e soltanto dopo un lunghissimo tragitto fa tappa in Dalmazia nel porto di Ragusa.

Nella sosta vengono caricate le provviste. Scendo a terra dominato dalla morbosa frenesia di incontrare la ragazza dell'ultimo di Carnevale. Con che ardente desiderio amerei rivedere i suoi seni, godere di quella pelle lucida come la buccia delle mele. Quanto intensa la mia speranza di riconoscere fra la gente degli occhi che mutino alla luce da celesti a verdi e da verdi a grigi. Invece nulla. A Ragusa non incrocio il suo sguardo e nemmeno a Corfù nello scalo successivo.

Trascorro la più parte delle mie giornate sul ponte di passeggiata, con i gomiti appoggiati sui bordi della nave, a spiare ogni vascello che si affianca nella beata lusinga di intravedere una ragazza che abbia la sua altezza e corporatura o magari soltanto la sua camminata aggraziata.

Nulla. Più passano le settimane su questa nave, più mi rendo conto dell’assurdità della mia ricerca. Che storia d'amore è questa? Con una nobile per giunta! A ben giudicare non sono rimasto in sua presenza per più di dieci minuti, non l'ho nemmeno baciata e già la rincorro per i sette mari. In realtà me ne sono infatuato per semplice effetto del totale isolamento in cui verso, è normale che si finisca per ingigantire il primo occasionale incontro che viene ad interrompere la nostra solitudine. Lei nemmeno si ricorderà di me.

Ora basta! Chiuso con questi innamoramenti da adolescente, finiamola con questa lamentosa ricerca della donna fatale. E' ridicolo. Una donna di nobile famiglia sarà sempre fuori della mia portata, io sono soltanto un morto di fame. Ecco, me l'aspettavo, disinganno e disillusione intaccano altresì la mia fede nella stregoneria, del resto la possibilità di fabbricare l'oro è svanita da tempo col sequestro del papiro, insieme al papiro ho perso irrimediabilmente ogni speranza di diventare ricco. Ah! Rafael faccia d'angelo, se tu non m'avessi indicato quella locanda di eretici ora non mi troverei qui, su questa nave, a navigare in un mare di guai. Amico caro, ti giuro che se mi capita fra le mani quel dannato papiro lo rompo in mille pezzi. Non ho bisogno di libri, non voglio più cadere negli inganni della stregoneria.

Col suo disincanto ellenico ha proprio ragione Zagreo:

I sogni e le illusioni servono solo a rendere più sopportabile l'amarezza della vita, si vedono cose che non esistono pur di non vedere ciò che ci angoscia.

Il viaggio del convoglio prosegue all'insegna della noia sotto una bonaccia esasperante. Povero di scali, privo di novità, il tragitto per Candia è a dir poco eterno. Le nostre navi avanzano lentamente essendo dei vascelli mercantili. Provvisti di un castello di prua e uno di poppa, due ponti ed una coffa da combattimento, sono dei velieri tondi la cui lunghezza è tripla della larghezza e possiedono due alberi forniti ciascuno di una vela triangolare, detta vela latina. La mia nave è una taretta, ha lo scafo lungo e stretto, più basso, e ad un solo ponte, ma in condizioni di scarso vento è la più adatta a bordeggiare. Per seguire la rotta controvento la nostra taretta procede a zigzag e i marinai stringono il vento navigando di bolina, ossia utilizzando un cavo che serve a tirare verso prora il lato sopra vento delle vele, in modo che queste prendano il vento al meglio possibile. Osservo costantemente le manovre di bordo, giusto per distrarmi un po' mentre me ne sto in silenzio per conto mio. Sono un ricercato e preferisco non espormi alla tentazione di scambiare parola con i passeggeri. Perciò niente viene a rompere la monotonia di queste giornate di navigazione, fino a una sera memorabile allorché cambiano repentinamente le condizioni atmosferiche.

Doppiamo Capo Matapan con estrema difficoltà a causa dell'irruenza del meltémi, un forte vento che piomba ad annunciare bufera. Raffiche violentissime sono costantemente sul punto di strappare la vela, i marinai calano allora il pennone e issano una piccola vela triangolare fatta di tela resistente. In piedi sul ponte sento fischiare le gomene, il vento mi strappa i capelli, m'impedisce di procedere in linea retta e quasi riesce a stendermi a terra, ma io rimango cocciutamente attaccato alle corde, esposto alla furia degli elementi: rimanere al chiuso in coperta mi procura un'ansia maggiore. Appena sopra la mia testa nuvole caliginose minacciano di traboccare pioggia e grandine da un momento all'altro. Il mare mosso scuote paurosamente la nave, si sollevano onde di altezza e impetuosità impressionante, il loro colore si fa sempre più cupo, finché la visibilità si riduce del tutto e lascia il posto ad una nebbia di goccioline fitte e gelate. Il fragore dei flutti continua a incalzare con la prepotenza di un urlo. Arriva la tempesta. Una saetta tuona a bruciapelo e illumina nubi nere d'inchiostro. La pioggia inizia a martellare all'improvviso, mi frusta la schiena e in un attimo inzuppa la veste. La tempesta è talmente violenta che immagino passi presto, invece peggiora. Le onde spazzano rabbiosamente la superficie del ponte, comincio a scivolare sul bagnato, cozzo malamente un ginocchio sulla tolda, capisco che l'urto di un'onda potrebbe scaraventarmi in acqua da un momento all'altro. Mi decido allora ad andare in coperta e raggiungo gli altri che pregano all'interno.

Passammo una notte insonne sballottati dalle onde e nessuno ebbe la grazia di addormentarsi sapendo che l'indomani avrebbe potuto ritrovarsi in fondo al mare.

All'alba un vento mite e leggero soffia da ponente, lo zefiro viene a far da compagno al sereno. L'umore dell'equipaggio si ravviva per lo scampato pericolo. Nel mare calmo avvistiamo i delfini. Pinne argentee ruotano in superficie, scompaiono e riappaiono. I delfini si inseguono festanti e poi si lasciano per raggrupparsi ancora. Davanti alla prua un esemplare anziano mostra riflessi più chiari, lattescenti, a colpo salta fuori dall'acqua e dalla posizione verticale piroetta e torna sotto con una giravolta. La sua comparsa evoca nei miei ricordi la trasformazione di Pelope in delfino bianco e ancora una volta rivedo nell’oscurità della cella i lineamenti greci del mio sfortunato compagno, con quella sua espressione seria dietro la barba e la mimica eloquente di un poeta declamante...

Il sommo Zeus, toccato nel cuore dall'efferato delitto commesso da Tantalo ai danni del proprio figliolo, impose a Mercurio il pietoso compito di riportare Pelope, il re dei Veneti, alla piena integrità. Raccolti ad uno ad uno gli sparsi resti del fanciullo, Mercurio li fece bollire nel latte di un calderone sorretto dal tripode. Le membra prima separate si stavano saldando bene insieme, ma c'era un pezzo mancante: la spalla che Teti aveva inavvertitamente mangiato. Per porvi rimedio, la consorte del Titano Oceano fabbricò una spalla in avorio di delfino e la sostituì alla mancante. Reitia, soffiò in Pelope la vita e mentre Pan danzava per la gioia, il ragazzo uscì vivo e raggiante dal calderone. Lo splendore della sua bellezza adolescenziale colpì tanto profondamente Posidone che il dio del mare lo volle con sé sull'Olimpo e ne fece il suo personale coppiere.

Nell'Olimpo però, da lungo tempo Posidone non si dava pace per i continui rifiuti di Anfitrite, una ninfa marina che sdegnava ostinatamente le sue proposte amorose e che riusciva sempre a sfuggire agli inseguimenti grazie alle più strane e fantastiche metamorfosi. Posidone pensò allora di affidare a Pelope il delicato compito dell'inseguimento e lo trasformò per l'occorrenza in un candido delfino. Per evitare il nuovo messaggero, la ninfa dai piedi d'argento si mutò via via in seppia, piovra, ippocampo, medusa, ma non appena la raggiunsero le parole gentili del delfino, cariche di inviti suadenti e persuasivi, la ninfa cedette e si decise a concedere al dio i suoi favori. Posidone, al colmo della gratitudine, immortalò il profilo del delfino tra le costellazioni del firmamento.


* * *


Il porto della città di Candia, finalmente si sbarca. La città rappresenta il nucleo principale dell'isola e ciascuno dei centotrentadue feudatari ha l'obbligo di tenervi una residenza, il che significa altrettanti ricchi palazzi che adornano il capoluogo. Giro a zonzo per il centro. Ho una semplice tunica azzurra cinta ai fianchi da un cordone, sul bordo rotondo del colletto è ricamata una linea argentea mentre sotto finisce appena sopra il ginocchio; porto calze gialle, scarpe basse e aperte e fermate da un laccio al collo del piede.

Negli ultimi giorni di navigazione l'acqua potabile ci veniva razionata. Ho una sete terribile e cerco una fontana per bere. Per fortuna ce n'è una nella piazza, in fronte alla basilica di San Markos. La fontana possiede un orlo ondulato e sinuoso con i bassorilievi di Tritone che cavalca i delfini e con nove vasche absidate e scolpite. Sulla sommità della fontana troneggia la statua di Posidone, ha un braccio teso sul mare e punta l'orizzonte un attimo prima di scagliare il tridente. Bevo acqua fresca a piene mani. Si calma l'arsura alla gola e mi sento rinascere. Inclino leggermente indietro il capo e serro le palpebre dal sollievo. Appena le riapro noto due ragazze uguali come due gocce d'acqua, alte e longilinee e di non più di sedici anni, sedute sull'orlo della vasca. Le osservo con aria innocente, hanno dei lineamenti troppo marcati però sono attratto dal colore biondissimo dei loro capelli, quasi bianchi, un platino che si intona piacevolmente con la loro carnagione abbronzata. Li hanno raccolti in due lunghe trecce che scendono sul petto e vestono esattamente nella stessa foggia e con le stesse tinte: rosa la veste leggera, stretta al collo ma ampia sulle ginocchia e fornita di strascico; verde la sottoveste di lino con le maniche aderenti che escono dagli spacchi alle ascelle.

Mi asciugo la bocca con il dorso della mano e tanto per rompere il ghiaccio:

«Ciao belle!»

Una di loro risponde con accento straniero:

«Chi è la più bella? Magda, che sono io, o mia sorella Beata?», scherzando con fare vanitoso.

Mi gratto la testa e le esamino attentamente per cercare tra loro la minima differenza ma invano, perché sono del tutto identiche: stessi occhi chiari, stessa bocca sottile e naso pronunciato, uguale ventre piatto, uguali gambe lunghe e piedi scalzi.

Per attirare la mia attenzione la sorella, Beata, fa scorrere le mani su e giù lungo le cosce slanciate:

«Scegli me, sulla gamba destra ho un bellissimo neo che lei non ha».

I lineamenti di Beata mi sembrano atteggiati in un'espressione leggermente più dolce, ma non riesco proprio a decidermi.

«Allora chi è la più bella?» incita di nuovo Magda e mi strizza l'occhiolino.

«Magda» rispondo frettolosamente per trarmi d'impaccio.

«Oh, ti ringrazio di avermi preferita, ma dimmi, cosa ho di più bello rispetto a mia sorella?»

«Il tono della voce» concludo, e in vero ha la sonorità limpida e squillante dell'argento.

Regno di Danimarca? Contea d'Olanda? Langravio di Turingia? Da dove arrivano queste due sirenette?

«Siamo sveve, - spiega Magda mentre le accompagno lungo la piazza - nostro papà ha fatto il servitore alla corte pugliese. Lui sa parlare in siciliano, in arabo e in greco. Abbiamo abbandonato la corte in cerca di fortuna appena è morto Federico II».

«Che cosa? Federico II è morto!»

«Ma dove vivi, sulla luna? E' morto ancora il 13 dicembre del 1250».

Rimango confuso e sconvolto, crollo a sedere sui gradini della basilica. Io che un tempo ero l'uomo più aggiornato della Piazza ora non so nulla di un avvenimento del genere: il trapasso dell'Imperatore della Fine dei Tempi. Il Cristo aveva predetto la fine del mondo entro una generazione e invece la profezia l'ha posta dopo la morte dell'Imperatore sub Flore.

«Come è morto? Avvelenato dai Milanesi?» balbetto.

«Un suo medico arabo ci ha detto che è morto di dissenteria».

Dunque queste due mocciose frequentavano la corte imperiale. Le tempesto di domande:

«Voi potevate vedere di persona l'Imperatore?»

«Certo, aveva un fisico striminzito, la faccia tutta rossa e la testa pelata» risponde Magda.

«Va be’ che cosa c'entra, era un uomo di fine intelligenza e viveva attorniato da una schiera di saggi e di filosofi».

«Come no, - continua Magda - c'era quello stregone di Scoto, mago e indovino, traeva auspici sul futuro anche dagli starnuti. Secondo i suoi calcoli astrologici la vittoria su Parma era una cosa più che scontata ed infatti... è stata la peggiore batosta di Federico II, la Lega Lombarda gli ha portato via l'intero tesoro imperiale, compresa la corona di gemme».

Aggiungo serio:

«Comunque si dice che l'Imperatore abbia scritto di suo pugno un libro di falconeria, aveva una grande passione per l'arte dell'andare a caccia di uccelli».

«Perché sorridete?»

«...a caccia di uccelli senza piume, tipo quelli dei valletti saraceni» e scoppiano a ridere.

Le ore scorrono veloci in loro dolce compagnia e verso sera le gemelle mi trascinano in una tipica taverna dell'isola. La taverna Phanes ha la facciata ricoperta di edera e smilace e ai lati dell'ingresso due grossi cespugli di mirto diffondono la loro fragranza sullo spiazzo antistante. All'interno è zeppa di gente. Musici indiavolati stanno scandendo ritmi ossessivi al fragore di cembali, campane e tamburelli, ma dopo un po' alternano un accompagnamento di flauti e cominciano ad intonare dei cori pieni di passione e variazioni, oscillazioni e confusione. Al tavolo le gemelle ordinano del malmsey. Un vino dolce, robusto e quasi liquoroso.

