GALLERIA DEGLI UFFIZI

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GALLERIA DEGLI UFFIZI

Messaggioda Soleanna1 il sab mar 17, 2007 11:12 pm

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La Galleria degli Uffizi è un museo italiano, sito nel Piazzale degli Uffizi a Firenze.
L'edificio ospita una superba raccolta di opere d'arte, comprendente tra l'altro la maggiore collezione di dipinti del Botticelli, divisa in varie sale allestite per scuole e stili in ordine cronologico.Con l'insediamento del duca Cosimo I de' Medici nell'antica sede comunale di Palazzo Vecchio, iniziò la riqualificazione in senso monarchico dell'area cittadina, nel 1560 il duca volle riunire le 13 più importanti magistrature fiorentine, dette uffici, in precedenza poste in varie sedi, in un unico edificio posto sotto il suo diretto controllo, in modo da affiancare al vecchio Palazzo della Signoria una nuova sede governativa, consona al ruolo di potenza rivestito da Firenze dopo la conquista di Siena, scegliendo per questo una striscia di terra, innestata tra il lato sud di Piazza della Signoria e il lungarno.

Il progetto, affidato a Giorgio Vasari, prevedeva un edificio a forma di U, costituito da un braccio lungo a levante, che doveva incorporare anche l'antica chiesa romanica di San Pier Scheraggio, da un tratto breve affacciato sul fiume Arno e da un braccio corto a ponente, inglobando la Zecca Vecchia, sede dal 1866 delle Regie Poste, e ora, dopo il restauro del 1988, sede di esposizioni.

I tre corpi di fabbrica presentano lo stesso modulo: a pianterreno un loggiato architravato, delimitato da pilastri con nicchie, finestre architravate al primo piano, infine l'ultimo piano era destinato all'uso privato del duca.

La costruzione iniziata nel 1560, realizzata in pietra grigia della valle della Mènsola e adottando secondo il Vasari l'ordine dorico "più sicuro e più fermo degl'altri, [...] sempre piaciuto molto al signor duca Cosimo" nel 1565 presentava già completati i cosiddetti Uffizi Lunghi e il tratto che si affacciava sull'Arno. In questa sezione Vasari aprì una grande arcata a serliana sormontata da una loggia, aperta sia sul piazzale antistante che sull'Arno, un vero e proprio fondale teatrale, ispirato alle coeve realizzazioni scenografiche, nell'arcata è la statua di Cosimo I realizzata dal Giambologna nel 1585 tra le statue del Rigore? e l'Equità? di Vincenzo Danti realizzate nel 1566. Nelle nicchie dei pilastri del loggiato vennero progettate una serie di statue di fiorentini famosi realizzate solo dal 1835.

Per il matrimonio del figlio Francesco con Giovanna d'Austria, nel 1565, il duca decise di realizzare una via di comunicazione soprelevata e segreta tra Palazzo Vecchio e Palazzo Pitti, la nuova residenza della famiglia Medici e collegata direttamente alla cerchia bastionata di Firenze. Il Vasari in soli sei mesi costruì il cosiddetto Corridoio Vasariano, che da Palazzo Vecchio, superata Via della Ninna con un ponte coperto, percorre parte della galleria, superando l'Arno presso il Ponte Vecchio, sbuca nel quartiere d'Oltrarno, arrivando nel giardino di Boboli e da qua in Palazzo Pitti.

Nel 1574 con il duca Francesco I de' Medici la direzione dei lavori venne affidata a Bernardo Buontalenti, che completò la fabbrica, insieme a Alfonso Parigi il vecchio, nel 1580.

Tra il 1579 e il 1581 le volte della Galleria furono affrescate con motivi a "grottesca" da Antonio Tempesta e successivamente da Alessandro Allori, con cui collaborarono Ludovico Buti, Giovanmaria Butteri, Giovanni Bizzelli e Alessandro Pieroni.

Nel 1581 Francesco I decise di utilizzare la loggia all'ultimo piano degli Uffizi per realizzare una Galleria destinata ad accogliere la sua collezione di dipinti sia quattrocenteschi che contemporanei, di cammei, medaglie, pietre dure, statue antiche e moderne, di oreficerie, bronzetti, armature, miniature, strumenti scientifici e rarità naturalistiche, ma anche ritratti della famiglia Medici e di uomini illustri.

Per allestire la collezione, a partire da quell'anno stesso, il Buontalenti costruì nel braccio lungo degli Uffizi, la Tribuna, ispirata alla Torre dei Venti di Atene, descritta da Vitruvio nel primo libro dell'Architettura, nucleo centrale della Galleria medicea.

L'ambiente a pianta ottagonale con cupola incrostata di conchiglie e madreperla e percorsa da costoloni dorati e lanterna su cui era una rosa dei venti, collegata all'esterno da una banderuola. La Tribuna presenta nelle pareti di rosso scarlatto, dato dalla tappezzerie di velluto, su cui erano appesi i quadri, mensole per oggetti e statue, lo zoccolo, oggi perduto, venne dipinto da Jacopo Ligozzi con uccelli, pesci e altre meraviglie naturalistiche, al centro era un tempietto-scrigno, ovvero un mobile ottagonale che custodiva i pezzi più piccoli e pregiati della collezione, il pavimento venne realizzato a intarsi marmorei.

La sistemazione degli oggetti della collezione di Francesco I nella Tribuna probabilmente seguiva criteri puramente espositivi e non reconditi significati allegorici, il significato è affidato all'insieme, la gloria dei Medici, che grazie alla volontà divina, ha raggiunto il potere terreno, è visibile attraverso l'esposizione di magnifici oggetti rari e preziosi.

Nel corso del tempo la Tribuna ha subito numerose trasformazioni, nell'Ottocento l'ordinamento originario venne smembrato e gli oggetti divisi secondo il genere e la categoria di appartenenza, facendo nascere i primi nuclei del Museo degli Argenti e di quello della Ceramica.

Nel 1583 Francesco I fece trasformare la terrazza, sopra la Loggia dei Lanzi, in un giardino pensile, ora scomparso, dove la corte si riuniva ad ascoltare musica.

Sempre al Buontalenti spetta la realizzazione del teatro mediceo: un vano circondato da gradinate con nel mezzo il palco dei principi. Nel corso dei secoli il teatro è stato suddiviso in due piani: nel primo ora ha sede il Gabinetto Disegni e Stampe, nel secondo alcune sale della Galleria. Del teatro vero e proprio resta solamente il Vestibolo, dove a sinistra è quello che un tempo era il portale d'ingresso al teatro, oggi ingresso del Gabinetto Disegni e Stampe e di fronte le tre porte del Ricetto, su quella centrale, con le ante lignee intagliate con stemmi medicei, è il busto di Francesco I.

Nel 1587 col duca Ferdinando I de' Medici la collezione venne arricchita con la cosiddetta "Gioviana", una raccolta di ritratti di uomini illustri iniziata da Cosimo I.

Per volontà ducale venne realizzata la sala detta "delle carte geografiche" dove alle pareti sono gli affreschi di Ludovico Buti con appunto le carte del "dominio vecchio fiorentino, "dello Stato di Siena" e "dell'Isola d'Elba" e nel soffitto furono posizionate alcune tele di soggetto mitologico realizzate da Jacopo Zucchi. Al centro della stanza era un mappamondo e una sfera armillare; inoltre venne realizzato lo "Stanzino delle matematiche" destinato a raccogliere strumenti scientifici, con nella volta la figura della Matematica e nelle pareti, tra le altre, scene con le invenzioni di Archimede.

