Dacia Maraini

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Messaggioda birillino8 il dom mag 06, 2007 11:22 pm

[align=center]Villa Valguarnera

Tu credevi che la violenza fosse forza
saltellavi a piedi nudi sul pavimento di mattonelle
gialle, tu credevi che, ma è fragile, labile il tuo,
inventavi giochi verbali per nascondere la paura
la tua anima di feltro, mussolina, seta cruda
nell'assolato cortile della coscienza ci siamo guardati
noi due, il caffè amaro indigesto del bar di via
Ruggero Settimo sul palato, tu verrai da Napoli domattina
i bianchi corpi disfatti dei libri sotto il braccio
seduto su uno scalino, le mani in tasca, non ti accorgevi
che era finita la benzina, l'inesperienza covava, ero
già pronta alla scissione, ti porterò via di qui, a Roma
ti chinavi a guardare le melanzane tagliate come fiori
e cucinate come uccelli, abbiamo abitato sul mare
a Santa Flavia e a Bagheria, culla materna, erna
don't be silly, mangia, ti mostravo le gambe tonde
muscolose, la nonna entrava molle fulgente, il cane
bianco in braccio e gli smeraldi al collo, ti prometto
che andremo tu ed io a Roma, le vene sclerotiche della
memoria indurite ostruite, lunghe mucche di sangue
ho imparato su una macchina da scrivere, te lo giuro
le spampinate rose, i gelsomini di villa Valguarnera
mi pare che forse un giorno andremo a Roma, dove la vita
è forma ed è calore, avevi la faccia avara allora e pudica
e docile, ti divertivi con giochi venefici sofistici
adulterati, la nonna spiritualista tu la odiavi, per
la sua dieta al latte, il cagnolino bianco sul lenzuolo
gli smeraldi nelle pieghe della carne, tu spiavi la presenza
ossuta, rossastra della villa fra i carrubi di cuoio e
i limoni d'argento, c'erano dei disegni metafisici in un
cassetto, are you coming tomorrow, orrow? il trionfante contorto
albero genealogico da cui tu sparuto cavallo mongolo
eri escluso, l'avvocato Carnevale, candidato liberale
la nonna in millecento, l'ermellino digestivo sulle
spalle, la grottesca disperazione aristocratica di chi
non saprà mai di sé né dell'unguento che tinge
di nero la punta delle dita, l'avvocato è entrato
ha salutato, con la mano e col petto, cara duchessa
dice, si allunga, smuore, il prezzo è stato stabilito
tu verrai da Napoli domattina, Bagheria è sfiatata
non sai, con i mobili dentro e l'argenteria? chiede
gli smeraldi incappucciati, la villa ora è venduta, pezzo
a pezzo, i marmi, le sedie arricciolate, i quadri antichi
e noi vittime una volta dopo avere tanto, l'avvocato
Carnevale procurava voti alla DC, tu lo sapevi e
fingevi, la Sicilia ti era estranea e i suoi intrighi
ce ne andremo a Roma, dove la vita è libertà di vita
l'orgoglio furibondo e la vile passività spagnola
forestieri per te, li ignoravi, la nonna ha ottenuto
un vitalizio, tu guardavi il mare d'onice pulito
la schiena rivolta contro i morti giardini dissacrati
domattina tu verrai da Napoli e partiremo insieme [/align]
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Messaggioda birillino8 il dom mag 06, 2007 11:23 pm

[align=center]Ho in mente un diluvio dolce

Ho in mente un diluvio dolce
una leggera caduta di sassi
forse quell’uccello chiaccherino
che ieri mattina si è fermato sul ramo
sotto la mia finestra,
con le scarpe da suora ai piedi
salirò su per i viali ventosi
tanti vestiti appesi
tanti colletti flosci
sotto il lume un uomo legge
seduto con le mani in grembo,
l’insegna dei tabacchi
butta una luce quadrata,
il passo cauto del gatto
lascia dei triangoli bagnati sull’asfalto
aspetto che torni un uomo
che ho amato un milione di anni fa.[/align]
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Messaggioda birillino8 il dom mag 06, 2007 11:25 pm