Spavaldo alzo il calice:

«Brindiamo a Bacco!» urlo per farmi udire in mezzo a quel rumore assordante.

Beata mi sta osservando mentre bevo un calice dopo l'altro:

«Attento, il vino è un veleno che annebbia la mente».

«Baccus dulce venenum. Alla giusta dose il veleno si trasforma in farmaco» preciso in tono cattedratico.

«E tu da cosa dovresti guarire?»

«Dalla secchezza delle fauci» ribatto.

Le gemelle si stanno divertendo. In quanto teutoniche mi aspettavo di trovare in loro un carattere freddo e distaccato invece, forse addolcite dal clima mediterraneo, sono sempre più allegre e scherzose e non fanno altro che ridere a crepapelle per ogni stupidaggine che dico. Passo a simulare l'omaggio di un vassallo al suo signore e metto le mie mani giunte entro le loro:

«Nobili fanciulle io divengo uomo vostro».

Magda mi consegna il suo semplice anello:

«Ecco a te l'oggetto dell'investitura».

Mi infilo l'anello nel mignolo:

«Ordinate pure, sono pronto a qualsiasi impresa pur di rendervi servizio».

Magda punta i gomiti sul tavolo e fissa in aria indecisa:

«Oh gentil cavaliere, più o meno dovrai mutare il corso del Meno, e noi ti daremo le nostre grazie in beneficio».

«Le vostre grazie?»

«Sì, in cambio ti daremo tutto quel che vuoi» dichiara Magda pimpante.

«Proprio tutto? Anche quel feudo di praticello soffice soffice, quel bel triangolino che avete lì in mezzo?»

«Certo. Perché no» rispondono in coro.

«Starò ai patti - sempre più arrapato -, ma come posso mutare il corso del Meno se non mi specificate i termini della sottrazione?»

Le ragazze scoppiano a ridere:

«Il Meno è il fiume che passa per Francoforte, nel Regno di Germania».

Faccio una smorfia incassando il tiro:

«Non voglio irritare i vostri compatrioti deviando loro il fiume, vi prego concedetemi un'altra prova?»

E' la volta di Beata:

«Dovrai rubare per noi il chiarore della luna» e di nuovo a ridere.

«Ho capito, ho capito; mi chiederete di volare come uno stornello o di catturare per voi il cinghiale bianco, tutte cose impossibili. Ma non importa, anche se non avrò i vostri favori mi accontento della vostra compagnia. Mi piace ogni cosa che fate».

Beviamo come spugne, specialmente io, pur noto a Venezia come irrecuperabile e incallito astemio. Sì, in effetti solo nelle grandi occasioni mi azzardavo a bere sì e no mezzo calice, l'ultima volta fu tre mesi fa in compagnia di Zagreo. Dunque non sono affatto abituato al vino e a reggerne l'abuso e ben presto vengo colto dall'ebbrezza.

Una delle gemelle si alza dalla sedia, fa il giro del tavolo e viene a sedersi seriosa accanto a me:

«Cavaliere, esigo da te un comportamento franco. Certo, io percepisco il tuo carattere generoso e retto, apprezzo il tuo modo delicato, ma ti voglio più sicuro, più persuasivo nella condotta, disinvolto senza per questo diventare sfacciato, e sempre sincero, aperto, schietto».

«Sarò sempre franco».

Poi si strofina sul mio fianco e mi profferisce languide proposte amorose:

«Mio bel cavaliere, questa notte mi concederò alle tue brame ma devi giurare fedeltà a me sola».

«Lo giuro».

«Giura di non toccare mia sorella».

«Lo giuro sul mio onore».

Al che scatta via dal tavolo rapita dalle note di una melodia che conosce, raccoglie la sorella e va a ballare al ritmo vivace dei musicanti. La gente fa largo e batte il tempo con i piedi, applaude l'eleganza e le movenze del loro ballo di corte, una estampida. Dopo un po' ritornano al tavolo, la gemella si siede sulle mie ginocchia a rinnovare carezze e segnali di disponibilità amorosa, poi raccomanda:

«Sarai ligio al giuramento di fedeltà?»

«Sì, mia Signora».

«Allora toccami la tetta, nobile cavaliere» mi prende la mano e se la porta sul seno.

«Ma tu chi sei? Sei...».

L'altra gemella mi canzona gongolandosi sulla sedia:

«Vassallo fellone, vassallo fellone. Avevi giurato fedeltà a me sola!»

Brillo com'ero avevo smarrito la facoltà di distinguere fra loro le gemelle. Magda e Beata se n'erano ben accorte e continuavano a giocarci sopra alternandosi sulle mie ginocchia ed ogni volta che mi azzardavo a chiedere loro il nome rispondevano ora giusto ora l'inverso. Le gemelle erano l'una l'esatto specchio dell'altra e più mi applicavo a discernere l’identità di ciascuna, più mi ritrovavo con le idee confuse. Il colpo di grazia fu l'acquavite all'anice, liquore che assume un aspetto lattiginoso allungato con l'acqua. Ci eravamo alzati tutti e tre e ballavamo saltellando con le braccia alzate, arcuando il corpo e rovesciando la testa all'indietro. Le due sorelle mi ruotavano intorno ancheggiando rapide in una specie di trance, la musica le aveva invasate. Le osservavo incantato, con gli occhi lucidi vedevo sdoppiarsi le linee dei loro fianchi. Sorridevano, ciascuna aveva due volti e le gemelle erano diventate quattro. Un ritmo primitivo echeggiava sempre più forte, mi entrava dentro irresistibile come una lama di cristallo, la risonanza mi faceva vibrare da capo a piedi, mi dissolveva in uno spazio etereo lontano e irreale, eppure ballavo con entusiasmo e con una carica mai avuta, un'energia animale mi scuoteva le membra, mi sembrava d'essere lanciato come una pantera nella notte.

Ma le gambe in realtà non mi reggevano e inciampavo e riaccendevo le risa isteriche delle gemelle, mantenevo a fatica l'equilibrio e le gemelle mi avevano dato un'asta e aveva una pigna in cima e così subivo lo scherno dell'intera taverna... poi senza preavviso un brivido che mi fa accapponare la pelle e mi drizza i capelli, una strana vertigine e cado a terra riverso privo di sensi. Una gemella mi prende per le braccia e l'altra per i piedi, di peso mi portano in un letto della locanda e mi lasciano abbandonato nel sonno.

Il mattino dopo: brusco risveglio. Ho riacquistato la facoltà di distinguere fra loro le gemelle, la luce del giorno ha rotto l'incantesimo.
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birillino8
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Messaggioda birillino8 il mer giu 20, 2007 6:06 pm

Continuando a frequentare assiduamente le gemelle, il mio cuore e le mie attenzioni oscillano di giorno in giorno dall'una all'altra finché mi impongo fermamente di corteggiarne una sola, per non correre il rischio di perderle tutte e due. Quale? Ho deciso per Magda. Il guaio è che Beata non si allontana un istante dalla gemella e le sta perennemente attaccata alle costole! Architetto quindi un piano per separarle e solo a Magda propongo una gita amena al boschetto sopra il lago di Vulisméni, un lago curioso perché ritenuto senza fondo nella tradizione del luogo.

Ma sul crocicchio dell'appuntamento trovo al suo fianco l'immancabile sorella. Ci incamminiamo in tre. Fra il profumo di corteccia sospinto a tratti dalla brezza calda e umida del lago, il sentierino si inoltra nella macchia, folto intrico di bassi arbusti di quercia spinosa dai fusti tortuosi e dal denso fogliame.

Un vento leggero agita le foglie irte di aculei generando un fruscio musicale che attira l'attenzione di Magda:

«Però prego l'Amore

che mi'ntende e mi svoglia

come la foglia vento».

«Bella, cos'è una poesia?» chiedo.

«Una canzonetta di corte».

«Ehi, la scuola siciliana dell'Amor cortese».

«Allora conosci Rinaldo d'Aquino, Iacopo da Lentini?» replica sorpresa.

«No».

Prossimi alla cima di una bassa collina possiamo ammirare il lago sottostante, comunica con il mare attraverso uno stretto canale. Il posto ci piace per cui, nascosti dalla macchia e riparati dal vento, ci sdraiamo in una piccola radura erbosa.

«Che lavoro fai - chiede Magda -, sei per caso un piede polveroso?»

«No, non sono un mercante, sono artigiano. Faccio il mosaicista alla Basilica d'Oro».

Beata mi fissa in viso ed esclama:

«Oh, un artista veneziano! Allora il codino dietro i capelli è il segno distintivo di quelli come te?»

«Sì, è il segno distintivo di coloro che non rinnegano ciò che hanno alle spalle, cioè il passato della loro gente. L'anima artistica del mio popolo vive come un sogno profumato nel cuore di chi come me non ignora le proprie radici, è il sogno che Federico II voleva distruggere tutte le volte che ha cercato di cancellare le nostre prerogative. Egli ci invidiava il valore immenso dei tesori custoditi a Venezia, non capiva che il vero valore di quelle opere non è nell'oro o nell'argento in cui sono forgiate ma nel segno che l'artigiano vi ha lasciato nel tempo» rispondo compito rivolto a Beata.

Magda per dispetto mi scioglie i capelli strappando il nastro che li teneva insieme alla nuca. Per ripicca mi metto a disfare le sue trecce e si accende subito la lotta a cavalcioni l'uno sull'altro. Magda si difende bloccandomi i polsi con forza insospettata, riesce a divincolarsi e si alza. Fa finta di aver abbandonato ogni resistenza, sta ferma in piedi con le braccia conserte. Allora mi piazzo davanti a lei e finisco con calma di sciogliere il nodo a una treccia già mezza scomposta.

Magda mi coglie di sorpresa:

«Artista da strapazzo!» e mi sferra una gran ginocchiata in mezzo alle cosce.

Saltello goffamente dal dolore e infine crollo sull'erba. Mi ritrovo disteso sull'euforbia vicino un gruppo di narcisi, petali bianchi e coroncina gialla al centro. Magda si sdraia al mio fianco, scompone da sola le trecce e libera la sua chioma biondissima. Le sfioro teneramente i capelli ed ella contrae le labbra e socchiude gli occhi ad ogni passaggio della mia mano. Intanto spio Beata con la coda dell'occhio per vedere se capisce la situazione e magari si allontana per un po'. Invece no, Beata fa finta di non vedere, non vuole saperne di mollare la gemella. A questo punto gioco il tutto per tutto e incurante di ogni riguardo comincio a baciare Magda sulla bocca. Beata, imperterrita, è sempre lì seduta, dura come un bastone, con un'espressione indifferente e forse solo un po' imbronciata. Mi assale un sussulto di rabbia. In aperta sfida sfioro il seno di Magda e lo spremo fin quando gli strappo un gridolino di sorpresa. Beata si alza di scatto e sparisce a grandi passi dietro la collina, finalmente soli.

Magda allontana piano la mia mano e mi sussurra che è vergine.

«Conosci il bacio alla sveva?» mi chiede eccitata.

«No, com'è?»

«Metti la lingua dentro la mia bocca».

Eseguo e Magda inizia a mordicchiare dolcemente la mia lingua.

Poi tocca a me chiedere:

«Conosci il bacio dell'ape maia?»

«No, com'è?»

«L'ape maia si posa sulla corolla del fiorellino e gli lecca tutto il nettare, vibrando su e giù la linguetta sul pistillo e poi passandola petalo per petalo».

«Dai fammi provare».

A labbra tese e serrate imito il ronzio di un'ape e oscillo il capo mentre le sollevo delicatamente la gonna colorata di rosa. Quindi scendo a trasmettere la vibrazione alla sua pelle, ronzando scorro le labbra a contatto della coscia, liscia e glabra fino alla piega dell'inguine, anch'essa glabra poiché il ciuffetto di peli è spostato verso il centro. Poso la bocca sulla fessura, è incollata da una patina umida e la apro con la punta della lingua, poi scendo leccando fin dove la vulva finisce in basso e risalgo ritmando ogni passaggio sul bottoncino del clitoride.

Magda è attraversata dalla sorpresa per le nuove sensazioni che nascono dal suo corpo ed ha sul viso un'espressione attenta e attonita. A tratti irrigidisce il tronco, contrae le natiche comandata da un impulso irrefrenabile e spinge il pube contro il mio mento. Alla fine si solleva dal suo letto di euforbia e rimane seduta in silenzio. Le chiedo se le è piaciuto. Fa cenno di sì con il capo, mi guarda seria per un attimo, poi sorride e abbassa la testa con delicatezza, come i narcisi che chinano la corolla pendula.

E Beata, dove sarà mai? Una lieve preoccupazione mi distoglie dallo stato di esuberante spensieratezza. Ordino a Magda di aspettarmi sul posto mentre vado a cercare sua sorella. Cammino lungo il sentiero per una abbondante decina di minuti. Non la vedo. Ma dove si è ficcata? Supero l'apice della collinetta, inizio la discesa e finalmente la trovo con le ginocchia fra le mani accovacciata sotto una quercia.

«Scusa, - accenno fra l'imbarazzato e il pentito - ti stavamo cercando, perdonami per prima».

«Non fa niente. Io e mia sorella ci capiamo, non c'è problema». Sospira, si alza in piedi davanti a me e mi fissa acutamente negli occhi con la bocca socchiusa.

Mi sento di nuovo confuso e disorientato, le gemelle si somigliano in tutte le loro scelte e forse anche nella preferenza per lo stesso ragazzo. I suoi occhi chiari mi stanno persuadendo che attraverso Magda in fondo non ho fatto altro che accendere un interesse sopito per lei o forse la preferivo fin dall'inizio e vittima di una scelta affrettata non trovavo il coraggio di ammetterlo.