Per iniziativa di Ferdinando I agli Uffizi furono trasferiti i laboratori granducali e nel 1588 l'Opificio delle Pietre Dure, una manifattura di stato, dedita alla realizzazione di oggetti preziosi, nell'ala di ponente della galleria vennero sistemati i laboratori di orafi, gioiellieri, miniatori, giardinieri, artefici di porcellane, scultori e pittori e per consentire l'accesso venne realizzata lo scalone detto del Buontalenti.

Sempre nella Galleria sette sale vennero destinate ad accogliere la collezione di armi e armature, alcuni soffitti affrescati da Ludovico Buti nel 1588 vennero in seguito ridipinti; alla fine era la sala con le pietre preziose intagliate, portata in dote da Cristina di Lorena.

Nel 1591 la Galleria divenne visitabile su richiesta.

Col la morte di Ferdinando I nel 1609 la Galleria rimase inalterata per molto tempo.

Tra il 1658 e il 1679, al tempo di Ferdinando II de' Medici, venne affrescato il corridoio di ponente con pitture, di Cosimo Ulivelli, Angelo Gori e Giacomo Chiavistelli, distrutte nel 1762 e sostituite da nuove decorazioni di Giuseppe del Moro, Giuliano Traballesi e Giuseppe Terreni. La moglie di Ferdinando, Vittoria della Rovere. essendo l'ultima discendente dei duchi di Urbino portò a Firenze la cosiddetta eredità d'Urbino, con uno straordinario nucleo di opere di Tiziano, Piero della Francesca, Raffaello, Federico Barocci e altri. Le opere venete giunsero invece tramite il Cardinale Leopoldo de' Medici, fratello del granduca, che iniziò anche le collezioni di disegni, miniature e autoritratti.

Tra il 1696 e il 1699 sotto Cosimo III de' Medici, vennero decorate le volte del braccio che si affaccia sull'Arno da Giuseppe Nasini e Giuseppe Tonelli, sempre sotto il duca Cosimo III la Galleria venne ampliata nel braccio di ponente dove furono aperti diversi ambienti allestiti con autoritratti, porcellane, medaglie, disegni e bronzetti. Nella Fonderia, ovvero la farmacia, venne allestito il museo delle curiosità naturali, tra cui prendevano posto: mummie, animali imbalsamati, uova di struzzo e corni di rinoceronte. Per quanto riguarda le raccolte, Cosimo III acquistò numerosi quadri fiamminghi (molti i Rubens) e alcune preziose statue romane, come la celebre Venere dei Medici, un originale greco fra le più importanti sculture della galleria.

Estinta la dinastia medicea nel 1737, con la morte di Gian Gastone, la sorella di quest'ultimo, Anna Maria Luisa, con la Convenzione dello stesso anno, cedette le raccolte medicee alla dinastia dei Lorena, a patto che le opere restassero a Firenze inalienabili.

Tra il 1748 e il 1765 venne realizzato un vasto rilevamento grafico, coordinato da Benedetto Vincenzo De Greyss.

Pietro Leopoldo di Lorena, aprendo la Galleria al pubblico nel 1769 e provvedendo alla costruzione di un nuovo ingresso, su progetto di Zanobi del Rosso, promosse una radicale trasformazione della Galleria, affidandone la direzione a Giuseppe Pelli Bencivenni e la riorganizzazione, che fu realizzata negli anni 1780-82, a Luigi Lanzi, che seguì criteri razionalistici e pedagogici propri dell'Illuminismo, con "un suo proprio genere di cose o al più di due" in ogni sala. Nella Galleria venne rimossa l'armeria, venduta la collezione di maioliche e spostati nel museo de la Specola, gli strumenti scientifici; separando in questo modo la scienza dall'arte e concentrando negli Uffizi la pittura, di cui iniziò un riordinamento per scuole, la scultura antica e le arti minori.

Nel 1779 venne realizzata da Gaspero Maria Paoletti la Sala della Niobe, dove vennero allestite un complesso di sculture antiche raffigurante Niobe e i suoi figli, proveniente dalla Villa Medici a Roma.

Tra il 1842 e il 1856, vennero realizzate le 28 statue in marmo, nelle nicchie dei pilastri all'esterno della Galleria, con gli uomini illustri della Toscana dal Medioevo all'Ottocento, tra queste a sinistra sul terzo pilastro la statua di Giotto di Giovanni Duprè, all'undicesimo Macchiavelli di Lorenzo Bartolini e a destra nel quarto pilastro la statua di San Antonino del Duprè.

Nella seconda metà del secolo XIX, gli Uffizi si avviarono a diventare soprattutto una raccolta di quadri, vennero rimosse alcune statue rinascimentali e trasferite al Museo del Bargello e alcune statue etrusche che furono trasferite nel Museo Archeologico.

Nel 1900 venne acquistata la quadreria dell'arcispedale di Santa Maria Nuova, tra cui il trittico Portinari proveniente dalla chiesa di Sant'Egidio, e da inizio novecento si potenziarono aree, come il Trecento e il Quattrocento, estranee al nucleo storico del museo.

Separando il teatro mediceo in due piani e ricavandone sei sale, vennero ristrutturate le prime nel 1956 su progetto di Giovanni Michelucci, Carlo Scarpa, Ignazio Gardella.

Nel 1969 venne acquistata la Collezione Contini Bonaccosi e nel 1989 vennero recuperate da Rodolfo Siviero le opere sottratte dai nazisti.

Il 27 maggio 1993, a seguito di un attentato mafioso che ha provocato la morte di cinque persone e danneggiato alcuni ambienti della Gallerie e del Corridoio Vasariano, molti pezzi della collezione vennero sistemati nei depositi e gradualmente, con i restauri e la messa in sicurezza dell'ala ovest, sono tornati nell'allestimento museale.

Nel 1998 il concorso internazionale per la nuova uscita degli Uffizi è stato vinto da Arata Isozaki, ma il progetto, molto criticato, è stato definitivamente accantonato nel 2005. Un altro progetto a lungo termine è la realizzazione dei Grandi Uffizi, raddoppiando la superficie espositiva grazie allo spostamento dell'Archivio di Stato dal primo piano, attingendo opere dai depositi (che sono situati all'ultimo piano) e ampliando così sezioni un po' penalizzate dagli spazi, come quella relativa al Seicento.

Le raccolte degli Uffizi coprono l'arte figurativa fino alla metà del Settecento circa, con una sovrapposizione a partire dal periodo del tardo Cinquecento con le opere conservate nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti, sistemate però con il criterio della quadreria. Qui si trovano anche le migliori sculture classiche di Firenze, mentre il resto dell'arte antica si trova al Museo archeologico nazionale di Firenze.

La scultura rinascimentale si trova invece al Museo Nazionale del Bargello. Dal periodo neoclassico alla prima metà del Novecento l'arte a Firenze è documentata alla Galleria d'arte moderna, sempre a Palazzo Pitti, mentre per trovare una importante raccolta di arte contemporanea nelle vicinanze, ci si deve spostare a Prato al Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci.
Soleanna1
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Messaggioda Soleanna1 il sab mar 17, 2007 11:56 pm

Sale

Vestibolo d'entrata
L'ambiente, costituito da tre vestiboli venne ricavato alla fine del Settecento col completamento dello scalone monumentale, il nuovo accesso alla Galleria, per volontà del granduca Pietro Leopoldo. Nel primo vestibolo sono busti in marmo e porfido dei Medici da Francesco I a Gian Gastone; comunicante con questo è il rettangolare vestibolo, decorato nella volta da Giovanni da San Giovanni con Capricci mitologici, allestito con are, busti antichi e moderni; nel Vestibolo ellittico: statue romane, sarcofagi e rilievi antichi. La porta che immette nella Galleria, con ai lati sono due Cani molossi, copie romane del I secolo d.C. è sormontata dal busto di Pietro Leopoldo.