[align=center]Zinnie

all' astrazione, ecco siamo arrivati
moderno padre di biscotto, non dovremmo
mai dimenticare, minuto per minuto che,
non erano zinnie quei fiori alti e ruvidi
i petali di carta, tu fumavi foglie di
ciliegio, era novembre, intorno a noi il
recinto, all'astrazione noi per paura
della verità che è nei ricordi, abbiamo
provato a mangiare anche le ghiande, i
serpenti bolliti, una sera, ti ricordi,
l'incendio della fabbrica e le bombe
di coppale contro il cielo chiaro e
consumato, a testa china sotto un tetto
di rami secchi e terra nera, avevi rubato
una cipolla, cerca di non distrarti,
la fierezza gelida ti incanta i
lineamenti, una cipolla cotta fra le
ceneri, sbarbata, trasparente, tiepida
credo che l'abbiamo divisa in due, una
metà marmorea mi riempiva il palmo
rovesciato, la guerra finirà, dicono
e la vittoria dei tedeschi, noi muti
increduli, le gambe esulcerate, i petti
cavi, noi che lo scorbuto, il vento
portava puzza di bruciato, le finestre
battevano, occhiaie senza bulbo, in una
mistica comunità giapponese, dove le
colline di giada e i sentieri di miglio,
tu non ami ripetere con me il cammino
verso il fondo dell'infanzia, lo so
che sei timido e sbadato, che chiudi
gli occhi al grido delle iene in amore
fra le risaie impellicciate, noi chini sulle
cimici, i dolci pavimenti di rafia
imputridita, se tu, se noi, una volta
liberi dalla vergogna di ricordare
erano zinnie quelle corolle aspre, dai
colori tersi e l'occhio poteva contare
i campi bianchi e gli abeti viola dietro
il filo di ferro attorcigliato, dicono che
gli alleati, in volo su Tokio e Kobe,
i vetri rotti mi caddero sulla schiena,
credevo che il mondo e io fossimo una
cosa sola, lo sfavillio delle zinnie
finì con la fine dell'estate e
nell'oscurità del mio ventre assopito
una volontà d'amore, tu raccoglievi i
funghi velenosi e li bruciavi sui carboni
accesi, dicono che il Giappone è vinto
che gli aerei inglesi e americani, io
continuavo a credere, come il baco nella
sua seta, come il pisello nel suo guscio
che il mondo e io in una lunga solidarietà
amorosa, ma rotti i voti e rotte le scorze
dell'uovo protettore, ero improvvisamente
sola e nuda e vergognosa di me, gli dei
dorati, l'odore dolce e acido degli
escrementi umani, intorno al tempio dove
noi, imprigionati, aspettavamo la fine
della guerra, non so se erano veramente
zinnie quei fiori irti e secchi, il mio
occhio di bambina si spalancava muto e acceso,
senza poter vedere ma pur vedendo
ciò che poi non potrà più non vedere [/align]
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Messaggioda birillino8 il dom mag 06, 2007 11:28 pm

[align=center]Una notte odorosa


Una notte odorosa
e le luci sono spente
l’aria quieta vibrante
vieni vieni mio vampiro
saremmo tu e io soli in casa
mi denuderò il collo
chiuderò gli occhi al morso
tratterrò l’urlo quando
i denti bucheranno di sbieco
la carne tenera e nuda
vieni vieni mio vampiro
è già quasi mezzanotte
le finestre sono aperte
non ci sono ágli appesi
né crocifissi al muro
né cuori immacolati di Gesù
a far da guardia ai sensi
soli tu e io, io e te
ci guarderemo in faccia
forse un sorriso complice, cortese
in quelle arie stagnanti
porgerò il collo docile
ai tuoi denti amati
vieni vieni mio vampiro
la notte è mite e odorosa.[/align]
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Messaggioda birillino8 il dom mag 06, 2007 11:32 pm

[align=center]Le mie notti


Le mie notti
all'arancia amara
erano abitate
da goffe balene bianche
e serpenti volanti,
conoscevo il dondolio
delle tende color latte,
ho piantato un nespolo
nella ciotola del cane morto
ne è venuto fuori un alberello
storto e arrabbiato
che chiamerò estinzione
le mie notti
al gelsomino dolce
come erano salde quelle ali
e liquide quelle memorie
nella lontana isola feroce
dove ogni mattina
mi svegliavo più alta
e più allegra di una spanna
le mie notti alla valeriana
sono diventate buie e sfrontate
e per quanto vada posando
la testa su cuscini piumati
in città rovesciate
dentro stanze sconosciute
non faccio più sogni di balene
le mie notti
al diazepan
mi stanno strette di spalle
come chiamerò quella rondine
che si porta nel becco la mia vita?[/align]
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Messaggioda birillino8 il dom mag 06, 2007 11:34 pm