La sua dolcezza mi riconquista piano piano, ma irresistibile. Beata mi fa un sorriso così tenero che il cuore mi scoppia nel petto, attraverso i suoi tratti adolescenziali mi è ora manifesto l'impenetrabile mistero della giovinezza che si fa eterna nella sua bellezza. Poso la mia sulla sua fronte pura, col corpo la premo contro la quercia, le stringo le trecce nei pugni, m'irrigidisco nel tentativo estremo di arginare un fiume in piena. D'impulso la bacio sulle labbra e assaporo dalla sua bocca il gusto genuino della felicita ritrovata.

Dopo un po' torniamo dalla sorella rimasta sul posto ad attenderci. Alla vista di Magda non riesco a nascondere il turbamento che mi rode. Magda e Petrangésio, Beata e Petrangésio, di nuovo Magda e Petrangésio, che giri di ballo. Questa volta mi pare sia Magda ad essere imbronciata come se avesse letto l'accaduto negli occhi miei e di sua sorella.

E' già l'ora di rincasare. Sulla via del ritorno le gemelle confabulano fra loro in un idioma incomprensibile, non è tedesco - mi spiegano sbrigativamente - ma un dialetto normanno di origine norvegese, lingua materna ereditata dai loro avi che svevi in realtà non erano. Intuisco che Magda chiede qualcosa alla sorella, questa annuisce con la testa e continua a fissarmi con la coda dell'occhio. Non sono mai stato così imbarazzato in vita mia.

Ad un certo momento Magda mi afferra per un braccio e mi dice all'orecchio senza tanti preamboli:

«Domani faremo l'amore insieme io te e mia sorella, lei mi ha detto che è d'accordo».

Davanti all'inaspettata dichiarazione uno stupore muto rimane stampato sul mio volto, chi si immaginava che le ragazze della corte imperiale fossero così disinibite.

Comincia ad imbrunire, le accompagno a casa tenendole entrambe sottobraccio. Magda ha ritrovato il suo buon umore e intona per me una canzonetta:

«Ohi! e non dovrà più

splendere nella notte

più candido che neve

il corpo suo ben fatto?

Tanto m’ingannò l'occhi

da crederlo il chiarore

della splendente luna.

Ahimé, il giorno spunta...».

Siamo arrivati. Le saluto e torno al mio albergo. Fare l'amore con due ragazze è un'idea estremamente eccitante e mentre mi rigiro insonne nel letto la mia fantasia si scatena ad immaginare i modi e le varianti più idonee per misurarmi con quelle due sirenette. Nell'intreccio voluttuoso dei corpi, gioco con i grossi capezzoli di quattro tettine a punta, sode e dure da star dritte anche a schiena distesa. Mi aggroviglio con le loro cosce lunghe e tornite, sento tante dita affusolate sulla mia pelle, godo delle loro lingue che si alternano nella mia bocca e sul mio sesso. Un simile turbinio di pensieri mi provoca un sonno breve e agitato, le due ragazzine mi hanno sconvolto la ragione, sono totalmente in loro balia, sballottato in un'altalena di emozioni incontrollabili. Avevo creduto che fossero psicologicamente un po' fragili, per via del loro essere gemelle, ed invece il più vulnerabile sono io, tanto che temo di toccare la soglia della follia. Perché ho paura di due innocenti maliziose fanciulle? Nell'Isola che non c'è, due dolci vergini hanno teso l'insidia della loro rete da caccia ed io sono finito intrappolato nel potere suggente delle sue maglie invisibili.

All'alba si installa nella mia mente un richiamo prepotente che credevo avere scordato: la signora dell'ultimo di Carnevale. Convinto di sottrarmi al sortilegio delle due ninfe e di ritrovare il senno perduto, decido improvvisamente di partire alla volta di Archanes. Interminabili piantagioni di ulivi riconsegnano alla pace il mio spirito.


* * *


Archanes fa parte della regione costiera del sestriere di San Polo, uno dei sei sestrieri in cui è stata suddivisa l'isola al pari di Venezia. Il paesello è adagiato al centro di lievi colline ricoperte di basse vigne rinomate per l'uva da tavola. Semplici case in muratura imbiancata occupano il fondovalle e gli scoscesi pendii. Su di una altura prospiciente, chiamata Fùrnu Korifì, c'è una ripida scalinata che porta ad un nucleo disabitato formato da un centinaio di stanze in pietra collegate fra loro da corridoi in muratura. Sono le rovine di un popolo sconosciuto e infondono al luogo il fascino arcano.

Evidentemente, in mezzo alle casupole dei popolani greci una villa patrizia non può certo passare inosservata, il che rende fin troppo facile rintracciare la ragazza della famiglia Orseolo. Ecco che dall'unico elegante palazzo del centro esce una giovane aristocratica: ha la sua altezza e la sua camminata, è veneziana, è lei!

Il cuore mi batte all'impazzata, le faccio subito un inchino, mi avvicino per vederla meglio da presso e incautamente le poso lo sguardo sul petto in cerca della spilla d'argento. Irritata, sprezzante, la ragazza passa oltre senza degnarmi di uno sguardo, le leggo in volto quella solita manifesta ripugnanza che le nobili riservano agli uomini di categoria inferiore.

No, forse mi sbaglio, gli occhi sono chiari ma non abbastanza, non sembrano i suoi, sarà meglio chiedere informazioni in giro. Entro nella locanda del centro, l'oste è veneziano sicché mi è sufficiente interpellarlo per ottenere informazioni più precise. Il palazzo degli Orseolo è in realtà nelle vicinanze del mare, un po' appartato rispetto al centro.

Edificato secondo lo stile delle ville venete, possiede classiche finestre ogivali che in quel clima assolato svolgono alla perfezione il loro compito di proteggere dalla luce eccessiva. I muri sono spessi. Il secondo piano ha una terrazza orlata di merli, il terzo piano si riduce ad una piccola torre fortificata. Il muretto di pietra che circonda il parco della villa è interrotto da un cancello abilmente lavorato e sorretto al lati da due colonne gemelle. I loro capitelli in stile ionico terminano con volute a spirale e portano scolpita la vocale Omega, ultima lettera dell'alfabeto greco ed iniziale di Orseolo.

Prima di varcare la soglia ho un attimo di perplessità. Non vedo l'ora di dare un volto a quella sconosciuta ma nel contempo avverto il pericolo possa andare perduto l'alone di fascino che l'ha avvolta finora. Non voglio infrangere un sogno che ho coltivato con amore dentro di me: l'ho trasformata in una eterea creatura della mia mente, l'ho immaginata nelle sembianze di una superba regina ed ora, nell'imminente confronto con la realtà, temo di compromettere tutto.

Rompo ogni indugio, prendo coraggio e supero il cancello, nel prato interno due lepri si rincorrono veloci. Percorro il sentiero ombroso del parco e poi tra i gigli e le erbe profumate proseguo in un giardino, costeggio al suo centro la fontana dei pesci e infine, sotto i rampicanti, vado a bussare al portone d'entrata.

Al socchiudersi dell'uscio appare lei, la ragazza dell'ultimo di Carnevale e non può essere altri che lei, con quegli occhi celesti dolci come il miele, inconfondibili. Però la pensavo più giovane, avrà un ventidue anni, ha il colorito un po' pallido ed i capelli dai riflessi rossicci. In effetti me l'immaginavo assai più bella di quel che non sia e devo ammettere che pur nella gentilezza dei lineamenti... sopracciglia sottili, collo candido e bocca ben disegnata sopra la fossetta del mento, ella ha un viso comune a tante altre ragazze veneziane.

Finalmente ho scoperto chi si cela dietro la maschera bianca decorata dal fregio e abbellita dalle pietre preziose; lei al contrario non mi ha riconosciuto, non può immaginare di avere ora davanti a sé l'uomo della maschera di cuoio nero.

La nobile ha dei lunghi capelli cinti alla fronte da una coroncina d'argento adorna di perle e porta una tunica bianca in fine e sottilissimo cotone di Bucherame; sopra, indossa un velo roseo, avvolto intorno al corpo come un mantello per coprire ciò che la tunica trasparente lascerebbe troppo facilmente intravedere. Nell'atto di scostare la tenda dal portone la mantellina scivola un po' dalle spalle e scopre un’instante la tunica, quanto basta per riconoscere il profilo gonfio dei suoi seni: la tunica è così aderente da recare la delicata impronta dei capezzoli ed il cordone legato appena sotto le ascelle non fa che evidenziare le rotondità di cui vedo in trasparenza le belle linee.

Mi sento sopraffare, vacillo come sotto l'urto di un'onda troppo vasta e per alcuni attimi una densa oscurità occupa la mia mente. Sono sull'orlo di cedere, quando una compiacente espressione dei suoi occhi suscita in quel buio una scintilla:

«Signora gentile, sono un veneziano appena giunto con la carovana di primavera e cerco lavoro come maggiordomo. Ho saputo dall'oste che la vostra illustre famiglia è qui da poco tempo. Immagino abbiate già trovato servitù greca a sufficienza, ma suppongo che vi manchi un maggiordomo, una sorta di siniscalco atto a coordinare e a stimolare i vostri sottomessi per ottenerne la massima efficienza. Solo un veneziano con la mia esperienza può fare al caso vostro. Nobile Donna, io vi prego, accettate il mio servizio».

«Se ne può parlare, entrate pure».

Mi pare di varcare le porte del paradiso, la cosa promette bene, troverò lavoro e chissà, forse il suo amore.

Entriamo in un ampio soggiorno affrescato con scene marine e ci fermiamo al cospetto di una nobile d'una certa età, una cinquantenne esageratamente obesa, quasi più larga che alta, sprofondata nei cuscini di una possente poltrona ornata ad intaglio. Ha la faccia a luna piena, un po' di peli al labbro superiore e la gobba di un bufalo. Regge fra le mani un rosario d'argento e subito comincia a sfogarsi mentre sto in piedi compunto ad ascoltarla:

«Un veneziano! Ah, il clima di quest'isola maledetta mi rovinerà l'esistenza, fa già troppo caldo, in giardino c'è un'afa insopportabile, mi obbliga a starmene in casa all'ombra. Tu sapessi, la calura mi provoca una sete inestinguibile e l'eccesso di luce mi fa calare la vista, faccio sempre più fatica a ricamare i panni d'altare per la chiesa».

Quando infine mi concede la parola apro la bocca per proporle la mia offerta di lavoro, ma la giovane mi previene:

«Si è offerto di fare il maggiordomo per noi».

La matrona mi squadra allibita, sicché rimango muto e impacciato mentre ella va assumendo un contegno distaccato e un tono pieno di superbia:

«Sei troppo giovane per fare il maggiordomo, ti manca sufficiente autorità per comandare i greci a bacchetta, possediamo trenta famiglie di contadini tra il grande vigneto di Vathypetro e tutti gli oliveti di nostra proprietà. Quella marmaglia non ha voglia di far niente, ogni volta che si ordina qualcosa ci mettono il doppio del tempo. Per non parlare delle domestiche greche che non sanno nemmeno apparecchiare la tavola. Puah! Per fortuna siamo state previdenti, noi qui abbiamo una lavandaia, un sarto e un cuoco che sono veneziani... come pure Putiferio, il nostro fedelissimo servitore che ha l'incarico di custodire la stalla e di controllare stoviglie e candele. E' un ragazzo veramente serio, nonostante il soprannome».

La matrona ridacchia sotto i baffi e si gira indicando alle sue spalle un servitore paffuto e mezzo pelato benché giovane, con l'occhio porcino, le sopracciglia rade e l'espressione sonnolenta e amimica di uno che si sia appena alzato dal letto. Intuisco che il soprannome del servitore afferma il contrario della sua natura, il suo aspetto esteriore non evoca per nulla un putiferio, cioè la fastidiosa confusione creata da persona che urli scompostamente, bensì evoca una tranquilla e silenziosa impassibilità.

«Tu invece chi sei?- riprende a dire la balena - Il primo venuto, un illustre sconosciuto che viene a bussare alla porta! Non credere che fare il maggiordomo qui da noi sia semplice, nient'affatto, il lavoro è raddoppiato perché manca mio figlio. E' via per lavoro e non tornerà prima di 40 giorni. Bel tipo anche quello. Mica si accontenta di aver appena ricevuto un piccolo feudo, e non gli basta avere il magazzino pieno di tessuti... macché, deve mettersi a trafficare con i carichi di allume. Ci occorre l'allume per fissare da noi i colori sui tessuti dice lui, e così ne inventa un'altra di nuova per svignarsela, invece di rimanere qui a pensare alla famiglia. Non ha fatto in tempo a posare piede a Candia e organizzare il feudo in fretta e furia che ha voluto subito ripartire con un convoglio, ha detto che non poteva perdere l'occasione, a Bisanzio lo aspettava un carico di allume. Per conto mio vuol fare troppe cose insieme e finisce per trascurare sua moglie, una Cornaro poi».

Ahi, ahi... sua moglie. Ma allora è sposata, questo complica le cose. Comunque sia, insisto:

«Proprio per l'assenza del padrone vi è utile un maggiordomo di fiducia. Vi sarà più facile istruire e addomesticare il personale, sorvegliare la qualità dei pranzi ed assumere messaggeri per portare le lettere. Potrei aiutarvi a calcolare meglio i profitti e le tasse, a controllare i raccolti, la compravendita delle merci, la riparazione dei carri, il modo di uccidere il bestiame e di curarlo».

«Onestamente ha ragione - interviene la giovane alzando un po' il tono -. In sostituzione di vostro figlio, la responsabilità di amministrare il feudo pesa unicamente su noi due e fra poco verremo sopraffatte dal carico di faccende se non riusciamo a demandare una parte degli incarichi. Voi non uscite mai di casa però a me tocca girare ogni momento per i terreni, ieri ho dovuto interessarmi personalmente perfino per ingrassare le ruote di un carro, lo sapete pure che i contadini non muovono un dito se non sono costretti».

