Vittorio Alfieri

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Vittorio Alfieri

Messaggioda birillino8 il lun set 03, 2007 9:08 pm

[align=center]Vittorio Alfieri

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Vittorio Alfieri nacque il 16 gennaio 1749 ad Asti e morì a Firenze l'8 ottobre 1803.

Considerato il maggiore poeta tragico del Settecento italiano, ebbe una vita piuttosto avventurosa, diretta conseguenza del suo carattere tormentato che lo rese, in qualche modo, precursore delle inquietudini romantiche.

Egli ripercorse il suo cammino formativo in un'autobiografia intitolata Vita che cominciò a scrivere intorno al 1790 (l'autobiografia era un genere di moda nel diciassettesimo secolo, valgano gli esempi delle Mémoires di Goldoni o delle Memorie del Casanova).

La Vita va però considerata come un racconto retrospettivo, una "riscrittura" a posteriori della propria esperienza esistenziale, dove quindi la realtà viene a volte forzata per conformarsi al pensiero dell'Alfieri ormai poeta maturo. Non mancano infatti le componenti agiografiche, visto che il proposito latente dello scrittore è quello di rapportare la propria vita alle vicende tragiche dei protagonisti delle sue opere: fornire di sé un ritratto eroico, quello di un uomo che ha lottato contro il destino e contro la società per poter affermare il proprio talento.

Tutti questi elementi debbono indurre a valutare criticamente la narrazione della Vita, e a rianalizzare le esperienze di Vittorio Alfieri in base ai dati biografici certi, in modo da non far sovrapporre le vicende reali dell'uomo alle "gesta" dell'eroe tragico.

Nato ad Asti, dunque, da famiglia nobile, dal 1758 al 1766 frequenta l'Accademia militare di Torino, considerata uno dei migliori collegi d'Europa, con risultati mediocri (nell'autobiografia di questi anni l'Alfieri parlerà come di anni di "ingabbiamento" e di "ineducazione"). A conclusione degli studi viene nominato alfiere dell'esercito regio ed è assegnato al reggimento provinciale di Asti. Da questo momento comincia una lunga serie di viaggi: Alfieri passa da un paese all'altro (e da un amore all'altro) senza requie, visita prima l'Italia e poi l'Inghilterra, la Francia, la Prussia, l'Olanda, la Scandinavia.

Questo continuo vagabondare termina nel 1775, l'anno della "conversione" alla letteratura: rinnegando i dieci anni precedenti di "viaggi e di dissolutezze" l'Alfieri torna a Torino, completa una prima tragedia, Cleopatra, e si dedica furiosamente allo studio. Il successo della rappresentazione di Cleopatra lo sprona a dedicarsi alla carriera di scrittore tragico; negli anni successivi scriverà le sue maggiori tragedie: Antigone, Filippo, Oreste, Saul, Maria Stuarda, Mirra, tra le altre.

La tragedia è la forma artistica da lui prescelta perché la più adatta a rappresentare la sua concezione della vita basata sullo scontro tra oppressi ed oppressori, tra uomini eroici e tiranni, i quali non vanno intesi come simboli del potere assolutistico o di qualsiasi altro regime realmente esistente, ma rappresentano invece tutti quei limiti che impediscono la piena realizzazione dell'individualità umana. La libertà, che è il motivo trainante delle tragedie dell'Alfieri, non è una libertà politica, ma una libertà esistenziale. Risulta perciò chiaro come mai l'Alfieri scelga sempre personaggi già famosi, mitici, (Antigone, Saul, Bruto) per le sue opere e appare anche evidente la sua lontananza da quel "dramma borghese" che grazie a Diderot e Lessing trionfava in tutta Europa.

Nel 1777 avviene un incontro fondamentale per la vita dell'Alfieri, conosce infatti Luisa Stolberg, contessa d'Albany, praticamente separata dal marito Carlo Edoardo Stuart, pretendente al trono d'Inghilterra. Nasce un rapporto che Alfieri manterrà sino alla morte e che mette fine alle sue irrequietezze amorose. L'anno successivo fa dono alla sorella di tutti i suoi beni, mantenendo per sé solo una rendita annua e dopo vari soggiorni si trasferisce a Firenze e poi a Siena, per apprendere l'uso del toscano che, per lui piemontese e perciò familiare all'uso del suo dialetto e del francese, era stata una lingua morta imparata sui libri.

Gli anni che vanno dal 1775 al 1790 sono i più operosi della sua vita: oltre alle tragedie compone trattati (Della tirannide e Del principe e delle lettere) e la gran parte delle Rime. Nel 1786 si stabilisce con la fedele contessa a Parigi, dove assiste alla rivoluzione e la celebra in un'ode alla caduta della Bastiglia, Parigi sbastigliato. Gli sviluppi della rivoluzione però, probabilmente orientati verso forme troppo democratiche per l'Alfieri, lo deludono, come lo spaventano le manifestazioni della plebe, che non corrisponde certo al popolo da lui sognato nelle tragedie e nei trattati. Così fugge da Parigi nel 1792 e comincia, dopo la venuta dei francesi in Italia nel 1796, un'opera dai toni decisamente antifrancesi, il Misogallo.