Corridoio est
I tre corridoi che corrispondono ai tre corpi del palazzo, corrono lungo tutto il lato interno e su di essi si aprono le sale, anche se grazie alle porte di intercomunicazione interna, non è necessario attraversarli per il percorso principale della galleria. I corridoi sono decorati nei soffitti e le ampie vetrate rivelano il loro primitivo aspetto di loggia aperta coperta. Il Vasari le aveva già protette nel Cinquecento da vetri rinforzati con ferro e piombo poiché, grazie alla notevole luminosità degli ambienti, i Granduchi medicei scelsero questa area per l'esposizione di una parte delle collezioni artistiche di famiglia.
Oggi i corridoi ospitano la collezione di statuaria antica, iniziata da Lorenzo il Magnifico, che conservava le opere nel Giardino di San Marco vicino al Palazzo Medici per farle copiare dai giovani artisti, ampliata da Cosimo I, dopo il suo primo viaggio a Roma del 1560 quando scelse di destinare le statue per abbellire Palazzo Pitti e i ritratti e i busti per Palazzo Vecchio, e infine accresciute ancora all'epoca di Pietro Leopoldo di Lorena, quando portò a Firenze le opere di Villa Medici, raccolte in gran parte dal futuro granduca Ferdinando I, all'epoca cardinale.
È curioso notare che tali opere, oggi spesso distrattamente scansate dai visitatori, fino al primo Ottocento erano motivo di interesse principale della visita alla galleria.
Secondo alcune fonti fu un saggio di John Ruskin a ridestare l'interesse per la pittura rinascimentale del museo, fino ad allora bistrattata.
Le sculture sono di grande valore e risalgono soprattutto all'epoca romana, con numerose copie di originali greci, secondo la consuetudine dell'epoca. A volte le statue incomplete o spezzate vennero restaurate e integrate dai grandi scultori del Rinascimento. La disposizione delle sculture oggi ricalca il più possibile quella di fine del Settecento, quando permettevano il confronto tra maestri antichi e moderni, un tema allora molto caro, e quindi la funzione delle statue è tutt'ora essenziale e fortemente caratterizzante dell'origine e della funzione storica della galleria.
Il primo, lungo corridoio è quello est, riccamente decorato nel soffitto da grottesche risalenti al 1581, mentre corre al limite del soffitto, una lunga serie di ritratti dello stesso periodo. Fra le opere più importanti qui conservate si segnalano l'Ercole e Cenaturo, una copia romana di un originale greco, oppure il sarcofago romano con la raffigurazione del Mito di Fedra e Ippolito.


Sala 1 Archeologica
La sala venne creata nel 1921, in questa sono allestite opere per lo più provenienti da Roma, tra queste tre statue romane copie del Dorifo di Policleto greco del I secolo a.C., una in bronzeo Doriforo di Policleto, una in marmo e quella che è considerata la copia più fedele, il Torso del Doriforo in basalto verde. Interessante è anche un Busto di Cicerone in onice, della metà del I secolo d.C. Il Torso Gaddi è forse un originale greco del I secolo a.C..


Sala 2 del Duecento e di Giotto
Questa sala venne ricavata sul finire dell'Ottocento dall'antico teatro mediceo. L'allestimento venne completato nel 1956 dagli architetti Michelucci, Scarpa e Gardella, che coprirono la sala, imitando le chiese medievali, con un soffitto a capriate.
La sala espone opere databili tra la prima metà del XII secolo e gli inizi del XIV secolo, entrate agli Uffizi a partire dalla fine del Settecento, con la riscoperta dei pittori detti "primitivi".
Tra le tavole, che illustrano gli inizi della pittura toscana, sono due Crocifissi: uno col Cristo trionfante, di iconografia ancora bizantina, l'altro il n. 434 con l'iconografia del Cristo sofferente, una nuovo tipo, che diventerà vincente, da ricollegare soprattutto alla coeva predicazione francescana.
L'allestimento, inoltre, mette a confronto le tre grandi pale cuspidate di Cimabue, Duccio di Buoninsegna e Giotto, dipinte a pochi anni di distanza e con lo stesso soggetto: la Madonna in trono.
In quella del 1280 realizzata da Cimabue è un primo tentativo di emancipazione dagli stilemi bizantini, dove prevale la ricerca di maggior volume e rilievo plastico; di fronte è la pala di Duccio, detta la Madonna Rucellai del 1285 costruita con una struttura ritmica e con figure aggraziate, maggiormente influenzata dalla coeva esperienza pittorica del gotico francese; infine, al centro della sala, la Maestà di Giotto, chiamata anche Madonna d'Ognissanti (1310 circa) di impianto monumentale e costruita molto più plasticamente accentuando il chiaroscuro e la volumetria dei corpi. Di Giotto è anche il polittico di Badia del 1301.


Sala 3 del Trecento senese
Nella sala, ricavata alla fine dell'Ottocento e ristrutturata negli anni Cinquanta del Novecento, è allestita una selezione di opere senesi del Trecento, in questa si fronteggiano l'Annunciazione (1333) di Simone Martini e Lippo Memmi, e la Presentazione al Tempio di Ambrogio Lorenzetti, provenienti entrambe dal duomo di Siena.
L'Annunciazione è costruita con uno stile lineare, elegante e raffinato tipico della coeva cultura cortese che sfocerà nel gotico internazionale, ambientata in un'atmosfera irreale, quasi di astratta misticità, con quale concessione al vero (il fiore, l'ombra del libro, la ritrosia della Vergine), mentre nella Presentazione al tempio di Ambrogio la complessa resa prospettica e l'attenzione alla resa degli affetti delle figure, elementi tipici della poetica giottesca, già ripresa da sua fratello Pietro, viene da Ambrogio conciliate con il gusto per il colore e la grazia della tradizione senese.
Dei fratelli Lorenzetti sono anche esposte altre opere: le Storie di San Nicola (1330 circa), la Madonna con i Santi Nicola e Procolo (1332) di Ambrogio e la Madonna in gloria e la Pala della Beata Umiltà, entrambe del 1340, di Pietro.
Di Simone dei Crocifissi, pittore bolognese che si rifà ad un gotico più vivace e popolaresco rispetto al gotico aulico senese, è la tavola con la Natività.


Sala 4 del Trecento fiorentino
La sala è dedicata alla pittura fiorentina del Trecento, scuola influenzata dall'opera preponderante di Giotto e della sua bottega.
Del cosiddetto Maestro della Santa Cecilia, un anonimo collaboratore di Giotto, è la tavola con Santa Cecilia e episodi della sua vita.
I primi giotteschi sono rappresentati da Pacino di Buonaguida, Jacopo del Casentino e Bernardo Daddi, di Taddeo Gaddi, attivo nella bottega giottesca per ventiquattro anni, è la Madonna col Bambino e sante. Sempre di ispirazione giottesca è il trittico con San Matteo e storie della sua vita di Andrea Orcagna. In queste opere si nota una certa stagnazione dei temi e delle tecniche usate, sempre fedeli al maestro, con progressi minimi nonostante il trascorrere di circa mezzo secolo.
Da Giotto si allontana solo il cosiddetto Giottino, qui rappresentato con la Pietà di San Remigio, accentuando l'espressionismo delle figure e utilizzando un colore cromaticamente variato.
Di Giovanni da Milano, un artista lombardo attivo a Firenze, appartiene il frammentario Polittico di Ognissanti, dove la preziosità dei dettagli annuncia il gotico internazionale.