La suocera appoggia il mento sul palmo della mano e indecisa riflette sulle argomentazioni appena udite. Ne approfitto per rincarare la dose:

«I villici conoscono mille trucchi per imbrogliare il padrone con falsi pesi e false misure, tutti conoscono la sordida guerriglia del contadino greco che sabota le corvè, ruba nei campi di nascosto e fa il bracconiere nelle riserve del signore».

La giovane:

«Dobbiamo pur difenderci da simili razzie!»

«E va bene, Rézia, lo assumiamo. Lo terremo in prova fino al ritorno di mio figlio, visto che non sarà possibile informarlo per lettera della nostra decisione».

«Vi ringrazio nobili Signore, lieto di pormi al vostro servizio».

«A proposito come ti chiami?» mi chiede Rèzia.

«Vanesio».

Per la circostanza ho tirato fuori il mio soprannome, qui nessuno lo conosce. Alzo gli occhi ad osservare la parete del soggiorno: sull'affresco appena sopra la porta compaiono cinque delfini azzurri che nuotano in un mare lattescente e pescoso.


* * *


Un paio di settimane volano via senza che giunga l'occasione propizia per rivelare alla padroncina la vera identità della mia persona.

Pur avendo accettato la mia assunzione la signora Orseolo ha costantemente alcunché da ridire intorno al mio operato, e forse a ragione, poiché in effetti pratico un mestiere frutto di improvvisazione. Per fortuna la Cornaro preferisce credere che quelle lamentele siano espressione del carattere petulante e brontolone della suocera piuttosto che della mia inesperienza. Nonostante le molte gaffes, ottengo stima e collaborazione da parte dei servitori perché li tratto umanamente e con rispetto, tutti quanti, compresa la giovane schiava berbera che proprio per questo mi si è affezionata. Solo con Putiferio è impossibile stabilire una intesa, diffidenza e sotterranea ostilità nascono in lui dall'invidia e dal risentimento verso di me perché si ritiene defraudato dalla mia intromissione. Comunque nel complesso le varie faccende vanno in porto e la padroncina mi ha dimostrato la sua piena fiducia mettendomi nelle mani le chiavi della villa.

Una sera la Cornaro mi manda a chiamare mentre è sola nell'ampia terrazza merlata, vuole lasciarmi delle disposizioni. Salgo in fretta le scale e la trovo seduta ad attendermi. Indossa un vestito alla moda tutto blu e ricamato di stelle, ha lo strascico e lunghissime maniche che scendono dai polsi fino a terra. Una cuffia di lino ricamato le raccoglie i capelli con l'ausilio di una reticella metallica che all'altezza delle tempie sale in alto e in fuori con due protuberanze a semiluna. La scollatura squadrata è poco ampia. La sua pelle è quella di una principessa, lucida e bianca, colorito che serba gelosamente umettandosi la pelle con il latte di asina e rinfrescandola con la rugiada che i servi le vanno a raccogliere all'alba.

Mi accoglie con un accenno di sorriso:

«Devi portare pazienza per le lamentele della signora Orseolo, non è mai contenta di nulla. Ho fatto i conti delle spese e delle entrate registrate e ho constatato che le cose non vanno poi male».

«Faccio del mio meglio» rispondo con un inchino.

«La Orseolo è asfissiante con il suo bigottismo, pensa che ha convinto mio marito a cedere un quarto del feudo alla Chiesa, tutto per avere la sicurezza di un posto in paradiso».

«E' una Signora molto generosa, fa spesso l'elemosina ai poveri» ma Rézia sembra non aver udito.

«In che sestriere abitavi a Venezia?» sussurra in tono d'intesa.

«A San Marco. Avete forse nostalgia di Venezia?»

«Sì un po' - e sospirando si gira per sottrarre alla mia vista la sua espressione rabbuiata -.Qui mi annoio, non ho amiche, - si confida - ho perso perfino la compagnia della mia serva prediletta, piuttosto che rinunciare al suo fidanzato per venire a Candia ha preferito licenziarsi».

«Perché non visitate l'isola, è stupenda!»

«Viaggiare è pericoloso, non mi fiderei nemmeno della mia scorta».

«Organizzate qualche festa nella villa...».

«Mio marito non vuole gente per casa, è selvatico e scontroso, e che altro potrebbe essere uno che si chiama Orso Orseolo» conclude concitata.

«Vostro marito avrà pur ricevuto visite quando abitavate a Venezia?»

«Beh, un paio di amici, facevano interminabili partite con quei maledetti scacchi di ebano».

«Ma allora come passavate le vostre giornate nella capitale?»

«Segregata nelle mie stanze, perennemente reclusa come una monaca nel chiostro, non uscivo nemmeno per andare a messa perché gli Orseolo possedevano una cappella all'interno del palazzo. Passavo l'esistenza a cucire, a leggere salmi e a guardare dalla finestra le gondole che passavano. L'unica cosa che mi dava un po' di conforto era la lettura di un libro...».

«Che libro?»

«Il romanzo di Alessandro Magno, il condottiero che ha conquistato le terre del Levante fino ai confini con le Indie. Trainato da due grifoni, ha esplorato il fondo dei mari e le meraviglie dei cieli».

«Ah sì, il bassorilievo della facciata nord della Basilica d'Oro, Alessandro sul carro trionfale e i grifoni che intrecciano le code» esulto.

Ma dato che mi guarda in modo strano, cambio discorso:

«Avevate altri libri?»

«No».

«Non avevate un laboratorio di telai? E' un buon diversivo per le nobili stare a capo di quegli ambienti di sole donne, se non altro per chiacchierare con le filatrici».

«Sì lo avevamo».

Riprende contrariata:

«Mi sarebbe piaciuto comandare il telaio, ma mio marito ha lasciato a sua madre l’esclusività del compito».

«E voi non vi siete ribellata?»

«Lo sai bene che è inutile ribellarsi, l'uomo è il padrone della donna».

«Perdonatemi se vi faccio troppe domande. Ma ha forse qualche rancore contro di voi?»

«Sì, forse».

«Dite, se potete».

«Non gli ho dato ancora una discendenza, sebbene si sia sposati da molto. Avevo dodici anni quando ho celebrato le nozze».

«E' il minimo consentito dalla Chiesa».

«Lo so, fu per volontà dei miei genitori».

Si alza in piedi e va verso il parapetto della terrazza. Nel grazioso incedere solleva appena la gonna con la mano, ha i piedi nascosti dallo strascico ricamato di stelle sicché sembra scivoli leggera sul pavimento, senza muovere le gambe. Si ferma tra i merli di pietra del parapetto e fissa lontano oltre il mare.

Mi accosto, deciso a rivelarle la mia identità:

«Noi ci siamo già incontrati a Venezia, -sottovoce- ma voi non potete ricordare».

«Dove? Hai lavorato alla festa di matrimonio di mia sorella?» puntandomi gli occhi addosso alla luce della torcia.

«Ricordate l'ultimo di Carnevale? La calle ove mi conduceste per mano...».

Rezia arrossisce confusa e abbassa il capo:

«Oh, eri dunque tu. Quel giorno avevo perso il gruppetto dei nostri amici, ero completamente ubriaca» e lo dice con un'intonazione che lascia trasparire, scoperta e vulnerabile, tutta la sua femminilità.

Le prendo una mano:

«Sono venuto fin qui per il semplice desiderio di rivedervi, vivo nella nostalgia del breve momento di felicità che mi avete regalato quel giorno a Venezia, da allora non ho fatto altro che pensarvi, intensamente. Ho attraversato il mare alla vostra ricerca ed ora che vi ho trovato, rendo omaggio alla donna nobile e gentile che è in voi».

«Tu sei tutto matto» esclama ridendo.

«Sarà che mi avete fatto andare fuori di testa» mormoro fissandola dritto negli occhi.

Lei si morde le labbra e mi scruta con la coda dell'occhio:

«Per fortuna che non c'è mio marito, altrimenti ti farebbe scorticare vivo».

«Io vi amo» accostandomi con la voce carica di emozione.

«Proprio un bel guaio» annuisce eguagliando il tono della mia voce.

«Oltre, e più dell'amore, io sono una sola cosa con voi, acqua della vostra acqua, goccia del vostro mare».

Rezia mi viene così vicina che trovo subito la sua bocca da baciare. Oh sì, quanto, quanto! Mai labbra di donna suscitarono in me gioia più intensa. Era un'emozione estremamente violenta ed estremamente delicata, sorpreso e incredulo non riuscivo a capacitarmi per virtù di quale prodigio un bacio, un semplice bacio, potesse darmi tanto!

Intanto era scesa la notte e il suo vestito riluceva di stelle come una galassia, candide gocce sparse in cielo dalle mammelle di una dea. Rezia sorride, abbassa una spallina e poi l'altra e scopre quelle tette che da mesi sognavo senza posa. Ora posso sfiorarle con le dita e leccarne dolcemente i capezzoli.
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Messaggioda birillino8 il mer giu 20, 2007 6:08 pm

Eludere la sorveglianza perpetua dell'intrigante suocera di Rezia non era certo un compito facile e richiedeva una buona dose di astuzia. Così avevamo preso l'abitudine di darci appuntamento col buio nel giardino del parco ove restavamo appartati vicino la fontana, una grande vasca di pietra piena di pesci. La signora Orseolo abitava al piano superiore, le nostre camere da letto erano invece al pianterreno e davano sul giardino, per cui, fingendo di andare a dormire, ci era sufficiente scavalcare le finestre per poterci tranquillamente incontrare nel cuore della notte.

Nascosti dagli ulivi e inebriati dal profumo dei cipressi, stavamo comodamente adagiati nell'erba, stesi sotto i gigli che sembravano vegliare su di noi. I baci di lei erano dolci come latte e miele e a quella fonte la mia sete non si estingueva mai, più insistevo ad attaccarmi alla sua bocca più cresceva in me il desiderio di nuovi baci, e decine e decine di volte tra una carezza e l'altra le dichiaravo il mio amore.

Una delle ultime sere di aprile, alzandoci dal prato, ci sediamo sul bordo della fontana. Rézia indica il centro della vasca e mi confessa quanto la ecciti la Leda col cigno, una statua marmorea in effetti molto sensuale: vestita solo di una stretta collana di perle, Leda ghermisce con la mano il lungo collo del cigno e sfiora con le sue labbra il becco dell'uccello; il grosso cigno dischiude appena le ali, preme le zampe palmate contro i fianchi di lei e penetra tra le sue cosce con la coda di piume, in amoroso amplesso.

Ella mi sussurra:

«Vorrei che un mago ti trasformasse in cigno così potrei imitare Leda e accoppiarmi con te».

«Certo, mentre ti monto ti farei aria con le ali, quando c'è afa» mimando con le mani uno sbattere d'ali.

«Mhm, mi piace... farsi pizzicare i capezzoli col becco, mi fa venire i brividi. Capita anche a te di avere qualche fantasia erotica?»

«Come no- in realtà fantasie del genere non me ne venivano mai -. Se il mago potesse trasformarti nell'acqua della fontana, io vorrei essere mutato in un... pesce palla».

«Un pesce palla? Perché?» spalancando gli occhi.

«Boccheggia boccheggia, ti sedurrei con le bollicine d'aria della mia bocca» e gonfio le guance per fare il gesto del pesce che boccheggia. Ma il mio gesto istrionico risveglia soltanto le sue risa.

L'argento luccica nella penombra, è la sua spilla a forma di chiave, quella stessa che Rezia portava al petto l'ultimo di Carnevale:

«Sono le chiavi di S. Pietro?» domando per scherzo.

«Sì, io sono la Papessa!»

Faccio per inchinarmi a baciarle l'anello ma mi fermo a mezz'aria, colto da un ripensamento:

«Ma non è possibile, il papa può essere solo uomo: Habet duos testiculos et bene pendentes».

«Non è vero, è esistita anche una Papessa».

«Quando mai?»

«Dopo la morte di papa Leone. Si era travestita da uomo ma era una ateniese di nome Giovanna».

«La Papessa Giovanna! E come andò a finire?»

«Sopraffatta dalla passione per un diacono restò incinta e un bel giorno... assalita alla sprovvista dalle doglie partorì in un affollato vicolo di Roma».

«Mi immagino lo sbigottimento dei passanti, un momento prima fanno ala al suo passaggio, si inginocchiano supplici e osannanti, poi l'incredibile: a meta vicolo il papa si sente male apre le gambe e partorisce».

Rezia muta espressione, si fa seria in volto, ha sentito un fruscio e si gira spaventata. Da dietro un cespuglio, avvolta in veli traslucidi, sbuca la giovane schiava berbera; sedendosi fra noi bacia Rézia sulle labbra e poi lievemente la mia bocca.

Ha sentito le nostre battute sulla Papessa e inizia con parole pacate e vibranti:

«Questa è l'isola della Dea. Nella notte dei tempi, Zeus fu partorito a Candia in una grotta. Sua madre era la madre di tutti gli dei, la dea suprema che non ha alcuno sopra di lei...»

«Qualcuno l'avrà pur generata?» obietto.

«La Grande Dea è sorta dall'Oceano, sotto le ali nere della Notte».

«Dal nulla».

«Proprio così».

«Dunque l'eterno femmineo? Eterno scorrere della sostanza umida...» accenno.

«Di più! La mappa dell'universo: colei che abbraccia tutte le cose».

«Però i ministri del culto erano uomini».

«No erano donne».

«Donne? La donna, si sa, può essere solo incarnazione e strumento del diavolo! Chi ti ha raccontato queste storie?» scandalizzato.

«A quei tempi vigeva nella società il matriarcato, le sacerdotesse celebravano i loro riti ebbre del vino dei primissimi agricoltori del Mediterraneo».

«Ubriache» interviene Rézia.

«Ubriache... e ballavano al ritmo fragoroso dei tamburi».

«Un ritmo di tamburi assordanti, come può elevare lo spirito al divino?» obietta.