[align=center]Insulti


E mescolare il sugo e tritare l'aglio
e aggiungere acqua all' acqua
e buttare il sale
e versare la farina
e scodellare l'occhio bullo dell'uovo
nel blu gelato del piatto
e ci insultiamo nervosamente
e il muscolo del braccio muore
e il brodo bolle scintillante di grasso
e la porta del frigorifero è aperta
e quei cerchi di debolezza
che mi bucano le palpebre
e riprendo a tritare carote
e mescolare il riso
e infarinare il pesce
e indorare le patate
e pulire il coltello
e tagliare il pane
con mani molli di fata
e ci insultiamo cocciuti malamente.[/align]
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Messaggioda birillino8 il dom mag 06, 2007 11:35 pm

[align=center]Corre il cuore

Corre il cuore senza amore
brucia la pancia senza fuoco
piangono gli occhi senza lagrime
camminano le scarpe senza piedi
mi lego una bella cintura alla vita
mangio ciliegie stesa su una stuoia
una fila di mattonelle bianche
e le impronte di un gatto
se ti amassi ancora non correrei
se avessi mal di pancia non brucerei
se piangessi non lagrimerei
se camminassi non starei ferma
mangio ciliegie seduta su un gradino
e penso a te che non pensi a me.[/align]
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Messaggioda birillino8 il dom mag 06, 2007 11:47 pm