Sala 5-6 del Gotico internazionale
La sala del cosiddetto gotico internazionale, ristrutturata negli anni cinquanta, è dominata dall'Adorazione dei Magi (1423) di Gentile da Fabriano, eseguita per il mercante fiorentino Palla Strozzi, e dalla monumentale Incoronazione della Vergine (1414) di Lorenzo Monaco, opera di grande eleganza dipinta per la chiesa di Santa Maria degli Angeli; dello stesso autore è anche un'Adorazione dei Magi (1422) dai colori forti e brillanti, da confrontare con la tavola di Gentile da Fabriano, nella quale si fondono elementi più profani e naturalistici, segno dell'epoca cortese. Attribuita al Beato Angelico è la Tebaide, una tavola di modeste dimensioni, sulla vita eremitica. La Madonna dell'Umiltà, attribuita a Masolino è un'opera di grande dolcezza e perizia tecnica.


Sala 7 del primo Rinascimento
Questa sala dedicata ai primi artisti rinascimentali è piena di capolavori, a partire dal capostipite del rinnovamento in pittura, Masaccio, a cominciare dalla prima opera nella quale si intravedono i segni della rottura, la Madonna con bambino e Sant'Anna del 1424 realizzata con il suo maestro di bottega Masolino da Panicale. Di Masaccio è la Vergine, dipinta con una solenne corporatura così realistica da non potersi più definire gotica. Beato Angelico fu uno dei primi artisti a recepire la nuova sensibilità, come testimonia l'Incoronazione della Vergine del 1435 circa, che, seppur ancora circondata dallo sfondo oro tipicamente medievale, trasmette una sensazione di prospettiva ragionata nel dispiegarsi dei cori degli angeli.
Paolo Uccello fu forse il primo pittore ad essere "ossessionato" dalla prospettiva e ciò è chiaro nella grande tavola della Battaglia di San Romano, parte di un trittico dipinto su incarico di Cosimo il Vecchio che decorava la camera di Lorenzo il Magnifico nel Palazzo Medici, oggi diviso tra la National Gallery di Londra, il Louvre di Parigi e gli Uffizi, appunto. In questa raffigurazione apparentemente caotica della battaglia, tutto è razionalizzato e inquadrato dalla prospettiva che guida il pittore nella disposizione razionale di tutti gli elementi, dai cavalli ai soldati, alle lance degli stessi, che cadute in terra formano figure geometriche.
Importante opera di Domenico Veneziano è la Madonna con bambino e santi, del 1445 circa, una sacra concertazione che si svolge in un ambiente dalla prospettiva realistica, con una luce naturale, tipica dell'autore, che da corpo alle figure.
Molto famosi sono i Ritratti dei duchi d'Urbino di Piero della Francesca del 1465 circa, esemplare via di mezzo fra il realismo (soprattutto dei dettagli, come i gioielli, le acconciature, le rughe della pelle) e l'idealizzazione delle effigi dei duchi, con una grande attenzione anche ai paesaggi e alla prospettiva. Sul retro delle due piccole tavole i duchi sono raffigurati ciascuno sul cocchio di rappresentanza.


Sala 8 dei Lippi
Filippo Lippi viene considerato tra i grandi padri del Rinascimento fiorentino, secondo a Masaccio, ma anticipatore di Sandro Botticelli. In questa sala si può notare l'evoluzione del suo stile verso soluzioni sempre di maggior raffinatezza, come l'Incoronazione della Vergine(1441-1447), che dimostra la conoscenza dei traguardi della scultura contemporanea di Donatello e Luca della Robbia, oppure le due Adorazioni del bambino per arrivare al capolavoro assoluto della Madonna con bambino e angeli (1465 circa), di commovente dolcezza e con un uso sottile e elegante del colore, maturato forse anche attraverso lo studio di opere fiamminghe.
Sono qui presenti anche opere analoghe per stile e periodo del figlio di Filippo, Filippino Lippi, con la Pala degli Otto (1486) e l'Adorazione dei Magi (1496).
Anche i delicati traguardi nell'uso del colore di Alessio Baldovinetti sono qui testimoniati da alcune sue opere (Annunciazione e Madonna con il bambino).


Sala 9 dei Pollaiolo
Anche Antonio del Pollaiolo è rappresentato da alcune delle sue opere più famose, incentrate sul movimento delle figure, come nel piccolo ma poderoso dipinto a due facce delle Fatiche di Ercole, oppure dai ritratti (Ritratto femminile).
Legata alla sua opera è chiaramente quella dei suoi fratelli con i quale condivise la bottega, qui pure presentati con alcune opere interessanti.
Appartiene invece alla produzione del giovanissimo Sandro Botticelli una serie di dipinti fra i quali La Fortezza (1470), la prima opera documentata dell'artista.


Sala 10-14 del Botticelli
La sala più grande e più famosa del museo contiene la migliore collezione al mondo di opere di Sandro Botticelli, compreso il suo capolavoro, la Primavera e la celeberrima La nascita di Venere, due opere emblematiche della sofisticata cultura neoplatonica sviluppatasi a Firenze nella seconda metà del Quattrocento. Queste opere furono realizzate negli anni ottanta del Quattrocento per Lorenzo de' Medici, ma non Lorenzo il Magnifico, ma un suo cugino che viveva nella Villa di Careggi, con il quale fra l'altro non scorreva buon sangue.
In questa sala si può comunque ripercorrere tutta l'evoluzione pittorica del maestro, dalla Madonna e santi, opera più giovanile legata ancora allo stile di Filippo Lippi, al Ritratto d'uomo con medaglia di Cosimo il Vecchio (1475), dove già si assiste ad una maturazione dello stile legata probabilmente allo studio del realismo di opere fiamminghe, alle opere mitologiche, come la commovente Pallade e il Centauro, allegoria degli istinti umani divisi tra ragione e impulsività, ma guidati dalla sapienza divina.
Con l'avvicinarsi del XVII secolo l'ondata reazionaria ultra-religiosa di Girolamo Savonarola iniziò a farsi sempre più pressante nella società fiorentina e questo si manifesta più o meno gradualmente in tutti gli artisti dell'epoca. Anche Botticelli , dopo un'opera fastosa come la Madonna del Magnificat inizia ad adottare uno stile più severo (Madonna della Melograna, Pala di San Barnaba), con qualche esperimento arcaicista come l'Incoronazione della Vergine dove il maestro torna allo sfondo oro in una scena pare ispirata dalla lettura di Dante. Il periodo più cupo della predicazione savonaroliana porta una definitiva ventata di misticismo pessimista nella sua pittura: La Calunnia (1495) simboleggia il fallimento dello spirito ottimistico umanista, con la constatazione della bassezza umana e la relegazione della verità.
Ma questa sala contiene anche altri numerosi capolavori: particolarmente azzeccata è la collocazione del Trittico Portinari, opera fiamminga di Hugo van der Goes del 1475] circa portata da una banchiere della ditta Medici a Bruges, che con la sua estraneità formale verso le opere circostanti ben rende l'effetto di fulgida meteora che questa opera ebbe nei circoli artistici fiorentini di fine del Quattrocento. A un esame più accurato si iniziano a cogliere però le affinità con le opere realizzate successivamente, la maggior cura dei dettagli, la migliore resa luministica dovuta alla pittura ad olio che i pittori fiorentini cercarono di imitare, arrivando anche a copiare alcuni elementi dell'opera fiamminga, come gli omaggi chiari di Domenico Ghirlandaio nella sua analoga adorazione dei Magi.