«Il ritmo scuotente trasmette un'energia primitiva, risveglia un’animalità irruente, ossessiva, e tuttavia infonde un sacro trasporto. Le melodie del coro comunicano la dovuta carica emotiva e al culmine della frenesia le sacerdotesse danzanti vengono invasate, cavalcate dalla Dea fino a frantumare i limiti della coscienza».

«E la Papessa che le guida?» chiede Rezia.

«Balla nuda al chiaro di luna, stringe serpenti con le mani e si abbandona alla voluttà della carne per comunicare con la Grande Dea assisa in trono tra le due pantere».

«Anche questo! I nostri preti dicono che il sesso è una cosa spregevole e impura» controbatte.


* * *


Beltane, la notte del primo maggio, Rezia arriva euforica all'appuntamento: l’è balenata l'idea del bagno di mezzanotte. Raggiungiamo insieme la spiaggetta poco distante, lei si ferma alle mie spalle e si slaccia dai fianchi la larga cintura da amazzone.

Intorno è chiaro. Una luna piena incredibilmente grande e luminosa traccia sul mare una scia di riflessi argentei, innumerevoli luci che nella frazione di un attimo si accendono e si spengono lampeggiando sulle onde. Non dissimile da quel fugace brillare m'appare l'effimera mia vita, dispersa nell'immensa schiera di esseri che si creano e si annichilano nel grande oceano dell'esistenza.

I miei pensieri volano al bellissimo, estasiante inno a Reitia:

«Signora assoluta delle fiere selvagge

vieni nella notte al fragore dei cémbali,

rapida come il vento sul carro di leoni.

Potenza incarnata nella sposa di Crono

apri all'amore con la tua magica chiave,

sciogli soave l'intricato nodo del cuore.

O vergine pura, madre degli immortali,

vieni nella notte al fragore dei cémbali

e donaci ricchezza, serenità e fortuna».

Girando la testa in dietro verso Rézia mi accorgo che s'è frettolosamente spogliata e nuda stringe con le mani i seni rigonfi, drizzando i capezzoli in una vibrazione di piacere. Si bagna nell'acqua fresca mentre io mi sdraio lungo il bagnasciuga, a contemplare il divino incedere di quel corpo illuminato dal chiarore lunare.

Mi è presto accanto, tanto vicina da poter carezzare con lo sguardo la rugiada di gocce che luccica sulla sua pelle. Sento sulle anche l'umido contatto del suo corpo bagnato, Rézia mi solleva la tunica e si posa a cavalcioni sul mio membro... vi oscilla leggera, prima sospesa sulla punta poi scivolando fino in fondo, a ritmare su e giù ondate di indescrivibile voluttà. Intensissimo e ineluttabile, l'orgasmo viene a travolgere la ricerca stessa del piacere e la soffoca nell'appagamento. Poco dopo Rezia s'allontana e va a recuperare i suoi vestiti mentre io rimango a lungo steso sulla riva, immerso e abbandonato in uno stato di torpore profondo.

Ad occhi chiusi rivedo i mosaici del soffitto della Basilica d'Oro e mi soffermo sui colori smaglianti dell'albero sopra il pozzo: il verde delle fronde, il tronco dorato e tripartito, il rosso vivo dell'incavo alla sua radice, il grigio perla e il bianco del pozzo. Ma? Adesso ho capito. L'albero sopra il pozzo è il Mercurio dei maghi! La spada dell'Ecate bianca...

Penso al contatto con la potenza immensa della Prima Materia... ed ecco improvvisamente mi sento invaso da una potenza infinita, quella della materia indifferenziata substrato di ogni cosa... mi assale una certezza assoluta, esperimento la verità con un’intensità tremenda, tremenda, incredibile, senza paragone... ho la chiara consapevolezza dell'unita dell'universo... sono al di fuori del mio corpo, proiettato in tutte le direzioni dello spazio... sono ovunque... sono ogni cosa, partecipo intimamente di ogni essere. La mente vuota... serena, libera e pacificata.

E' per me la prova tangibile e concreta che la magia non mi ha ingannato, un immane potere ha effettiva dimora dietro l'innocua immagine di quel mosaico. I tesori del mondo intero non valgono la suprema avventura di questa esperienza, allorché la Prima Materia pensa se stessa attraverso la mente di un uomo e accende se stessa nel bagliore della folgorazione.

Mi sento trapassare da parte a parte da delle scariche di fulmini. Un fuoco mi sale alla testa lungo la spina dorsale. La schiena s'irrigidisce e rigirandomi sui ciottoli appuntiti mi accorgo di non percepire le sensazioni dolorose. Il respiro è affannoso, ha assunto un ritmo veloce a pieni polmoni, poi rallenta, lascia spazio a brevi periodi di apnea. Segue l’immobilità completa. Mi è impossibile spostare gli arti, anche muovere un dito. Rimango a lungo in quello stato, non so dire quanto, a me parve un’eternità, avevo perso completamente la nozione dello spazio e del tempo.

Man mano che riaffiora la debole percezione di ciò che mi circonda, mi giunge il fragore dei flutti che abbattendosi sulla riva rompono il profondo silenzio della notte. Lacrime scendono, prima di gioia poi di compassione verso tutti gli esseri, e vedo sfilare l'intera generazione delle specie, dagli enormi cetacei ai più fragili insetti che lottano per la sopravvivenza. Partecipe dell'interezza della natura mi confondo nei loro atti d'amore, nel volo felice di due gabbiani come nel polline che scende sulla corolla e là si riposa. Mi fondo nel sottobosco della verde vita, sono pioggia che cade su foglie riarse, risalgo le vette innevate, esploro gli abissi marini ed ecco inumidirsi la mia pietra porosa... sono roccia di un'isola sommersa.

Un coro gregoriano risuona dalle navate di una immensa cattedrale: Dies irae dies illa, solvet saeculum in favilla... e nel medesimo istante vedo da ogni parte innumerevoli bocche e braccia e palme protese. Milioni di occhi mi fissano sgomenti, son tutti lì, presenti all'appello, i vivi come i morti. C'è l'amato mio nonno che mancò precocemente, ne odo la calda voce: mi chiama come mi chiamava da bambino. Ci sono i miei amici di Venezia, e i miei nemici, sì anche loro, là in disparte. Più oltre una moltitudine di storpi che tende le mani e sgrana gli occhi, a schiere avanzano i derelitti, miriadi e miriadi di sconosciuti che soffrono la malattia, l'ignoranza, il rifiuto, la prigionia.

Qualcuno mi sta venendo incontro nel buio, è Zagreo, con i suoi ricci neri, la barba incolta e un sorriso luminoso sulle labbra. Lui non poteva mancare, finalmente lo riabbraccio, ora è più vicino che mai, come nei pozzi, la notte in cui lo tenni abbracciato piangendo, la morte non ci ha divisi siamo ancora uno, uno per l’eternità.

Sul bagnasciuga sento sussurrare il mio nome:

«Vanesio».

Non riesco ad aprire gli occhi, le palpebre mi rimangono incollate. Passano alcuni minuti prima che possa socchiudere gli occhi in fessura e vedere Rezia, china su di me con i raggi della luna che filtrano attraverso i suoi capelli.

«Che cosa ti è successo? Ti senti male?» chiede preoccupata.

Non posso articolare le parole, i tentativi mi costano uno sforzo spropositato. A poco a poco rientro in me, mi guardo le mani per prendere possesso del mio corpo, sollevo la testa e mi guardo intorno per capire dove sono.

«Che ora è?» chiedo per prima cosa, senza ascoltare la risposta.

«Dimmi perché soffri?» supplica Rezia per ottenere una spiegazione.

Mi alzo lentamente e appena in piedi sento un brivido lungo la schiena, un raggio di luce mi attraversa e prosegue illimitatamente oltre i piedi e la testa, sto per richiudere gli occhi, devo lottare per non sprofondare nuovamente in quell'estasi.

«Rézia - pronuncio con dolcezza - non esistono parole al mondo... non c'è modo di spiegarti ciò che ho provato. Questa incapacità mi spiace, come al pittore che dipinge e cancella, dipinge e cancella ma non riesce a riprodurre l'oggetto esattamente come vorrebbe. Cercherò di spiegartelo con uno scritto, parole comunque inadeguate».

«Accetterò le tue parole inadeguate, non è da biasimare a che s'appiglia l'uomo che cade in mare. Ma...».

Appoggio il dito indice sulle sue labbra:

«Ti prego, ora non farmi altre domande. Non so quale fra gli umori corporei abbia potuto produrre questo stato di sonno inusuale, non può essere stata la pituita, né l'eccesso di sangue, di bile gialla o nera che sia. Dev'essere stato un umore del tutto sconosciuto anche ai migliori medici».

Rézia tace e mi getta le braccia al collo. In piedi nel bagnasciuga restiamo abbracciati a lungo con l'acqua alle caviglie, ad ascoltare le parole del mare.


* * *


Le finestre della villa illuminate dalle torce e all'interno un gran trambusto: al ritorno dalla spiaggia comprendiamo di essere stati scoperti.

Rimango appostato dietro i rampicanti mentre Rezia, spaventatissima, si decide ad entrare in casa per prima. Spiando dalle finestre la seguo con lo sguardo, di fronte a lei la signora Orseolo urla ed impreca furibonda, agita con gran foga un mantello e lo mostra alla servitù che si è raccolta intorno. E' il mio mantello di cotone! L'ho dimenticato ai piedi del davanzale, nel giardino, mentre aiutavo Rézia a scavalcare la finestra della sua camera.

Inteso come stanno le cose, purtroppo non mi resta che allontanarmi dalla villa, o meglio, scappare via al più presto, perciò entro nella mia camera dalla finestra socchiusa, prendo i miei soldi e metto alcuni vestiti nella bisaccia, appena in tempo per udire la nobildonna che batte i pugni sulla porta chiusa a chiave. Salto dalla finestra e mi dileguo a gambe levate.

La signora Orseolo ha ordinato al cameriere Arione e ad altri due giovani greci di rincorrermi per riacciuffarmi. Anche il grasso cuoco ed il sarto ossuto mi inseguono in coda ma presto si perdono per strada. I greci, più veloci di me, all'ingresso del paese stanno per raggiungermi quando di botto si fermano tutti e tre ed Arione mi grida alle spalle:

«E' stato Putiferio a fare la spia. Fa buon viaggio Vanesio, porcellone di un veneziano!»

Passano i giorni. Solo e pensoso misuro i più deserti campi a passi tardi e lenti, rifuggo l'interagire con la gente e oltrepasso gli abitati a sguardo spento. Spesso, il bisogno di lei si fa intenso, bruciante, insopportabile, mi convince che non potrò resistere a lungo senza il conforto dei suoi baci... allora ansimo come un folle, cerco sulle mani il profumo rubato ai suoi capelli, evoco il tepore dolce della sua pelle e sento la sua umida bocca incollata, morbida sulla mia. L'amore che nutro per lei è un albero dalle tenere foglioline e non posso sradicarlo senza morirne, poiché esso possiede lunghe radici che penetrano in profondità nel mio cuore. L'immagine di Rézia è costantemente impressa nei miei occhi. Nell'acqua chiara o sopra l'erba io me l'immagino viva e sorridente, e quanto più selvaggio e più deserto è il luogo tanto più bella l'adombro nei miei pensieri. Il suo volto si stampa nella natura incolta ed ogni qualvolta appare, pallida sulle rocce, riesco a dimenticare me stesso e la mia pena. Così tanto mi appaga quest'illusione che altro non chiederei, se solo potesse durare in eterno.

Errando senza meta, supero la cittadina di Rethimnon e cambio direzione dirigendomi verso l'interno dell'isola. Raggiungo così l'altipiano pianeggiante e circolare di Omalòs, coperto di acquitrini e abitato solo da pastori. Salgo ancora fino al passo da cui posso ammirare il maestoso innalzarsi delle Montagne Bianche, fittamente ricoperte da pini enormi e da isolati cipressi. E' incredibile, eppure anche in primavera inoltrata quelle pendici sono solcate da lingue di neve che scendono ripide lungo i fianchi.

Calo di quota. Oltrepasso il remoto villaggio di Samaria e là nei dintorni, mi capita di perdere le tracce del sentierino. Finisco nel fondo ghiaioso di un torrente, un continuo susseguirsi di gole profonde e impressionanti, incassate tra le più alte cime delle Montagne Bianche. Pareti a picco salgono sopra la mia testa per oltre seicento metri mentre l'ampiezza del corridoio scavato dall'acqua non supera i tre metri. Nel camminare mi dolgono i piedi sui ciottoli, ostacolato dal rigoglio degli oleandri, costretto a superare ripetutamente il letto del torrente e talvolta piccoli strapiombi di roccia in discesa. Percorro faticosamente una ventina di chilometri. Avanzando verso il fondo della gola le pareti si accostano sempre più e a tratti il passaggio diventa talmente angusto che se fossi a cavallo rimarrei sicuramente incastrato, incapace di voltare il cavallo o addirittura di scendere da sella. Dopo quasi otto ore finalmente sbocco allo scoperto e mi affaccio su un'ampia insenatura: senza saperlo sono sceso al livello del mare e sono finito sulla riva opposta dell'isola.

Mi denudo sprizzante di entusiasmo e mi tuffo nelle calde acque del Mar Libico. Nuoto. Le spalle spuntano in superficie come il dorso di un delfino e si inarcano. Roteo insieme le due braccia, tese parallelamente verso il fondo, e in sincronia vibro a piedi uniti il colpo di coda che imprime la spinta in avanti. Quindi allargo al massimo il torace e gonfio d'aria i polmoni... per un attimo mi abbandono all'inerzia, il bacino si immerge, penetrando trascina con sé il peso del corpo. Intanto le mani si risollevano a pelo dell'acqua e caricano la bracciata dietro la schiena. Ecco le braccia sfiorare la schiuma delle onde e disegnare un semicerchio nell'aria per ricongiungersi davanti alla fronte. La testa s'immerge. Tenendo gli occhi aperti sott'acqua osservo le dita che generano scie di bollicine, gocce di mercurio richiamate a grappoli in superficie.