[align=center]Maria

Maria non pesta i piedi degli altri
perché Maria è una bionda selvaggia
che venne dall'isola di Sicilia a
compiere il suo dovere maritale.
Maria fa oggi ventisette anni compiuti
e nel suo animo girondoloso c'è molto
vento e molto orgoglio accigliato.
Quando ero nella mia Sicilia ogni
giorno mi lavavo i capelli che ho
bellissimi e poi li stendevo sulla
finestra per essere baciati dal sole
e chi passava diceva: onore alla bellezza!
Ma io cantavo per la gloria mia e
non volevo né maestri né dottori,
volevo sposare Dio in persona per
ricoprire le sue nudità con la mia capigliatura.
Ma anziché Dio venne il diavolo in
forma di tappezziere e voleva che
diventavo tappezziera e cucivo il
feltro e mi bucavo le dita coi suoi
aghi mortali. C'erano delle rose
nei suoi occhi e quando rideva fiorivano
allegramente, ma io non sono traditora,
e l'ho mandato via dicendo: diavolo
scatenato, anche se odori di rosa,
hai l'anima di porco e tu non sei
affatto degno dei miei capelli d'oro.
Mia madre la santa pecorara è morta
come una vipera schiacciata sulla
testa dalla ruota più grande di un
autocarro americano. Mio padre che
è schizzinoso non volle pia mangiare.
Piangeva, ma no con gli occhi, dentro
i pantaloni, diventava magro di dolore
che perfino le galline gli beccavano
sulle scarpe senza rispetto e i vicini
lo adducevano malamente. Finalmente
lavorai nei servizi e mangiavo pane
e fiele per l'orgoglio mio che supplicava.
Potevo servire Dio, non gli usurai di Palermo
nelle loro famiglie ammantate di cannella.
L'orgoglio mio nasceva nei capelli che
a crocchia o a treccia scoppiavano sempre
come stelle filanti e al mercato dicevano:
guarda Maria la fata come si inzeppa
e morirà scannata. Proprio in quei
giorni il mio padrone salì nella
camera per impossessarmi e io non
volendo andò a spiaccicare il seme
suo sui vetri della finestra chiusa
con bestemmie d'amore e di struggimenti.
Il giorno dopo venne su la padrona
e mi disse: spogliati Maria che
voglio confrontare il tuo corpo con
il mio. Mi spogliai per ubbidienza
e perché io pensai che le donne non
hanno malintenzionamento del sesso.
E invece quanno fummo spogliate
la bella orchidea mi toccò il petto
con le mani e mi disse: guarda questo
è miele di Dio, strisciando un dito
lungo la dolcezza del mio ventre.
Pregai il Signore in ginocchio
piangendo e scappai via di casa la
mattina dopo con un sacco bianco
di penitenza pieno di gioielli e
argenteria trafugata: forse fu il
diavolo forse fu il Signore, non
lo seppi allora e non lo so ancora,
mi disse in un orecchio: porta via
ogni bene loro per punizione, Maria per
punizione della loro lubricità. Vissi
di nascosto da una amica a Marsala. vendetti
pezzo a pezzo tutte le mie ricchezze
guadagnate col disprezzo della lussuria.
La sera al tramonto mi lavavo i capelli
e li stendevo al balcone, goccia a goccia
perché tutti dicessero: Maria la bella!
Ma Marsala è lenta e sciocca e nessuno
mi guardava né mi parlava e la mia amica
poi morì di crepacuore per un
cretino dalle gambe corte e il naso
gonfio e mi lasciò per strada senza
amicizia e senza soldi, con tanti dolori.
Fu proprio alla stazione che incontrai
l'Arcangelo Gabriele. Era vestito a
lutto e sopra gli occhi teneva un paio
di lenti affumicate dietro a cui le pupille
erano di fuoco. Aveva pure un bell'anello
d'oro al dito e due scarpe lustre e nuove,
che camminando facevano patatrac. Mi innamorai
di botto e caddi ai suoi piedi e gli bagnai
di lagrime la scarpa specchiante e fredda
e lui forse ebbe pena forse amore, mi disse:
chi sei tu bionda sicilia e dove vuoi partire?
Gli detti subito il mio cuore in donazione
ardente e lui, da gran signore, lo buttò via,
sorridendo graziosamente coi suoi cento denti
d'argento. Ma io glielo lasciai e pronta ero a
seguirlo a quattro zampe per tutta l'Italia
il mio arcangelo Gabriele dalle lenti affumicate.
Ci amammo per una notte di gioia in un
albergo accanto a cortei di principi e di
dragoni, con magnolie sul letto e grappoli
d'uva che gli schiacciavo sulle palpebre.
Il mio arcangelo, il mio regale consorte
era ebbro di noia e io deliravo selvaggia
senza pudore né onore sopra un lenzuolo
di anice, astringendo il suo corpo