Sala 15 di Leonardo
La sala documenta gli esordi artistici di Leonardo da Vinci, a partire dalla prima opera documentata, il Battesimo di Cristo del 1475, opera del suo maestro Verrocchio nella quale il giovane Leonardo dipinse l'angelo di sinistra. Il Vasari racconta che Verrocchio sentendosi superato dall'allievo, abbandonò la pittura dedicandosi soltanto alla scultura.
Un'altra opera giovanile è l'Annunciazione, dipinta dal maestro ventenne, dove già sono visibili le qualità dello sfumato leonardesco, ma con qualche errore prospettico, come il libro sul quale la Vergine posa un braccio, che al suolo poggia su un basamento ben più avanzato rispetto alle gambe della Madonna.
L'Adorazione dei Magi invece è un'opera incompiuta nella quale è lampante il senso innovatore del genio di Vinci, con una composizione originalissima incentrata sulla madonna e il bambino in un rutilante scenario di numerose figure in movimento, fra le quali non compaiono però il tradizionale San Giuseppe o la capannuccia.
Altre opere nella sala il Cristo nell'orto e la Pietà, opere mature di Pietro Perugino, il Crocifisso con la Maddalena di Luca Signorelli, l'Incarnazione (1505) di Piero di Cosimo o l'Adorazione dei Pastori di Lorenzo di Credi.


Sala 16 delle carte geografiche
Detto anche Stanzino della Matematica, questa piccola sala fu voluta da Ferdinando I de' Medici per ospitare la collezione di strumenti scientifici. Vi è esposto anche un'opera fiamminga interessante, la Deposizione nel sepolcro di Rogier van Weyden (1450 circa).


Sala 17 dell'Ermafrodito
Questa sala era un tempo una loggia aperta, e oggi espone alcune opere scultorie varie, fra le quali spiccano due sculture romane fra le più note del museo: l'Ermafrodito e il gruppo di Amore e Psiche, entrambe copie di originali ellenistici.


La Tribuna
La Tribuna è una saletta ottagonale che rappresenta la parte più antica della galleria. Fu commissionata da Francesco I de' Medici nel 1534 per sistemarvi el collezioni archeologiche e in seguito vi furono collocati tutti i pezzi più preziosi e amati delle collezioni medicee. Divenuta molto popolare ai tempi del grand tour, si dice fu un'ispirazione per le Wunderkammer di numerosi nobili europei.
Oggi è l'unica sala nella quale si può comprendere lo spirito originario degli Uffizi, cioè di luogo di meraviglia dove si potessero confrontare direttamente le opere degli antichi, rappresentate dalla scultura, e quelle dei moderni, con le pitture. Attorno al pregevole tavolo intarsiato in pietre dure (del 1649) sono poste in circolo alcune delle più famosa sculture antiche dei Medici, come il Fauno Danzante (replica romana di un originale del III secolo a.C.), i Lottatori (copia di epoca imperiale), l'Arrotino, lo Scita, (copia di una statua della scuola di Pergamo che faceva parte di un gruppo con Marsia), l'Apollino e soprattutto la celebre Venere Medici, un originale del I secolo a.C. acquistata a Roma nel Cinquecento, tra i capolavori assoluti della statuaria classica.
Le pitture sono tutte del periodo dopo il 1530, in particolare risalgono al filone della maestosa pittura di corte fortemente promossa da Cosimo I e da sua moglie Eleonora da Toledo. Di quest'ultima è il clebre Ritratto della Duchessa Eleonora col figlio Giovanni di Agnolo Bronzino, autore anche dei ritratti di Bartolomeo Panciatichi e sua moglie Lucrezia, ''dei Pricipini medicei e del dipinto del Giovane con liuto. Altri ritratti sono opere del Vasari (Lorenzo il Magnifico), di Jacopo Pontormo (Ritratto di Cosimo il Vecchio), mentre fra i dipinti di soggetto diverso spiccano il Putto musicante di Rosso Fiorentino e la Fanciulla con petrarchino (con il Canzoniere) di Andrea del Sarto.
Il monumentale stipo in pietre dure conteneva la collezione di inestimabili pietre preziose, cammei antichi e pietre dure lavorate, una delle collezioni più amate dai Medici, che spesso facevano incidere le proprie iniziali sui pezzi più pregiati, che oggi sono esposte in diverse sedi, al Museo degli Argenti, al Museo archeologico nazionale fiorentino e al Museo di Mineralogia e Litologia.


Sala 19 del Perugino Signorelli
Luca Signorelli fu un pittore nativo di Cortona celebre per la profondità dell'uso del colore e per il senso di tesnione e movimento delle sue opere, che furono il modello più immediato per la pittura di Michelangelo. La sua Sacra famiglia per esempio ispirerà il grande artista del Cinquecento nel Tondo Doni. Sempre di Signorelli è la pregevole Madonna con bambino del 1490 circa.
La sala è dedicata anche alle opere di Pietro Perugino, uno dei primi maestri della scuola umbra, che ebbe a bottega anche Raffaello Sanzio. Del Perugino sono esposte soprattutto opere legate alla sua attività di ritrattista, come la serie dei Monaci di profilo (1500), il Ritratto di Francesco Mariadelle Opere (1494) o il Ritratto di giovane.
Vicini allo stile pittorico di questi due maestri, troviamo opere di Lorenzo Credi, come l'Annunciazione, e di Piero di Cosimo, celebre epr il tono magico e fantasioso delle sue opere a soggetto mitologico, qui rappresentato dal Perseo che libera Andromeda.


Sala 20 di Dürer
Nella sala 20 sono esposte importanti opere di scuola tedesca che testimoniano l'influenza e la diffusione dell'arte fiorentina verso anche altre scuole più lontane, nel periodo tra il Quattro e il Cinquecento.
Il nucleo relativo a Albrecht Dürer è il più significativo, e mostra sia la capacità tipicamente nordica di infondere grande realismo alle opere (come nel Ritratto del padre del 1490), sia i debiti verso al pittura italiana nell'uso della prospettiva e della colorazione simbolica (come nell'Adorazione dei Magi del 1504 o nei Santi Filippo e Giacomo del 1516). Compelatano l'esposizione esempi di opere di Lukas Cranach, Hans Maler zu Schwatz, Hans Brueghel dei Velluti e altri.


Sala 21 del Bellini e di Giorgione
In questa sala, destinata nel 1588 circa da Ferdinando I de' Medici ad accogliere l'armeria, e con affrescate nella volta da Ludovico Buti battaglie e grottesche, sono allestite opere dei maestri del primo Rinascimento veneto, illustrando lo sviluppo della scuola veneziana, da Bartolomeo Vivarini, qui presente con un San Ludovico di Tolosa a Giovanni Bellini di cui sono presenti sia il Compianto, un modello utilizzato nella bottega belliniana, e l'enigmatica Allegoria sacra, che nel tema risponde al nuovo gusto umanistico ermetico ed elitario, fino a Giorgione qui presente con tre opere molto problematiche: al maestro possono essere riferiti certamente i due paesaggi sullo sfondo del Giudizio di Salomone e della Prova del fuoco di Mosè, per il Ritratto di guerriero con scudiero detto Il Gattamelata invece l'attribuzione è discussa, comunque il dipinto ricrea un'opera perduta del pittore antico Apelle.
Altri pittori rappresentati nella sala sono Cosmè Tura, Cima da Conegliano e Vittore Carpaccio.