Rallento man mano il ritmo per assaporare meglio il piacevole benessere che sta invadendo tutto il mio corpo poi, all'improvviso mi lancio in uno scatto vigoroso proiettando intorno gli schizzi di schiuma. I muscoli del torace guizzano sotto la pelle, le natiche si contraggono rapide e le anche oscillano, su e giù, nella foga di un appassionato amplesso col mare.

Ansimante, mi riposo galleggiando sul dorso. L'eco delle onde risuona dentro le gole e le creste disegnate dal gioco dei flutti rimbalzano i miei pensieri a quell'ultima notte con Rézia. L'afflato amoroso mi ha sospinto ad innalzarmi oltre ogni altezza, a scendere oltre ogni abisso, e ora raccolgo nuovamente in me le sensazioni di tutte le cose create, avverto d'essere simultaneamente ovunque, in mare, in terra e in cielo, ho la percezione di non essere mai nato, di essere ancora un embrione, d'essere giovane, vecchio e oltre... uscito da me stesso, mi sono rivestito di un corpo che non muore.

Solo nell'estasi, la conoscenza della Prima Materia può essere raggiunta in tutta la sua evidenza, altro mezzo non v'è poiché la mente, instabile per natura, è sempre incline ad associarsi ad altre percezioni. Avendo realizzato identità tra la Prima Materia ed il Mercurio dei maghi, la mia mente con tutte le sue attività è svanita... Non potrei esprimere con parole, né concepire con pensieri lo splendore ineffabile della loro unione. In questo oceano essenza di beatitudine la mia mente si è disciolta, come un chicco di grandine nel mare.

Esco dall’acqua e m'incammino. Dirigendomi a est, lungo la costa raggiungo Ierapetra e da lì varco il punto più stretto dell'isola, affacciandomi nuovamente sulla frastagliata costa settentrionale. Col suo color smeraldo il Mar Egeo tinge una baia di superba bellezza naturale, mentre un bianco manto di chiese ricopre ovunque il pendio. Nei presso del villaggio di San Nikòlaos mi decido ad entrare in una di esse. E' una chiesetta bizantina ad una navata e con volta a botte, la cupola che corona l'edificio presenta delle decorazioni di notevole efficacia ornamentale. Questi disegni geometrici sono il segno lasciato dal periodo iconoclastico allorché, proibite le raffigurazioni religiose ed il relativo culto delle immagini, si giunse ad una ipertrofia dei motivi ornamentali (come negli esempi eccelsi dell'architettura araba). Ma proprio qui, accanto ai resti degli affreschi raschiati dalla furia iconoclasta, la fortuna mi ha riservato una magnifica sorpresa.

Una stella splendente in uno squarcio di nubi dorate, la discesa della colomba dello Spirito Santo e sulla riva rocciosa, aspra e frammentata, il Battista coperto di pelli che battezza con le mani: è un bellissimo mosaico del Battesimo di Gesù. Al centro, il Messia è immerso nel fiume fino alla cintola mentre l'acqua limpida ne lascia trasparire i contorni evanescenti. La sua mano benedicente esce in superficie mentre, sulla riva, tre stupendi angeli si prosternano a adorarlo. Grande la ricchezza dei dettagli, un'ascia bipenne sotto un cespuglio, una moltitudine di pesci colorati sotto la tremula increspatura delle onde e come non poteva mancare, il genio del fiume con l'anfora in mano.

Per ore e ore rimango incantato a contemplare gli effetti plastici evocati dai contorni tenui e da una ricercatezza cromatica che sa sfruttare abilmente tutte le possibili sfumature di colore: questo mosaico è una grande opera da maestro.
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Messaggioda birillino8 il mer giu 20, 2007 6:10 pm

Da San Nikòlaos mi spingo ad est in direzione della cittadina di Sitìa. Lungo le coste rocciose si inerpica imperiosa una strada maestra. La percorro fiancheggiato ai due lati da continui cespugli di ginestre in fiore. Per tutta la zona mi sembra di attraversare un superbo giardino, profumato come il respiro di una dea. Le candide rocce della costa sono abbellite da un'esplosione di fiori primaverili: primule dalle foglie turgide e venose, orchidee, ninfee, margherite, papaveri... bianche campanule, splendidi iris, e anemoni, ciclamini e mirto.

La vegetazione è in prepotente risveglio, ogni pianticella cerca il suo spazio vitale, lo strappa al vicino, un bisogno impellente spinge a cercare la luce, a crescere di più per non rimanere in ombra. Nuove tenere radici assorbono dalla terra arida il maggior nutrimento possibile, le foglioline sfruttano ogni residua umidità dell'aria, i boccioli sono impazienti di aprirsi per sottrarre ai concorrenti le api. Irresistibile, pressante, violenta, la vita è in pieno rigoglio e sfoggia il suo rinnovato vigore, lo stesso con cui è riuscita a negare l'inverno.

Guardandomi attentamente intorno, ho riconosciuto due portentose piante magiche, una è la famosa mandragora dalla radice a forma di corpo umano, l'altra è il vischio, le cui bacche adornano come perle i rami delle querce. Ho identificato alcune delle piante medicinali che vidi nella casa della strega, per esempio il timo (profumatissimo), il salice piangente, la melissa dai fiori rosati, il ricino e il fieno greco.

Gironzolando oltre i margini della strada con gli occhi fissi a frugare il terreno, mi ritrovai attonito tra l'erica e i tulipani: dall'alto di una rupe a strapiombo sul mare osservavo incantato i gabbiani che volteggiavano a volo radente, in basso in lontananza, simili a puntini bianchi su un blu intenso che si perdeva all'infinito, senza apprezzabile confine tra il cielo e il mare. Fu allora che capii perché gli antichi avessero eletto quest'isola a culla e dimora degli Dei: immersi in un ambiente di tale bellezza sorge del tutto spontaneo pensare al divino e creare miti immortali che diano anima e poesia ad un qualcosa che ovunque in questa terra si respira e si avverte.

Utilizzando la stessa strada dell'andata faccio ritorno a San Nikòlaos. Dai greci ho ricevuto indicazioni esatte circa l'ubicazione della zona descritta da Zagreo quale sua residenza. E' verso l'interno dell'isola e devo salire parecchio, arrampicandomi lungo una via che sale tra colline aride ed aspre. Appena raggiungo quota, una nube bassa mi impedisce la vista. Cammino nella nebbia. Al suo diradarsi non più pietraie, ecco invece lo spettacolo del verde altipiano di Lassìthi, segnato dal disordinato rifiorire di una terra fertile ma abbandonata a se stessa. Raggiunti i resti del villaggio incendiato dai veneziani, mi metto a cercare confusamente finché trovo le rovine di un mulino. Ha fondamenta di pietra a forma di ferro di cavallo allungato e potrebbe essere il mulino di Zagreo.

I mulini a vento furono immessi in Europa dalla Cina e dalla Persia e la loro introduzione a Candia seguì allo sbarco dei primi crociati di ritorno dall'Oriente. L'arrivo dei veneziani ne aveva semplicemente incrementato l'uso, perfezionandolo in base all'esperienza acquisita a Venezia ove già i mulini andavano assumendo sviluppo industriale nell'ambito delle più varie applicazioni, tipo la follatura dei tessuti, la lavorazione della carta o del ferro.

Il mulino da macina di Zagreo era speciale, non era solo la sede in cui i contadini greci portavano il loro frumento, facevano la coda e aspettavano la farina, ma anche un luogo privilegiato d'incontro. Sedendomi sulle sue rovine mi par di vedere Zagreo sotto le pale in movimento mentre organizza la rivolta contro il tiranno veneziano e arringa un gruppo sempre più folto di contadini e diseredati, scuotendo gli animi con l'accorato e irresistibile appello ai miti antichi della sua gente.

Faccio ritorno ad Archanes. Una quindicina di chilometri prima della città di Candia sono già sul luogo. Vorrei incontrare qualche servitore della villa Orseolo e mi apposto presso i negozi usualmente frequentati per le provviste.

Dalla latteria esce la giovane schiava berbera avvolta nei vivacissimi colori del suo abbigliamento esotico, quasi fosse arrivata oggi stesso dai regni arabi e avesse portato con sé il loro profumo sensuale e carezzevole. E' carica di bracciali e collane di metallo. Porta degli orecchini d'argento i cui contorni ricalcano una figura femminile, vi si riconosce una gonna triangolare e il volto scolpito in rilievo al centro del torace, mentre dei piccoli pendagli affusolati pendono in luogo delle mani e dei piedi. La schiava tiene la bocca coperta da un fazzoletto e ha occhi dalle grandi ciglia, allungati, incredibilmente teneri. Si chiama Ishtar, un nome pieno di fascino, e le origini di lei sono a dir poco misteriose dato che non si ritiene araba, ma figlia di un popolo che abita il deserto.

Mi saluta con i suoi modi dolci, festosamente, e trattomi in disparte, mi racconta le ultime notizie:

«Mentre eri via è ritornato il padrone. Quella megera della signora Orseolo gli ha spifferato tutto e lui è andato in bestia, si è messo a urlare ai quattro venti che la moglie l'aveva tradito, l'ha presa a schiaffi davanti a noi e ha cominciato a insultarla brutalmente.

Gli gridava che è più puttana di Eva, che si è messa in testa certe cose solo perché sono proibite. Per lussuria, dunque, gli faceva spendere soldi con le tuniche di Bucherame... per eccitare un servo, invece di comportarsi da moglie casta, come si conviene in una buona famiglia».

«E lei cosa rispondeva?»

«Nulla, non ha più aperto bocca, subiva tutto in silenzio ad occhi bassi».

«Che altro le ha detto?»

«Che conosceva la debolezza delle donne e non era tanto per l’infedeltà in sé ma perché lo aveva tradito con un morto di fame. Questo proprio non gli andava giù, sua moglie si era rovinata la reputazione e aveva disonorato la famiglia.

Ho tutto il diritto di punirti -diceva- e ringrazia il cielo se non chiedo alla Chiesa l'annullamento del matrimonio... per sterilità, non è certo un mistero dopo dieci anni di matrimonio. Per castigo, - minacciava stringendo i pugni - pretendo che d'ora in avanti tu mi segua in tutti i miei viaggi di lavoro, tutti, anche i più disagevoli e lontani. Ti inculcherò io il controllo di te stessa e l'obbedienza al marito.

Mentre noi saremo in viaggio, autorizzerò mia madre ad amministrare da sola il feudo. Quanto a quel pezzente, lo denuncerò per adulterio alle autorità di Candia e lo farò incatenare al remo di una galera!»

«Povera Rezia, cosa le tocca sopportare per colpa mia, che pena mi fa».

«Il signor Orseolo predica bene ma razzola male. Il giorno in cui mi ha comprata mi ha fatto spogliare nuda davanti al venditore e la notte stessa mi ha posseduta, poi ha giurato che mi avrebbe uccisa se lo avessi rivelato a qualcuno».

«Dimmi, quando sarà il loro prossimo viaggio?» le chiedo con un barlume di speranza.

«Fra dieci giorni si dirigono in Oltremare».

«Dove, dove vanno esattamente, lo sai?»

«Vanno a... a Paphos, un porto di Cipro, sarà la loro prima sosta. Ho udito il marito parlare a lungo di un commerciante di Paphos con cui deve concludere un importante affare. Dovrà dedicare diversi giorni all'acquisto di chermes, cotone e tessuti in seta, in cambio di lanerie e fustagno veneziano».

«Ti ringrazio, sei una vera amica, ma ti prego Ishtar concedimi un ultimo favore, consegna di nascosto questa lettera a Rezia, ti supplico, per me è molto importante».

La schiava berbera accetta. Ricevuto lo scritto Rezia ne imparerà a memoria le parole e lo brucerà per non lasciare tracce. Eccone il contenuto:

...non è da biasimare a che s'appiglia uomo che cade in mare...

Con argentea chiave egli apre d'un tratto le porte del mondo invisibile ed il suo petto s’inonda d'amore sciogliendo l'intricato nodo del cuore. La Dea dalla potenza assoluta, dolcissima appare sopra le acque del mare: ha la pelle umida di rugiada e con le mani spreme il suo latte virgineo, mentre nuda cavalca il fedele delfino oscillando leggera sulla schiuma. Sulle sue ali piumate egli ha riconosciuto gli occhi dei vivi e dei morti e nel silenzio della notte viene rapito fuori dal tempo, nell’onnipresenza. Il Mercurio dei maghi tocca la Prima Materia nell'immutabile simmetria e le particelle dello Spirito suo entrano in unità con quelle del tutto, egli ha il respiro ansimante e paralizzato, non riesce a proferire parola, un brivido gli corre sulla schiena e la mente si perde tra vuoti spazi.

O scintilla di gioia, viene colui che rinuncerà a te in dono a ogni essere.
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Messaggioda birillino8 il mer giu 20, 2007 6:12 pm

[align=center]Amazzone, fa ciò che vuoi
Capitolo IV[/align]


A fine maggio decido di imbarcarmi per Cipro, anch'io con destinazione Paphos. Rézia non sarà mai mia sposa, non succederà che tornando a casa la sera la trovi ad aspettarmi davanti al focolare, né ci capiterà di parlare a lungo di noi guardando nella fiamma; so che non sarà mai possibile, la condizione di adulteri e le differenze di casta non ci consentono di costruire una vita comune alla luce del sole, ma non per questo mi arrendo. Mi farò valere ad ogni costo, sono pronto ad affrontare qualsiasi sacrificio pur di rivederla, per lei ho attraversato l'Adriatico e lo Ionio e se necessario la seguirò in capo al mondo. Prima o poi Orso Orseolo dovrà assentarsi per comprare il chermes. La lascerà da sola e se potrò approfittarne, lo farò.