Tornato a Firenze, dedica gli ultimi anni della sua vita alla composizione delle Satire, di sei commedie, della seconda parte della Vita e di traduzioni dal latino e dal greco. Nel 1803, a soli cinquantaquattro anni, muore assistito dalla Stolberg. La salma si trova nella chiesa di Santa Croce a Firenze.
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Messaggioda birillino8 il lun set 03, 2007 9:10 pm

[align=center]Autoritratto



Uom, di sensi, e di cor, libero nato,
fa di se' tosto indubitabil mostra.
or co' vizi e i tiranni ardito ei giostra,
ignudo il volto, e tutto il resto armato:

or, pregno in suo tacer d'alto dettato,
sdegnosamente impavido s'inchiostra;
l'altrui vilta' la di lui guancia innostra;
ne' visto e' mai dei dominanti a lato.

Cede ei talor, ma ai tempi rei non serve;
abborrito e temuto da chi regna,
non men che dalle schiave alme proterve.

Conscio a se' di se stesso, uom tal non degna
l'ira esalar che pura in cor gli ferve;
ma il sol suo aspetto a non servire insegna.[/align]
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Messaggioda birillino8 il lun set 03, 2007 9:13 pm

[align=center]Sublime specchio di veraci detti



Sublime specchio di veraci detti,
mostrami in corpo e in anima qual sono:
capelli, or radi in fronte, e rossi pretti;
lunga statura, e capo a terra prono;

sottil persona in su due stinchi schietti;
bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono;
giusto naso, bel labro, e denti eletti;
pallido in volto, più che un re sul trono:

or duro, acerbo, ora pieghevol, mite;
irato sempre, e non maligno mai;
la mente e il cor meco in perpetua lite:

per lo più mesto, e talor lieto assai,
or stimandomi Achille, ed or Tersite:
uom, se' tu grande, o vil? Muori, e il saprai.[/align]
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Messaggioda birillino8 il lun set 03, 2007 9:14 pm

[align=center]Previdenza dell'autore



Dir più d'una si udrà lingua maligna,
(Il dirlo è lieve; ogni più stolto il puote)
Che in carte troppe, e di dolcezza vuote,
Altro mai che tiranni io non dipigna:

Che tinta in fiel la penna mia sanguigna
Nojosamente un tasto sol percuote:
E che null'uom dal rio servaggio scuote,
Ma rider molti fa mia Musa arcigna.

Non io per ciò da un sì sublime scopo
Rimuoverò giammai l'animo, e l'arte,
Debil quantunque e poco a sì grand'uopo.

Né mie voci fien sempre al vento sparte,
S'uomini veri a noi rinascon dopo,
Che libertà chiamin di vita parte.[/align]
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Messaggioda birillino8 il lun set 03, 2007 9:15 pm

[align=center]Candido cor



Candido cor, che in sul bel labro stai
Di quella schietta, che il mio tutto io chiamo;
Per te piú sempre che me stesso io l'amo,
Tu piú m'incendi che i suoi negri rai.

Chi di beltà, chi di lusinghe, e assai
Colti son d'arti e di menzogne a l'amo:
Non io; che, in prova, libertà non bramo;
E l'anno è il nono de' miei lacci omai.

Un dirmi ognor soavemente il vero,
Ancor che spiaccia; ed a vicenda, un breve
Sdegno in udirlo, indi un perdon sincero;

Un profondo sentire in sermon lieve;
Infra il lezzo del mondo animo intero:
Bei pregi; a cui servir, non fia mai greve.[/align]
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Messaggioda birillino8 il lun set 03, 2007 9:16 pm

[align=center]Solo, fra i mesti pensieri



Solo, fra i mesti pensieri, in riva
Al mar, là dove il tosco fiume ha foce,
Con Fido, il mio destrier, pian pian men giva:
E muggian l'onde irate, in suon feroce.

Quell'ermo lido, e il gran fragor, mi empiva
Il cuor (cui fiamma inestinguibil cuoce)
D'alta malinconia, ma grata, e priva
Di quel suo pianger, che pur tanto nuoce.

Dolce oblio di mie pene e di me stesso
Ne la pacata fantasia piovea:
E, senza affanno, sospirava io spesso.

Quella ch'io sempre bramo, anco parea
Cavalcando venirne a me dappresso:
Nullo error mai felice al par mi fea.[/align]
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Messaggioda birillino8 il lun set 03, 2007 9:17 pm

[align=center]Epigrammi



Molti siete; i' son uno:
Ma in ogni cosa si' diversi noi,
Che quando voi sarete affatto Niuno,
Io saro' pur Qualcuno.
Potete or dunque, o masnadieri eroi
Rompermi si', ma non piegar me voi.

Di' 7 luglio 1798. Pettinandomi


***

Sia Pace ai frati,
Purche' sfratati:
E pace ai preti,
Ma pochi e queti:
Cardinalume non tolga lume:
Il maggior prete
Torni alla rete:
Leggi, e non re:
L'Italia c'e'.