Sala 22 dei Fiamminghi e Tedeschi del Rinascimento
Anche in questa sala sono esposti esempi di pittura nordica e fiamminga, con Albrecht Altdorfer (Storie di San Floriano 1530 circa), Hans Holbein il Giovane (Ritratto di Sir Richard Southwell, 1536, e Autoritratto) e Hans Memling, che fu influenzato dai pittori italiani (per esempio nelle tavole della Mater Dolosa o della Madonna in trono. Il Ritratto di Benedetto Portinari e il San Benedetto, sono parti di un polittico smembrato, pure opera di Memling, che testimoniano la sua spinta innovativa sul soggetto del ritratto collocato all'aperto.
Non a caso qui si trovano anche opere del pittore italiano più "fiammingo", tanto che a volte le sue opere furono scambiate in passato per quelle di maestri delle Fiandre, Antonello da Messina, che per primo applicò la pittura a olio in Italia, avendo modo di collaborare direttamente con maestri d'oltralpe come Petrus Christus: alcuni documenti proverebbero indirettamente questa collaborazione, che comunque non è ancora accettata da tutti gli storici dell'arte, anche se il debito stilistico fra i due pittori è senz'altro spiccato.


Sala 23 di Mantegna e di Correggio
Andrea Mantegna fu pittore di corte a Mantova dal 1460, sotto il patrocinio dei Gonzaga, ed è considerato unanimamente il fondatore dell'arte rinascimentale lombarda, e profondo influenzatore di tutta la pittura dell'Italia settentrionale di quel periodo. In questa sala sono esposte diverse sue opere che permettono di valutare il suo percorso artistico, come la Madonna dell cave, il Ritratto di Carlo di Cosimo de' Medici e il trittico proveniente dal Palazzo Ducale di Mantova con l'Ascenzione, l'Adorazione dei Magi e la Circoncisione.
A Mantegna si ispirò per esempio Vincenzo Foppa, come nella Madonna con bambino e un angelo (1480 circa), mentre all'altro grande protagonista del Rinascimento lombardo, Leonardo da Vinci, si ispirarono le tele qui esposte di Boltraffio (il Narciso), Bernardo Luini (Erodiade) e il Sodoma (Cristo tra gli sgherri). Proprio a Leonardo era attribuita anche la Leda e il Cigno, oggi ritenuta più probabilmente una copia da un originale perduto di Leonardo o l'opera di un allievo.
Totalmente diversa è invece la pittura del Correggio, che ha in comune con il Mantegna solo il fatto di essere stato il più importante rappresentante di una scuola pittorica, quella emiliana del primo Cinquecento. Furono da lui dipinte la Madonna in adorazione e il Riposo dalla fuga in Egitto con San Francesco (1517 circa), che testimonia la grande originalità compositiva stupefacentemente anticipatrice, con oltre un secolo di distacco, della pittura barocca.


Sala 24 Gabinetto delle miniature
Questa sala a pianta ellissoidale, visibile solo affacciandosi dall'esterno, ospita la collezione di miniature dei Medici, che per la fragilità dei supporti, non possono essere esposti alla luce quotidianamente e gli esemplari scelti vengono fatti ruotare periodicamente.


Corridoio sull'Arno
Questo ambiente, spettacolore per le vedute sul Ponte Vecchio, sull'Arno e sulle colline a sud di Firenze, ospita da secoli le opere migliori della statuaria antica, per via della spettacolarità dell'ambientazione e per la masisma luminosità (infatti affaccia a sud). Qui si trova l'enorme Testa di gigante morente, oppure il celebre Spinario, cioè il fanciullo seduto che si cava una spina da un piede, forse la prima opera antica ad essere omaggiata da un artista occidentale moderno, cioè dal Brunelleschi che la inserì nella sua formella per il concorso per la porta del Battistero, poi chiamata Del Paradiso, che però fu vinto da Lorenzo Ghiberti. Il modello della statua dovrebbe risalire al periodo ellenistico, mentre la testa non è originale.
Si trova qui anche la cosiddetta Fanciulla seduta pronta alla danza e un'ara con il Sacrificio di Ifigenia. Inoltre è di notevole spettacolarità il grande cratere neoattico chiamato Vaso Medici, già a Villa Medici, un capolavoro in marmo dell'arte greca per le dimensioni, per la qualità delle pitture e delle decorazioni a rilievo e per lo stato di conservazione. Vi è raffigurata un'insolita scena forse di Elena liberata dai Dioscuri, dove di solito si trovano scene legate ai riti dionisiaci.


Corridoio ovest
Nel corridoio ovest continua la serie di statue classiche di porvenienza soprattutto romana. Fra le opere più interessanti le due statue a tutto tondo di Marsia, poste una di fronte all'altra, o quella della cosiddetta Venere celeste. Notevole è il realismo ritrattistico del Busto di Fanciullo. A differenza del corridoio est, la decorazione del soffitto è più tarda, di epoca barocca.


Sala 25 di Michelangelo e dei fiorentini

Questa sala, la prima dell'ala ovest, è dedicata al Cinquecento fiorentino. L'opera esposta che attira subito l'attenzione è il magnifico Tondo Doni di Michelangelo Buonarroti, una Sacra famiglia altamente innovativa, sia per la composizione che per l'uso dei colori, che oltre a rappresentare uno dei rarissimi dipinti su tavola del maestro, fra l'altro ancora nella cornice originale forse disegnata da Michelangelo stesso con le graziose teste intagliate che guardano il dipinto, è anche l'archetipo di tutto il manierismo, l'opera con la quale si confrontò tutta la genereazione seguente di pittori. Dipinta verso il 1504, è un'opera non convenzionale per la posa, con il bambino in braccio a San Giuseppe piuttosto che alla Madonna, voltata di spalle. I soggetti in primo piano creano una strutture triangolare sul cui sfondo si staglia la fascia orizzontale dei putti nudi, forse un riferimento al mondo pagano escluso dalla salvezza.
Un'inquietante Salomè (1515) del pittore spagnolo Alonso Berruguete, attivo a Firenze nel primo Cinquecento, si trova pure nella sala, così come opere coeve di Fra Bartolomeo (come l'Apparizione della Vergine a San Bernardo del 1504-1507) e di Mariotto Albertinelli (come la Visitazione del 1503) che risultano ancora più tradizionali dal confronto con le innovazioni di Michelangelo.
Tra la sala 24 e la sala 35 si trova l'accesso per il Corridoio Vasariano.