Salpiamo le ancore dalla città di Candia, sono a bordo di un mercantile genovese che esporta legname ai mussulmani. Assi costosissime, lunghe e tutte d’un pezzo. La nave cessa di costeggiare le rive settentrionali dell'isola e prende il largo spavalda nel golfo di Mirabello. Sopra un ripido isolotto, collegato alla terraferma da una stretta lingua di sabbia, si ergono in lontananza le fortificazioni del caposaldo veneziano di Spinalonga. Imponenti torri con piccole feritoie e merlatura a sbalzo lo rendono baluardo inespugnabile a sbarramento dell'insenatura di Oloùs, importante centro di estrazione del sale. Mura massicce cingono l'intero isolotto: i bastioni Barbarigo, San Michele, Molino, sporgono taglienti agli angoli dell'isola e l'arco del bastione Riva domina la porta principale, stretta tra due enormi colonne. Sul lato occidentale dell'isola sono arrampicate le case e i magazzini, più in alto corre una seconda cinta muraria, edificata sulla cresta rocciosa e armata di numerose fortificazioni dette cavalieri.

Lasciato il golfo, segue il mare aperto. Mentre vengo cullato dalle onde le mie sensazioni vanno a fluttuare in senso opposto alle categoriche affermazioni che hanno preceduto la partenza. Non capisco perché il mare abbia sempre l'effetto di sciogliere i miei più radicati propositi. Ora mi sento di nuovo in balia degli eventi, paragonabile a un tronco d'albero alla deriva, trascinato e sballottato dalla corrente. Pur tuttavia, mi figuro amena e lussureggiante la spiaggia sconosciuta ove i flutti sospingeranno il mio relitto, tronco inerme che va a depositarsi tra le dune e insabbia di giorno in giorno sotto l'azione inesorabile del vento. Migliaia e migliaia di granellini sollevandosi in aria ne levigheranno la superficie, l'ostacolo vincerà la loro caotica corsa e li farà depositare ai lati del tronco, creando una duna in fiore là dove non esisteva.

Cipro è all'orizzonte. Ci stiamo avvicinando velocemente. Sotto la chiglia, banchi di corallo e gorgonia colorano di rosso i bassi fondali della baia di Paphos e alcune barche di greci stanno pescando in quantità il corallo rubrum. La nave approda alla costa e getta le ancore. Si sa che l'essere sulla stessa barca fatalmente conduce a fraternizzare, è successo anche a me e andandomene saluto calorosamente l'equipaggio, benché sia interamente composto da spilorci genovesi. Scendo al trotto la passerella e mi scaravento sulla vicina spiaggia, impaziente di calpestare terra dopo un così lungo viaggio di mare. La sabbia è finissima e dorata, anche più fine del lido di Venezia. Ho sul viso un'espressione raggiante di contentezza, che soddisfazione ritrovare sotto di me la sensazione della terraferma, quel saldo massaggio sotto le piante dei piedi che solo la gente di mare sa apprezzare a pieno.

Il gran caldo dei primi di giugno. Tolgo la tunica e mi metto a torso nudo, rimango solo con le brache attillate di cotone, tolgo anche le scarpe a punta arricciata. Cammino a piedi scalzi tra le palme da datteri e mi aggiro tra un posto e l'altro saltellando sulla sabbia bollente. A corta distanza vedo un pellicano sul suo nido, poche cannucce ammucchiate in una piccola depressione della sabbia. Il genitore si dirige verso di me avanzando goffamente sulle pinne e bilanciandosi sulle ampie ali semi aperte. Vistosi scoperto, è mosso dal paterno istinto di attirare su di sé l'attenzione dell'intruso e distoglierla nel frattempo dai due piccoli sistemati entro il nido. Il grosso uccello bianco ha un collo allungato che continua in un gozzo giallo sotto il lungo ed affilato becco. Appena mi è abbastanza prossimo, noto sulla punta del suo becco una piccola macchia di color rosso vivo. Proprio a cagione di questa macchia è sorta la leggenda del pellicano a corto di cibo che suole ferirsi il petto col becco per nutrire i piccoli con il sangue che ne sgorga. Ho nella bisaccia un ultimo pesce e glielo getto. L'uccello accetta volentieri il pasto fortuito e se ne ritorna pigramente al nido. Non voglio perdermi lo spettacolo e mi apposto non lontano, appoggiato e nascosto dietro una palma per osservare comodamente il pellicano. E' indaffarato a nutrire i suoi piccoli batuffoli di piume con il rigurgito del pesce triturato.

Intanto sullo sfondo, nel laghetto salmastro appena dietro la spiaggia, vedo approdare stormi di fenicotteri che vanno ad unirsi agli aironi cinerini e a qualche rara gru. Gli ambienti costieri di Cipro sono luogo di ritrovo per le varie specie di uccelli migratori che provengono dalle foci del Nilo e proseguono poi nel continente europeo. Poco più all'interno, laddove iniziano le piantagioni di canna da zucchero, vi sono invece i molti uccelli residenti tipo le originali e diffusissime capinere, le pernici e le gazze sassaiole.

Prima notte a Paphos. A mezzanotte l'usignolo mi obbliga a lasciare il giaciglio, non rinuncio ad ascoltare le note del suo canto melodioso. Mi affaccio alla finestra: brilla nel cielo una falce di luna calante. Diafane al chiarore lunare, le case addormentate sul pendio lasciano intravedere il loro cuore carico di nostalgia, trepido e paziente nell'attesa del navigante che tarda a tornare. Il rumore del mare accompagna i virtuosismi dell'usignolo come fosse un'orchestra distante e la notte vi aggiunge la sua voce: vento che soffia, foglie che ripetono emozioni lontane. Nelle pause sapienti dell'usignolo, quando anche il mare tace... una veste oscura incanta la mente ed i sensi, e la notte rivela il suo segreto: il silenzio che turba come la radice della paura e del profondo desiderio.


* * *


Di buon mattino mi metto alla ricerca di Rezia e perlustro strada per strada la piccola comunità di Paphos, interrogando osti e albergatori se abbiano visto aggirarsi una coppia di nobili veneziani. Rintracciarla in un porto di mare è ben più difficile che ad Archanes ma sono ottimista, mi fido ciecamente delle indicazioni della schiava Ishtar. Nel pomeriggio batto la periferia di Paphos. In groppa all'asinello sto oltrepassando un boschetto di ulivi dai rami contorti e di cipressi slanciati in verticale. Il profumo dei cipressi mi riporta al giardino della villa Orseolo, al cigno che cingeva Leda e alle allettanti lusinghe della mia avventura con Rezia.

Eccola, e non si tratta di un miraggio, è lei assorta nei suoi pensieri, pallida con i capelli dai riflessi rossicci, seduta sui resti di un capitello fra cumuli di pietre lavorate e frammenti di antiche colonne. Salto giù dall'asino e l'abbraccio forte:

«Ti amo troppo. Non posso stare senza di te!»

«Nemmeno io, da quando ti ho perso ti penso sempre» risponde affondandomi le dita nei capelli.

«Vieni qua a pensarmi?»

«Sì, mi piace questo posto, la gente di Paphos dice che qui sorgeva il tempio di Afrodite».

«Ne ho sentito parlare. Nei tempi antichi migliaia e migliaia di pellegrini sfidavano i pericoli di un lungo viaggio di mare per venire in questo tempio a venerare la statua di Afrodite, scolpita in un marmo bianco come il latte. Dietro l'altare del tempio veniva celata agli sguardi una pietra sacra a forma di cono, a nessuno era dato profanarla».

«Pensa, dal tempio han portato via un sacco di pietre per costruire uno zuccherificio a Paphos, è gente che non capisce niente!»

«Vieni via, monta in groppa che andiamo in un posto dove nessuno ci può scoprire» tirandola per un braccio.

«Non posso, è troppo pericoloso mio marito è in città» piagnucola.

«Se non ti sbrighi ti rapisco, non sto scherzando, ti porto via con la forza».

Rezia mi guarda sorpresa, poi guarda l'asino, lo indica col dito e scoppia a ridere:

«Con quell'asino!»

Esaurita la risata un'ombra di preoccupazione le attraversa il viso:

«Attento Vanesio, mio marito ti ha già denunciato!»

«Vanesio è il mio soprannome, a Venezia mi conoscono tutti come Petrangesio, il mosaicista della Basilica d'Oro, e non me ne importa un fico delle denunce di tuo marito, se è per questo sono già ricercato dagli sbirri dell'Inquisizione».

«Cosa?»

«Sono reo contumace, a Venezia avranno già bruciato la mia statua».

«Che cosa hai combinato?»

«Mi hanno trovato in casa un manoscritto proibito».

«Lo vedi, il nostro amore non può avere futuro, tu sei solo un avventuriero senza scrupoli» sentenzia con alterigia.

«Avventuriero per forza è chiunque va pel mondo in disgrazia della sua patria - scandisco lentamente in tono ferito -. Dal giorno della mia fuga da Venezia sono un uomo in preda al tormento, non mi rassegno a vivere in nessun luogo, se non oggi qui e domani altrove. Ho pace solo vicino a te».

Rézia si sente a disagio per avermi trattato con sufficienza, un'impercettibile velo di vergogna le cala sugli occhi e le sue guance arrossiscono graziosamente come due rose in mezzo ai gigli. Mi porge i fianchi chinando il capo confusa e si lascia alzare in groppa. L'asinello s'incammina e ci conduce lontano.

Sulla baia denominata Petra Tou Romiu si erge imponente un enorme scoglio marmoreo il cui bianco candore risalta sul verdeblu intenso del mare. Il vento d'occidente solleva grandi cavalloni che si gonfiano rapidi e s’infrangono sulla riva danzando vorticosi. Nei pressi del bagnasciuga chiazze di schiuma bianca ribollono di miriadi di bollicine, create e annichilate nelle fugaci fluttuazioni del moto ondoso.

Ci tuffiamo subito nelle acque della baia, le più fresche dell'isola per effetto delle correnti e di numerose sorgenti sottomarine. Abbracciati e immersi fino alla cintola ci scambiamo baci appassionati. A un tratto lei si stacca dalle mie braccia e si avvia verso la riva camminando spedita nell'acqua che le arriva sotto il ginocchio.

Da dietro la guardo incantato: il suo sedere è quanto di più perfetto abbia mai potuto ammirare, rotondo, le natiche disegnate con leggiadra armonia, ai miei occhi un autentico miracolo della natura. Rézia ancheggiando s'allontana e rompe, nella giostra di un ballo, la bella simmetria delle sue natiche gemelle.

Le corro dietro irresistibilmente attratto, mi tuffo ad afferrarla per le caviglie, la sbilancio, e la faccio ruzzolare con le braccia protese in avanti. La sua buffa posizione è un invito ad approfittare, avido le blocco le anche a pelo dell'acqua e le mordo la carne molle dei glutei. Lei lancia un gridolino di dolore immaginario, mi sfugge, ma mentre drizza le ginocchia per rialzarsi... un'isola bruna fa capolino dove finisce la fessura che le divide le chiappe, Rézia ride e scappa via proiettando alti cerchi di schiuma all'intorno. Rinnovo la rincorsa.

Raggiunta alle spalle, la blocco in piedi nella morsa delle mie braccia, incollato alla sua schiena porto avanti le mani a premerle le poppe. Poi, con la lenta pressione del mio peso la piego in ginocchio a quattro zampe. Ora posso osservare le linee dolci delle sue spalle, scostarle teneramente i capelli e mordicchiarla sulla nuca. La pelle d'oca le avviluppa il corpo in un'esile rete dalle maglie invisibili, Rezia piega la testa all'indietro, inarca la schiena in un brivido di piacere e si abbandona tutta alle mie tentazioni. Allora, gonfio di voglia, penetro nel folto dell'isola bruna, oscillando e danzando al ritmo delle onde.

Si libera impetuosa un'energia repressa. Mentre crollo prono sul dorso della mia compagna proietto lo sguardo sulla riva: vicinissimo, riluce il profilo di due manti maculati, sono due giovani leopardi, hanno il portamento altero, le zampe agili e silenziose, gli occhi verdi e taglienti come lame. Eleganti superano al trotto un tronco riverso, si rincorrono sulla spiaggia, sono la sublime incarnazione della vitalità selvaggia e aggressiva. Fredda bellezza di una energia incontenibile, unghie e zanne di una forza primordiale... pericolosamente distruttiva, forgiata nella sottile e penetrante violenza di un fascino irresistibile. Rezia è pimpante, i felini sono appena scomparsi dietro le rocce, gli domando se l'hanno spaventata, ma lei spalanca gli occhi e scoppia a ridere. Ho avuto una allucinazione visiva. Non mi era mai successo. Forse sono matto.

Nell'apprestarsi ad abbandonare le sue dolci acque, Rezia si china a sussurrarmi all'orecchio:

«Ora mi devo vestire».

In risposta raccolgo dal fondale limpido una grossa valva di conchiglia bombata e pettinata e ancora seduto nell'acqua, gliela mostro esultante:

«Eccoti il vestito!»

Divertita, prende la conchiglia dalle mie mani e maliziosa la accosta a coprire il pube:

«Mi calza proprio a pennello».

Sulla riva, mette su per primi gli stivaletti a metà polpaccio e ancora nuda inizia a lottare col vento per annodarsi i capelli, lunghi sulla schiena e belli del color del rame. Quindi si affretta ad indossare la gonna rosso mattone tutta ricamata di fili dorati, stringe alla vita la cintura a losanga e copre il capo con un ampio velo azzurro. Il vento le incolla addosso le vesti e mi vieta ancora di staccare lo sguardo da quelle sue curve.

Mi angustia vederla rivestita così alla svelta, vorrei fermare il tempo e il magico incanto di questi attimi d'amore, incatenarla a braccia alzate sull'enorme scoglio... nuda, completamente nuda ma ricoperta di splendidi gioielli. Una coroncina alta e ingioiellata ai cui lati dei pendenti di perle ricadono sulle spalle, collane di turchesi e lapislazzuli, bracciali d'argento ai polsi e sul braccio, anelli di topazi e zaffiri che luccicano sul candore della pietra.