inviolato e puro come una statua di
cera indurita dal gelo dei miei baci impauriti.
L'indomani mattina era già finito e
l'arcangelo volò nei suoi candori
e io affacciai i miei capelli attorcigliati
perché respirassero un poco al sole,
ma la pace era finita e adesso dopo la
contentezza veniva la tristezza nera.
Solo quell'arcangelo Iddio mi mandò
per assaporare cos'è il fulgore e
poi dannarmi tutta la vita e ricercarlo.
Venni a Roma dietro invito di una
dama altolocata come serviziante a
domicilio e dormii e mangiai tre anni
smarriti di cui ricordo solo il sapore
del rabarbaro contro la costipazione.
Venne un isolano, un cane rognoso, nero
ispido, robusto. Mi seguiva di giorno,
mi aspettava di notte, per mesi e mesi.
Non vedevo che il suo corpo tozzo e le
sue mani da scimmia aspettarmi pazienti.
Mi piaceva di lui che non parlava; mi
guardava soltanto e faceva parlare gli
occhi di lupo affamato e quelle mani nere
che volevano carezzarmi e poi affogarmi.
Quel silenzio mi fece comprendere che
non era un servo del diavolo e neanche
un impostore. Un siciliano come me, senza
talento ma pieno di orgoglio e vendicativo
che aspettava un cenno di Dio per buttarsi
a mangiare carne d'uomo o per placarsi per
sempre come un pesce morto, tranquillissimo
e puzzolente. Con questo barbaro mi sono
unita nella santità del matrimonio per
ubbidienza al Signore senza amore alcuno.
Mi furono regalati: un frigorifero da venti
litri, un comò francese di legno stagionato,
un televisore a tredici pollici, un servizio
di cristalleria di Standa e un letto a due piazze.
Mi fu dato il benservito e pure la buonuscita,
perché ero stata una donna onesta e fiera
e i signori mi tenevano in palmo di mano,
come una figlia. La bocca mia ringraziava
allietata e vana. Solo i capelli miei
piangevano e si coprivano di ragni
polverosi. L'oro dei miei capelli è morto
con questo matrimonio, in una notte sola
di tormento. Il marito mio non accettò
che io ero stata con un altro e mi cacciò
come un cane dentro la strada piovosa.
Camminai, mi ammalai, fui messa in ospedale
e per un mese feci sogni di giardini d'acqua
dove io galleggiavo serenamente mentre che
i miei capelli si riempivano di scintille
e volavano verso l'amore mio il quale avanzava
a passi di cammello. Era vestito a lutto
e portava gli occhiali scuri; lo vedevo
nell'atto di spezzarmi il cuore con due
dita per poi gettarlo via con noncuranza
assassina. Quando mi svegliai nella fleboclisi
mi trovai accanto quel grugno barbaro
di mio marito l'avaro e ci sputai in
faccia per concepimento di odio giusto.
Ma più io l'odiavo e più lui mi amava
e lavorava mattina e sera e notte per
potermi comprare la carne tenera e il
prosciutto di porco giovane e il burro di latte
e il vino di Barbera. Mi lavava i capelli
in una tinozza con le sue lagrime e poi
li asciugava col suo fiato e finché
tornai a fiorire e ingrossare non mi
tormentò mai un istante. Poi nacque il
figlio nostro che si chiama Salvato
perché fu salvato dalla malvagità del
mondo facendogli una fattura di erbe
gialle e fegato di rana e olio santo
poco dopo che nacque sul ventre nudo
di sua madre da una mammana che per
questo si prese otto mila lire sane.
Il marito mio non è cattivo, quando
trova lavoro fa pure il suo dovere e mi
ama veramente come una moglie ma è scontroso
e quando mi vede ridere mi abbastona.
Io credo che morirò presto perché quando
mi hanno aperto il petto hanno trovato
le mie viscere che buttavano boccioli
allegramente e perciò credo che ho
la vita segnata, forse qualche anno forse
di più. Non mi dispiace di lasciate il
figlio e neanche mio marito. Mi dispiace
per il mondo che è profondo e dà
molto da pensare. Mi addolora di portare
questi miei capelli belli dentro una tomba.
Perciò anzi ho pensato di farmeli tagliare
come un soldato e di venderli, forse anche
una diecina di mila lire ne sarei contenta.
L'unico dubbio è: se poi finisce il mondo
e suonano le trombe fiammanti nella
valle di Gerico, potrò andare incontro
al mio arcangelo Gabriele dagli occhiali
affumicati con i capelli rapati a tavolaccio? [/align]
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Messaggioda birillino8 il dom mag 06, 2007 11:51 pm