Sala 26 di Raffaello e di Andrea del Sarto
Le prime opere di Raffaello Sanzio sono quasi contemporanee al Tondo Doni di Michelangelo, ma denotano un'impostazione ancora legata al passato, alle opere di Pietro Perugino, anche se la qualità pittorica aveva già superato il maestro. In questa fase l'artista aveva sviluppato un'arte estremamente dolce e pacata, sia nel controllo della resa pittorica, sia nella scelta delle pose dei soggetti, con risultati di estrema armonia e bellezza. Sono qui custoditi i Ritratti dei duchi di Urbino Elisabetta Gonzaga e Guidobaldo da Montefeltro nonche quello del loro nipote ed erede Guidobaldo da Montefeltro; la famosa Madonna del cardellino, armonica sintesi di diverse esperienze pittoriche (Perugino, Leonardo da Vinci, Fra Bartolomeo...). Il periodo successivo dell'arte di Raffello, il cosiddetto periodo romano, quando divenne pittore principale della corte vaticana, è caratterizzato da una maggiore monumentalità e un poieno possesso della tecnica del colore, qui ben rappresentato dal sommo Ritratto di Leone X con i cardinali Giulio de' Medici e Luigi de' Rossi.
Un altro capolavoro è rappresentato dalla Madonna delle Arpie di Andrea del Sarto (1517) esemplare del periodo centrale della sua produzione pittorica, dinamico e con una piena padronanza del colore, influenzato dai coevi risultati pittorici di Michelangelo, mentre la Pala Vallombrosana e il San Jacopo (1528) sono tipici dello stile più maturo, l'ultimo periodo dell'artista, dove ormai aveva sviluppato un proprio linguaggio di forte carica monumentale, quasi scultorea, con figure più isolate sullo sfondo e marcate in tutta la loro solennità.


Sala 27 del Pontormo e del Rosso Fiorentino

Due grandi esponenti del primo manierismo fiorentino sono rappresentati in questa sala: di Jacopo Pontormo è presente la Cena in Emmaus del 1525, mentre sono opere di Rosso Fiorentino la Madonna col bambino e santi (1518) e il Mosè che difende le figlie di Jetro (1523 circa), opere tipiche del suo stile voluttuoso e di rottura con gli schemi tradizionali. Corredano la sala anche degli interessanti lavori di artisti dell'epoca, come Agnolo Bronzino, con il Compianto sul Cristo morto e la Sacra famiglia Panciatichi. Artisti minori, ma interessanti della cultura figurativa dell'epoca, sono il Bachiacca e Francesco Salviati.


Sala 28 di Tiziano e di Sebastiano del Piombo
Il grande maestro veneto è rappresentato da un'ampia antologia di ritratti, da quello del Cavaliere di Malta (1510 circa), a quelli dei duchi di Urbino Francesco Maria della Rovere e Eleonora Gonzaga, fino al Ritratto di Ludovico Beccardelli del 1552.
Opera celeberrima è la Venere d'Urbino, di raffinata sensualità evidenziata dalla piena plasticità del colore che dà corpo al volume corporeo della dea. Sempre a tema mitologico sono i dipinti della Flora e della Venere con cupido (1550 circa).
Completano la sala anche alcune notevoli opere di Palma il vecchio, come la Sacra Famiglia con san Giovannino e la Maddalena, del 1515 circa. Il suadente stile di Sebastiano del Piombo è illustrato dalla Morte di Adone e da un Ritratto di donna.


Sala 29 del Parmigianino

Le successive tre sale dalla 29 alla 31 ospitano artisti cinquecenteschi dell'Emilia Romagna (soprattutto delle aree di Parma e di Ferrara) e dell'Italia centrale.
Spicca qui una delle opere più famose della galleria, la Madonna dal collo lungo di Parmigianino. La sinuosa bellezza della Vergine fa spesso non fa spesso accorgere che si tratta di un'opera rimasta incompiuta nella parte destra, con uno sfondo approssimativo nel quale erano previste altre figure (esiste infatti il piede in un personaggio interrotto)
Sempre del Parmigianino è la Madonna col bambino e santi (1530), mentre altre opere significative sono quelle di Luca Cambiaso (Madonna col bambino 1570) o dell'eccentrico Dosso Dossi, pittore di corte presso gli Este di Ferrara (Apparizione della Vergine ai santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista o la grottesca scena della Stregoneria del 1535 circa).


Sala 30 Gabinetto degli Emiliani del Cinquecento
Questa salal, come la precedente, è dedicata ad artisti emiliani del Cinquecento. I due artisti qui rappresentati sono Ludovico Mazzolino, con opere quali la Madonna col Bambino e santi del 1522-23 o la Strage degli innocenti, e Benvenuto Tisi, detto il Garofalo, autore di tre tele esposte: l'Adorazione dei pastori, l'Annunciazione e un San Girolamo.


Sala 32 di Sebastiano del Piombo e Lorenzo Lotto
Le sale dalla 32 alla 35 sono state dedicate al Cinquecento Veneto. in particolare in questa sala sono stati scelti due autori ben rappresentativi di questa scuola, Sebastiano del Piombo, presente con opere come il Ritratto di donna e La morte di Adone (1511 circa), e Lorenzo Lotto, autore di Susanna e i vecchioni, uno dei suoi capolavori risalente al 1517.


Sala 33 Corridoio del Cinquecento

Questo corridoio rappresenta un intermezzo decorato con una serie di ritratti di pittori europei e con alucni quadri della scuola del Cinquecento fiorentino.


Sala 34 del Veronese e della pittura lombarda
Paolo Veronese fu uno dei più importanti pittori veneti del Cinquecento, celebre per il suo stile grandioso e teatrale. Tra le sue opere spicca una Sacra Famiglia (1534) di impianto manieristico. Sono esposte qui anche altre opere di scuola veneta e lombarda come la Trasfigurazione del bresciano Giovan Girolamo Savoldo e il Ritratto di ignoto con libro del pittore bergamasco Giovanni Battista Moroni.


Sala 35 di Bassano e Tintoretto
Questa sala è dedicata alla pittura veneziana del tardo Cinquecento, con i capiscuola Jacopo Bassano e Tintoretto. Vi sono conservati ritratti, temi sacri e soggetti mitologici di quest'ultimo, come una celebre Leda, e non a caso e stato collocato anche un dipinto dello spagnolo El Greco, che da lui fu profondamente influenzato ed attinse le caratteristiche pennellate veloci del suo stile (Santi Giovanni Evangelista e Francesco, 1600 circa). Qui sono esposte anche opere di Federico Barocci, artista attivo ad Urbino. Suoi il Ritratto a Francesco Maria II della Rovere, il Noli me tangere (1590 circa) e la grande e corale Madonna del Popolo (1579).


Vestibolo d'uscita e sala 41 di Rubens
Tra la sala 36 e la 41 si trova il vestibolo d'uscita, un tempo accesso del museo nel quale erano sistemate altre piccole sale dalla 27 alla 40, che oggi non fanno più parte del percorso museale. Da questo ambiente, dove si trovano alcuni quadri anche importanti, come la Madonna della Neve di Guido Reni, un Torso di satiro e un Cinghiale, opere antiche attribuite ad originali di Lisippo.
Le sezione dedicata al Seicento non poteva non iniziare con uno dei più importanti pittori che inventarono l'arte barocca, Pieter Paul Rubens. Fra le sue tele, nel tipico stile monumentale dell'artista di Anversa, sono qui custodite Enrico IV alla battaglia di Ivry e Ingresso trionfale di Enrico IV a Parigi, del 1627-1630, due episodi della storia francese trasformati in epopee dal sapore mitologico. Interessanti sono anche l'Autoritratto e il Ritratto di Isabella Brandt, sua moglie. Si trovano qui anche opere di Antonie van Dyck, come il Ritratto di Jean de Monfort (1628 circa) e di Giusto Suttemans (Ritratto di Galileo Galilei, 1635).