Montiamo in sella, schiocco la lingua e l'asino si muove. E' piccolo ma robusto e il dolce peso aggiuntivo non sembra affaticarlo più del solito. Fisso avanti lo sguardo sul sentierino alberato per Paphos. Come in una favola a lieto fine Rézia è in groppa alle mie spalle ed io non posso sottrarmi al bisogno incessante di contemplarla, di confinarla entro l'immagine della sua bellezza, vestita d'acqua e conchiglie e pietre preziose, è più forte di me e mi giro a guardarla. Sorride e il suo sorriso mi persuade di aver ritrovato per sempre il paradiso, invece...

L'indomani Rézia non sarebbe venuta all'appuntamento, avrei perso bruscamente le sue tracce. Sparita! Scomparsa all'improvviso da Paphos, partita insieme a suo marito per destinazione a me ignota. Non mi resterà che vagare insistentemente per l'isola nella vana speranza di ritrovarla.


* * *


In quel tempo Cipro era un regno vassallo del Sacro Romano Impero. Enrico I vi dominava in nome della dinastia francese dei Lusignani, ma fin dall'inizio del suo regno l'isola fu travagliata dalla lotta fra due opposte fazioni che se ne contendevano il controllo. Da una parte c'era il lignaggio del tutore di Enrico I, quel Giovanni di Ibelin che aveva esercitato il governo effettivo dell'isola durante l'infanzia del re, dall'altra parte c'era la fazione rivale di Amalrico Barlais e dei suoi quattro baroni.

Nel luglio del 1228 l'Imperatore Federico II intervenne attivamente nella faida fra le due famiglie, cogliendo l'occasione della sua tappa a Cipro durante la crociata in Terra Santa. Lo spunto fu dato da un sontuoso banchetto organizzato in suo onore dagli Ibelin nei pressi di Limassol, nel grande castello fortificato di Kolossi. Quella festa divenne tristemente famosa perché guastata dall'ingresso degli armigeri imperiali a spade sguainate. Giovanni di Ibelin fu minacciato di arresto se non avesse fatto atto di sottomissione incondizionata all'Imperatore e consegnato tutte le fortezze. Di malanimo, gli Ibelin dovettero riconoscere la sovranità di Federico II su Cipro e accettare di dare i loro figli in ostaggio, ma non appena l'Imperatore ripartì per la crociata essi ruppero la pace loro imposta e ripresero le armi contro Amalrico Barlais.

Dalla Terra Santa Federico II spedì in risposta il contingente di Etienne de Botron che piegò gli Ibelin e li cacciò dall'isola con tutta la loro consorteria. In tal modo l'Imperatore poté affidare ufficialmente la tutela del giovane Enrico I ad Amalrico Barlais, che acquistò la reggenza dell'isola mediante una forte somma in denaro. Malgrado ciò la contesa fra le due famiglie era solo apparentemente risolta, il lignaggio degli Ibelin covava un odio duraturo nei confronti degli avversari e la rivincita non si fece attendere. Nel luglio del 1229, gli Ibelin fecero vela per l'isola assetati di vendetta, sospinsero nel nord dell'isola Amalrico Barlais e attaccarono le formidabili piazzeforti in cui si erano arroccati i suoi quattro baroni. Ne seguì uno strascico di rappresaglie all'insegna del più bieco terrore e soltanto adesso i combattimenti andavano scemando con l'ormai pieno controllo di Cipro da parte del lignaggio vincente degli Ibelin.

Nella faida di Cipro i crociati Ospitalieri si sono schierati dalla parte vincente e contro il protetto imperiale Amalrico Barlais. Ciò è la conseguenza dei dissapori avuti con Federico II all'epoca della crociata in Terra Santa durante la quale, in ossequio alle direttive papali, essi avevano manifestato una palese e caparbia opposizione all'Imperatore scomunicato.

Proprio in questi giorni assolati di giugno, gli Ospitalieri hanno piegato l'ultima sacca di estrema resistenza che avversava le loro truppe asserragliate nell'antica fortezza di Kolossi. I crociati l'avevano edificata dopo averne ricevuto le terre da re Ugo, il padre di Enrico I, ed ora Kolossi di Limassol è la sede incontrastata della Commandaria dell'ordine cavalleresco degli Ospitalieri.

Ma non tutti a Limassol sono prodi cavalieri a cavallo, c'è anche chi come me deve accontentarsi di girare in groppa a un asino. Col mio fedele compagno ho percorso alla ricerca di Rézia una trentina di chilometri lungo la costa a sud est di Paphos e ora imbocco la strada che conduce sotto le mura merlate del castello di Kolossi. Gruppi di Ospitalieri sfrecciano a cavallo, le otto punte della croce di Malta sventolano bianche sul nero dei lunghi mantelli. Sono armati di tutto punto con lancia, spada, scure da combattimento e pugnale, e lanciati al galoppo frustano con le briglie il collo dei cavalli, enormi cavalli da guerra alti al garrese quanto il mio mento. Si solleva un turbine di polvere e gli zoccoli schizzano il terriccio sulla mia tunica azzurra mentre, intimorito, scosto l'asino ai lati della strada.

C'è in giro un gran fermento, gli ultimi irriducibili ribelli di Amalrico sono caduti nelle mani degli Ospitalieri. Si dice che alcuni morti giacciano ancora sul campo, resti del fallito contrattacco ai bordi della fortezza. Costeggio tutt'intorno le alte mura esterne e curiosando direttamente nei luoghi degli scontri vedo poco distante una macchia di rosso, spicca in primo piano sul fogliame di un enorme mandorlo secolare addossato alla facciata posteriore del castello, è il colore smagliante del panno carminio che ricopre una maglia ferrata. Appartiene ad un cavaliere impiccato a testa in giù, con le mani legate dietro la schiena, appeso per una sola gamba ad un grosso ramo dell'albero. E' un uomo d’età matura, la corporatura è massiccia e la sua altezza sembra superiore alla media. In terra, appena sotto la sua testa giace lo scudo, una rosa rossa in campo bianco con sei giri concentrici di petali.

Scendo dall'asino e mi avvicino ai rami del mandorlo per costatare se l'uomo è morto. La sua chioma bionda pende sciolta in giù, intrisa di sangue. Mi giunge alle narici l'odore del sangue raggrumato. Ha la faccia gonfia, bluastra, però... osservandolo attentamente mi sorge il dubbio che possa essere ancora vivo.

Qualcosa luccica in alto sotto il fango degli stivali, concentro lo sguardo tra i raggi che filtrano attraverso il fogliame e mi accorgo dei suoi speroni d'oro cesellato. E' molto strano che gli aggressori non se ne siano appropriati, forse avevano fretta oppure sono stati vittima di un attacco inatteso. Decido di impadronirmene subito, prima che attirino l'attenzione di qualche altro crociato di passaggio.

Controllo che non mi veda nessuno, rimonto sull'asino e tolgo agevolmente lo sperone dal piede che penzola libero a ginocchio piegato. Poi, stando in piedi sulla sella, cerco di slegare il nodo gordiano che lega alla caviglia l'altro piede e ne blocca lo sperone. Quel nodo è un intreccio formidabile di corde, sotto il peso del corpo si è stretto tenacemente ed è impossibile scioglierlo. Rinuncio ad inutili sforzi e avvicinate le spalle dell'impiccato alla groppa del mio asino, recido col coltello la corda che pende tesa. Guidando la caduta del cavaliere sono riuscito a adagiarlo riverso sulla sella, anche se sotto la spinta del contraccolpo ruzzolo in terra. Mi rialzo. Gli tolgo lo sperone rimanente e lo infilo nella borsa della sella, insieme all'altro.

Nel mentre sono indaffarato a richiudere la borsa odo una voce imperiosa alle mie spalle:

«Che stai facendo?» due crociati Ospitalieri mi fissano minacciosi, immobili sui loro giganteschi cavalli.

«Lo sto portando a cristiana sepoltura» rispondo loro compunto e senza badarli ordino all'asino di muoversi. L'asino non vuole fare un solo passo in avanti, si intestardisce, qualcosa deve averlo spaventato. Lo tiro con forza per le briglie. Niente da fare. Devo tirarlo per le orecchie perché alzi lo zoccolo e cominci a muoversi. I due crociati si scostano e mi lasciano passare mentre mi allontano dal castello.

Nei dintorni la vegetazione spoglia ispira una selvaggia desolazione. Potrebbe essere il luogo adatto per seppellire il cavaliere, sempre che sia morto. Comunque nel dubbio è meglio aspettare un po', per non rischiare di seppellire cristianamente un uomo vivo. Durante il tragitto il cavaliere va assumendo un colorito più roseo e a un certo punto mi pare che sollevi il torace sotto la maglia ferrata: sorpreso balzo giù dall'asino, metto il palmo della mano davanti al suo naso e colgo un impercettibile alito di respiro, miracolosamente è ancora vivo.

In fretta mi dirigo al monastero di Sant'Elena. Questo sorge poco distante, sulla riva di un lago stretto entro una breve penisola, il luogo di fondazione scelto dalla madre stessa di Costantino. Dentro il chiostro fiorito del monastero chiedo aiuto a un giovane frate francescano e adagio il cavaliere sul soffice tappeto erboso, sotto i rami spinosi di un grande arbusto di melograno. L'albero dalla corteccia rosso grigiastra ha un fusto contorto, si erge vigoroso per almeno otto metri e l'ombra della sua folta chioma può fornire al ferito il necessario refrigerio.

Il cavaliere riprende coscienza e spalanca occhi di un colore grigio cinereo. Allora alzo la mano tra le foglie oblunghe del melograno e ne colgo il frutto tondeggiante. Tolgo la buccia gialla arancio soffusa di rosso e metto in bocca al cavaliere alcuni semi succosi che gli danno sollievo. Per farlo respirare meglio gli levo la maglia ferrata:

«Spiacente cavaliere, non c'è una dolce damigella a toglierti l'armatura e a curare le tue ferite, ma perlomeno qui sei al sicuro, siamo in un monastero».

Da pallide e bluastre che erano, le sue labbra hanno adesso il colorito rosso acceso del rubino, il cavaliere sembra ritornato pienamente in sé e quindi mi azzardo a domandargli:

«Ricordi qualcosa di quel che ti è successo?»

Egli solleva il tronco e porta la mano alla testa:

«Hélas, mi hanno fracassato la testa, ho percepito uno strano ronzio e ho perso conoscenza».

Parla in volgare francese, lingua peraltro non molto differente dal veneziano; il frate traduce le parole che mi risultano incomprensibili e così riusciamo ad intenderci a sufficienza.

«Rammenti, - gli domando - quando eri appeso all'albero?»

Corruga la fronte spaziosa e mi fissa sgomento con il suo sguardo adamantino:

«Quale albero? Ah si, mi pare, ma ero in bilico tra la vita e la morte, ricordo soltanto delle strane visioni».

«Sforzati di ricordare, - insiste il francescano - si dice che in punto di morte ai giusti venga incontro un angelo del Paradiso».

«Altro che Paradiso, mi ritrovai a galleggiare dentro un tunnel tenebroso, quella galleria sembrava senza fine, era il ventre di un enorme drago. Ho estratto la spada dal fodero e ho cominciato a menare colpi a destra e a manca contro le pareti del suo stomaco».

«Ostreghéta, deve aver preso una bella botta in testa» commento.

«Il drago si contorceva rabbiosamente sotto i miei colpi, le pareti del suo stomaco rimbombavano di conati spaventosi e a un tratto fui vomitato fuori dalle sue fauci. Il mostro mi abbandonò su una riva brumosa e si allontanò nel mare agitando le zampe a forma di pinna e la sua lunghissima coda. Era buio. Come un naufrago feci qualche passo di perlustrazione e vidi una cosa incredibile».

«Lo spirito di un defunto?» chiedo.

«No! Nell’oscurità della notte un uovo lucente scendeva dalla luna sospinto dal vento. Oscillava leggero e man mano la sua luce si ingrandiva nel cielo».

«Ti è caduto in testa?» accenno.

«No! Appena toccò terra una luce bianchissima avvolse ogni cosa ed io corsi entusiasta alla ricerca del suo punto d'impatto. Lo trovai, l'uovo era adagiato su uno stupendo tappeto di rose dai petali candidi, lucenti e profumati, e... semiseduta sull'uovo c'era un'amazzone, la sua armatura era così rossa che arrossava gli occhi a fissarla e lo scudo era anche più rosso del fuoco, illuminato dalla torcia splendente che stringeva tra le mani:

Non è ancora giunta la tua ora. Hai un compito da svolgere! mi ha detto.

Ero in bilico sul punto del non ritorno eppure mi attardavo indeciso e riluttante, stavo mille volte meglio là dove ero: il candore di quel luogo mi comunicava una serenità perfetta e una beatitudine senza confronti.

Gli istanti cominciarono a stirarsi, l'amazzone alza a due mani la torcia sopra la sua testa e lentamente con un movimento molto molto rallentato, va a colpire l'uovo. Vedo frantumarsi a poco a poco il guscio e l'urto proiettare intorno degli schizzi di sangue. Grosse gocce gocciolavano nell'aria descrivendo lentissimamente una parabola finché esplodevano sulle rose, ne piegavano i gambi e intrisero i loro petali.

Il tempo torna a contrarsi. Rapide, le corolle assorbono il sangue, lo bevono come avide bocche dalle labbra vellutate, agitano i petali come lingue, le spine come denti e il loro colore si muta da bianco in rosso vivo».

«Le rose ti hanno divorato?» azzardo.

«No! D'improvviso vengo proiettato sopra i rami del mandorlo, levito qualche metro sopra il mio corpo che penzola impiccato a testa in giù. Sono spettatore indifferente e distaccato dei quattro crociati che percuotono il mio petto con le mazze».

«Ma poi sei tornato dentro il tuo corpo?» chiedo.

«Sì, poco dopo fui risucchiato all'interno del mio corpo» fissandomi sprezzante.
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