***

Dare e tor quel che non s'ha,
E' una nuova abilita'.
Chi da' fama?
I giornalisti.
Chi diffama?
I giornalisti.
Chi s'infama?
I giornalisti.
Ma chi sfama
I giornalisti?
Gli oziosi, ignoranti, invidi, tristi.

***

L'uom che in un sol sonetto
Ha un po' di me mal detto,
Io credero' che amico ognor mi sia
Fin ch'ei scrive tragedie in lode mia.

***

Ho visto gia' quel ch'e':
Tu sparli ognor di me,
Perch'io ti mandi....alla posterita'.
Se a cio' basta un mio calcio; eccotel, va'.
Ma nel nomar io te
Mai la mia penna non s'imbrattera'


***

Biasimando laudate;
Laudando biasimate;
Parlando tacete;
Tacendo tacete;
Ma non campate.

1783 [/align]
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Messaggioda birillino8 il lun set 03, 2007 9:20 pm

[align=center]Dalla Tragedia

"Oreste"


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Elettra:

Notte! funesta, atroce, orribil notte,
presente ognora al mio pensiero! ogni anno,
oggi ha due lustri, ritornar ti veggio
vestita d'atre tenebre di sangue;
eppur quel sangue, ch'espiar ti debbe,
finor non scorre. - Oh rimembranza! Oh vista!
Agamennón, misero padre! in queste
soglie svenato io ti vedea; svenato;
e per qual mano! - O notte, almen mi scorgi
non vista, al sacro avello. Ah! pur ch'Egisto,
pria che raggiorni, a disturbar non venga
il mio pianto, che al cenere paterno
misera reco in annual tributo!
Tributo, il sol ch'io dar per or ti possa,
di pianto, o padre, e di non morta speme
di possibil vendetta. Ah! sí: tel giuro:
se in Argo io vivo, entro tua reggia, al fianco
d'iniqua madre, e d'un Egisto io schiava,
null'altro fammi ancor soffrir tal vita,
che la speranza di vendetta. È lungi,
ma vivo, Oreste. Io ti salvai, fratello;
a te mi serbo; infin che sorga il giorno,
che tu, non pianto, ma sangue nemico
scorrer farai sulla paterna tomba.



***

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Oreste:

Al fin, siam giunti. - Agamennón qui cadde
svenato; e regna Egisto qui! - Mi stanno
in mente ancor, bench'io fanciul partissi,
queste mie soglie. Il giusto cielo in tempo
mi vi rimena. - Oggi ha due lustri appunto,
era la orribil notte sanguinosa,
in cui mio padre a tradimento ucciso
fea rintronar di dolorose grida
tutta intorno la reggia. Oh! ben sovviemmi:
Elettra a fretta, per quest'atrio stesso
lá mi portava, ove pietoso in braccio
prendeami Strofio, assai men tuo, che mio
padre in appresso. Ed ei mi trafugava
per quella porta piú segreta, tutto
tremante: e dietro mi correa sull'aure
lungo un rimbombo di voci di pianto,
che mi fean pianger, tremare, ululare,
e il perché non sapea: Strofio piangente
con la sua man vietando iva i miei stridi;
e mi abbracciava, e mi rigava il volto
d'amaro pianto; e alla romita spiaggia,
dove or ora approdammo, ei col suo incarco
giungea frattanto, e disciogliea felice
le vele al vento. - Adulto io torno, adulto
al fin; di speme, di coraggio, d'ira
torno ripieno, e di vendetta, donde
fanciullo inerme lagrimando io mossi.


***

ATTO TERZO

SCENA QUARTA

Clitennestra:

Figlio infelice mio!... figlio innocente
di scellerata madre!... Oreste, Oreste...
Ah! piú non sei! Fuor del paterno regno
da me sbandito, muori? Egro, deserto,
chi sa, qual morte!... E al fianco tuo, nell'ore
di pianto estreme, un sol de' tuoi non v'era?
Né dato a te di tomba onor nessuno...
Oh destino! il figliuol del grande Atride,
errante, ignoto, privo d'ogni aiuto...
Né madre, né sorella, col lor pianto
lavato il morto corpo tuo!... Me lassa!
Figlio amato, mie man non ti prestaro
L'ultimo ufficio, chiudendoti i lumi
moribondi. - Che dico? eran mie mani
da tanto? ancor del sangue del tuo padre
lorde e fumanti, dal tuo volto, Oreste,
le avresti ognora, e con ragion, respinte.
Oh di madre men barbara tu degno!... -
Ma, per averti io 'l genitor svenato,
ti son io madre meno? ah! mai non perde
natura i dritti suoi... Pur, se il destino
te giovinetto non togliea, tu forse,
(come predetto era da oracol vano)
rivolto avresti nella madre il ferro?...
E tu il dovevi: inemendabil fallo,
qual mano altra punir meglio il potea?
Deh! vivi, Oreste; vieni; in Argo torna,
l'oracol compi; in me, non una madre,
ma iniqua donna che usurpò tal nome,
tu svenerai: deh! vieni... Ah! piú non sei. [/align]
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