[align=center]Una testa di medusa

una testa di medusa
il seno mutilato la giacca sulla sedia
una piatto sporco nel lavello
un libro aperto le cinque dita unte di grasso
chiudo gli occhi
immagino di nuotare
la veranda butterata le aiole deserte
l'intoppo è qui in questo piatto sporco
nello scaffale laccato
una fila di bicchieri diseguali
tredici anni di abitudini casalinghe
le vene gonfie di esperienze callose appiccicose
una testa di medusa la giacca sulla sedia
ho mangiato troppi falli di zucchero
ho bevuto troppe gassose di sangue
ho camminato lungo mattonelle spaiate
in quiete giornate di lampadine nude
ho scritto migliaia di parole senza coda
il mio passato di cruda vivanda
è tutto qui in questo piatto fondo
che affoga lentamente nel lavello di ghisa
bianco cielo contro bianco sapone
immagino di nuotare
voglio tornare indietro
verso l'allegria del futuro
la mia faccia è segnata dalle
ombre fonde della memoria
la mia passione si riflette storta
in questo piatto immerso
nei liquidi acrilici inquinati dal vuoto[/align]
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Messaggioda birillino8 il dom mag 06, 2007 11:52 pm

[align=center]Diotima


Diotima è raffreddata, ha un buco nel petto
Diotima ti manda dei dolci di terracotta
di che hai paura la pazzia non è un gioco
uomo pieno di qualità
ma una tetra realtà senza fili
perché vuoi chiuderti in manicomio?
le pistole che hai visto servono
per punire gli uccelli di essere vivi
non ti sveglierò se vuoi non chiederò
al buon dio di mandare la pioggia
non userò la sveglia delle dita
e neanche quella delle parole
ti lascerò camminare sorridente
nel tuo sogno perverso
non voglio che tiri fuori le tue esperienze
dalle vetrine scintillanti
non voglio che ti innamori
di quelle pistole sventate
non voglio che hai paura del telefono
non voglio che ti perdi dentro di me,
tu credi nelle cose eterne
negli amori felici
nell'ordine dei sensi
nelle stelle fisse e quiete
nelle uova lisce delle galline d'oro
nel candore fosforescente della famiglia
nella fedeltà dei cervelli amici
nella luce dei tetti
nella crudeltà perfetta
del patto matrimoniale
ora non dire che impugnerai
le pistole che ti legherai
una corda al collo
che metterai un piede in fallo
che mangerai del veleno color ametista
che ingoierai un coltello
che diventerai un nano di sabbia
non mi dire che niente può essere
che non deve essere uomo pieno di qualità
non mi parlare di fantasmi che
ti saltano sul cuore e di pensieri
morti e di desiderii troppo salati
io non credo all' amore felice
agli orecchini di perle
alle gardenie di zucchero
alla gioia che aspetta nel letto
al miele dei sensi pacificati
al tuo fiato che si innesta nel mio
dentro un gelido anello d'argento
io voglio giocare morire e rinascere
voglio mangiarti le labbra
mandarti via e poi correrti appresso
chiamarti e poi non dirti niente
voglio scavarti nelle orecchie
ingoiarti i pensieri
voglio sedermi sulle tue mani
come una tigre assonnata
non mi chiedere tranquillità
e un piatto di fiori fritti davanti
non mi chiedere di fare un figlio
o di dividere il tuo cuscino
o di mangiare nel tuo cucchiaio
non ti sveglierò se vuoi
non ti porterò via ai fantasmi
voglio che mi ridi in gola
voglio vedere gli occhi turchini
che si squagliano di allegria
dammi la mano non gridare
sputa per terra balla con me[/align]
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Messaggioda birillino8 il dom mag 06, 2007 11:53 pm

[align=center]Dimenticato di dimenticare


dimenticato di dimenticare
che era buio e lui era morto
il peso dei suoi piedi sulla pancia
non mangiavo più che aria
il cavo delle mani sotto l’acqua
dimenticato di dimenticare
che lui non c’è e sono io che muoio[/align]
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Messaggioda birillino8 il dom mag 06, 2007 11:54 pm

[align=center]Mangiando pane


languidamente mangiando pane
abbrustolito col pomodoro
e l'aglio mi parli di tua
moglie che «è moralista e
non sa niente di sé», dici e
mi prendi la mano con la mano
mi guardi concentrando
la tenerezza della pupilla
marrone sciolta al vapore
«ma lei lo sa di me»?
ti chiedo e tu affondi
i denti nel pane croccante
e mi accarezzi il braccio
con due dita bagnate
«non potrebbe capire, è gelosa»
e intanto mastichi irrequieto
e poi dici che faremo l'amore
fra poco dietro un cespuglio
se non troviamo un altro posto
il pomodoro ti cola
sul mento e hai le ciglia lunghe
fitte e bellissime e mi lecchi
l'angolo della bocca con la lingua
tonda e scura e mi dici ancora
la voce a tubo tenera «mia moglie
è una bambina devo insegnarle tutto».[/align]
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Messaggioda birillino8 il dom mag 06, 2007 11:54 pm

[align=center]Una bambina


una bambina
dalla faccia di lupo
quegli occhi malati
quel ventre bianchissimo
quelle labbra feroci
quei seni stretti e bui
quelle lunghe gambe dolenti
quel sorriso che mi innamora
di donna savia, un po' stanca
già prima di cominciare
una bambina
dalla faccia di mongola
le trecce bionde salate
quando le calerai giù dalla torre
perché mi possa arrampicare?
quelle dita di ragno
quelle spallucce cascanti
quelle guance di marmo lucenti
quel furore pigro che cova nelle viscere
io la stringerò a me
prima che scappi
lascerò che mi pianti due denti nel collo
mentre la tenda bianca sbatte sul muro
e il lenzuolo si torce e manda
un profumo di gelsomini schiacciati[/align]
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Messaggioda birillino8 il dom mag 06, 2007 11:55 pm

[align=center]Un cane e una donna


di un cane e di una donna
che insieme camminavano nel
fondo di pensieri lunatici
e mangiavano pomodori verdi

di un cane e di una donna
che insieme correvano
dentro una macchina celeste
a piedi scalzi lei, lui addormentato

di un cane e di una donna
che andavano scontrosi
scambiandosi occhiate di sospetto
lei si mangiava le unghie
lui guardava nel vuoto[/align]
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Messaggioda birillino8 il dom mag 06, 2007 11:57 pm

[align=center]Disse no al marito

si infilò le scarpe da ginnastica
e andò viaggiando per il mondo
una donna di settant'anni
dai grandi occhi viola[/align]
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birillino8
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