Sala 42 della Niobe
Questa sala interrompe la serie cronologica dell'esposizione pittorica della galleria, vi si trova infatti il Gruppo dei Niobìdi, una serie di statue romane copia di originali ellenistici. Il mito di Niobe è dei suoi figli è legato all'amore materno, che portò la sventurata donna a vantarsi tanto della sua prole da paragonarsi a Latona, madre di Apollo e Diana, suscitando così l'ira degli dei che si vendicarono uccidendoli uno ad uno. Le sculture vennero alla luce a Roma nel 1583 e fecero parte del corredo decorativo di Villa Medici, dalla quale furono trasferite a Firenze nel 1781, dove vennero esposte direttamente in questa sala, che fu decorata con i notevoli stucchi che si ammirano ancora, importante esempio dello stile neoclassico. Una delle sculture del gruppo si trova curiosamente a Villa Corsini a Castello, dove esiste un piccolo museo archeologico della Soprintendenza. Fra le altre sculture nella sala è da segnalare il grande cratere neoattico del I secolo.


Sala 43 del Caravaggio e del Seicento italiano e estero
Le opere di Caravaggio a Firenze non sono molte, ma rappresentano bene la fase giovanile del maestro, densa di celebri capolavori fin dalle prime produzioni artistiche. Dopo avere aveuto una sala apposita fuori dal percorso del museo, fino dagli anni '80 circa non erano più visitabili per la chiusura di queste sale extra. Solo con il riallestimento in seguito al 1993 questa opere hanno trovato collocazione stabile in questa sala.
Spicca sicuramente il Bacco, così disincantatamente realistico, e la Testa di Medusa, in realtà uno scudo ligneo per occasioni di rappresentanza, come i tornei. L'espressione di terrore di Medusa impressiona per la cruda violenza della rappresentazione. Sullo stesso stile è rappresentato il Sacrificio di Isacco. Tra i caravaggeschi spicca Artemisia Gentileschi (Giuditta decapita Oloferne), una delle poche donne artiste ad avere un posto importante nella storia dell'arte.
Di impronta più classica sono le opere di Annibale Carracci, qui rappresentato da una Venere (o Baccante) del 1588. Altre opere interessanti sono del Guercino (Diporti estivi del 1617), del francese Claude Lorrain (Porto con Villa Medici, 1637) e del napoletano Salvator Rosa (Paesaggio con figure).


Sala 44 di Rembrandt e dei Fiamminghi del Seicento
Questa sala è dedicata alla pittura olandese del Seicento. Il maestro più importante di questa scuola pittorica fu senz'altro Rembrandt, del quale sono esposti due dei numerosi autoritratti realizzati nel corso della sua lunga carriera artistica, uno del 1634, l'altro eseguito attorno al 1660. Magistrale è la sua ricerca della psicologia, come si nota anche nella tela del Ritratto di vecchio.
Altri artisti rappresentanti di questa scuola sono Jan Bruegel il Vecchio (Paesaggio con guado 1067), Hercules Seghers (Paesaggio montuoso), Jacob van Ruysdael (Paesaggi, 1660-1670), Rachel Ruysch (Frutta, 1711) e Jan Steen (Colazione).


Sala 45 del Settecento italiano ed europeo
Questa è l'ultima sala del percorso della galleria e contiene significativi esempi di pittura del Settecento, italiana ed estera. Tra gli italiani vanno segnalati innaznitutto le opere dei celeberrimi pittori veneti come Giambattista Tiepolo (Storie di Rinaldo) o Canaletto (presente con quattro Vedute).
Altre importanti opere sono di Giuseppe Maria Crespi (Famiglia del pittore 1708), Alessandro Magnasco (Refezione di zingari), Giovanni Battista Piazzetta (Susanna e i vecchioni 1720), Francesco Guardi (Capricci), Rosalba Carriera (Felicita Sartori) e Alessandro Longhi (Ritratto di magistrato e Gentildonna veneziana).
Per quanto riguarda gli stranieri, le opere esposte non sono molte, ma ciascuna è rappresentativa delle scuole pittoriche pricipali ovvero quelle:
Francese (Jean Baptiste Siméon Chardin, Jean Marc Nattier, Jean Etienne Liotard)
e Spagnola (Francisco Goya, Ritratto della contessa di Chinchòn).
Dopo questa sala l'esposizione finisce. L'ambiente attiguo è quello del bar, dal quale si accede alla terrazza sopra la Loggia dei Lanzi, ottimo punto di osservazione per Piazza della Signoria, Palazzo Vecchio e la Cupola del Brunelleschi.


Gabinetto dei disegni e delle stampe
Al secondo piano della Galleria, presso i locali ricavati dall'ex Teatro Mediceo, ha sede la raccolta grafiche, iniziata intorno alla metà del XVII secolo dal cardinale Leopoldo de' Medici e trasferita agli Uffizi nel 1700 circa. La raccolta comprende circa 120.000 disegni e stampe datate dalla fine del Trecento al XX secolo secolo, fra i quali spiccano esempi di tutti i più grandi maestri toscani, da Leonardo a Michelangelo a molti altri, che permettono spesso di stabilire il percorso cretivo di un'opera, attraverso i disegni preparatori, oppure a volte testimoniano, attraverso le copie antiche, opere ormai irrimediabilmente perdute, come gli affreschi della Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci e della Battaglia di Càscina di Michelangelo, che un tempo dovevano decorare il Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, ma che non furono completati e dei quali si perse sia le pitture sperimentali sulla parete, nel caso di Leonardo, sia il cartone preparatorio, nel caso di Michelangelo.


Collezione Contini Bonacossi
Nel braccio destro del loggiato, con l'entrata da via Lambertesca, è sistemata la straordinaria collezione raccolta nei primi del Novecento dai coniugi Contini Bonacossi e donata agli Uffizi negli anni '90, venendo così a rappresentare il più importante accrescimento del museo relativo al secolo scorso. Della collezione fanno parte mobilio, maioliche antiche, terrecotte robbiane, e soprattutto una notevolissima serie di opere di scultura e pittura toscana, fra le quali spiccano una Maestà con San Francesco e San Domenico di Cimabue, la Madonna della Neve del Sassetta (1432 circa), la Madonna Pazzi di Andrea del Castagno (1445 circa), il San Girolamo di Giovanni Bellini (1479 circa), il marmo di Gian Lorenzo Bernini del Martirio di San Lorenzo (1616 circa), La Madonna con otto santi del Bramantino (1520-1530) oppure il Torero di Francisco Goya (1800 circa).


Ex-Chiesa di San Pier Scheraggio
Della chiesa che sorgeva accanto a Palazzo Vecchio restano solo alcune arcate visibili da Via della Ninna, e una navata che fa parte degli Uffizi, adiacente alla biglietteria usata nella seconda metà del Novecento. La sala di San Pier Scheraggio viene usata per conferenze, per esposizioni temporanee o per esporre opere che non trovano spazio nel percorso espositivo per via della loro singolarità. Attualmente ospita una collezione di arazzi medicei, ma in passato ha ospitato temporaneamente anche gli affreschi staccati della serie degli Uomini famosi di Andrea del Castagno, provenienti dalla Villa Carducci-Apndolfini a Legnaia, eon l'affresco di Botticelli dell'Annunciazione del 1481, staccato dalla parete della loggia dell'ospedale di San Martino alla Scala a Firenze, oppure, in un altro periodo, la grande tela della Battaglia di Ponte dell'Ammiraglio di Guttuso.


Sala delle Reali Poste
Questa sala al piano terreno nell'ala destra è usata dall'associazione Amici degli Uffizi che organizza periodicamente delle esibizioni temporanee a ingresso gratuito su svariati temi, con opere prese dai depositi. Le ultime in ordine di tempo sono state quelle riguardani i temi dell'erotismo nell'arte o agli autoritratti.
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